Irene Sabetta

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Sogno horror

 

Nella città di Mobrun, le tigri reali, dalle fauci spalancate, sfamano con le loro carni, tagliate sottili, la popolazione locale e i viaggiatori.

Lungo il perimetro dei mercati, le fiere teste non più ruggenti, infilzate nei pali appuntiti di legno, sorridono ai passanti con occhi irridenti. Minaccia e accoglimento: benvenuti nella città delle tigri che si fanno mangiare per mangiarti con gli occhi.

La barbarie delle lame affilate che affettano carne, delle pozze di sangue striato e delle teste irridenti, è riscattata da una fame atavica che viene appagata, da un’ansia sottile che viene acquietata.

Cibo per il corpo e per l’inconscio.

Nella città di Mobrun, migliaia di persone fuori e dentro le case. Piazze piene di gente piena.

Nelle case, si vive come in ogni altra città del mondo. Lo schermo del televisore sempre acceso a brillare immagini che compongono realtà a due o tre dimensioni. Gli schermi dei computer mai spenti, in ogni stanza buia. La luce a Mobrun è fatta di pixel dentro e abbacinanti zanne bianche fuori.

Il sapore della carne cruda urla vendetta nelle strade. Lungo il confine tra l’Asia e l’Europa, sulla via di Marco Polo, meravigliose combinazioni di colori catturano il viandante.

Nella cittàdi Mobrun si arriva solo a piedi e da nessuna parte. Il viaggiatore si ritrova là, nella piazza circolare delle teste di tigre imbalsamate, senza provenire da luogo alcuno. Non c’è altro luogo che Mobrun.

Mangi fette sottilissime di carne di tigre, tagliate per te da accurati macellai con i baffi, e ti infili nelle case altrui a guardare dentro monitor che emettono luce bianca che non illumina lo sapzio intorno.

Nella città di Mobrun tutti sono nel posto giusto. Nessuno desidera tornare indietro né proseguire il viaggio. Eppure, tutti sono in transito, anche coloro che vi abitano da tempo immemorabile.

Una terribile e misteriosa malattia mi costringe a bere un litro di nitroglicerina. Perché?

Questo sarebbe stato un sogno degno di essere continuato ma l’uomo con cui giocavo a scacchi prima di nascere, mi ha svegliato.

 

Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegno inglese al liceo. A scuola coordino da molti anni il laboratorio teatrale insieme al regista Marco Angelilli e, insieme, partecipiamo ad un progetto internazionale di teatro scolastico. Ho pubblicato, per FrancoAngeli, un saggio nel libro La mediazione scolastica. Scrivo poesie e molte di esse sono presenti in antologie curate da vari editori come Perrone, Aletti, Poetikanten, Il Foglio Clandestino, Pagine. Nel 2015, una mia poesia si è classificata prima al concorso Augusto Tacca e, nel 2017, sono stata finalista al Festival della Lentezza con un racconto breve e al premio letterario Don Luigi Di Liegro. La casa editrice LietoColle ha scelto un mio testo per l’ Agenda poetica Il segreto delle fragole e la poesia Incontro come poesia del mese di novembre 2017. A febbraio, ne ha pubblicate dieci nell’Antologia iPoet 2018. La plaquette Inconcludendo, edita da Escamontage, è appena uscita. Miei testi sparsi si trovano sulla rete (Poetarum Silva, Patrialetteratura, Atlante delle residenze creative).