Romano Morelli

Se la poesia è un dono che non desidera reciprocità, lo è ugualmente anche quando arriva al poeta dal poeta stesso, e si offre all’altro: non solo per dire la parola, ma a volte e ben più, per dare una parola che aderisca a sé, in quanto cosa significante e molteplice. Ed è proprio con questa consapevolezza che il poemetto di Morelli si avvia e fluisce aprendosi il varco necessario “dall’orlo di un limite”. La scrittura e la lingua, che sono il fare e l’essere della poesia, per l’autore sono indiscutibilmente sostanza per respirare: dunque per vivere. Allora la parola, sottratta alla sua superficiale funzione ordinaria, è una peregrinazione senza meta precisa, anche in una direzione attenta al perdersi. Ciò vuol dire, un’occasione per trovare senso e ritrovarsi ricreando il mondo. Il linguaggio, dentro la voce che dice vibrando in ogni sillaba, può anche scomparire dalla visuale, ma i versi lo recuperano tra pause e interstizi muti, punteggiando i suoni e i sensi. Lì dove il dentro e il fuori sono vocalità ed eco. Morelli è attento a concepire la poesia nel tempo e nello spazio, dove “la presenza di un altrove” si innesta all’origine di un apparire sempre iniziale, sempre in continua diffusione. Perchè nella voce poetica il conflitto fra dicibile e indicibile è il segno che fonda il disegno (anche impossibile) del senso. Anche dove l’annuncio è oscuro, precisa senza nessun timore, l’autore. In questi testi, dunque, la significazione oltrepassa il significato, perché forma, direzione e percezione del sentimento hanno come unica valenza un pulsare inarrestabile.

 

Dalla sezione “Lasciare traccia”

 

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Tu non sei qui con noi: allora

per chi, perché, da dove parli?
 

                                              Dall’orlo di un limite,

                                              - varco e precipizio –

                                              da dove si vedono antiche latenze squarciarsi,

                                              le inquietudini ritrarsi nell’ombra,

                                              inaridirsi le domande

                                              e disperdersi a spettri le misure,

                                              relitti che si spengono su larghi abissi di futuro,

                                              aspettando nel crepuscolo che scompare i giorni mancanti.

 

 

Dalla sezione “Un difficile partire”

 

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Giunti alfine al bilico,
 

nella sosta costretti soffocanti d’attesa,

accecati e senza più voce,
 

non riconosciamo i resti avulsi

della nostra muta

che la terra accoglie e trasformerà in enigma,
 

mentre ci realizziamo ostaggi

rapiti dai tirannici compagni di viaggio

che abbiamo creato e nutriti.

 

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Di questo trepidare

mentre ti senti andare

traccio ricordo,
 

del momento in cui s’estinguono le memorie

e non concepisci un avvenire.
 

Di questo difficile partire.
 


Romano Morelli è nato a Liegi, Belgio, il 13 giugno 1953.

Vive e lavora a Padova.

Ha pubblicato:

  • E’ non è, Rebellato, San Donà di Piave, 1988. Poesie
  • Questo essere. Poesie 1988-2010, Mimesis, Milano-Udine, 2013. Poesie (segnalata al premio Montano 2013).
  • Su Hölderlin e il sacro, nel volume collettivo “Teologia della follia” a cura di M. Geretto e A. Martin, Mimesis, Milano-Udine, 2013. Saggio critico.
  • Ancora una riflessione sulla poesia e sul nostro presente (finalista al Premio Montano, 2014). Riflessione critica.
  • Possedere stretto un non avere: una lettura di “Entrata nel nero” di Ranieri Teti. La Clessidra, 1-2 2015 (numero pubblicato nel settembre 2016). Nota critica.