Giuseppe Gorlani

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Itinerarium mentis in Deum

I

I sogni, sottili e densi, sono un insieme di moti effimeri che chiamiamo “la nostra esistenza”. “Nostra”? La vecchiaia toglie tutto e lascia tutto. Ci sono una panchina, prati, alberi, il cibo, la musica, l’incenso; e non c’è nulla. Il desiderio non ha fondamenta. Che cosa resta da sapere o da dire quando se ne va? Eppure l’Ineffabile è bello e amorevole. Si lascia godere completamente. Condividere. È completamente gratuito. Non richiede nemmeno che si presti attenzione alle trappole retoriche.

La poesia è l’incedere claudicante dell’umano. Va centellinata, studiata, celebrata. Redime dalla cecità. Il poeta non è una carcassa adagiata nell’avello; egli vive la bellezza e in simile godimento sublima l’apatia in gioia. Cammina verso nord, seguendo il fiat lux nel semestre favorevole. Ma subito dopo osserva l’animo incupire lo scenario. E per il sole inizia il viaggio a meridione.

Che la biancheria stesa nell’aria mattutina asciughi pure. Sono magliette, lenzuoli, teli gialli bordati da greche rosse e verdi. Gli occhi si avvicinano al mare. Se ne allontanano. La luna sorge e tramonta. Possiamo persino abbracciarla. Due anime nei corpi si toccano. Ci sono tenerezza, gratitudine… mistero. E silenzio. Si staranno riconoscendo dopo essersi cercate a lungo? Bah, non ha la minima importanza. Le anime cadono qua e la.

Talvolta compare una cinghialessa o un merlo canta tra le fronde del frassino maggiore dilatatosi a ombrello. In uno sbuffo sparisce persino il celeste impero. Una nuvola muta in continuazione e parla. Dice Essere, Essere o Shiva, Shiva. Esattamente quello che hai dentro. Questi piedi hanno calpestato l’India. Hanno levigato i sentieri sulle montagne, mentre i sambuchi si seccavano nel futuro e si rigenereranno nel passato. Ora conversano con il trifoglio sotto il salice. Persuadono le rose a rasserenare il viandante.

II

L’ingenuo pomposamente avanza a proclamare proposizioni assennate. Che ci mostri la differenza tra l’adesso e il dopo, tra passato e futuro, tra la rosa lì o la rosa là. S’aggrappa alla fisica travestita da metafisica, peggio ancora, alla psicologia declinata in chiave evolutiva. L’innato trascende con l’assolutezza della sua immanenza le approssimazioni del sapere. Quale sciupio l’attardarsi nell’“assennatezza”.

Possiamo nuotare insieme per l’intera durata della notte. Alle note di tale canzone nacquero i Cavalieri del Sole: briciola su spiagge immense. Quelli che elogiavano l’estatica bellezza del nuotare, i Lindisfarne, sono già spariti. Tra i nuovi arrivati ve ne sono alcuni ansiosi di riformulare il sapere. Eppure ogni pretesa di aggiungere o togliere è vana: buon Dio, c’è solo il Sé, l’Atman-Brahman! Quelli aggressivi e sgradevoli urlano alcuni minuti, poi si gettano nella fornace. Affermano angosciosamente di star male. Che prestidigitatori! Altri si lasciano guardare un po’ più a lungo. Pur non possedendo Conoscenza, irradiano bellezza. Per esempio, una bambina minuta coglie margherite nell’aura protettiva dello sguardo materno. La madre la difende dal mostro che eleva i balbettii della ragione a dogmi e scioglie il suo fardello in amore. È il dharma al quale non può sottrarsi. Il padre in disparte, tuttavia, va convertito all’unione. Altrimenti attraverso fratture e incompiutezze l’armonia si esaurisce.

III

Come potremmo godere qualsiasi cosa, se innanzitutto non “godessimo” l’Ineffabile? Il linguaggio è tutto sbagliato, ovviamente. L’Ineffabile non è res extensa, perciò non vi è alcuna sostanza pensante che lo possa godere. L’Ineffabile in nuce è meraviglia e stupore, ma nel contempo va benissimo “pregiarlo” quando l’accento devia sulla prosaicità. Include noia, irritazione, stanchezza. Per molti è Ishvara. Quello che si rende accessibile al pensiero e che Swami Karapatri chiama “Il Principio Shiva”, Shivatattva, un tutt’uno con Parameshvara, Mahakala, il Grande Tempo.

A ben considerare, quante stupidaggini si dicono e si vivono sullo sfondo della Conoscenza. Il più delle volte l’attività cela voglie inappagabili o il terrore del silenzio. Non importa, non lascia traccia. Tutte le aspettative non lasciano traccia. Gli esseri palpitano pochi istanti e spariscono. Lo stesso vale per il volto in cui si specchia lo sprovveduto innamorato. Lo si chieda agli insetti, ai giganti, agli astri. È il samsara.

Non si procede oltre il sole se non immergendosi in esso. Così i discorsi tacciono. Compreso quello sul procedere oltre. Albeggia la poesia, l’apparentemente insensato. In realtà significato eminente, intelligenza, bellezza. Foglia e profumo d’erba, giovinezza, vecchiaia, distruzione creatrice. Poiesis porge il cielo più sereno, il mare più azzurro, la falce sibilante. Strappa via la solitudine. Soffoca le lagnanze. Per ogni spirito poetico c’è una siepe alla cui ombra “naufragare”.

IV

Plaudire la forza nel sussurro, il sussurro nella forza, il conoscitore di entrambi. In una piuma d’anatra innalzare uno tsunami capace di abbattere mura ciclopiche e nella possanza del macrantropo inchinarsi al tocco del neonato. Illazioni se ne possono trarre: tutte errate o quantomeno incomplete. Se la notte è illune per la presenza di fitte nubi, non è lecito dire che la luna non ci sia. Trascese le antinomie, abbandonate le preoccupazioni accidentali, si liberi la letizia. Che il facile trionfi sul difficile. In tal modo non resta nulla su cui mercanteggiare.

Frotte di cacciatori con segugi setacciano le macchie rinselvatichite; passano accanto alla contemplazione e non si fermano. Urlano, s’azzuffano circa la corretta formulazione di definizioni che non hanno alcuna importanza, ma riguardo all’essenziale sprofondano in pantani malsani, oltraggiano l’intelligenza. Hanno la mente altrove. Sostengono di perseguire la contentezza e la cercano nel composto di “carne, sangue, pus, feci, urina, tendini, midollo e ossa”*, pregiato quale unica realtà da difendere ad oltranza o da divorare. Non avvertono l’odore immondo, o lo ritengono inevitabile scotto da pagare. Non fuggono, né si avvicinano. Inutile chiedersene le ragioni.

Per contro, nel qui brahmanico, l’aere sereno non pretende aggiunte o sottrazioni. Nessun commento lo turba. Se non ci sono scale o appigli, chi allora potrà accedere alle parole mai vergate dai rishi assisi al riparo d’alberi vetusti? C’è un altro Veda oltre i Veda. In esso le domande perpetue trovano soddisfazione. Il Maestro potrà ben esigere che l’aspirante gli allevî il fastidio delle mosche. Parrà che la differenza giganteggi ed arda. Il giovane faticherà a tener sollevate le palpebre. Sarà però soltanto mera sovrapposizione. La rosa si introdurrà tra i due, risolvendoli nell’Uno senza secondo. E la divina marea della Ganga custodirà, ponendolo sull’altra riva, lo sguardo dei Sadhu immobili da millenni.

*Visnupurana, cit. in Vidyaranya, Jivanmuktiviveka, p. 176, Mi 1995.

V

Il suono “albero” non rimanda di necessità all’albero. C’è un verbo impossibile da enunciare. Sfugge alla loquacità e al silenzio. Lo si rivolge al Mistero per propiziare albe e tramonti, mentre le stagioni corrono, sfiorando foreste. È il sovra-umano, l’inintelligibile. Quel che resta del cielo si china e osserva con interesse. Rimira il lago in cui la luce trascina. Vede ogni istante raccogliersi in se stesso. Ascolta con cautela. Carezza con grazia. Esige l’abbraccio. Convince.

Quel che difetta e quel che eccede si equivalgono. Non sono necessari istanti speciali. Il dire o il tacere spontanei aborrono l’untuoso celebrare genetliaci. Diversamente, perché dovrebbero occultarsi agli occhi delle folle? E palesarsi al folle, al baul vestito di stracci che procede scalzo, ricco più dei ricchissimi, poverissimo tra i poveri, generoso, incondizionato?

Sorge spontaneo l’amore per il dire che si trasfigura in musica, per la musica che indugia tra le alghe. Potrebbe sembrare che nel banale pervaso d’inenarrabile il non sapere prevalga. E invece siamo intrisi d’onniscienza, di fronte alla quale non c’è alcun Adamo che nasconda alcunché.

Il tedio si allontana dal kouros indifferente alle incongruenze. Che un’era trascorra in pochi battiti di ciglia non lo turba. È puntualmente il momento giusto per accomodarsi nel camminare o nello scrivere o nel morire, assediati da nugoli di sensazioni tacitabili. Per ringraziare la Cuoca che ogni giorno ci delizia o il Maestro dalle cui braccia pendono i lacci recisi. Nella prima sembra che prevalga la condiscendenza al sensibile, nel secondo, severità, distacco. In realtà non irretiscono nella contrapposizione. Ambedue lodano l’Ineffabile.


Giuseppe Gorlani è nato a Longhena (Bs) nel 1946. Dai venti ai trent'anni ha viaggiato a lungo in Oriente e nel Sud dell’Italia, soggiornando in Afghanistan, Nepal e alcuni anni in India.

È poeta, grafico, saggista e musicofilo.

Suoi interventi sono apparsi in varie riviste letterarie e di studi tradizionali, tra le quali: Convivium, Paramita, Poiesis, I Quaderni di Avalon, Viàtor, Conoscenza, Atrium, Letteratura-Tradizione, Spiritualità e Letteratura, Quaderni dell’Associazione Eco-Filosofica Trevigiana, Vidya.

Suoi articoli e saggi compaiono in siti online quali: Centro Studi Opifice, La nube e la rupe, Est Ovest, Rassegna Stampa di Arianna, Per una Nuova Oggettività, Corriere Metapolitico, Centro Studi La Runa, Centro Paradesha, Vidya Bharata, Fondazione Julius Evola, Politicainrete, PoliticaMente, Heliopolis, ecc.

Presso Il Cerchio Iniziative Editoriali ha pubblicato tre raccolte di poesie e disegni (Radici e Sorgenti, 1989; La Porta del Sole, 1990, Premio Letterario “Città di Roma” 1991; Nel Giardino del Cuore, 1994, con Prefazione di Emilio Servadio), una traduzione dall’inglese dell’opera Nan Yar di Sri Ramana Maharshi col titolo Chi Sono Io? (1995) e la raccolta di saggi Il Segno del Cigno - Sulle Tracce dell’Ineffabile (1999), con Prefazione di Adolfo Morganti.

Un suo saggio, Hippie: sadhu d’Occidente, compare nel volume antologico L’immaginazione al podere – Che cosa resta delle eresie psichedeliche, a c. di A. Castronuovo e W. Catalano, Stampa Alternativa, Vt 2005.

Con la prosa La parola ha ottenuto il riconoscimento di “autore finalista” al XXIX Premio Lorenzo Montano, 2015.

Presso La Finestra Editrice (Lavis-TN) ha pubblicato: Anatema (2000), una raccolta di prose poetiche; Uomo e Natura (2006), una raccolta di saggi, con una testimonianza di Guido Ceronetti; Visioni del Soma (2010), una raccolta di prose poetiche e disegni; Il Filo Aureo (2012), una raccolta di saggi con Prefazione di Giovanni Sessa.