Carte nel Vento

Carte nel Vento

 

periodico on-line 
del Premio Lorenzo Montano

 

 

a cura di Ranieri Teti

 

periodico on-line del Premio Lorenzo Montano

Lorenzo Montano (1895-1958), il poeta cui è dedicato l'omonimo Premio organizzato dalla rivista "Anterem", nel 1956 ha deciso di pubblicare in volume i suoi "scritti dispersi" e li ha raccolti sotto il titolo "Carte nel Vento", volume edito da Sansoni.

Riproponiamo lo stesso titolo per la nostra rivista On Line, perché, come Montano, anche noi intendiamo mettere insieme ciò che il tempo ha "disperso" o il vento si prepara a fare.

(Per un problema tecnico del vecchio sito abbiamo irrimediabilmente perduto alcuni documenti dei primissimi numeri)

Marzo 2021, anno XVIII, numero 50

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 
Carte nel vento n. 50

Carte nel Vento

periodico on-line 
del Premio Lorenzo Montano

 


Questo numero esce “per tenere accese le lucciole”, per “prendere la poesia sul serio”, per raccontare le cose che “arrivano, si raggrumano nell’inchiostro, poi ci abbandonano, poi ritornano”: sono frasi contenute nei primi tre interventi, di Cristiana Panella, Beppe Sebaste e Mara Cini.

Per merito della cura e della sensibilità poetica di Cristiana Panella, siamo lieti di proporre, per la prima volta in Italia, un’opera di Christophe Manon.

Il Premio Lorenzo Montano del 2019, per l’edito, è stato vinto da Beppe Sebaste. Non essendo stato possibile effettuare una premiazione in presenza, pubblichiamo una sua lettera inviata alla giuria e la risposta di Mara Cini; a corredo, una scelta di testi tratti da “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro”, Aragno 2018, le note critiche di Mara Cini e Rosa Pierno, il brano musicale composto per il libro da Francesco Bellomi.

Questo numero contribuisce a ricordare (succederà anche nelle prossime tre uscite) l’edizione 2019 del “Montano”, grazie ai poeti e prosatori che vi hanno partecipato, tutti introdotti dalla giuria: abbiamo il piacere di presentare, con le loro vive voci, Sonia Ciuffetelli, Lia Cucconi, Daria De Pellegrini, Paola Silvia Dolci, Ugo Mauthe, Tommaso Meozzi, Stefano Modeo, Alberto Mori, Alessandra Paganardi, Angela Passarello, Sandro Pecchiari, Antonio Pibiri, Rossella Pretto, Francesco Sassetto, Massimo Viganò.

Notevole è il numero degli autori finora pubblicati su “Carte nel vento”: rappresentano la storia del “Montano”. Ancor più notevole è la qualità di molti interventi. La storia di questo premio così longevo è stata scritta nel corso degli anni dai poeti e dai prosatori che lo hanno attraversato. 
L’edizione in corso, la 35^, porterà nuove pagine da raccontare scarica il Bando della 35a edizione

In copertina: Mario Fresa, “Passaggio” (2009); olio, carta e inchiostro

Ranieri Teti

 

Prima pagina: Cristiana Panella presenta e traduce Christophe Manon; audio animato dell’autore

Prima pagina: Cristiana Panella presenta e traduce « Segni dei tempi » di Christophe Manon ; audio animato dell’Autore

 

Il testo di Christophe Manon qui proposto in traduzione, tra i cinque testi che compongono « Signes des temps », fa parte del progetto corale di prosa, musica e immagine, « Poèmes pour les temps présents », ospitato dal laboratorio di sperimentazione Ciclic. l’epifania, attraverso il frammento, di una memoria sociale che livella i corpi umani, animali, gli oggetti, i quattro elementi su uno stesso orizzonte ; che ne fa eventi equivalenti inscritti in un tempo dilatato e ciclico. le sequenze selezionate per i cinque Poèmes sono state attinte dall’archivio cinematografico di Ciclic : marine d’infanzia ; istantanee di pelle umana e animale partorite da una stessa madre dai nomi diversi ; fratellanza per dono di carni scoperte. loro malgrado, a loro insaputa. sequenze estranee e lontane tra loro, smagliate e cucite da un video all’altro a partire, in alcuni casi, da uno stesso filmato, dove lo spaesamento dato dalla scomposizione materiale della immagini crea nuove biografie, inverte intenzioni e valori, cambia il finale, secondo un principio di trasmissione che privilegia l’istante più che la narrazione. esistenze che scorrono nei gesti ripetuti : attese nascoste, regole, file, accadimenti crudi, gioie pudiche ancorate a piccoli mondi antichi. dolori lavici svelati e decodificati da una generazione all’altra, da una classe sociale all’altra, attraverso lo specchio della sofferenza altrui. ognuno ha i codici del suo sconosciuto in virtù della semplice condivisione della comune presenza al mondo, in uno svelamento reciproco di impotenza ma anche di potenza per istinto di desiderio, per memoria ostinata. tutto brucia, tutto è sacrificio di luce e fuoco. e là dove gli umani passano e scompaiono gli animali, presenze costanti dei cinque Poèmes, vegliano da magnifiche creature guardiane ; attraversano indenni il giorno e la notte.

La cifra poetica di Christophe Manon rispecchia lo SCORRIMENTO aleatorio di questa cucitura cinematografica. « Non mi interessano le storie […]. Quello che mi interessa è la lingua, la forma che si utilizza per esprimersi, per rendere manifesto, perché la lingua rivela una visione del mondo […], rendere conto del momento quando questo sfugge. Tentare di dire con le parole il momento in cui le parole vengono a mancare» (Johan Faerber intervista Christophe Manon, Diacritik, 29 gennaio 2019, trad. C. Panella). così come per il testo, la scelta dell’immagine per Manon non dipende dalla qualità o dal contenuto ma dalla capacità di portare una rivelazione, di suscitare uno sbigottimento, subito inghiottito dal lampo ordinario seguente. la vita è una successione allucinata, ossia presa-nella-luce ; un « canto brutale » e magmatico di enfiamenti. una preghiera laica alla dignità della rovina insita nella nascita, per eredità. una contemporaneità, quella di Manon, quella della poesia, che non è mai attuale. non è una sequenza pieghevole di atti ma un’evanescenza di gesti soli, precari e compiuti; rimasti al freddo, tranne per bagliori di leggerezza inconscia, fugaci ed eterni in una comunione poverella di invisibili beni vitali ; del retaggio inconscio ma stordente dei lutti ignoti di tutte le « moltitudini braccate ». una distopia che non è finzione, presentimento ma postura banale del quotidiano « ora noi viviamo in tempi di cenere e detriti, in un deserto disarticolato di gemiti e fuoco ». il fuoco e l’acqua sono due elementi onnipresenti nei Poèmes, elementi bifronti dell’infero e del superno : violenza e svezzamento d’amore, grazia vitale e annientamento.

Nella poetica di Manon la guerra, reale e metaforica, è guardata dal basso ; dagli occhi dell’infanterìa che offre l’innocenza dell’infanzia, di chi non ha parola, come carne da cannone. dagli occhi aperti e spenti con la bocca digrignata del soldato Lucien Geominne di Dubuffet ; un volto di contadino qualunque, pazzo qualunque, malato qualunque, bambino qualunque ceduto ad armi qualunque. la guerra è metafora della banalità non solo del male dichiarato ma anche di quello patito senza sapere dove guardare. delle schegge che inveiscono con neutralità, come in uno degli « ultimi telegrammi » di Manon : « gregge di cicloni furiosi stop papaveri predatori stop urla delle forche magnetiche stop grandi piogge di virgolette stop nugoli di carni avariate stop deserti di sterco stop coorti di suicidi stop città polverizzate stop universi in briciole stop » (da Qui vive, Dernier Télégramme/C. Manon, 2018 ; trad. C. Panella). e i primi cimiteri dei fanti sono posti banali per atti di morte banali. come un uomo avvolto dal fuoco che viene guardato senza fretta (Poème #5) ; stesso evento dell’eruzione di un vulcano, della colonna nera di un’esplosione, dello sparo che uccide un volatile partito dal fucile della giuliva cacciatrice che chiude il Poème #4. dopo aver gioito della sua mira punta la persona invisibile che le sta davanti, poi l’osservatore dietro lo schermo ; noi. uccello di carne o tiro a segno del Luna Park, stesso divertissement. perché l’accadimento è di per sé neutro, e per questo il dolore dei viventi più solo. e ripetendosi solo diventa folla. chiede dolcezza, compassione, indulgenza per tanta solitudine di massa, ogni volta, chiede.

« adoprarsi, alla fine, per far battere all’unisono i cuori di coloro che sono guardati e quelli di chi guarda », scrive Manon. per tenere accese le lucciole.

Autore e copyright della foto di Christophe Manon: Thomas Deschamps

 

Da Segni dei tempi #4

Christophe Manon

Traduzione: Cristiana Panella

 

Come la luce come sovente la sera come la luce declina e si stempera poi viene la notte, assolutamente come. O come se ci fossero loro, ci fossi tu, ci fossimo noi, ci fossero lui e lei, e noi fossimo tutti così tangibili, come vestiti di sogno e cambiando forma incessanti, e come opulenti, come manifesti, girando a una velocità vertiginosa sotto un vecchio cielo di ruggine, e tutto questo fosse di una dolcezza infinita. Come corpi vinti, come corpi trionfanti, come distesi insieme e simili sulla sabbia, felici forse a guardare il mare. E la risacca delle onde. Oppure era desiderio. O il vasto spazio che improvviso si apriva poi si richiudeva. Come se questo avesse una qualche importanza. È proprio questo, sì; è questo, che ci fu chiesto. "Qui più che altrove l'uomo può contemplare con spavento l'abisso di miseria dove l'hanno dato al precipizio lo spirito di violenza e il primato della forza". Ma pietà, disse lei, pietà. Pietà per la perdita delle rose. Uno due tre e quattro, e uno è già sempre abbastanza, è abbastanza ma troppo veloce. Ma non è un luogo, o così poco luogo. A stringersi gli uni agli altri. A giocare a nascondino. A risa scoppiate e urlare e cantare e dimenarsi e divertirsi e tutto questo perché? Perché? Oh, perché? E come fronteggiare? Come fare Segno di tutto questo? Camminando verso nuovi soli, sempre più grandi, e ancora più grandi, e non è finita. Poiché mai, no, mai noi siamo stanchi. Le tue labbra sulla mia pelle. Cos'è se non danza di particelle? Una presenza che forse non è un'illusione. Né sogno né vapore. Dove si annidano precisamente i morti nel loro giusto sapere. Un aereo. Un cane. Un bacio. Un trattore. Vecchie carcasse arrugginite in fondo ai filari di vigna. Un bacio. Un chilo di patate. Una domenica. Un quadrifoglio. Un coniglio abbastanza dolce da calmare la paura. E fabbriche e macchine e motori e solidi, anche questo è pensare. E fare fieno, mietitura, e non è niente, sii buono, sii buono per favore. Ad asciugare le lacrime. E cos'altro? È il suono della tua voce che mi commuove. Sotto Ogni Cucitura. La rabbia. La rabbia è il lusso autentico di uno splendore infinitamente rovinato ma che conosce il prezzo di un'emozione condivisa e nient'altro, nient'altro, e oltre. Da impiccarsi al tuo collo. È così tanto tempo che esisto, sai, e non posso dimenticare nulla. Se hai la testa altrove, adesso. Rosso. Rosso e nero, lo striscione dei possibili. Che sia lodato l'istante in cui in uno slancio improvviso mi prendesti per mano. È esattamente qui, la misura giusta. Mamma, sei tu, sei proprio tu, mamma, sei tu? Che abbiamo sete, in questo momento. Che loro si nutrono d'insetti e limacce. Che sono spavalde. Che sicuro ti piace se io adesso godo. Qui non più che altrove. Predatori e prede. La loro magra speranza di non scomparire. La loro immensa speranza di non scomparire. Ora che non è ora, ora. Riusciamo a ritrovarci in una grande confusione. Se il tempo lo permette. Un rospo, un uccellino, molto piccolo, o giusto piccolo. E grazie, grazie per averli qui. Cosa sono diventati? Lo so? A che età? Dove ci porterà, questo? Cosa significa? Che ne pensi, tu? Noi siamo a settembre, siamo ad ottobre, a novembre, a dicembre, a gennaio, siamo a febbraio. Morti, così tanti morti, sepolti senza funerale. Da perdere la faccia. L’antico mondo sempre si riaffaccia.

 

https://livre.ciclic.fr/labo-de-creation/le-labo-de-creation/christophe-manon-memoire/christophe-manon-poemes-pour-les-temps-presents-4

Lettura animata dell’Autore, apparsa su « Ciclic »

 

Comme la lumière comme souvent le soir comme elle décline et s’estompe puis vient la nuit, c’est tout comme. Ou comme s’il y avait eux, il y avait toi, il y avait nous, il y avait lui et elle, et nous étions tous si tangibles, comme vêtus de rêve et changeant sans cesse de forme, et comme opulents, comme manifestes, tournant à une vitesse vertigineuse sous un vieux ciel de rouille, et tout cela était d’une douceur infinie. Comme des corps vaincus, comme des corps triomphants, comme étendus ensemble et semblables sur le sable, heureux peut-être à regarder la mer. Et le ressac des vagues. Ou bien était-ce du désir. Ou le vaste espace qui soudain s’ouvrait puis se refermait. Comme si cela pouvait avoir de l’importance. C’est bien cela, oui, c’est cela qui nous fut demandé. « Ici plus qu’ailleurs, l’homme peut contempler avec effroi l’abîme de misère où l’esprit de violence et la primauté de la force l’ont précipité ». Mais pitié, dit-elle, pitié. Pitié, pour la perte des roses. Un deux trois et quatre et encore un c’est toujours assez, c’est assez mais trop vite. Mais ce n’est pas un lieu, ou si peu. À se serrer les uns contre les autres. À jouer à cache-cache. À rire aux éclats et hurler et chanter et se déhancher et se divertir et tout cela pourquoi ? Pourquoi ? Oh pourquoi ? Et comment faire face ? Comment de tout cela faire signe ? Marchant vers de nouveaux soleils, toujours plus grands, plus grands encore, et ce n’est pas fini. Car jamais, non jamais nous ne sommes las. Tes lèvres sur ma peau. Qu’est-ce sinon danse de particules ? Une présence qui n’est peut-être pas une illusion. Ni songe ni vapeur. Où nichent précisément les morts en leur juste savoir. Un avion. Un chien. Un baiser. Un tracteur. De vieilles carcasses rouillées au bout des rangs de vigne. Un baiser. Un kilo de patates. Un dimanche. Un trèfle à quatre feuilles. Un lapin doux assez pour apaiser la peur. Et usines et machines et moteurs et solides c’est penser aussi. Et de faire les foins, de récolter les moissons, et ce n’est rien, sois sage, sois sage s’il te plaît. À sécher les larmes. Et quoi d’autre ? C’est le son de ta voix qui m’émeut. Sous toutes les coutures. La rage. La rage est le luxe authentique d’une splendeur infiniment ruinée mais qui sait le prix d’une émotion partagée et rien d’autre, rien d’autre et d’avantage. À se pendre à ton cou. Voici si longtemps que j’existe, je ne peux rien oublier. Si tu n’as pas la tête à ça. Rouge. Rouge et noir, la bannière des possibles. Que loué soit l’instant où d’un élan soudain tu me pris par la main. C’est bien là la bonne mesure. Maman, c’est toi, c’est bien toi, maman, c’est toi ? Qu’à présent nous avons soif. Qu’ils se nourrissent d’insectes et de limaces. Qu’elles n’ont pas froid aux yeux. Qu’assurément cela te plaît si maintenant je jouis. Ici pas plus qu’ailleurs. Prédateurs et proies. Leur mince espoir de ne pas disparaître. Leur immense espoir de ne pas disparaître. Maintenant qui n’est pas maintenant maintenant. On parvient à se retrouver dans une grande confusion. Si le temps le permet. Un crapaud, un oiseau petit, très petit ou seulement petit. Et merci, merci pour les voici. Que sont-ils devenus ? Est-ce que je sais ? À quel âge ? Où cela nous mènera-t-il ? À quoi ça rime ? Qu’en dis-tu ? Nous sommes en septembre, nous sommes en octobre, en novembre, en décembre, en janvier, nous sommes en février. Des morts, tant de morts, ensevelis sans funérailles. À perdre la face. Le monde ancien toujours refait surface.


Cristophe Manon (Bordeaux, 1971) ha pubblicato una ventina di opere tra cui Extrêmes et lumineux (Verdier, 2015, Prix Révélation de la SGDL), Au nord du futur (Nous, 2016), Jours redoutables, avec des photographies de Frédéric D. Oberland (Les Inaperçus, 2017), Vie & opinions de Gottfried Gröll (Dernier Télégramme, 2017), Pâture de vent (Verdier, 2019), Testament (d’après François Villon), con un CD, (Dernier Télégramme, 2020). Ha lavorato per le edizioni Ikko, che fino al 2009 hanno pubblicato Henri Chopin, Michel Valprémy, Pierre Albert-Birot, Sylvain Courtoux, Vélimir Khlebnikov, Carla Harryman, Saint-Just, e per la rivista MIR. È autore di numerose letture pubbliche in Francia e all’estero.

Terza pagina/1, Beppe Sebaste e Mara Cini: epistolario intorno alla vita e al "Montano"; una nota di Cini; scelta di testi

Terza pagina/1, Beppe Sebaste e Mara Cini: epistolario intorno alla vita e al "Montano"; una nota di Mara Cini; scelta di testi da "Come un cinghiale in una macchia d'inchiostro", Aragno 2018

 

Cari amici e care amiche del Premio Montano e della rivista “Anterem”, buongiorno. Io vi ringrazio, anche se non vi ho mai incontrato, e anche se non so perché il mio libro abbia vinto il Premio Montano 2019. Forse, ho pensato, per avere l’occasione di parlare (di) poesia, di parlare il linguaggio della Lode (come si dice riferendosi al Divino) e cercare quindi di pulirsi la coscienza (cosa difficilissima). Lodare il Divino (sive Naturam, se preferite) e pulirsi la coscienza, sono la stessa cosa. Si fa con azioni diverse, una delle quali è appunto scrivere poesie, una pratica non priva di austerità che in altre lingue sarebbe definita “arte marziale”, o meglio: ”Via”. «Prendere la poesia sul serio», ha detto una volta Allen Ginsberg, significa praticarla «come una specie di sadhana, di sentiero sacro, o una forma di yoga». Non «come un’arte beneducata o una disciplina accademica, piuttosto una santità».

Se rientra nel suo orizzonte anche il premio che io avrei conseguito nell’anno 2019, l’anno del Covid, la faccenda si fa seria. Questo premio, e lo sfondo sociale, biopolitico in cui ha preso forma, è stato per molti un’ennesima conferma (per altri forse la scoperta) dell’assoluta impermanenza di ogni cosa e di ogni essere, di ogni azione, della fragilità irrilevante delle nostre umane aspettative e della nostra tenera illusione di programmare e affaccendarci per mantenere i programmi. Se la nostra consapevolezza si allarga e ne guadagna, non è tempo perduto. In questo senso, questo premio senza premiazione è stato un insegnamento dello stesso tenore, se non della stessa stoffa, di cui è fatta la poesia.

Un premio conseguito da un libro di poesie mi fa pensare all’incipit ioneschiano di una poesia contenuta nel mio libro, “Suonano alla porta”: “Quando suonano / alla porta / non si sa mai / se c’è qualcuno / o no”. Ecco, il premio Montano è stato per me una folata di vento di questo genere, un evento che non si sa se è accaduto o no.

Quando pensiamo di essere pronti a qualcosa, in realtà non siamo mai pronti. Credo che sia la ragione principale per cui scrivo poesie, sono tornato cioè a scrivere parole e frasi spezzate, inconcludenti e perentorie. Sempre di più ci accorgiamo che in verità tutto è frantumi, provvisorio, impermanente. Tutto. Non lo insegna solo il Buddha, lo insegna la poesia.

Queste parole non sostituiscono il discorso che avrei dovuto fare a Verona se il premio fosse stata occasione per parlare di poesia, parlare poesia, e rispondere anche al vostro invito a evocare la storia di Aelia Laelia, una “etichetta” (piccola etica) editoriale che contribuii a fondare quasi trent’anni fa, e che rivendicava il compito di pubblicare solo libri impubblicabili e necessari, quindi bellissimi (tra gli altri, di Amelia Rosselli, Carlo Bordini, Livia Candiani, Patrizia Vicinelli). Ma ancora non ho avuto io risposta alla domanda: perché mi avete premiato? Forse per parlare tutti insieme della nuda verità dell’accadere, del tempo, del kairos? Mi sono sentito, confesso, un po’ profugo: dal mio libro, dal premio, da un incontro con voi. Non è l’unica ragione per cui ho deciso di donare buona parte del premio a chi organizza accoglienza concreta per i profughi e i migranti – associazioni su base volontaria il cui lavoro benemerito e necessario viene puntualmente sgomberato da chi detiene le redini della legalità – come accade per esempio troppo spesso all’associazione Baobab a Roma. Forse la poesia esiste per questo, per andare oltre la legalità senza subirne troppo le conseguenze?

Credo che il sentimento e l’esperienza di essere profughi spieghi la poesia meglio di tanti discorsi. È quello che avrei detto a Verona sulla necessità di questa cosa fragile, questa impermanenza in atto, che è la poesia – una verità da non rinviare mai, da accogliere in ogni occasione senza indugio, senza scuse. Adesso. Qui.

Un caro saluto,

beppe sebaste

(Roma, 15 agosto 2020)

 

Caro Beppe Sebaste,

ti ho incontrato molte volte. Eravamo insieme dentro ai Narratori delle riserve (in quell’occasione ti ho visto a Cortona, in una specie di chiostro, mentre spingevi un passeggino e c’era un cane lupo. 1992?). Ti ho forse incontrato anche prima, negli interstizi della via Emilia, tra Mulino di Bazzano e Bologna, tra Patrizia e Corrado, tra Giulia e Franco Beltrametti. Ti ho seguito nel sentiero in-segnante dei tuoi libri (che poi mi sembra un solo Libro), chiedendo di te a Franca di Roma o riandando a quella volta che in una mattina di dicembre, gelata, costeggiai il lago di Ginevra (un viaggio in macchina dagli Appennini a Parigi), cercando di situarti anche in qualche geografia terrestre, oltre che poetica. Poi la sorpresa di trovarti tra i libri “da scegliere e premiare”, nell’intricata macchia degli inchiostri (ma con quel titolo ci voleva un disegno di Giuliano Della Casa!), come una rosa nell’insalata. Io so perché il tuo libro ha vinto il premio Montano…

Grazie.

Mara Cini (Anterem)

Lagune di Sasso Marconi, agosto 2020

Dice Sebaste “Niente è più comune di ciò che riteniamo intimo e personale, e niente è più condiviso del disorientamento del perdersi e del ritrovarsi. Insisto da tempo sul valore della soggettività…” Ecco la giustificazione per questa lettera.

 

 

Mara Cini per “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro” di Beppe Sebaste

 

Ritroviamo in questo libro di Sebaste la sua scrittura abitata. Abitata da revenants lontani nel tempo e nello spazio, improvvisamente presenti, al nostro cospetto. Sono apparizioni che in qualche modo ci riguardano, eventi casuali, disordinate illuminazioni che implodono tra il dentro e il fuori dove comincia il volo, e dove / l’immobilità.

Ritroviamo poesie-costellazione, geometrie temporali e geografiche, riverberi culturali e antropologici da Cézanne a Laurie Anderson, da inquadrature alla Hopper [lei è nuda davanti agli alberi sulla sedia] / [io la guardo al di là dagli alberi sul letto] / [con la maglietta bianca] a tagli verso l’infinito che ricordano l’ultima fotografia di Luigi Ghirri.

Ritroviamo molteplici annotazioni, conoscenze e saperi emotivi che albergano in chi scrive e in chi legge. Ecco è questo rimbalzo che vivifica i testi: il pulviscolo del pensato, del guardato, del detto, del vissuto che torna ad essere pensato, guardato, detto, vissuto…rinnovandosi nell’epifania, nella condivisione di un breve momento.

Le poesie del Cinghiale si sfilano da una lettura letteraria, se pure, alcune, squisitamente letterarie nei loro riferimenti stilistici. Da Corrado Costa (proprio di fronte davanti agli occhi / sulla strada che è linea di separazione / degli avverbi: sopra e sotto / proprio di fronte vanno davanti / agli occhi…) a E.E. Cummings (Cara, poiché tu sei una persona / (e vedo le tracce dei tuoi piedi / sulla neve che mi hanno preceduto) / cara…), da Ginsberg (Che io possa amare e essere amato / che io possa illuminare e essere illuminato/ prego ti prego / Ti. ) a Beckett (chi parla / chi è? / chi dice / “chi è”? / Chi è che dice / “chi parla”? / Silenzio. / Quale “silenzio”?).

Sono poesie scritte in un lungo arco di tempo, poesie sparse come si dice, che coincidono di volta in volta con un accadimento, uno sguardo, una lettura, un incontro. Depositati sulla pagina, i frammenti, immagini latenti mai veramente isolate le une dalle altre, ridisegnano disordinate geometrie interiori un po’ come le amate “impressioni fotografiche” di Francesca Woodman.

A volte sono perfetti oggetti-poesia (La poesia non parla di / non dice qualcosa su / ma parla con / è parte della cosa di cui parla / è evento dell’evento del dire / che dice). A volte sono canovacci, idea di romanzo (ecco, la scena è questa, ed è breve (loro non sanno perché stanno lì a guardarlo) / dopo proseguono…) a volte insensate performance (una volta ho suonato a casa mia / a lungo /non mi sono aperto / forse non c’era / nessuno eppure / sentivo chiaramente / trattenere il fiato / dietro la porta).

La scrittura per Sebaste è un viaggio dove è possibile non vedere neanche una parola, è una prova, come nella vita, non sempre superata (mi piacciono…le frasi vuote che falliscono e cadono).

La scrittura è un luogo e un tempo senza unità di memoria che rileva un passato / tanto più remoto quanto più recente. I ricordi di altri improvvisamente sono i nostri. I sentieri che abbiamo percorso portano in luoghi dove non siamo mai stati ma che altri descrivono con i nostri occhi Scrivere è lasciare segni invisibili e / poi vederli.

Le cose (qualunque cose voglia dire) arrivano, si raggrumano nell’inchiostro, poi ci abbandonano, poi ritornano, poi ci abbandonano Lo scrivere…è forma e non è forma come il bagnasciuga / quando le onde disfano ogni segno / che i tuoi piedi e le tue mani subito ricreano...

 

 

Beppe Sebaste, da “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro”, Aragno 2018

 

Parco centrale

diciamo “c’è un albero”, ma

non vediamo realmente l’albero

(...) 

proprio di fronte davanti agli occhi

sulla strada che è linea di separazione

degli avverbi: sopra e sotto

proprio di fronte vanno davanti

agli occhi con la bicicletta vanno

e possono essere uomini

sulla linea di demarcazione

o donne di differenti età o anche

vecchi col giornale oppure

bambini col gelato

(...)

 

Ho fatto molte letture
 

(...)

più tardi compirò un endecasillabo spontaneo “lèggere

fin che non mi viene sonno”

 

ho fatto molte letture di poesie

chi scrive una poesia e poi la legge

crede di avere chiuso un cerchio

è una sensazione idiota e sai che i cerchi

non esistono

e ogni cosa è rotta

 

mi piacciono le parole semplici e le parole rotte

le frasi vuote che falliscono e cadono

 

Disegni amati [Desseins a(n)imés]

A Juliana Reining

 

[lei ha preso le misure sulle sue spalle prima di farlo]

[lei è nuda seduta sulla sedia e fuori il cielo è rosa]

[la finestra nel disegno non si vede ma dalla finestra si vede la gru]

[io sono dietro o di fianco disteso sul letto con la maglietta bianca]

 

[tra lei e la gru c’è la finestra]

[io vedo lei che disegna davanti al vetro]

[lei mi vede dalla gru]

[io sono il vetro, e scrivo le frasi]

[lei è il vetro, non ha gli occhi e disegna]

 

[ci sono gli alberi dentro la finestra]

[lei è nuda davanti agli alberi sulla sedia]

[io la guado di là dagli alberi sul letto]

[con la maglietta bianca]

 

[io sono in basso a sinistra, nel disegno]

(...)

 

La neve di Zermatt

 

Cara, poiché tu sei una persona

(e vedo le tracce dei tuoi piedi

sulla neve che mi hanno preceduto)

cara io ti tradirò sempre per lasciare

le mie tracce, per poter dire

“sono solo” nel mio naufragare

davanti a questa nostalgia (questo

naufragio) e sentirmi perduto

e perdermi, e dirlo:

 

Camminare in silenzio. Ogni tanto

fermarmi. Sulle punte degli alberi

uccelli cinguettano. Guardare.

 

Preghiera

 

(...)

Che io possa amare e essere amato

che io possa illuminare e essere illuminato

prego ti prego

Ti.

Pietà per me pietà per ogni essere

che io possa onorare il mio corpo la mia natura

che io possa onorare la natura di ogni natura

prego. Ti prego

che

io possa a lungo pregare

che io possa essere felice così come ogni essere

prego. Pietà.

Ti prego pietà. Prego pietà di me di ogni essere ti prego. Ti.

 

(suonano alla porta)

 

(...)

Quando suonano

alla porta

non si sa mai

se c’è qualcuno

o no

 

non si sa quasi

mai niente

di quello che c’è

da una parte

o dall’altra

della porta

 

una volta ho suonato a casa mia

a lungo

non mi sono aperto

forse non c’era

nessuno eppure

sentivo chiaramente

trattenere il fiato

dietro la porta

(...)

 

Sorgente

 

La poesia non parla di

non dice qualcosa su

ma parla con

è parte della cosa di cui parla

è evento dell’evento del dire

che dice,

nasce insieme,

come acqua sorgiva,

come bere acqua

dalla sorgente

 

Idea per un romanzo n.2

 

(...)

c’era Easy Rider in televisione, interrotto dalla pubblicità – l’acido

fatto al cimitero con le donne –

         ma c’era una scena nuova (c’è sempre una scena nuova quando

si rivede un film – o quando si legge un libro)

         che non mi ricordavo (ora non me la ricordo) (ora penso solo      

al blues di dylan prima della loro morte) (ora penso a un pensiero

che avevo guardando il film, sul valore dei nomi, sui nomi che hanno

le esperienze, e senza i quali non abbiamo memoria)

         il carnevale, ecco, loro che vanno fuori dal bordello con le

loro donne e camminano (le donne vanno fuori dal bordello e

camminano coi loro uomini)

         loro che camminano e vanno per le strade a vedere il carnevale

isterico nella città – ci sono tante cose pazzesche da vedere –

         ma loro escono dalla città (non era quella la scena)

si ritrovano in una periferia molto vasta con le case, poche, bianche,

         quadrate, si fermano,

ora sono chini a guardare un cane morto, accostato al marciapiede –

ecco, la scena è questa, ed è breve (loro non sanno perché stanno lì

a guardarlo)

         dopo proseguono, e vanno verso il cimitero

 

Scrivere su: fare - l’amore

 

Scrivere nel vuoto. Lo scrivere crea

il vuoto. Immagina

una grande superficie colorata

che muta di continuo,

è forma e non è forma come il bagnasciuga

quando le onde disfano ogni segno

che i tuoi piedi e le tue mani subito ricreano,

ma a colori.

Saltelli sui colori come Harpo che si arrampica

sui neon intermittenti fino al cielo

 

Scrivere è lasciare segni invisibili e

poi vederli.

Esempio di scrittura: l’amore.

Occorre il vuoto per realizzare un abbraccio.

Scrivere nel vuoto, scrivere il vuoto.

L’abbraccio crea l’abbraccio dove

c’è il vuoto, dove (non) c’è

nulla. Poi  

l’abbraccio si scioglie.

Dove è andato l’abbraccio quando l’abbraccio

si scioglie?

Scrivere campi di colore immensi,

impronte d’infinito che debordano

ogni idea, ogni parola al di là di essere

e non essere.

(...)

 

Terza pagina/2, Francesco Bellomi: musica per il poeta Beppe Sebaste

Terza pagina/3, Rosa Pierno su "Come un cinghiale in una macchia d'inchiostro", Aragno 2018; bio dell’autore

Verificare l’esistenza della realtà per mezzo del linguaggio. Vedere che cosa si vede quando si pensa e che cosa si vede quando si parla. Forse non è possibile distinguere le cose che si osservano se non nominandole. I rami di due alberi che s’intrecciano e il vuoto fra le loro foglie. Con il linguaggio possiamo ordinare: le foglie che stanno dietro o sotto. L’obiettivo vero è il vedersi guardare. Divenire consapevole della propria produzione, della propria realtà. Se mai dovesse emergere che il linguaggio semplifica a tal punto la complessità del reale, allora il tono dovrebbe divenire lieve, scivolare sulle cose, rifrangersi e da quelle involarsi, il che è quello che accade alla scrittura di Sebaste. In “Scrivere”: “Un raggio di sole / sul cristallo liquido del computer / imbroglia le parole / manifesta le cose”. Una leggerezza che giunge fino al punto di mettere in dubbio ciò che si conosce, il significato di alcune parole-chiave. Che cosa vogliono dire esattamente le parole di uso comune “qui”, “adesso”, “io”, “tu”, e che cosa si sta realmente percependo, persino, come da beckettiana memoria. Il baratro tra vocaboli e oggetti, a volte, si richiude miracolosamente e immotivatamente. Si possono fare bilanci, ripescare nozioni nel libro autobiografico. Di certo lo spazio risulta sgangherato, rifratto, la sua immagine mai complanare e allora anche il tempo non ha più una direzione. Il silenzio sembra essere l’unica entità a priori e nel silenzio la voce inesausta di Beppe Sebaste risuona finché può parlare.

 


Beppe Sebaste è nato a Parma nel 1959 e ha abitato in vari luoghi. Dopo anni di poesia underground ha esordito poco più che ventenne nella narrativa con L’ultimo buco nell’acqua, scritto con Giorgio Messori (1983). Negli anni Ottanta è tra gli ideatori e fondatori delle edizioni di ricerca letteraria Ælia Lælia (libri di Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli, Peter Bichsel, Livia Chandra Candiani, Carlo Bordini e altri). Ha pubblicato racconti (Café Suisse e altri luoghi di sosta, 1992, Niente di tutto questo mi appartiene, 1994, Oggetti smarriti e altre apparizioni, 2009); romanzi (Tolbiac, 2002, HP. L’ultimo autista di lady Diana, 2004, poi 2007, Fallire. Storia con fantasmi, 2015) e saggi tra cui Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997, poi Libro dei maestri. Porte senza porta rewind, nuova edizione accresciuta 2010).

Tra i suoi ultimi libri Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (2008, 5a ed. 2013). Ha tradotto opere di Jean-Jacques Rousseau, Emmanuel Bove, Nicolas Bouvier. Vive attualmente a Roma e a Narni, dove ha dato vita a un “luogo per le arti” denominato Stanza - Ci sono Cieli Dappertutto.

Sonia Ciuffetelli, videolettura della prosa inedita “La colonizzazione invisibile”, premessa di Mara Cini

 

La parte più interessante del testo di Sonia Ciuffetelli mi pare la sezione dove le riflessioni “sociologiche” dell’autrice di stemperano in un fermo-immagine di prosa poetica denso e senza sbavature.

Lì vediamo due donne che a distanza si ascoltano e si dimenticano in una intermittenza luminosa, in una bolla di pixel. Lì, al momento, ci siamo un po’ tutti noi, nel nostro presente “tecnologico” che ci fa davvero dire ieri non avevi capito, oggi è già passato.


 

La colonizzazione invisibile

 

Quando si trova in una strada di Vancouver o nell’estrema periferia di Roma sente poca differenza. Quel senso di libertà soffocata è lo stesso. Ovunque si collochi, in qualsiasi punto dei due luoghi, è sopraffatto dall’ombra riflessa. Non ha più amici di carne né gente che si ferma a parlare, a ridere, a discutere. Gente che faccia assemblee per parlare dei problemi comuni. Succede anche a lei, ovunque vada. Succede anche ai loro vicini e a gente conosciuta nel web, pseudo anonima. Cambiare posto e sentirsi infastiditi da un’ombra indesiderata. I Paesi, quando diventano più ricchi, sono più tolleranti e i cittadini si sentono più liberi. Eppure c’è un’ombra lunga. Esprimiamo la nostra personalità così liberamente e con un certo determinismo da diventare spesso smodatamente egocentrici. Lui e lei dimenticarono presto quel passaggio costruttivo e necessario attraverso il quale fu costruita la società democratica: l’impegno collettivo.

Oggi però i due comunicano. Comunicano tra di loro e con gli altri. Mettono in comune, da comunicare. La poeta appartiene al loro mondo, l’artista pure, e ogni figura, ogni persona. La poeta guarda dalla vetrina e ha occhi attenti e, in tasca, parole speciali. Perciò guarda le donne e gli uomini fare le stesse cose in più parti del mondo.

Nelle moschee talvolta dopo la preghiera gli uomini si ricongiungono con le loro donne e si fanno un selfie. Li ho visti farlo. Non è lo stesso selfie che fanno due innamorati qualsiasi sulla scalinata di una qualunque chiesa italiana?

E comunque quando comunicano in realtà condividono un’informazione con un gruppo o con un singolo. Ma il gruppo crea un nuovo significato comune. Quando parlano, nel senso, quando dialogano, costruiscono un significato comune. Il dialogo è democratico dunque.

Prova. Quando dialoghi l’ombra è dietro di te e non la vedi. Il vantaggio della vita collettiva era mettersi a confronto e costruire la capacità di pensare per il bene di una comunità, di individui correlati fra loro. E la democrazia funziona se noi cittadini abbiamo una visione condivisa del mondo in cui viviamo.

Eppure non sta andando così. E quella che poteva essere una straordinaria opportunità dialogica e di condivisione collettiva, Internet, proietta sulla nostra strada un’ombra lunga sovrapposta ai nostri passi, ai nostri tasti, ovunque siamo.

 

I

Più tardi mentre il tempo fugge al controllo

ti sfaldi in un pugno di scaglie: non possiedi.

Ieri non avevi capito, oggi è passato.

Due donne si raccontano e ricostruiscono le distanze perdute

parlano la stessa lingua e sono di colori diversi

tra i loro atomi intercorre

un mondo di bit che faticano ad integrarsi. Cortocircuito.

Si incontrano come per caso sapendo che il caso non c’è.

Nei loro occhi la panna assorbita nella bolla di pixel, la condivisione.

Una si assorda di elementi cliccati e salvati l’altra dimentica.

 

II

Dopo, molto tempo dopo, qualcuno aveva capito che si chiamava intelligenza ambientale.

Gli oggetti posseduti rivelano chi siamo. Le preferenze.

Avevano previsto tutto ma non lo sapevamo.

La colpa non è l’ignorare ma il non aver immaginato.

Costerà sempre di meno impiantare una polvere geniale negli oggetti

sequenziare ogni genoma al costo di un panino.

A quel punto la tentazione di aggiungere i dati estratti ai profili sarà corrosiva.

Resisteremo umani [?]

Il filtraggio comporterà un deplorevole sforzo di immaginazione

e le domande giuste da porre al gigantesco flusso binario non sarà più un problema.

Il codice imparerà. Saprà formulare da solo le domande.

Parlare seduti sulla pietra di un gradino è in disuso,

non siamo più integrati, soli interconnessi.

Abbiamo dimenticato gli odori, li compreremo presto, sotto forma di sostanze artificiali.

 

III

Si tratta di profilo persuasivo. Lo forniamo, punto per punto.

Mentre un tempo riservavi una quota al tuo sogno bambino

ora credi che il sogno possa avverarsi investendo.

Eppure il tuo tempo è una quota oraria prezzolata e inodore

che non difendi più dal nemico che hai lasciato entrare

e mescolarsi al tuo spazio:

parla con te coi toni amici delle cose famigliari

e tu non lo riconosci.

Adesso abiti dove lui ti ha chiesto di stare.

Ti confidi con lui come si fa quando ci credi.

Coincidere con la propria quota di sogno ammazzata

diventata investimento temporale senza nessuna garanzia di successo

fa fornire i tuoi contenuti interiori, stati d’animo, alterazioni umorali,

al metodo centrale che registra, fagocita e distingue una tua giornata sì

da una tua giornata no. Il castigo è la cecità. È il non capire.

Il funzionamento del sistema poiché il sistema non è dotato

di sangue e brevità né di fasci nervosi e sinapsi,

permette di applicare alle idee gli identici processi applicati ai prodotti.

Perciò devi smetterla di fidarti in nome della gratuità e dell’illusione bieca.

Perciò mentre le tue difese si abbassano sarai raggiunto

da una propaganda politica che ti darà il brivido improvviso

di un amore che ti spettina.

La persuasione è invisibile, contraria al principio per cui affidi

le tue rivelazioni soltanto ai più cari, ai tuoi amici.

Il castigo è che non te ne accorgi. È l’asimmetria della relazione.

L’identità ha smesso di sorridere al modo dell’era cartacea

scopre i denti

da quando l’hai regalata in forma liquida a un mostro informe

che non somiglia al mito, non si compara con la fantascienza.

 


Sonia Ciuffetelli si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Roma La Sapienza. Esordisce come scrittrice con Ordinaria nevrosi dell'anima, edito da Tracce nel 2003. La sua raccolta di racconti dal titolo Lampi d'ingenuo conquista il primo posto al Premio Nazionale Logos per inediti e viene pubblicata nel 2008 dall'editore Giulio Perrone.

Nel 2010 Sonia Ciuffetelli pubblica la raccolta di poesie Petali di voce, editore Giulio Perrone. Numerosi suoi racconti e poesie sono pubblicate in antologie. La sua poesia dal titolo Come il moto della Luna è stata inserita in Rosso da camera, antologia poetica curata da Letizia Leone, con poesie di Dacia Maraini, Tomaso Binga, Jolanda Insana, Serena Maffia, Cetta Petrollo, Gabriella Sica, Patrizia Valduga, Giulio Perrone Editore, 2012.

È docente di italiano e storia nei licei statali. Specializzata in didattica della scrittura, organizza corsi ed insegna scrittura creativa.

Del 2016 è il suo saggio storico-biografico Non ho vergogna a dirlo, Portofranco editore.

Del 2017 è il suo romanzo Un velo sulla memoria, Augh edizioni.

Nel 2018 pubblica per l’editore Arcipelago itaca, La farfalla sul pube, libro di poesie.

Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali ed oggi è presidente dell’associazione culturale Le Muse Ritrovate. Nel 2017 ha curato come direttrice artistica il festival letterario Weekend d’autore svoltosi all’Aquila con 11 autori ospiti. Organizza eventi culturali e manifestazioni finalizzate alla promozione della poesia e della narrativa.

 

 

 

 

Lia Cucconi, videolettura dalla raccolta “Dimensioni nell’essenza dell’accesso”, nota di Giorgio Bonacini


Ciò che fin da subito sentiamo, leggendo queste poesie, è che la parola di Lia Cucconi non teme lo spaesamento che a volte subisce la mente nel confronti del silenzio. Non però una situazione di sottomissione, bensì ricca di tratti labirintici e di capovolgimenti significativi dovuti, a suo beneficio, alla “complicità della memoria”. L’autrice mostra un pensiero di lucidità e astrazione così concreto da misurarsi, in ogni dimensione pensante, (e senza mai sviare in percorsi più facili) con elementi perturbanti, ma ricchissimi di materiale poetico: il riflesso di una fuga; l’orma precaria del dire; l’inafferrabile riverbero di un ombra. E senza mai dimenticare, in tutto questo, che la forma della voce interiore, grazie al suo inafferrabile sentimento del senso, sopporta anche il tempo della fragilità e dell’abisso.


III. Dimensione: abbaglio


Esilio di nuvole senza soglia

raccontato da riflessi di luce

sorvegliati e avvolti dai veli assolti

nel pensiero d’una porta che ricade

nello stupore della solitudine.

Poi la restituzione è silenzio

le cui pareti di cripta emettono

chiuse persiane oltre ogni verbo e nota

nella complicità della memoria

dipinta in forza a traslato corpo.

 

VII. Dimensione: passi

 

Incunaboli passi: dimensione

temibile nel labirinto chiave

dove lo spazio indicato è foro

d’uno specchio legato all’occhio curvo

simile a un chiasmo d’ornati plurali.

Lunghi presagi di mura e legacci

d’acuti aprili dentro nubi lente

dementi uscite alfine d’un confine

da dogana limite mai percorsa

nella percossa orma dentro all’io evento.

 

XI. Dimensione: obliquità 

 

Obliquità squilibrata al pensiero

negli interstizi estremi dello spazio

senza luogo d’accesso alla costanza

che non svela intrecci deposti, ma,

un tempo di fragili abissi lenti

dove l’istante mormorio non luce

è fluttuante reazione in dispersi.

 


Lia Cucconi. Docente di Attività Espressive. Ha pubblicato 9 libri in Italiano e 10 nel Dialetto di Carpi (Modena). Ha ricevuto critiche e riconoscimenti nelle due espressioni linguistiche, fra i quali: 1° Premio Noventa-Pascutto; 1° Premio Paolo Bertolani-LericiPea; 1° Premio Carlo Levi; 1° Premio Salva la tua lingua locale Campidoglio-Roma; 1° Premio Poesia in forma Landays Torino. Ha pubblicato poesie in antologie e riviste nazionali e in rete nelle due forme linguistiche, sostenuta da critici del settore, volgendo la sua sensibilità artistica nella Poesia lirica, civile e sperimentale, completandola con l’insegnamento verso la preparazione delle insegnanti dell’infanzia.

Daria De Pellegrini, audiolettura (voce di Annunciata Olivieri) da "Altalena sui larici", nota di Laura Caccia

Audiolettura

Nell’alternarsi di sé

Quali movimenti del pensiero e del sentire dispiega Daria De Pellegrini in Altalena sui larici? Nell’oscillare da una stagione felice a una spaesata, da momenti desideranti ad altri dolenti del proprio vissuto?

Un andare e tornare tra le memorie dell’infanzia e un presente smarrito, un affondare e riemergere tra gli scorci di una natura aspra e il rimpianto per le figure parentali, un altalenare di sentimenti tra sfide e rapine, aperture e ferite, come fioriture precoci o tardive.

La spinta che si prendeva sui rami dei larici per lanciarsi in volo e poi tornare, finendo spesso rovinosamente a terra, non appare solo un ricordo di giochi d’infanzia: i versi sono tutti attraversati da questa tensione, nel desiderio di alzarsi in volo, come a inseguire “un corpo vivo di donna” e insieme dalla necessità di riportarsi al punto di partenza “per restituirmi a me stessa / tornando”. E, ancora, dal continuo franare, compiere il movimento sbagliato, venire sbalzati a terra. Esemplificati anche dalla rapina dei frutti, dalla presenza rapace della “morte che dura e respira”.

E non solo: l’altalenìo colma i testi del suo movimento, nell’oscillazione del ritmo e dei versi, attraversati da continue cesure grafiche a rimarcare la caduta, lo spezzarsi del dire. In una spinta poi, di nuovo, tesa a ritrovare parole sospese, mezze frasi che Daria De Pellegrini definisce “un lavoro incompiuto”, nella sua sofferta e desiderante sfida poetica: quasi una fioritura fuori stagione. O meglio: in una “quinta stagione”.


 

Da: LA QUINTA STAGIONE
 

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è la nostra quinta stagione / io

lei / le zanzare / nessun altro ad agosto

in giardino / il caldo / troppo / strappa

vive le foglie dei pioppi / vago il gesto

dal petto alla fronte / scomposta poi

la mano rinuncia / invoca muta

il cristo che sa / com’era fiorire

e vedersi prendere i frutti
 

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inatteso / un guizzo di serpe increspa

lo stagno / vigile torna tra le alghe

lo sguardo / anche la voce ritrova

le sillabe / mezze parole fanno

quasi una frase / chiede scusa come

per un lavoro incompiuto

 


Da: ALTALENA SUI LARICI


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l’aria ha pensieri in forma di foglie

 

altalena sui larici fioritura

di abeti / frassino messo a frenare

la frana sotto il fienile / susini

insidiosi a scalarsi / non si dava

la grazia di arrivare ai frutti maturi

 

la strada ha disfatto il giovane

bosco che mio padre sognava

foresta / resta ramaglia / cortecce

ruvide e rughe scavate / eppure

continuo ragazza nel gioco / sfide

e pretese / incollare di resina

e miele la lingua al palato / spargere

arachidi sui sentieri dell’orso

 

amare la bestia che patisce la gabbia

 

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velenosa questa fioritura

ad ottobre / trattengo la lingua

nella chiostra dei denti / non dire

l’affetto / la pena

l’offesa / le voglie

altalena continua / colchico ha nome

il fiore tardivo / fiorisce sbagliato

sentendo febbraio

nella brina d’autunno

 

 

Da: ALLA PORTA DEL SONNO


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anima di avanzi di stoffa / inseguo

un corpo vivo di donna / nel grigio

che sale da terra a spegnere la fiducia

dell’alba / viene radente dalla palude

uno stormo di uccelli / non aveva segnali

tra gli equiseti il pozzo

scavato di frodo

 


Daria De Pellegrini è nata a Falcade (Belluno) nel 1954. Ha insegnato Italiano e Storia negli Istituti Tecnici dal 1976 al 2014 (nel quinquennio 2003-2008 in un liceo tedesco). È autrice di romanzi (tra gli altri La locanda dei folli, Campanotto 1994, Fiorenza, Mobydick 2002, Ragazzi nel Bosconero, Mobydick 2002, e Marion, Nuovi Sentieri Editore 2011) e di racconti (con Se fu tuo destino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica nel 1998, con Nelle case dei Dorf il Premio nazionale letteratura per l’infanzia “Sardegna” nel 2005, con Das Ersatzkind il Premio Frontiere-Grenzen nel 2017).

Occasionalmente ha scritto testi poetici nel ladino-veneto arcaico del suo paese natale, vincendo diversi premi, tra cui nel 2015 il “Premio Città di Corridonia” e il Premio “Poesia senza confine” di Agugliano E appunto dal 2015 scrive poesie in italiano.

Con la silloge inedita Fare il pane ha vinto la Sezione Poesia del Premio “Leone di Muggia” nel 2016.

Con la prima raccolta Spigoli vivi (Interno Poesia Editore 2017, prefazione di Franca Mancinelli) si è classificata al terzo posto al Premio Nazionale di Poesia “Luciana Notari” e ha vinto il Premio di Poesia “Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi”.

 

 

 

Paola Silvia Dolci, audiolettura dalla raccolta “Bestiario metamorfosi”, nota di Laura Caccia

Audiolettura

Tra mostri e prodigi

Una parola desiderante abita bestiario metamorfosi di Paola Silvia Dolci: in bilico tra il reale e l’onirico, il conscio e l’inconscio, l’irreale e il simbolico, il fiabesco e il mitico.

Di quanti livelli di rappresentazione la poesia riesce a farsi carico? A conferma del domandare “esistono diversi gradi di realtà? Come per le malattie?”, l’autrice ne snoda i molteplici piani attraverso prose poetiche, diari giornalieri, versi, citazioni e disegni. Introducendo personaggi fiabeschi e mitici, con riferimento ai bestiari medioevali, alle metamorfosi ovidiane, alle favole orientali e nordiche. E aprendo versi come specchi deformanti, in cui la realtà viene modificata e distorta, tra speranze e timori, sogni e terrori, desideri e paure.

I mostri, che attraversano il Bestiario, hanno per Paola Silvia Dolci le stesse caratteristiche della parola che li designa: una cosa straordinaria dalle caratteristiche mirabili, un prodigio, dall’etimologica del termine, così come una cosa contro natura, dai connotati deformi e spaventosi.

Per questo, in alcuni testi, pare di entrare in un dipinto di Chagall dove umani e animali convivono su un piano diverso di realtà. E, in altri, in un quadro di Munch, quando le metamorfosi si fanno mostruose, tra gli aspetti inconsci di sé e la realtà storica più terrificante, i campi di stermino nazisti, per cui “Ogni notte scrivo sul braccio il tuo nome”.

 

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Che tipo di creature sono?
 

E che cosa ci dice la nostra risposta?
 

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giorno 1
 

pos 42°49.24’N 10°45.81’E, vento teso, Libeccio a 17 nodi, si formano piccole onde nelle acque interne, ti amo, ti abbandono per non tornare mai più, non ti abbandonerò mai, ho ricordi di te che non abbiamo vissuto, gli uomini mi fanno volare, non mi fanno scrivere meglio, scrivere, scrivo meglio da sola, salgono a sera e sciamano per la barca
 

dottore, esistono diversi gradi di realtà? come per le malattie?
 

gli alberi delle navi sono antenne, legnetti, matite e oscillano

 

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giorno 4
 

pos 42°47.93’N 10°42.81’E, siamo caduti nel mare dove nascono i mostri, là sotto, un’Ondina: “la paura sembra maggiore del desiderio o esattamente uguale”

 

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Passeggiare intorno, cercando di immaginare la scena.

Ogni notte scrivo sul braccio il tuo nome.
 

Ho girato tre volte l’anello di ottone

della Schöner Brunnen.

Un uomo correva in bici, senza mani,

con le braccia aperte, ridendo forte.

Norimberga è stata ricostruita con le ossa dei palazzi

distrutti dai bombardamenti, ma

al Dokumentationszentrum Reichsparteitagsgelände

ne parlano come se fosse qualcosa

che non ci riguarda.

Ogni volta che torno in Germania continuo a pensare

che i volti che vedo siano quelli dei figli, dei nipoti,

dei pronipoti dei nazisti eppure sono anche io

la nipote di un assassino.

Di cosa ho paura?

 

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il cammino diventa buio

stanotte continuavo a sognare


 

io sono un altro fantasma

che si aggiunge a quello del passato


 

egli apre la bocca e io vengo assorbito


 

c’est cette flamme

que je dois retrouver


 

io sono la stessa bambina

devo uccidere un drago al giorno
 


Paola Silvia Dolci, ingegnere civile. Diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. Collaborazioni con riviste letterarie. Direttore responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse.

Tra gli altri ha tradotto Maxine Kumin, Galway Kinnell, Christian Gabrielle Guez Ricord e Albert Camus.

Nel 2015 ha partecipato, su invito della Fondazione Roma, alla 9^edizione dell’evento internazionale Ritratti di Poesia.

Nel 2017 ha partecipato a RicercaBo 2017, laboratorio di nuove scritture.

Selezionata per il Premio nazionale Elio Pagliarani, finalista ai premi Myosotis e Bologna in lettere, è vincitrice del premio Guido Gozzano nella sezione poesia inedita.

Suoi testi sono stati tradotti, oltre che in inglese, in francese e in spagnolo.

Libri: Bagarre-Lietocolle ed. 2007, NuàdeCocò-Manni ed. 2011, Amiral Bragueton-Italic Pequod ed. 2013, I processi di ingrandimento delle immagini-Oèdipus ed. 2017.

Ugo Mauthe, videolettura dalla raccolta “Vizio perverso”, nota di Laura Caccia


 

Malati di parola

Che la poesia sia il vizio perverso, che dà titolo alla raccolta di Ugo Mauthe, viene chiaramente dichiarato dall’autore:“è un classico finisce la giornata / inizia la poesia - non c’è verso / di smettere questo vizio perverso”. In contrasto, però, con il titolo, i testi si muovono con leggerezza ironica e sospesa, quasi a testimoniare quel vertĕre contenuto nell’aggettivo, quel volgersi silenzioso che risuona, quella folata di vento che porta altrove.

Vizio per il verso, dunque. E, insieme al verso, per il poco. Attraverso azioni di sottrazione, di cui l’autore si fa carico, nel rendere essenziali i suoi testi, come per effetto di erosione naturale. O come per malattia poetica, per la quale ironicamente si pensa anche alla ricetta, ma dalla quale non si cerca guarigione.

E i versi esprimono tutto il profondo e il sofferente dell’esistere. Dal sommerso enigmatico, che ci riguarda, alla superficie commerciale e acre del presente. Dalla percezione errante degli umani alle via crucis quotidiane. Alla parola Ugo Mauthe affida il senso della nostra navigazione. Come un vizio, un’abitudine radicata e persistente a dire.

Un’alterazione del linguaggio ordinario, la poesia. Che risuona della febbre del nostro errare di “terrestri navigatori”, del mistero sommerso, della tensione ad uno spazio altro.


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Da: involontario narciso

l’umano rosario si sgrana

escheriana sintesi di ultimi e primi
 

in fila sul filo che tutti trapassa

scivoliamo nel nostro mistero

 

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sulle rive di un lago scuro

niente letterarie memorie di rami

solo magri rami di memorie 
 

niente traghettatori solo noi

terrestri navigatori
 

silenziosamente

grideremo una parola che non è

terra - tu spera sia cielo

 

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Da: fotogrammi

 

c’era il silenzio

di sempre uguali pomeriggi domenicali

c’erano le tre del pomeriggio

di pomeriggi indifferenti - e c’eri tu

tu che altro non sei

che io in quelle ore lazzare

di morte domeniche

 

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è un classico finisce la giornata

inizia la poesia - non c’è verso

di smettere questo vizio perverso

 

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Da: la cognizione del poco
 

ti scrivo da quel luogo

che fa la differenza fra esserci

e scomparire

 

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lenzuola sfatte in fragili grotte

rifugi di tardivi sospiri - ultimo fiato

di un tempo abbandonato
 

è ora di alzarsi terremotando

nostalgie

 

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con la saggezza del proverbio

con la leggerezza della discrezione

con la cognizione del poco
 

potremmo ancora darci molto
 


Ugo Mauthe è un pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Accanto alla scrittura pubblicitaria ha sempre coltivato quella letteraria. Nel 2017 con la fiaba “Sem fa cucù” ha vinto Racconti nella Rete e il premio Miglior Autore al Fiabastrocca. Nel 2018 ha pubblicato con Giovane Holden Edizioni il romanzo “Qunellis”, una particolare favola nera post apocalittica e post umana. Nello stesso anno è uscita la raccolta di poesie “Minuziosa sopravvivenza”, Il Convivio Editore, che ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi, fra cui il secondo posto al Premio Il Meleto di Guido Gozzano. Suoi racconti, fiabe e poesie sono stati finalisti o premiati in molte manifestazioni, fra cui Albero Andronico, Argentario, Bukovsky, Pietro Carrera, Città di Castello, Città di Cattolica, Giovane Holden, Carlo Levi, Lorenzo Montano, Percorsi Letterari, Tomolo Experience, Andrea Torresano, Tra Secchia e Panaro. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.

Tommaso Meozzi, videolettura della prosa inedita “Far west”, premessa di Mara Cini


Un racconto di impianto “tradizionale” perfettamente risolto, un po’ straniante con dentro e Kafka e Carver: la sgradevole sensazione delle su spalle magre, scoperte era stata sempre così ruvida e opaca la pelle di mia moglie?

Una storia dove il quotidiano è destabilizzato da un personaggio borderline, l’estraneo cow boy che, in realtà, abita latente dentro di noi, ci interroga e ci stupisce con il suo arrivo inaspettato sulla porta di casa. 

Tommaso Meozzi - Premio «Una prosa inedita»


Tommaso Meozzi (1984). Nato a Firenze, dottore di ricerca in Letterature Comparate, ha lavorato come lettore d'italiano all'Università di Bonn, tenendo corsi di lingua e cultura italiana. Attualmente è lettore di italiano all’Università di Augsburg. Con la raccolta di poesie La superficie del giorno (Le Cáriti, 2010), ha vinto, nel 2013, il premio Contini Bonacossi-opera prima. Il suo racconto La badante è uscito sul n. 78 (aprile 2017) di Nuovi Argomenti. Nel 2017 ha ricevuto il premio della giuria nell'ambito del Premio Rimini per la poesia con la raccolta Inquieta alleanza, pubblicata nello stesso anno per Transeuropa. Sul numero 92 di «Atelier» (dicembre 2018) è uscita la sua silloge inedita Dove sei. Ha pubblicato un volume sulla distopia letteraria (Visioni dell’alienazione, Pacini, 2017) e, tra gli altri, articoli su Dino Campana e Paolo Volponi.

Stefano Modeo, videolettura da “La terra del rimorso”, Italic 2018, nota di Giorgio Bonacini


Se possiamo definire la poesia un’attività in cui il cambiamento è il suo movimento connaturato, ci sono libri, come questo, che ci confermano questa idea. Modeo, infatti, ci dà una scrittura che è vera e propria esperienza del sentire e della mente. E il segno a fondamento di questi testi, lo dice l’autore fin dall’inizio, è “un verso che risuona straniero”. Chiediamoci allora se potrebbe non essere così. Perché l’atto di poesia (comunque e dovunque venga fatto, per stili, modalità, luoghi, riferimenti e ogni altra singolarità propria) è sempre estraneo alla consuetudine normale e normativa della lingua ordinaria. “Le parole sono tante le idee sono poche”: così l’autore condensa la pratica della sua poesia. Ciò di cui la poesia ha bisogno è la povertà della parola, che si arricchisce continuamente, quando si concentra e aderisce alle cose. Un’adesione che non significa, però egocentrismo o personalizzazione. L’io poetico non è mai il soggetto che scrive, bensì una collettività interiore che sovverte la falsa comunicazione. E’ un no, precisa Modeo, che dice se stesso diffondendo il contrasto e capovolgendo l’esclamazione no! Dove il punto esclamativo diventa la i di noi. Per ritrovare ciò che si è perso nelle ”nenie consonantiche dei giullari” di “popolo senza vocali naturali”.

 

 

*

Volo all’altro capo del paese
ciò che lascio ogniqualvolta
è un verso che risuona straniero
un’onda di mare che brucia salina
quella ferita mal ricucita di spina.
Un’umanità indecorosa e piena di grazia
dalla faccia istruita alla violenza del sole.
Torno all’altro capo del Paese
lascio una lingua, una gestualità.
La vita fatta a rottami dove rullano i tamburi
e le notti randagi
di giovani padri
di baci rubati.
Arrivo all’altro capo del paese
mio nipote è già un uomo con delle parole
lo sentirò comprendere e descrivermi dove vive
mi dirà forse un giorno a che punto è la guerra
riconoscerà a fondo ciò che io chiamo: la terra
del rimorso

 

*

La piazza semivuota del tuo cuore.
Hai percorso la piazza.
Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:
tra la gente cercavi la tua gente.
Scarpe e volti nella piazza mattutina.
Le parole sono tante le idee sono poche.
Sei tornato a casa e hai scritto una poesia:
la leggeremo in piazza, risuonerà alta:
nella piazza semivuota del tuo cuore.

 

*

Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta
riportarla nei laminatoi a freddo
Lingua bene comune!
(poi: additarsi le destre passioni, stanarle)
Non imitare: uccidere lo standard:
A morte l’io.
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione
No!:
sovvertire il punto esclamativo:
noi.

 


Stefano Modeo (Taranto, 1990) vive e lavora come insegnante a Ferrara. Ha pubblicatonel 2018 La Terra del Rimorso per la collana Rive (ItalicPequod) con una nota diRoberto Deidier. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati o si è parlato del suo libro suYAWP: giornale di letterature e filosofie, Poetarum silva, Poesia del nostro tempo, Midnight megazine, Atelier poesia, sulla rivista Poesia (Crocetti editore), Nuova Ciminiera. Ha collaborato con il web magazine Siderlandia.it.

Alberto Mori, videolettura da “Minimi vitali”, Fara Editore 2018, nota di Mara Cini


Sono minimi ma non trascurabili eventi questi trascritti da Alberto Mori, appunti di un quotidiano che registra piccoli, continui, significativi scarti di varia geometria vitale.

Sono fotogrammi che si spalancano in paesaggi o, più spesso, dilatano piccoli particolari e curiose apparizioni visive, catturando in contrappunto bisbigli, fruscii, movenze…

Sono fotogrammi che generano soste e attese. Sono gesti-ideogrammi a frugare dentro pieghe

d’ odori, frasi che rigano la luce, coni d’ombra, perimetri a macchia, gocce sospese per un attimo.

Sono fotogrammi come rinnovati risvegli dell’occhio e della parola, quando il cortocircuito sguardo-suono-mano-pensiero riflette, per un attimo, nel frammento, qualcosa di compiuto.

 

 

*

Fra due rettangoli bianchi

un suono elettronico

varia geometria vitale

 

*

Il passaggio del suono

sale acuito

In modulato debole

si spegne

Il fischio resta aperto

nell’aria della pioggia finita

 

*

Oltre

Vicino al binario

Vede scavo concluso

Una base cubica

Qui il palo sale liscio nella luce

 

*

Riassetto tenue

Neppure nulla immagina

 


Alberto Mori, poeta e performer, ha sperimentato l’interazione di diversi linguaggi artistici: poesia sonora e visiva, installazione, video e fotografia. Numerose le pubblicazioni editoriali, tra le più recenti Canti digitali (2015), Quasi partita (2016), Direzioni (2017).

Alessandra Paganardi, videoletture da “La regola dell’orizzonte”, Puntoacapo 2019, nota di Rosa Pierno

Il racconto affonda i piedi nel terriccio ancora umido del passato, ancora foriero di raccolti e per questo ogni ricordo merita la coniugazione del verbo al presente e trova la propria classificazione etica nel tempo della stesura poetica. Scene che forse erano già scolpite nella natura come un destino, ma che bisognava decifrare dopo avere accumulato esperienza: “la bellezza ti ha tagliato via / sei rimasto per sempre” o aver vissuto l’intera esistenza. Comprendere equivale allora a leggere, ripercorrendo all’indietro, risalire, ritornando ai passi originari. A riprova, raggiungere la comprensione di quel che è accaduto non vuol dire poter modificare qualcosa, invertire la rotta. È semplicemente un perlustrare fino alla sorgente e lì tirare i fili. Inoltrandosi nelle sezioni della silloge, si fa ancora più forte lo stridìo tra la volontà dell’individuo e la forza della natura, mentre appare ancora più inefficace la scrittura che di questo scontro vorrebbe essere il saldo. Ma forse bisogna solo cambiare angolazione e, anziché trovare la legge unificante, che tutto lega, assentire “alla sorpresa di un verso inaspettato / come un abbraccio”. Mettere in atto strategie delicatissime come elitre di libellula e vivere, “dimenticare un attimo la sera / volare incandescenti un giorno ancora”.

 

***

Uno stridore di corteccia

la falena barbagianni scontava

la disonesta affinità con l’albero

l’astuzia mendace della natura

una falange di bruchi bulimici

vendemmiava le foglie

la spigolatura fu

una chimica azzurra

il giardino tornato origami

 

***

E’ una ferita la gioia

lascia sul muro lo schiaffo di un’ombra

l’allerta delle cellule

– paura primordiale dell’attacco

dell’insetto dagli occhi così inutili

penetrato di notte con le stelle –

per questo da bambino

dopo il frastuono della risata

ti guardavi le vene

 


Alessandra Paganardi è nata a Milano nel 1963. Attualmente è presente nella redazione della rivista letteraria internazionale “Gradiva”, nella giuria del premio omonimo e in quella del premio “Gozzano”. Ha tradotto autori anglofoni e francofoni fra cui: Carnevali, Breton, Barnes, Braque e Stevens. Sue raccolte di poesie: Tempo reale, Joker 2008 (premio San Domenichino 2009); Ospite che verrai, Joker 2005, (ristampa 2007). Plaquette: Frontiere apparenti, Puntoacapo 2009; Vedute, Ibiskos Ulivieri, 2008; Binario provvisorio, Seregno 2006; Potevamo dire l’assenza, Crimeni, 2005. È autrice di Saggi critici, aforismi e narrativa. Ha vinto i seguenti Primi Premi per la poesia: “Europa in versi” (2016); “Alda Merini” (2013), “Astrolabio” (2009), “San Domenichino” (2007 e 2009), “G. Gozzano” (2007), “D’Annunzio e la Versilia” (2007), “Dialogo” (2003),  La pazienza dell’inverno, Puntoacapo 2013 (premio Operauno) e La regola dell'orizzonte” (2019).

Angela Passarello, audiolettura da “Bestie sulla scena”, Il Verri Edizioni 2018, nota di Rosa Pierno

Audiolettura

Il bestiario di Angela Passarello “Bestie sulla scena” appare subito straniante nell’apparente semplicità della descrizione con la quale la poetessa lo compila. Gli animali vi sono descritti e disegnati, accerchiati da un’analisi che porta a galla l’esistenza del diverso. Quell’impossibilità di definire le forme viventi che circondano l’essere umano, e che di fatto estranee non sono, poiché ne condividono l’ambiente e l’esistenza, capovolge, di conseguenza, l’assunto. A fronte della mancata definizione concettuale, che consentirebbe di misurare la reale distanza tra umano e animale, ogni volta diversa con il suo mobile confine, esiste una misura comune, di cui queste brevi lasse e poesie sono testimonianza: nulla da misurare nel mondo: il mondo è lo spazio condiviso degli esseri viventi. Il mondo è per definizione l’esistenza di sé e degli altri.

 

La civetta

Il suo richiamo attraversava i muri delle case. Ogni notte accompagnava il sonno degli abitanti. Il suo verso era temuto perché considerato segnale di lugubri profezie.

Anticamente, disegnata accanto a Minerva, veniva apprezzata per la sua saggezza.

Le striature dell’occhio, simili a quelle di un felino, incarnavano in sé la misteriosa indole degli uccelli notturni.

Nessuno era riuscito a catturarla, nello scenario restava sacra e intoccabile.

 

Il passero

Nel nido era stato uovo accanto ad altri. Il becco spalancato aveva atteso il cibo. Una peluria quasi piumata lo aveva coperto. Nel primo volo di stormo era caduto, a testa in giù, sulla rosa canina. Con gli occhietti nerissimi, tondi, aveva esplorato il giardino. Aveva beccato i moscerini nell’aria. Cinguettante aveva raggiunto la tegola. In città va in cerca di briciole, al bar Centrale.

 


Angela Passarello, nata ad Agrigento, vive e lavora a Milano. Ha insegnato nelle scuole elementari lingua francese e la lingua italiana agli alunni stranieri, nelle scuole medie. Crea forme con l’arte ceramica e narrazioni pittoriche. Ha pubblicato le raccolte di racconti Asina Pazza (ed. Greco @ Greco1997), di poesie La Carne dell’Angelo (ed.  Joker, Novi Ligure 2002), le prose poetiche Ananta delle Voci Bianche ( I Quaderni di Correnti,Crema2008). È presente nelle antologie: Versi Diversi (edizioni Melusine, Milano 1998), Poeti per Milano (Viennepierre, Milano1998), Milano in versi, 2006; Rane e L’Uomo, Il Pesce e L’Elefante per I Quaderni di Correnti; L’amore dalla A alla Z, 2014; Ha collaborato con La Mosca di Milano. Ha fatto parte del gruppo delle Melusine. E’ stata cofondatrice e redattrice della rivista Il Monte Analogo.

Sandro Pecchiari, audiolettura della poesia inedita “Stanotte dormo fuori, premessa di Ranieri Teti

Audiolettura

La ballata notturna “Stanotte dormo fuori” è rischiarata, metaforizzata, dai vividi colori di un semaforo in un esterno notte urbano, quando le luci sono basse come i bagliori del firmamento, evanescenti in un’assenza che si traduce in un’assenza di parole. Possiamo immaginare questo deserto, il continuo, alternato lavoro del semaforo sotto la flebile persistenza delle stelle.

Sandro Pecchiari mette in scena la civiltà della poesia, la forza della poesia quando si fa civile.

Il poeta si addentra in uno scorcio di umanità ai margini, passando da un “verde da sotto sottobosco” a un rosso “come un sorriso di fiammiferi bruciati tutti assieme”, fino a un giallo che “è ansia di divieti”: ci porta, nella pulsione della notte che vive celandosi, nel suo segreto nascosto.

Pecchiari riesce a rendere mirabilmente il passaggio da un sottobosco di cespugli, dove passano la notte i senza dimora, al vero sottobosco umano, quello delle “folle domenicali”, “della gente che ti guarda come se fossi un virus”.

 


 

 

Antonio Pibiri, audiolettura da “Il prezzo della sposa”, L’Arcolaio 2018, nota di Rosa Pierno

Audiolettura

Nessuna cosa resta intonsa sotto lo sguardo di Antonio Pibiri: “una cancellata s’infoglia”, e nemmeno il suo corpo è esente da trattamenti depistanti “Il mio corpo accelerato.”. La denuncia dell’illusione letteraria è a suo modo un’ulteriore illusione, poiché dal linguaggio non è possibile uscire. E i rivolgimenti a cui Pibiri lo sottopone hanno come obiettivo di saggiarne i limiti semantici e sintattici. Ma straniante è la percezione stessa: “Chi trovi ogni volta al tuo posto?”. Quello che si costruisce con la lingua è uno specchio di quello che si percepisce, forse solo meno mobile, per questo vi è ogni volta la necessità di ricominciare daccapo. Gli inserti visivi, immaginari con i quali Pibiri costruisce le sue poesie appaiono a tratti forzati, come lo è il senso sottoposto a una virata surrealista. La realtà in tal modo appare pregiudicata due volte, una dalla sua traduzione linguistica, una perché la percezione stravolge e frattura. Il risultato non è mai ricomposizione. Non esclusa da questa verifica anche l’insufficienza linguistica: come dire i colori dei quadri di Van Gogh? Come parlare dei quartetti di Bartok? “Se sapessi scrivere io non scriverei”: ecco la palestra inesauribile di Pibiri.

 

 

***

 

Un ventaglio di esitazioni.

I viali mandorlati, il portico.

Sangue rinvenuto tra le carte

o s’intuisce un fiore

di breve erudizione.

Giacometti spiegato da mio figlio.

L’Eternità a una data ora del giorno.

Febbre in viso. Il cigno colpito a morte

sulla spalliera di glicini.

Un negozio di ferramenta salpa

si allontana tra foglie d’acqua.

La luce con discrezione nel tempio calvinista.

Il cervellotico decapitarsi appena.

Torre di cavalli blu, sette palazzi celesti.

Le mansarde degli scrittori

sui giardini di Lussemburgo.

Ceneri: il bardo nel cimitero del Vermont.

Malgrado non sia teca il mondo fanne inventario,

per nenia, fumaio, poema…,

 

 

***

 

Il ponte di legno è crollato

per mutarsi in barca,

un raggio d’acqua

in fiume.

È crollata anche la casa,

voleva scendere

più rapida delle scale

giù a piano terra,

ai cancelli – uscire

dalla promessa di piccole crudeltà.

Per questo è crollata.

 


Nato a Sassari nel 1968, dopo la Maturità Classica Antonio Pibiri sviluppa attenzione verso la scrittura creativa e la Musicologia, formandosi da autodidatta. Nel 2010 con Lampi di stampa (Milano) pubblica “Il mondo che rimane”( Premio della critica, Ottobre in Poesia, Sassari, e Menzione d’Onore – Premio Lorenzo Montano, 2011). Nel 2014 “Le matite di Henze” con lo stesso editore. Nel 2016 la sua terza pubblicazione: “Chiaro di terra” con l’editore Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, di Forlì (Segnalato dalla giuria al Premio Lorenzo Montano, edizione 2017; Primo posto per Opera edita al Plics di Sassari, ed. 2017). Gli viene assegnato sempre nel 2017 il Premio Vp-Sardinia, arti contemporanee e ricerca, coordinatamente alle istituzioni letterarie di Austria/Salisburgo. Nel 2018 pubblica “Il prezzo della sposa” con l’editore L’arcolaio, segnalato all’ultima edizione del premio Lorenzo Montano (2019). Nel 2019 il libro trova spazio critico nell’Antologia di Marco Ercolani: I fuochi complici. Ha scritto sulla sua opera: Cesare Viviani, Antonio Devicienti, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Daniela Bisagno e altri.

 

Rossella Pretto, videolettura dalla raccolta “Dark love”, nota di Laura Caccia

Lady narrante

L’opera shakespeariana, riletta dal punto di vista femminile: in Dark love - Ipotesi ladymacbettiana, sullo sfondo dell’eterno dramma, con versi ardenti, colmi di passioni e di abissi, Rossella Pretto ripercorre le tappe di un rapporto straziante, immedesimandosi nella protagonista di una situazione di coppia votata alla perdizione.

Un amore, fosco e buio, che nasce innocente e si fa passione cieca, volta a divenire presto “perversa battaglia”. E che emerge ancora prima: da un nulla in cui “niente era se non ciò che / non era”. Lo stesso nulla con cui, a cornice della narrazione, si conclude la raccolta, a stemperare violenze e inquietudini, sangue ed ardori.

Si tratta di un nulla reale o scenico? E la storia è realmente vissuta o solo recitata? Riguarda singoli individui o destini comuni? In un gioco di scambio in cui “non sono lei, neanche me”, i piani si intersecano di continuo. E la parola, tra disperazione e grazia, è insieme smarrimento afasico e dono.

Soprattutto, però, è la passione per la narrazione a prevalere. Rossella Pretto, nel prendersi carico del ruolo di cantore del fato e dei drammi dei mortali, si fa soprattutto Lady narrante: di “una lady tutta mia da incarnare e cantare” così come “dell'eterna storia di un amore nero” e “degli incrociati destini” degli umani.

(La raccolta nel frattempo è stata pubblicata nel 2020 da Samuele Editore, con il titolo di “Nerotonia”)

 

***

Vi fu un tempo in cui non vi era

nulla

puoi concepirlo, lo posso io?

nulla e dunque neanche il tempo e noi

non c'eravamo, io e te non c'eravamo

e non c'era inizio

alle nostre discussioni

seduti nello studio a tentare

l'improbabile

accordo o in una sala, in piedi per terra

con i nostri tanti corpi da suonare

a volte tutti altre solo uno.


 

E in quel tempo che non c'era, un tempo

del sentire di esserci

perché in quanto a esserci io ero ancora

nessuno

una strega gettò i suoi occhi

tra quelli che dovevan essere i miei piedi

la paglia nella testa che svelava vaticini

la mia arsa e vuota

incantata dall'imbroglio

di poter bastare a me stessa.


 

E niente era se non ciò che

non era.


 

Così dal buio senza tempo

emerse il dettagliato tempo del noi

l'incisione che sbozza nell'istante

le parole, nostre

queste che io ti dico, le tue

e quelle che per giorni

abbiamo gettato al vento

quelle vane

che ci han portato fin su questo palco

il molteplice filtrando

dal setaccio di altri corpi

 

(……)

 

Di corpi dapprima

passione cieca e inesausta

corpi ineguali e anelanti

nel di lui cercare il varco

stampo e marchio

nel di lei disporsi all'accoglienza

nonostante l'inane battaglia

nonostante

perché già intuiva che la perversa battaglia

era ormai vinta e già persa

 

----

 

Chi fui se non

aedo e coppa

dell'eterna storia che narra

di un amore nero

degli incrociati destini e tutti

che nel ventre trattengo

ma fuori infine rovescio

in parole in-canti?

 


 

Rossella Pretto, veneta di origine, ha vissuto a Roma dove si è laureata con una tesi sul Macbeth della Compagnia dei Quattro; ha lavorato come attrice, presentatrice Rai e adattatrice dei dialoghi. Vive a Vicenza da quando ha scoperto l'amore per la scrittura. Alcune sue poesie sono pubblicate nell’antologia del Premio Luzi. Fa parte del Premio letterario A. Fogazzaro. Condirige la rivista di critica letteraria Satisfiction e collabora alle pagine culturali di Alias- Il Manifesto. Collabora anche con la rivista letteraria L'Ottavo, con una rubrica su Karen Blixen.

Ha partecipato due volte al premio Montano, ricevendo menzione speciale per un breve saggio su Macbeth e per un racconto intitolato Erbarme dich.

Francesco Sassetto, audiolettura della poesia inedita “Roxy Bar”, premessa di Ranieri Teti

Audiolettura

Dono del poeta è anche quello di offrire un nuovo immaginario, grazie a lui il “Roxy Bar” si popola di persone che incontriamo quotidianamente, e non di “star”.

“Tutto è come sempre”, scrive Francesco Sassetto in questa poesia che rappresenta uno spaccato di ordinarietà, tanto preciso e particolare da diventare generale. Il poeta registra come se riprendesse con una ideale cinepresa, offre repentini cambi di inquadratura tra l’interno e l’esterno del bar, tra questo e quel personaggio che lo frequenta. In questo mondo deteriore così ben descritto non sappiamo nemmeno se la scena è ripresa in una città o in borgo, in una periferia; ma sappiamo che questa forse inconsapevole e diffusa infelicità “non è inferno né paradiso, probabilmente neanche purgatorio”.

La grazia di Sassetto, il suo non giudicare, riesce a rendere vivo un mondo che sembra non esserlo più, registrando una quarta dimensione, quella del sopravvivere: “niente di più, niente di meno”.

 

Roxy Bar

 

Una donna gioca con le macchinette,

tiene d’occhio la carrozzina piantata

in mezzo al bar, il cinese gentile

al bancone fa i caffè, grazie, prego,

un euro, sorride, lava le tazzine.

 

Dal maxischermo il frastuono assordante

di un concerto rock.

 

Una ragazza guarda fuori se piove

ancora, fuma, aspetta qualcuno o

forse no

esce sotto il tendone

fradicio d’acqua sporca, si accende

un’altra sigaretta.

 

A tratti i colpi secchi della macchinetta,

la donna impreca, non ha mai vinto

niente.

 

Tutto è come sempre, nessuna

apparizione, nessun colpo improvviso

di vento, solo pioggia che scende.

 

Il bambino nella carrozzina adesso

piange, la donna gli grida di star buono

ché lei ha da fare, riprende a giocare

borbottando piano.

 

Non è inferno né paradiso, probabilmente

neanche purgatorio.

 

E’ il nostro usuale galleggiamento,

il pane quotidiano.

 

Niente di più, niente di meno.

 


Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università "Ca’ Foscari" di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall'editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.

Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.

Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni.

Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.

 

Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.

Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.

Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.

Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.

Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.

 

Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

Massimo Viganò, videolettura della poesia “Lamentazione di Teodoro Dostoevskij nella fortezza di Omsk", nota di Ranieri Teti

Massimo Viganò, videolettura con animazione della poesia inedita “Lamentazione di Teodoro Dostoevskij nella fortezza di Omsk (frammenti apocrifi)”, nota di Ranieri Teti

 

Nell’incipit e nell’ultimo frammento, “tau”, si generano correnti testuali di rara efficacia: nella scomposizione e nella ricomposizione dei versi si coglie con precisione un caos interiore, lo spaesamento del soggetto, l’inafferrabilità della vita. Non è un caso che queste punte del poema si trovino all’inizio e alla fine: l’autore ha immesso questa circolarità stilistica per dare forma all’inaudito. Grazie al linguaggio che, pulsando, fibrillando, abbandona le sue abituali connotazioni comunicative e diventa poesia.

Massimo Viganò rende un grande omaggio a Dostoevskij rinchiuso nella fortezza di Omsk in Siberia, attraverso frammenti apocrifi carichi di intensità.

La suggestione del testo è tale che a tratti questa “lamentazione” sembra un corollario delle “Memorie dalla casa dei morti”, l’opera scritta da Dostoevskij a Omsk.

Il gesto poetico di Viganò riaccende una luce, genera una postilla a un capolavoro, inaugura nuovamente il libro, vara con coraggio un’inedita identificazione.

Tutto il testo ha una trama che riconduce a quel freddo siberiano, a quelle privazioni, a una durezza di fondo rivestita di passione senza fine: allo stesso tempo preciso, implacabile nel racconto, e visionario.

Testo della poesia inedita

 


Massimo Viganò si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne (Spagnolo + Inglese), indirizzo Filologico Letterario, alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1985.

Da allora svolge attività di traduttore e di redattore tecnico, prima a Ivrea e in seguito a Firenze. Da quasi trent’anni si occupa di Teatro in qualità di attore-autore e regista, prima a Milano, poi a Torino e attualmente in Toscana. Dal 1986 al 1988 ha seguito i corsi di Teatro organizzati dal Teatro delle Dieci di M. Scaglione (Torino). Con la compagnia Margutte Teatro di Torino nel 1992 partecipa al Festiva dei Teatri di Santarcangelo di Romagna.

Da sempre appassionato di poesia, ha partecipato, con esiti soddisfacenti, a premi nazionali, ottenendo i seguenti riconoscimenti:

La raccolta “Nel bianco degli occhi” è tra le raccolte inedite segnalate del Premio Bologna in Lettere 2019.

Alla raccolta “Nel bianco degli occhi” è stata riconosciuta la Menzione d’onore nella XXXII edizione del Premio Lorenzo Montano.

La poesia “Polittico dei bambini” è tra le poesie con menzione nella XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano.

La raccolta “Falsi amici e sciocche canzoncine” è stata selezionata al Premio Internazionale Città di Como 2017.

La poesia “Ore delle colline pisane – N(u)ove improvvisazioni” è tra le poesie con menzione nella XXX edizione del Premio Lorenzo Montano.

La raccolta La voce incantata entra tra le raccolte inedite menzionate nella XXIX ed. del Premio Lorenzo Montano.

La silloge Il prigioniero e altre storie del (mio) giardino e fra le opere segnalate al Premio Letterario Castelfiorentino 2014.

La raccolta Dell’infanzia e d’avventura è tra le segnalate nel premio Letterario Renato Giorgi 2011.

Ore delle colline pisane – N(u)ove improvvisazioni è fra le vincitrici (terzo premio) del Premio Letterario Castelfiorentino 2011.

La raccolta edita Tra(s)duzioni è stata segnalata in occasione del Premio Civetta di Minerva – Antonio Guerriero I ed.

Nel 2011, la silloge Un lungo futuro è stata pubblicata sulla rivista Fili d’aquilone n- 21,

Con la raccolta Poesie dell’infanzia e d’avventura, è risultato finalista in occasione del Premio Letterario InediTO 2010, organizzato dall’associazione il Camaleonte di Chieri,

La raccolta Tra(s)duzioni ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Sandro Penna – XXI edizione, per la sezione Poesia Inedita. La raccolta Tra(s)duzioni viene pubblicata nel 2010 da Edizioni dell0 Meridiana.

Con la raccolta Tra(s)duzioni, ha ottenuto la menzione in occasione del Premio Letterario InediTO 2009, organizzato dall’associazione il Camaleonte di Chieri,

Sue poesie sono state segnalate al Premio Turoldo – edizioni VII, VIII e IX, organizzato dall’associazione Poiein,

Nel 2009 la sua poesia Turning Torso (e la gru kockum) è tra le opere finaliste dell’evento editoriale Concepts Architettura, organizzato dalla casa editrice Arpanet di Milano; viene pubblicata nel volume Concepts Architettura & Design.

Ultima pagina, Mario Fresa: “Serale”, “Cluster”; bio dell’Autore

Collage, inchiostro e olio su cartone, 2009

Collage, inchiostro e olio su cartone, 2009

 

Olio e collage, 2010

Mario Fresa (1973) ha collaborato e collabora a «Paragone», «il verri», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «Almanacco dello Specchio», «Recours au Poème», «Nazione Indiana», «La Revue des Archers» e «Poesia». Tra i suoi ultimi libri: Svenimenti a distanza (il melangolo, 2018); Bestia divina (La scuola di Pitagora editrice, 2020). Ha curato il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020 (in corso di pubblicazione presso la Società Editrice Fiorentina).

Quarta di copertina: Autori di “Carte nel vento”

Sebastiano Aglieco, Nadia Agustoni, Alessio Alessandrini, Pietro Altieri, Viola Amarelli, Angelo Andreotti, Marcello Angioni, Cristina Annino, Gian Maria Annovi, Lucianna Argentino, Davide Argnani, Giuseppe Armani, Paolo Artale, Gianluca Asmundo, Alessandro Assiri, Daniela Attanasio, Dino Azzalin

Luigi Ballerini, Paola Ballerini, Daniele Barbieri, Bianca Battilocchi, Maria Angela Bedini, Daniele Bellomi, Primerio Bellomo, Franco Beltrametti, Mario Benedetto, Dario Benzi, Riccardo Benzina, Pietro Antonio Bernabei, Armando Bertollo, Vanni Bianconi, Nicoletta Bidoia, Ilaria Biondi, Giorgio Bona, Giorgio Bonacini, Leonardo Bonetti, Simone Maria Bonin, Doris Emilia Bragagnini, Silvia Bre, Andrea Breda Minello, Fabrizio Bregoli, Luca Bresciani, Alessandro Broggi, Roberto Bugliani, Simone Burratti, Giusi Busceti, Antonio Bux

Laura Caccia, Rinaldo Caddeo, Nanni Cagnone, Giuseppe Calandriello, Maria Grazia Calandrone, Giovanni Campana, Mario Campanino, Enzo Campi, Giovanni Campi, Martina Campi, Emanuele Canzaniello, Maddalena Capalbi, Michele Cappetta, Roberto Capuzzo, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Lorenzo Carlucci, Anna Maria Carpi, Peter Carravetta, Alberto Casadei, Mauro Caselli, Guido Caserza, Marosia Castaldi, Davide Castiglione, Paola Casulli, Alessandro Catà, Elena Cattaneo, Alessandra Cava, Roberto Ceccarini, Giorgio Celli, Alessandro Ceni, Rossella Cerniglia, Maria Benedetta Cerro, Marilina Ciaco, Viviane Ciampi, Gaetano Ciao, Antonella Cilento, Laura Cingolani, Mara Cini, Gabriella Cinti, Domenico Cipriano, Sonia Ciuffetelli, Roberto Cogo, Gabriella Colletti, Osvaldo Coluccino, Tiziana Colusso, Silvia Comoglio, Federico Condello, Nicola Contegreco, Antonino Contiliano, Morena Coppola, Giorgiomaria Cornelio, Marina Corona, Marcella Corsi, Elena Corsino, Erika Crosara, Albino Crovetto, Lia Cucconi, Miguel Angel Cuevas, Vittorino Curci

Mauro Dal Fior, Anna Maria Dall’Olio, Chetro De Carolis, Alessandro De Francesco, Enrico De Lea, Chiara De Luca, Lella De Marchi, Daria De Pellegrini, Annamaria De Pietro, Evelina De Signoribus, Riccardo Deiana, Silvia Del Vecchio, Fernando Della Posta, Pasquale Della Ragione, Stefano Della Tommasina, Aurelia Delfino, Tino Di Cicco, Danilo Di Matteo, Vincenzo Di Oronzo, Bruno Di Pietro, Stelvio Di Spigno, Letizia Dimartino, Paola Silvia Dolci, Edgardo Donelli, Paolo Donini, Antonella Doria, Patrizia Dughero, Giovanni Duminuco

Marco Ercolani, Flavio Ermini, Franco Falasca, Mario Famularo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Roberto Fassina, Silvia Favaretto, Francesco Fedele, Federico Federici, Annamaria Ferramosca, Paolo Ferrari, Aldo Ferraris, Luca Ferro, Paolo Fichera, Massimiliano Finazzer Flory, Zara Finzi, Antonio Fiori, Raffaele Floris, Rita Florit, Ettore Fobo, Giovanni Fontana, Luigi Fontanella, Valentino Fossati, Biancamaria Frabotta, Kiki Franceschi, Tiziano Fratus, Mario Fresa, Lucetta Frisa, Adelio Fusè

Gabriele Gabbia, Miro Gabriele, Tiziana Gabrielli, Maria Grazia Galatà, Marinella Galletti, Carmen Gallo, Gabriella Galzio, Guido Garufi, Paolo Gentiluomo, Mauro Germani, Fabia Ghenzovich, Alessandro Ghignoli, Gianluca Giachery, Anna Maria Giancarli, Lino Giarrusso, Andrea Gigli, Patrizia Gioia, Carolina Giorgi, Sonia Giovannetti, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Lorenzo Gobbi, Marcello Gombos, Llanos Gomez Menéndez, Michela Gorini, Giuseppe Gorlani, Alessandra Greco, Angela Greco, Cesare Greppi, Lino Grimaldi, Maria Grimaldi Gallinari, Iria Gorran, Giovanni Guanti, Ermanno Guantini, Vincenzo Guarracino, Mariangela Guàtteri, Gaia Gubbini, Gian Paolo Guerini, Stefano Guglielmin, Andrea Guiducci

Giovanni Infelìse, Maria Grazia Insinga, Carlo Invernizzi, Stefano Iori, Francesca Ippoliti, Gilberto Isella

Ettore Labbate, Sonia Lambertini, Michele Lamon, Marica Larocchi, Vincenzo Lauria, Leandro, Alfonso Lentini, Laura Liberale, Nicola Licciardello, Tommaso Lisa, Oronzo Liuzzi, Domenico Lombardini, Andrea Lorenzoni, Francesco Lorusso, Ghérasim Luca, Antonella Lucchini

Loredana Magazzeni, Giulio Maffii, Franca Mancinelli, Danilo Mandolini, Francesca Marica, Marianna Marino, Emanuela Mariotto, Attilio Marocchi, Raffaele Marone, Francesco Marotta, Giulia Martini, Giulio Marzaioli, Vincenzo Mascolo, Stefano Massari, Mara Mattoscio, Ugo Mauthe, Alessandro Mazzi, Luciano Mazziotta, Daniele Mencarelli, Tommaso Meozzi, Manuel Micaletto, Emiliano Michelini, Roberto Minardi, Marco Mioli, Stefano Modeo, Francesca Monnetti, Daniela Monreale, Gabriella Montanari, Emidio Montini, Marcel Moreau, Romano Morelli, Umberto Morello, Sandra Morero, Alberto Mori, Alessandro Morino, Renata Morresi, Gregorio Muzzì

Luigi Nacci, Clemente Napolitano, Paola Nasti, Giuseppe Nava, Stefania Negro, Giulia Niccolai, Davide Nota, Mario Novarini, Marco Nuzzo, Riccardo Olivieri, Francesco Onìrige, Margherita Orsino, Cosimo Ortesta

Luca Paci, Marco Pacioni, Alessandra Paganardi, Cristiana Panella, Carla Paolini, Alice Pareyson, Paola Parolin, Giovanni Parrini, Angela Passarello, Sandro Pecchiari, Giuseppe Pellegrino, Camillo Pennati, Gabriele Pepe, Daniela Pericone, Roberto Perotti, Anna Maria Pes, Serge Pey, Mario Pezzella, Luisa Pianzola, Antonio Pibiri, Renzo Piccoli, Antonio Pietropaoli, Roberto Piperno, Pietro Pisano, Stefano Piva, Marina Pizzi, Daniele Poletti, Gilda Policastro, Chiara Poltronieri, Giancarlo Pontiggia, Nicola Ponzio, Michele Porsia, Stefania Portaccio, Claudia Pozzana, Ivan Pozzoni, Chiara Prete, Loredana Prete, Rossella Pretto, Maria Pia Quintavalla

Alessandro Ramberti, Jacopo Ramonda, Giuseppina Rando, Andrea Raos, Beppe Ratti, Filippo Ravizza, Luigi Reitani, Vittorio Ricci, Jacopo Ricciardi, Alfredo Rienzi, Giuliano Rinaldini, Alfredo Riponi, Massimo Rizza, Gianni Robusti, Marta Rodini, Cecilia Rofena, Andrea Rompianesi, Stefania Roncari, Silvia Rosa, Sofia Demetrula Rosati, Lia Rossi, Pierangela Rossi, Giacomo Rossi Precerutti, Greta Rosso, Enea Roversi, Anna Ruchat, Paolo Ruffilli, Gianni Ruscio

Irene Sabetta, Luca Sala, Tiziano Salari, Luca Salvatore, Rosa Salvia, Lisa Sammarco, Massimo Sannelli, Irene Santori, Patrizia Sardisco, Francesco Sassetto, Marco Saya, Viviana Scarinci, Antonio Scaturro, Evelina Schatz, Giuseppe Schembari, Fabio Scotto, Massimo Scrignòli, Beppe Sebaste, Loredana Semantica, Luigi Severi, Sergio Sichenze, Ambra Simeone, Stefania Simeoni, Roberta Sireno, Maurizio Solimine, Lucia Sollazzo, Marco Sonzogni, Pietro Spataro, Fausta Squatriti, Giancarlo Stoccoro, Stefano Stoja, Maria Paola Svampa

Antonella Taravella, Gregorio Tenti, Diego Terzano, Italo Testa, Ranieri Teti, Matilde Tobia, Maria Alessandra Tognato, Carlo Tosetti, Silvia Tripodi, Luigi Trucillo, Guido Turco, Giovanni Turra Zan

Liliana Ugolini, Tonino Vaan, Adam Vaccaro, Luca Vaglio, Roberto Valentini, Camillo Valle, Sandro Varagnolo, Francesco Vasarri, Matteo Vercesi, Cesare Vergati, Maria Luisa Vezzali, Massimo Viganò, Nicola Vitale, Ciro Vitiello, Annarita Zacchi, Simone Zafferani, Paola Zallio, Claudio Zanini, Claudia Zironi, Aida Maria Zoppetti, Marco Zulberti

Febbraio 2021, anno XVIII, numero 49

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 

Dedichiamo l’apertura di questo nuovo numero a Marosia Castaldi (1951-2019) che, negli anni centrali della sua vita, ha fatto parte della redazione di “Anterem”. Alla rivista ha offerto testi di grande valore: uno di questi, caratterizzato da senso, forma e tensione, è qui ripreso nell’ultima pagina, insieme con i lavori dei sodali di un’esperienza ormai irripetibile, come racconta Marica Larocchi. Antonella Cilento e Mara Cini intervengono, l’una a tutto tondo, l’altra focalizzata sugli anni anteremiani, a delineare il percorso letterario di Marosia.

Inoltre, in “Carte nel vento 49”, in continuità con il numero precedente e grazie alla nota teorica e alle nuove traduzioni di Cristiana Panella, si definiscono la figura e l’opera di Serge Pey, presentato in poesia per la prima volta in Italia su questo periodico.

Infine continua la pubblicazione di poeti, prosatori e saggisti selezionati nell’ambito dell’edizione 2019 del Premio Lorenzo Montano: siamo lieti di ospitare Gianluca Asmundo, Ilaria Biondi, Martina Campi, Antonio Fiori, Sonia Giovannetti, Oronzo Liuzzi, Cristiana Panella, Anna Maria Pes, Irene Sabetta, Sergio Sichenze, tutti presentati dalla redazione di “Anterem”.

Il lavoro intorno al “Montano”, svolto dalla giuria, è praticamente inesauribile: riteniamo che questo lavoro dia un senso perdurante al Premio, che continua a riverberare e non si esaurisce con la proclamazione degli esiti.

Ricordiamo che la nuova edizione è in corso scarica il bando della 35^ edizione

In copertina: “Questa cosa”, plaquette verbovisiva nata nello studio di Marosia Castaldi

Ranieri Teti

 

Prima pagina/1, Per Marosia Castaldi: Antonella Cilento, “Nelle mani di Marosia”

Mentre penso a Marosia Castaldi e alla sua opera, e al mio personale ricordo di lei, ho tra le mani una nuova edizione de I Sonnambuli di Hermann Broch e leggo la nota di Milan Kundera dove si dice dei grandi personaggi che fanno, epoca dopo epoca, la forma di un paese o una teoria del tempo: i personaggi di Kafka, di Brock, di Hašek, di Musil e Mann e Fuentes.

Nelle grandi topografie del romanzo novecentesco, nel romanzo come teoria, le donne sfuggono sempre, anche le più grandi, le più famose. Non fanno teoria, occorre per forza che facciano teoria di genere, se e quando la teoria di genere se ne occupa.

E dunque non dovrei stupirmi che l’opera sperimentale, immane, complessa e libera di Marosia sia non solo poco conosciuta ma quasi introvabile e ignorata e che persino la sua scomparsa, nel novembre 2019, sia passata del tutto sotto silenzio, senza che nessuna delle persone, che pure l’avevano incontrata e apprezzata, a volte sostenuta, muovessero un dito, dicessero una parola o fossero informate dell’accaduto.

Sì, c’è un mistero nel nostro destino, c’è un silenzio che nessuno vuole esplorare, a volte nel timore di riconoscervisi. Ci sono, in ogni epoca, voci autoriali strombazzate e celebrate e voci quasi del tutto silenziate.

Ma c’è nella nota di Kundera una frase di Carlos Fuentes che d’improvviso mi sembra adatta alla teoria di donne, la càrola, la parabola delle cieche e delle veggenti, che Marosia ha descritto pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo, mescolando prosa, biografia e invenzione, trasfigurandosi continuamente, trascendendosi continuamente con la consunzione di sé e del proprio corpo che anche la malattia comportava.

Scrive Fuentes: “Ci vogliono molte vite per fare una sola persona”.

E che tutti i libri di Marosia Castaldi, e tutte le sue opere pittoriche e visive, cercassero disperatamente di comporre quel che forse per gli uomini è più facile ricomporre, grazie a maschere autorizzate e scelte (mentre per le donne ogni ruolo è l’eredità di una schiavitù, di una servitù data per scontata), mi appare ora ancor più evidente.

Temi, parole, immagini tornano ossessivamente nella sua scrittura, che è corpo e compulsione, che è spesso frenesia (quel disordine così poco apollineo che sfugge ai lettori maschi, che spaventa anche i lettori di una scrittrice non meno sperimentale e geniale come Clarice Lispector) ma non assenza di disciplina.

Forse, ripetendo un paesaggio, una memoria, un luogo, sottraendo il cibo e sottraendo il corpo, Marosia Castaldi ha cercato di dar spazio alla sua opera, un’opera potente, ne restassero anche solo frammenti, come per i lirici greci.

Mia suocera, che è stata insegnante di filosofia di Marosia, un’insegnante molto amata, la ricorda giovane come una “ragazzona con una lunga treccia”, intelligente, brillante, mobile. Si sono reincontrate, milioni di anni dopo, in una delle lezioni che organizzo, ruoli invertiti, Marosia che insegnava e mia suocera allieva, ascoltatrice.

Avremmo tutti dovuto fare e dire di più per Marosia Castaldi: confesso, dopo averla invitata diverse volte a tenere lezione per Lalineascritta, di aver avuto paura a farla viaggiare per la delicatezza della sua condizione e di aver rimandato, anche se lei mi chiedeva di tornare.

Mi aveva scritto una lettera bellissima in occasione dell’uscita, seguita da polemiche, di un mio libro dedicato alle difficoltà di far cultura a Napoli (ma in Italia, ormai), quelle difficoltà che lamentiamo invano, che me l’aveva fatta sentire subito vicina.

Sospetto che ognuno di noi, che ha conosciuto e magari frequentato Marosia, sappia comunque poco o troppo poco di lei: il rigore della sua arte, la precisione geniale delle sue lezioni, lo sguardo aperto ed eclettico che ha mantenuto in ogni sua produzione meritano studi e riscoperta.

Per paradosso, come spesso capita, della letteratura delle donne italiane contemporanee si stanno occupando le università estere più delle nostre.

Uno studio più sistematico del corpus degli scritti di Marosia, una produzione trentennale iniziata con Abbastanza prossimo nel 1986, proseguita con Casa idiota (1990), La montagna (1991), Piccoli paesaggi, che pubblicò nel 1993 proprio Anterem, che oggi così gentilmente mi sollecita ed ospita questo breve ragionamento, continuata con Ritratto di Dora (1994), Fermata km 501(1997), approdata e all’editore Feltrinelli nel 1999 con Per quante vite, Che chiamiamo anima, Dava fine alla tremenda notte e Dentro le mie mani le tue (Tetralogia di Nightwater) e negli ultimi anni seguita dalla cura attenta di Agnese Manni che ne ha stampato La fame delle donne (2012), cui si aggiungono altri titoli, da Il dio dei corpi (2006) all’opera teatrale Calco (2008), In mare aperto (2001) e ai saggi dedicati alla punteggiatura pubblicati da Holden, è attesa e auspicata.

“…ero divisa tra realtà e finzione, tra ciò che si vede e ciò che non si vede”, scrive ne Il dio dei corpi, struggente controromanzo di un ricovero.

Ai lettori ora l’occasione di entrare, perché poesia, pittura, romanzo, immagine e parola hanno agito tramite Marosia Castaldi facendone un’allieva estroversa e indipendente di Virginia Woolf in Italia, tracciando una scia nuova, libera e potente.

Del tutto esterna alle piatte logiche del mercato.

Prima pagina/2, Per Marosia Castaldi: Mara Cini, “I paesaggi di Marosia Castaldi”

Di Marosia Castaldi ricordo la figura elegante e la presenza austera (ma con qualcosa di fragile) agli incontri della nostra redazione.

Ora che è mancata (ma tutti noi l’abbiamo saputo con molto ritardo) ritrovo casualmente Marosia in un refuso del suo nome (Mariarosa!), sulla quarta di copertina di un’edizione economica de La signora delle camelie dove è riportata (non so con quale pertinenza) una sua frase sulla passione… È questo improbabile cortocircuito di senso che mi riporta sulle sue tracce.

Ritrovo i testi pubblicati molti anni fa su Anterem: Paesaggio delle citazioni notturne sul numero 44 nel 1992; Paesaggio del mobile sul numero 47 nel 1993; Natura morta sul numero 49 nel 1994; Non paesaggi sul numero 53 nel 1996.

Ritrovo il volume Piccoli paesaggi, edizioni Anterem, 1993, che la nota critica di Lucio Klobas inquadra con grande perfezione: Nella scrittura di Marosia Castaldi, l’io narrante non solo si espande in tante psichiche proiezioni che preludono al suo dissolversi, ma riassume in sé la memoria del tempo trascorso che continua a vivere nell’immaginario. Oscilla a pendaglio tra l’assorta rappresentazione di un passato vischioso e, attraversando le ceneri di un presente inafferrabile quanto misterioso, giunge a sperimentare un’infinità di futuri possibili (…).

Intensità e densità, scrittura labirintica e ossessiva (Klobas parla di riferimenti a Bernhard, io citerei anche Uwe Johnson) dove tutto è paesaggio perché la scrittura tutto dispiega, sottopone e sovrappone allo sguardo. Ci sono paesaggi “reali” o plausibili, geograficamente esistenti (Paesaggio di Assisi) riprodotti alternativamente in una prospettiva a volo d’uccello e in una visione che sgrana le figure fino all’astrazione. Paesaggi della mente, infiniti, pullulanti di icone, di vuoto, di ansia fisica. E c’è un Paesaggio etrusco, un paesaggio notturno, un Paesaggio delle pareti del mondo (dove in molti hanno tentato di arrampicarsi scivolando sempre giù). Paesaggi che come i sogni si levano forti sopra le teste eppure sono contenuti nelle teste.

In una delle ultime collaborazioni alla rivista, 1996, troviamo i testi, di Non paesaggi, lucidi compatti, specchianti, assurti quasi a una sorta di still life, linea d’ombra, ricordo del limite, pienezza della vita che dà, in quanto tale, la prossimità costante della morte.

Prima pagina/3, Per Marosia Castaldi: Marica Larocchi, “Questa cosa per Marosia Castaldi”

L’ “oggetto” (nei primi anni Novanta il termine s’imponeva come il più consono e attuale per indicare il prodotto di un lavoro creativo) potrebbe adesso definirsi più equamente una ‘raccolta di parole e immagini ‘ realizzata in maniera casalinga nel corso di due /tre anni da una manciata di amici artisti e poeti. I quali incollano, cuciono, sigillano con tanto di ceralacca rossa l’esito delle loro conversazioni zeppe di spunti, di scambi e passaggi d’idee, di revisioni, fino a trarne il ‘quaderno’ denominato “Questa cosa”. Ma l’animatrice -l’anima-, collante e calamita, e del progetto in sé e delle numerose riunioni, distribuite a turno nell’alloggio di ciascuno dei partecipanti, quasi membri di una setta speciale; il fulcro di “Questa cosa” è stata lei, Marosia.

Un po’ titubante, se non proprio timida, sulle prime, quindi sempre più armata di volontà acuta e ardente, ci propose di riflettere sull’ ‘amicizia’, sedute/seduti intorno a un tavolo, sovente in cucina, per ricavare pensieri, colori e figure che testimoniassero del breve periodo durante il quale, noi, segreti speculatori e amanuensi segregati, dopo riflessioni, incontri e scontri, elaborammo finalmente una sorta di sinossi del nostro piacevole confinamento meditativo. Sul quaderno bene appuntato, stretto fra due fogli - bianco su nero di costellazioni caserecce ma di mallarmeana ascendenza- risaltano vocaboli che sono i capisaldi, les points de capiton lacaniani, della scrittura di Marosia Castaldi, in particolare dei suoi primi libri: ‘purga’ ‘vuoto’ ‘tempo’ ‘voglio’ ‘privazione’ ‘pienezza’.

Ora, rileggendo i suoi Piccoli Paesaggi (Verona, Anterem 1993) e Ritratto di Dora (Loggia de’ Lanzi, Firenze 1994) sono percorsa da un brivido che segnala e marca sia il dolore per la sua perdita, direi ‘precoce’, sia la scoperta sempre più sorprendente dell’originalità e della forza che si sprigionano ancora dal suo linguaggio. E’, il suo, un linguaggio paradossale che nega e afferma simultaneamente; ipergenerativo, grazie alla sua specifica abilità nell’allungare e accorciare il nastro tagliente del tempo/spazio come fosse un elastico flessibile allo scopo di fare esistere e d’insistere, nel tratto più corto di scrittura -frase, sintagma, lemma- le più numerose e puntute antitesi.

Un letto di spine. Si fa tutto nei letti. Si nasce nei letti si muore nei letti si fa l’amore nei letti ci si soffre e ci si gode ci si adagia e ci si divincola come in catene si urla si ride si sospira si geme. I letti sono di roccia di rose di spine di erba di magre lenzuola di morbide piume. I letti sono tombe. Milioni di tombe come letti sotto la volta enorme del cielo. Ognuno che dorme ignaro del suo destino e ignaro del destino dell’altro. Quando s’incontreranno tutti questi letti?’ (Paesaggio delle citazioni notturne, pag. 17, Op. cit.)

La ripresa ossessiva dei vocaboli, la predilezione per la sintassi paratattica con periodi brevi e brevissimi, nei quali passato e futuro si contraggono dentro un presente verticale, teso tra conflitti verbali inesauribili poiché fondati sulla specularità, costituiscono le caratteristiche più evidenti del suo stile. E risaltano oggi come l’esclusività della sua pratica linguistica, feroce e soave, impietosa e generosa, sempre innervata dall’impeto verso il sublime. Le sue parole si rivestono di quella sostanza immateriale che io chiamo il Femminile nell’atto poetico creativo: si tratta di materia ironica e spirituale, sottile e pungente che attraversa e compone tutte le visioni dei suoi paesaggi, quasi mattoni sganciatisi da ogni legge gravitazionale, come nel duetto interiore di Dora.

Sì, non riesco a sentire la vita del corpo ma solo la sua morte.’

E’ per questo che tendi a nasconderlo, come se potessi essere io il tuo corpo e tu farne a meno.’

Sì, potresti essere tu la madre e quindi il corpo.’

E tu stare sempre all’interno di questo corpo in una fantasia fusionale irrisolta.’

Per questo non posso staccarmi da te e io sono te e tu sei me.’ (Ritratto di Dora, pag.91)

Forse la carne della sua scrittura, muscoli, tendini, pelle e ossa, si è lentamente, senza che lei, l’Autrice, se ne avvedesse davvero, sostituita agli elementi essenziali della sua vita terrestre, senza che noi, lettori, ci accorgessimo della metamorfosi, se non apprendendo tardi la mesta notizia della sua scomparsa terrena.

Quando conversiamo è come se un immenso vuoto si facesse intorno e dentro di noi e le parole ruotassero e volassero privandosi a poco a poco della sostanza concreta di ciò che dovrebbero connotare e alla fine si equivalgono e io potrei assumere il suo ruolo e lei il mio. Tuttavia, queste parole ci servono, come il battito del cuore il rumore incessante del corpo e della vita. Così ce le diciamo anche se alle volte ci sembrano insensate. Ma è forse più insensato il battito del cuore o il fluire incessante della vita?’ (Op. cit., pag. 91/92)

Marica Larocchi, settembre 2020

Terza pagina, Cristiana Panella sull’opera di Serge Pey: nota teorica e nuove traduzioni

INFINIZIONE, TESTIMONIANZA, INVERSIONE, penso, mentre ascolto Serge Pey e Chiara Mulas. « Infinizione » coniuga l’accezione di moto e quella di contrario. La prima è quella di Lévinas, l’infinizione come ospitalità, la capienza nell’accogliere quello che non si può contenere ; la seconda è la non-finizione, l’anti levigatura, che riporta alla prima, all’infinizione come non-intenzionalità. Contrariamente all’infinizione, l’intenzionalità, scrive Lévinas, presuppone già l’idea di infinito ; è l’inadeguazione per eccellenza. Pertanto, contenendo l’idea di infinito che non può contenere né prefigurarsi, il poema di Serge Pey « non è mai finito ». E questa in-finitezza si manifesta nell’incarnazione della parola. Pey è banditore dell’oralità, della testimonianza attraverso il corpo e la voce, e con corpo e voce l’avvento poetico fa luogo, fa cerchio, si fa « creatura » intrinsecamente e incompiutamente futura. Mostra come « crier » (gridare) sia « créer » (creare) : di come, nell’abbraccio aereo dell’assonanza, il grido sia atto di creazione. « Net cuer crie en mei, Deus » (Liber psalmorum). « Dio, crea in me un cuore puro ». E una volta generata, la criatura prende la forma della sua strada. In The Life of Lines (2015), l’antropologo Tim Ingold, nel solco della sua riflessione sulla forma come movimento continuo già proposta in Being Alive (2011) e in Making (2013), propone un’interrelazione alternativa rispetto al concetto di rete, comparando il pellegrino al navigante. Per il pellegrino la destinazione è il cammino ; il suo tracciato prende forma strada facendo. Diversamente, i movimenti del navigante procedono punto per punto secondo tappe intermedie calcolate in parte prima di iniziare il tragitto. Il passo pellegrino procede come la ragnatela : non è una rete di nodi, giunture che sottendono la testura, l’impalcatura, l’ossatura ; è una dinamica di congiunture, di (s)nodi, che il ragno crea nel suo movimento di tessitura. Il cuore stesso, dice Ingold è congiuntura, mentre le ossa si incontrano nella giuntura. La forma e la traiettoria di un movimento sono quindi imprevedibili prima del movimento. Nell’interrelazione umana ciò si traduce nella risonanza, nell’ « attenzionalità » più che nell’ « intenzionalità » (Ingold, « On human correspondence », JRAI, 2016), nell’andare verso più che nel trovarsi dentro. Il poema di Pey scende in strada a cercare i suoi ospiti, fa casa per chi si avvicina, per chi c’è. In questo senso non è mai finito, privo di levigatura. L’ultima parola sarà quella dell’ultimo commensale, di colui che deve ancora prendre posto alla pubblica mensa del poeta. Così il poema rimane aperto, collettivo. La parola è veste aderente al suo messaggio. Non si specchia, ne se cherche pas. Non deve fare « opera volontaria di differenza. È il poema stesso che fa quest’opera », dice Pey. Il poema opera per chi ha ceduto il passo, per gli invalidati. Braccio di testimonianza che ripete e scandisce in verticale, incarnando un memento di giustizia, diventando cahier de doléance(s). « Ci sono morti », ripete il poeta ; marca l’impronta per chi è diventato sabbia. Testimonia per i vivi e per i morti di tutti i tempi, seduti alla stessa tavola, in abitudini di uno stesso tempo. « Ci sono morti che escono dal parrucchiere/e altri che vorrebbero recuperare/semplicemente i loro olivi e le loro capre dalle corna limate ». I morti sono invocati, ringraziati, sollecitati nel ricordo. La rimembranza ravviva l’esperienza di compagnia, riporta il passo. Esplicitato in diverse interviste, il dialogo con i morti, così come il passaggio tra mondo dei vivi e mondo dei morti, è tema caro alla poetica di Serge Pey, in particolare nel libro di racconti biografici « Le trésor de la guerre d’Espagne » (Éditions Zulma, 2011) : « Uno dei miei maestri di poetica è stato mio padre, elettricista, che un giorno fece un gesto fondamentale davanti a me: poiché il nostro tavolo era troppo piccolo per accogliere gli ospiti, scardinò la porta di casa e la posò su un cavalletto. Abbiamo pranzato su una porta. Sul luogo di passaggio. La mia tematica viene da lì ». Un’inversione senza coordinate spazio-temporali. L’inversione è nell’atto di creazione stesso, non risponde all’unità di misura ; come il sogno, non discrimina tra incombente e remoto, tra semafori e fette di arancia blu. Tutto è orizzontale, scevro da giudizio. Ancora una volta, è il canale aperto dello sguardo poetico, lo sguardo celeste dal basso, che unisce il verso, l’avverso e l’inverso ; che chiama il décalage comunanza. « Il pennello è un coltello » realmente, come la porta fu da sempre tavolo.

Serge Pey e Chiara Mulas

Azione da Occupation des Cimetières (Éditions Jacques Brémond, 2018)

Chiesa di Sigale (Vallée de l'Estéron), 2017

Foto: Sabine Venaruzzo 

 

Il peso dei morti

 

I morti pesano uguali ovunque

ma quando li si sotterra

non si recita per ognuno la stessa preghiera

sulle tombe

 

I morti pensano che la terra sia un orecchio

fatto per udirli

almeno una volta sola

anche cantando in falsetto

 

Ci sono morti che pesano

più di altri

e non sapremo mai perché

eppure le bilance non sono truccate

né gli aghi storti

 

Ci sono morti più leggeri di altri

E altri più pesanti dei primi

Ci sono anche morti

che non esistono

talmente li abbiamo dimenticati al mercato

delle resurrezioni

e dei trapezi.

 

Ci sono morti che sono grandi farfalle

Ci sono morti che sono magri serpenti

che perdono le vertebre

Ci sono lunghe lucertole che fanno i nodi all'aria

Ci sono morti che nuotano come piccoli pesci

in boccali rossi

 

Mi hanno chiesto di scrivere

un poema sul peso dei morti

sul bordo di un'enclave

in un territorio di Giove

È quello che faccio ma non riesco

perché la bilancia ha un piatto solo

e tutti sgomitano per farsi pesare

 

Su Marte quest’anno

sono stati abbattuti

133 politici

ma nessuna radio ne parla

Dal 2002 su Venere

sono stati assassinati 124 giornalisti

su Plutone

sono stati soppressi 200 poeti

In un pianeta lontano

della costellazione di Quetzalcoatl

ci sono stati 800.000 morti

Ma la televisione interplanetaria non dice niente

lo stesso

 

Su Nettuno

si collezionano le foto

dei bambini morti sotto le bombe

o decimati dai cecchini

Sulla luna

al mercato del sabato

si vendono francobolli

con i loro nomi a colori

per i collezionisti

 

Sull’Orsa Maggiore

in particolare

vengono sgozzate donne a decine

Erano compagne coraggiose

che inventavano il mondo

e difendevano il diritto all’aborto

Così un po’ dappertutto

su Urano ad esempio

gli aerei di una grande monarchia petrolifera

bombardano gli autobus degli scolari

 

Ci sono morti di cui non si parla

Ci sono morti con la bocca aperta

Ci sono morti che non hanno più la dentiera

Ci sono morti a cui hanno strappato la lingua

con un colpo solo affinché non possano parlare

 

Ma credetemi

Nessun poeta va a passeggio

con una bilancia per pesare i morti

e constatare che ci sono morti più importanti

di altri

I morti hanno lo stesso peso

anche se le bilance mentono

 

Tuttavia una cosa è certa

il poeta sa che i morti

si beffano delle preghiere

ed è per questo d’altronde

che scrive poemi senza peso

 

Insisto di nuovo

I morti non pesano tutti uguale

Sono le foto che fanno la differenza

l’inquadramento

la maniera di appenderle

e soprattutto la natura del loro assassino.

 

Ci sono morti

né leggeri né pesanti

Ci sono morti che non esistono

a forza di esistere

Ci sono morti alla moda

Ci sono morti senza patria

Ci sono morti nudi e morti vestiti

Ci sono morti che fanno l’appello nelle scuole

Ci sono morti senza telefono

E altri in abito nuziale

Ci sono morti nascosti negli ospedali

Ci sono morti che sono bambini

con camicie rosse naufragati su una spiaggia di Syrius

o di Sicilia

Ci sono morti che escono dal parrucchiere

e altri che vorrebbero recuperare

semplicemente i loro olivi e le loro capre dalle corna limate

 

Questo poema non è una preghiera

né un volantino di propaganda destinato ad essere

distribuito in un cimitero perduto

di Alfa Centauro o Plutone

né un ritornello canticchiato sui morti che dimentichiamo

e su quelli che non si dimenticano

 

D’altronde non si prega che per i vivi

perché il regno dei coglioni appartiene loro

nei cieli

in mezzo alle fiche profumate delle vergini

dei cecchini del purgatorio

davanti a un fabbro chiamato Pierre

o a un marmista che risponde al nome di Maurice

sul Sinai

 

I morti, loro,

si sono messi in Comune

da lungo tempo

e condividono il poco pane che hanno

sul bordo delle loro tombe

invitandoci a un pranzo

dell’avvenire senza marmellata

sempre nel passato

al bistrot degli assassini

 

I soli monumenti ai morti

che conosciamo

sono quelli dei vivi

che ammazzano i vivi

nell’altissimo della costellazione

della Croce del segno

o della scimmia

che sputa alfabeti

che nessuno comprende

 

Correggere Dio

 

Il busto di quest'uomo

è un'onda del mare

tagliata a fette di arancia blu

 

Non si dipinge mai un paesaggio su una tela

Si dipinge sempre su un paesaggio

che si ricopre con la tela una volta terminato

perché il paesaggio è sempre fatto male

 

L'uomo dice

Noi correggiamo Dio

Questa macchia rossa è il sangue di un toro

di plastica a sinistra di una geografia

 

Qui risiede il segreto di quest'uomo

Qui non si vede una tela

ma un paesaggio su cui si stende

il liquido rovesciato da un bidone di sangue

 

Per fare questo l'uomo

si è coperto il viso con una maschera da scimmia

 

Dietro di lui uno spettatore autoritario

sorveglia il cielo

Forse una spia o un inviato dei morti

che non sanno più dipingere

Questa spia nasconde il sesso dietro agli occhiali

 

Uno spaventapasseri blu

coglie ciliegie multicolore per il mercato

dei macellai della luce

Il paesaggio è una bandiera

 

La tavolozza dell'uomo è verticale

Il pennello è un coltello

 

Il paesaggio trema di paura

Dio è una donna

che fa colare le sue mestruazioni

 

L'uomo beve il sangue che versa

sul paesaggio poi lo scambia col nostro

con un tubo nascosto

in tutta la luce.

 

Carogna

 

Il poeta di oggi

non è un raccattatore di libri

ma di immondizia e rifiuti

 

A volte è un macellaio

o un cernitore di rifiuti

o anche un parrucchiere di escrezioni

o di peli di naso

 

La poesia resuscita le carogne

in particolare quelle degli uccelli

per farle volare

un'altra volta

o quelle dei cani

per dare voti ai loro latrati

su grandi quaderni contabili

scambiati per partiture

di free-jazz

 

La poesia è malata

 

La luce ha mal di fegato

e vomita pezzi

di metallo brillante

e liquido

 

I cani sono calvi

I loro crani rilucono al sole

come olio di ricino

 

Un cieco chiude il viso

in un armadio dopo essersi

a lungo guardato

in uno specchio

 

Gli orologi sono rotti

E anche le bussole

che si fanno gioco delle direzioni

 

Il poeta

è colui che lascia colare sale

sulla coda del lupo

senza farsi mordere

Questa è la sua arte poetica

perché in fondo vuole divorare

i lupi

anche se non ha denti

 

Lancette rotte arrugginite sfuggono

agli orologi

per fare flebo

sulle carte d'identità

è la condizione della bellezza

delle nostre foto

 

Ti amo davanti alla tua carogna

ritrovata

sotto un ammasso di foglie di platano

Avevi cinque anni o mille

o non eri neanche nato

Sono le iene che conobbero davvero

la tua età

 

La poesia è monosillabica

Quando gli uccelli recitano i poemi

hanno la bocca piena di piume

e di becchi

Hanno i sandali ricoperti

da una pelle stropicciata

rubata a Dio

sudando nel suo retrovisore

 

I morti hanno i bicchieri

mezzi riempiti di vino

Non riescono a terminare

le ultime gocce

del sangue perso da una statua senza testa

sulla croce della sua liberazione

 

I corvi ci rimpiazzano

ogni vertebra

con un uovo

è per questo che non ci si può alzare

senza farli crepare

 

I mendicanti ci seguono

per sbattere frittate fredde

 

Fumiamo due sigarette

insieme

una per il morto che culliamo

sulle ginocchia

l'altro per inchiodare una stella

alla notte

 

Gli angeli fanno bruciare le biciclette

e si scaldano

tra le ruote

 

Un poeta è un ladro di portafogli

e di quaderni

 

La tua carogna

è un'opzione d'interlinea

su un programma della vita

al centro di una zuppa di pesce

o di un mucchio di merda

 

I morti ricominciano

a tornare

bambini

giocando a quello che morirà per primo

mangiando terra

 

Li si sente già camminare

Sono come fiumi in piedi

che scendono verso il mare.

 

Il precedente intervento di Cristiana Panella su Serge Pey, che contiene anche la nota biografica dell'autore, si trova qui: https://www.anteremedizioni.it/prima_pagina_cristiana_panella_presenta_e_traduce_serge_pey

Gianluca Asmundo, audiolettura dalla raccolta inedita “Lacerti di coro”, nota di Laura Caccia

Nel periplo umano

Si muove in un’erranza spaesata la raccolta Lacerti di coro di Giovanni Luca Asmundo, quasi un periplo intorno all’umano: una mappa di attese e di ipotesi, una rotta smarrita e desiderante, disillusa e dolente, che l’esordio ipotetico della maggior parte dei testi evidenzia: “se inerti giaceremo senza terra // lacerti di coro noi saremo / di sagome disarticolate / danzanti su crinali impietosi”.

Ad ogni “Se”, con cui iniziano molti testi, veniamo mossi in un ondeggiare continuo, in cui ogni cosa può mostrarsi nel suo contrario, ogni pensiero passare da sogni a ombre, da corpi a carta, “nell’assoluta diacronia del vero”.

In un percorso, insieme, cosmico ed interiore, reale e mitico. Tra numerosi riferimenti a elementi naturali, metafisici, onirici, come suggeriscono anche i titoli delle sezioni interne. Tra corpi e coste, cosmi e caos, sogni e dissolvenze. Tra infinito e finito, inizio e fine. Passando dalla realtà mitizzata al pensiero metafisico, dal desiderio sognante all’impietoso declinarsi della condizione umana.

Giovanni Luca Asmundo ci coinvolge nel suo dire navigante e sofferto, metafora del vivere umano tra erranze e naufragi, sconforti e consolazioni, smarrimenti e stupori. Permettendo di sentirci parte di questo coro: lacerti, certo, ma anche voci ed echi della comune sofferenza del vivere, tra i richiami del principio e dell’oltranza.

 

(audio)


Da: Parte I

 

I. Corpi

 

II.

Se di cenere sigillerà gli occhi

sfocati già da nera caligine

quest’orrida fertilità non scelta

scarna, pestata, materna, agognata


 

se per braccia non daremo nuovi getti

di sanguinelle che suggono lava

dolci vampando di zagara i clivi

se inerti giaceremo senza terra


 

lacerti di coro noi saremo

di sagome disarticolate

danzanti su crinali impietosi.


 

II. Coste


 

III.

Se il mare arenasse le voci dei dispersi

tutti i fasciami distesi sul basalto

tra colpi di remi senza cetra né versi


 

risacca perpetua e per rispetto muta

recherebbe conforto agli scogli anneriti

da oblio di gasolio e stasimi ed esodi

macchiati da cori arrochiti


 

prenderebbe in custodia la costa che arretra

per gli altri addolcirebbe il limone promesso

per noi serberebbe nell’abisso

quest’ancora buona, di pietra.


 

Da: Parte II


 

I. Onirica


 

I.

Se non sapremo la fine delle onde

resteremo così, a baciarne il senso

ne terremo in mano una dipinta

su ceramica rossa e sorridendo

ci addormenteremo in un frammento

di spume, di poemi, di orizzonti.


 

IV. Dissolvenze


 

I.

Se accetteremo i lacerti di coro

se accetteremo la dissoluzione

che importerà ormai di questa immanenza


 

palpebre arance al medesimo sole

i nostri corpi troveranno posto

nell’assoluta diacronia del vero.

 


Giovanni Luca Asmundo (Palermo 1987) vive a Venezia, dove attualmente svolge un Dottorato presso l’Università IUAV e lavora nel campo dell’architettura, della ricerca universitaria e della didattica internazionale.

La sua prima silloge è pubblicata nel volume Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (Roma, Cofine Edizioni, 2017). Il libro Stanze d’isola (Premio Felix 2016, introduzione di Domenico Notari) è edito per i tipi di Oèdipus (Salerno, 2017).

Sue poesie sono inoltre pubblicate su riviste e blog letterari tra i quali Poetarum Silva, La poesia e lo spirito, La macchina sognante, La foce e la sorgente (allegato a Perìgeion), Un posto di vacanza, Poliscritture, Prospektiva, La Masnada. È presente in antologie cartacee internazionali, tra le quali Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015), nonché in tre ebook antologici a cura del blog La presenza di Èrato.

È risultato vincitore in diversi concorsi di poesia, narrativa e prosa lirica, tra i quali il Premio Letterario Castelfiorentino, il Premio Nazionale di Prosa Lirica del Centro Studi Campaniani (2016), L’Italia dei paesi, Le radici tra abbandoni e ritorni (2018).

Negli anni partecipa a vari reading, tra i quali Vitàcora de Maya alla 57a Biennale d’Arte di Venezia, La Palabra en el Mundo a Venezia, Èrato a Matera, festival dell’Arte e della Poesia.

È tra i fondatori del progetto intermediale di poesia e fotografia Peripli.Topografia di uno smarrimento ed è stato co-curatore di Congiunzioni Festival internazionale di poesia e videoarte, ideato da Maria Grazia Galatà (edizioni 2015 e 2017).

Ilaria Biondi, audiolettura dalla raccolta inedita “Madri dolorose”, nota di Laura Caccia

Offrire parole

Come può la parola dare voce ad atrocità e strazi al limite dell’indicibile? Facendosi gemito e balbettio oppure lingua razionale di analisi o ancora, piuttosto, sussurro intenerito che offra un diverso sguardo, un altro dire nel toccare il dolore?

In Madri dolorose Ilaria Biondi, nelle sue venti storie poetiche, lasciate nude, di madri abusanti e abusate, maltrattanti e maltrattate, riesce a portare la sofferenza ad altezza e leggerezza tali da consentire di trovare parole che possano musicarne il respiro.

La voce che racconta si fa spesso roca, spezzata, “le parole si seccano” così come “un verso scordato inciampa”, ma è soprattutto il linguaggio lirico a prendere il sopravvento. Quasi un controcanto in opposizione alle efferatezze che mette in luce, cullando la sofferenza “col passo lieve del pettirosso in volo”.

Come a sottrarre le storie tragiche di maternità dolenti da altri modi di narrarne e interpretarne il buio. Con un diverso modo, ci mostra Ilaria Biondi, di considerarne la sofferenza qualunque ne sia l’origine, senza retorica, senza esibizione, senza valutazione di giudizio. Curandone l’ombra, le pieghe nascoste. Cercando di toccarne il silenzio, di dargli voce: tutto quello che di autentico, di fronte al dolore, la poesia ha la grazia di offrire.

 

(audio)

 

VI

 

Mi è cresciuta fra le mani

questa conchiglia al sapore di vento

la accosto al petto

nella stagione chiara delle ciliegie

quando il mattino rincorre le spore

irrequiete dell’estate

io la sento, sfiorare sottile i miei capezzoli

orfani di figlia

nell’inganno di quiete

che fa vuota la pancia


 

VII.


 

Ti porterò nell’erba bianca di neve

col passo lieve del pettirosso in volo

sotto l’ombrello celeste di baci

e di canzoni al sole

la gonna corta e le scarpette a fiori

avremo frange di cielo e specchi di stelle

ventagli di gigli a chiamare l’estate

il profumo giallo delle ginestre

sulle tua fronte piccola senza più capelli

per cancellare nelle sere d’argento

l’odore di fenolo che piange la pelle


 

XI.


 

Ritrovata carrozzina abbandonata

nell’aria d’inverno il pianto bianco

di una neonata


 

Mi divori di latte e sangue

col tuo pigolio di bucaneve

mi sfondi le asole del cuore

e cancelli la grammatica spaurita

delle mie parole

non ha peso il mio pianto

né il silenzio delle mie carezze

sono una lucertola stanca

che raccoglie le ultime schegge

di un’estate bianca

mi nascondo fra le gambe dei salici

impazienti di chimere

mentre annego nella placenta abortita

delle mie ferite

ficcate – una a una – nella brocca del buio


 

XIV.


 

Non sono pronta a spostare le parole

sul palmo di una mano sconosciuta


 

– le parole si seccano

come panni stesi sugli spigoli del vento

si stacca, nel vuoto della testa,

la meridiana smarrita dei miei pensieri –


 

le gonne dei sogni di maggio

si scolorano nei cassetti spalancati

dei ricordi all’ombra

di una memoria fragile, di me

di chi ero e sono

di chi, forse, sarò ancora


 

appoggio il silenzio delle unghie

sul filo esiguo delle ultime sillabe

allo sbando

un verso scordato inciampa

nelle mie cellule dementi

– dimmi, figlia,

per quanto tempo sarò ancora

io?


Ilaria Biondi nasce a Parma nel 1974 e vive in un piccolo borgo dell’Appennino Parmense. È laureata in Lingue e Letterature Straniere e Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate.

Attualmente si dedica all’insegnamento, benché a tempo parziale, con incarichi presso la scuola primaria e come titolare di corsi di lingua straniera e di letteratura per adulti. Ama lavorare con i bambini e organizza periodicamente, in forma gratuita e volontaria, letture animate, laboratori poetici e creativi.

Si occupa di poesia, traduzione letteraria e critica della traduzione, con particolare interesse per la letteratura al femminile, la letteratura fantastica e la letteratura per l’infanzia. Sue aree di studio principali sono la letteratura francese ultracontemporaine e quella belga francofona.

Sue traduzioni e suoi contributi sono apparsi su diverse riviste letterarie cartacee, tra cui “Quaderni di Synapsis”, “Comunicare Letteratura”, “Ottocento”, “Experience” e “Leggere Donna”.

Collabora con alcuni blog e siti letterari (“Cultura al Femminile”, “Gli Scrittori della Porta Accanto”, “La Bottega dei Traduttori”, “Sognaparole Magazine”, “La Stanza di Virginia”) con articoli, recensioni e traduzioni (dal francese all’italiano e nella combinazione inversa).

Nel 2011 pubblica il volumetto a carattere biografico-critico, Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza (Delta Editrice). Nel marzo 2017 pubblica la sua prima silloge poetica, In canti di versi (Edizioni Il Papavero) e nel dicembre dello stesso anno una raccolta di haiku, L’età dell’erba (Fusibilia Libri). Nel settembre 2018 esce la sua terza silloge poetica, Corpo di vento (Controluna Edizioni), che le vale una Menzione d’Onore al Concorso nazionale di poesia e narrativa Va Pensiero.

Sue poesie sono presenti in diverse antologie: Antologia del Premio Letterario «Age Bassi 2003» (2004, Milano, Montedit); Tracce 04. Lo scarto, Antologia della Quarta Biennale di Giovani Artisti e del Primo Premio Letterario per Giovani Autori «Effetto Notte», (2004, Felina (RE), Nuova Tipolito); Veglia. 24 agosto 2016 (2016, Selfpublishing); Caro papà. Le parole non dette, in collaborazione con “Gli Scrittori della Porta Accanto” (2017, Selfpublishing); ChiaroScuro, in collaborazione con “Gli Scrittori della Porta Accanto” (2017, StreetLib); Perle d’amore – volume IV (2018, Apollo Edizioni).

La sua poesia Le sonagliere dell’alba è stata selezionata per l’agenda 2019 Il segreto delle fragole dell’editore Lietocolle. Un suo racconto figura nell’antologia Mille voci contro la violenza (La Strada per Babilonia, 2018), a cura di Emma Fenu. Di prossima pubblicazione il racconto “Il mio nome era Silvia” all’interno dell’antologia Caro maschio… che mi uccidi (in corso di stampa-FusibiliaLibri). Un suo racconto per bambini è inserito nell’antologia Favolando–I colori della diversità (Apollo Edizioni, 2017), di cui è anche co-curatrice. È di recente stato pubblicato il breve racconto per bambini Lettera alle Parole (FaLvision Editore), di cui è disponibile anche la trascrizione in lingua Braille.

In collaborazione con la Community “La Bottega dei Traduttori” ha pubblicato la sua traduzione dal francese del breve romanzo di George Sand, Cora (ottobre 2017) e il racconto di Paul Arène Il buon vischio, facente parte dell’antologia in due volumi Cosa c’è sotto l’albero? Fiabe, racconti e leggende dal mando da scartare insieme (2018, Youcanprint).

Martina Campi, videolettura dalla raccolta inedita “Le stagioni estreme”, nota di Giorgio Bonacini

Una scrittura poetica che si apre sotto il segno di Emilio Villa pone subito il lettore di fronte a una consapevolezza precisa: la lingua che pensa e scrive la poesia è significante in ogni sua determinazione e tratto distintivo. Martina Campi dentro questa ricerca – che è esistenziale più che sperimentale – ci offre il suo dire speciale: che attinge dal suono ovunque siano grafia e fonia. Ciò, però, non si rivolge a un’ingenua cantabilità dei versi, anzi, la sua voce ci sorprende per una lucida concettualità, unita in modo inedito (e inaudito si può ben dire) a un sentimento di apprensione per la forma sofferta di quelle

parole mai pronunciate. Perché la poesia che leggiamo in questi testi butta fuori e recupera anche quei momenti di impossibilità a parlare, lì dove la schiusa dei sensi vocali sembra impossibile.

 

*

Sulla terra il tempo è memoria.

Musica, giorno, fuoco,

perdendo i confini del viso che si scioglie

di espressioni divenute ormai indistinte.

 

Rompersi le ossa nella coerenza

occorrente al semplice, solitario, contemplare

il disagio di un sentirsi meno disabitati

 

Bere molta acqua, non pensare al fuoco

agli infiniti altri, cuciti nella tasca,

agli infiniti altri, polverizzati, nella borsa.

 

Occorrerà ricordare almeno

d’esser stati

 

uno.

 

*

Le correzioni si mostrano,

nei tratti dolci di qualcosa

che non c’è più per cancellazione.

 

Sono i fuochi concepiti dal dramma muto

entrando di soppiatto nelle stanze come in scena

per sorprendere e partecipare alle continue

trasformazioni della materia.

 

*

Gli allontanamenti creano sobbalzi

particelle smosse dagli occhi.

Pulsazioni che saltano in resistenza separando

il ritmo accurato dal cuore.

 

Qualsiasi apertura come una granata

acronica è lasciata alla sua fine

inesorabile, annientata dallo spazio-turbine,

esplosione nell’aria e nei polmoni di parole mai pronunciate.

 

Sapere di esserci è contenere una paura, una

gioia scomoda del salvarsi che non fa passeggeri,

senza fermate, appartenere alla venuta al mondo

(che riporta a casa) che richiede proprio e soltanto il bene.

 


Martina Campi, autrice e performer, ha pubblicato: Quasi radiante (Tempo al libro, 2019), La saggezza dei 9corpi (L’arcolaio, 2016), Cotone (Buonesiepi Libri 2014), Estensioni del tempo (Le Voci della Luna Poesia, 2012 – Vincitore Premio Giorgi), e la plaquette È così l’addio di ogni giorno (Corraino Edizioni 2015), con il poeta V. Masciullo. Curatrice, con A. Brusa e V. Grutt, di Centrale di Transito (Perrone Editore 2016). Fa parte del Comitato Bologna in Lettere. Co-fondatrice, insieme al compositore polistrumentista Mario Sboarina, del progetto Memorie dal SottoSuono – The poetry music experience.

 

Antonio Fiori, videolettura da “Nel verso ancora da scrivere (1999-2017)”, Manni 2018, nota di Rosa Pierno

La complessità della silloge di Antonio Fiori “Nel verso ancora da scrivere. 1999–2017” si gioca sul continuo trapasso tra fisico e mentale e, in successione tra questi due estremi, tramite dislocamento di segnali per ciò che non è possibile conoscere. La figura dell’inversione è un potente mezzo per ribaltare l’importanza delle cose, così il “Campo dei miracoli” equivale al pianerottolo della propria esistenza, l’ultima alba del mondo non farà perdere alla natura le sue caratteristiche, la possibilità di predire i suoi comportamenti. Ciò che è mobile trova sempre un riferimento in ciò che è fisso. Fino all’ultimo istante, Fiori sembra non sapere come evolveranno le situazioni, come si disporranno gli eventi; altre volte disegna con assoluta precisione ciò che accadrà: è lo spazio della poesia, dell’imprevedibilità eppure della sua conclamata certezza. Spesso il senso delle cose appare precario e l’esistenza stessa sembra legata alla catena delle convenienze e delle abitudini, ma è al contempo scolpita nel marmo, se basta un lieve ricordo proveniente dall’infanzia a rendere eterno il rapporto con i propri genitori. Le parole sono come l’ago della bilancia in questi trascorrenti sentimenti, in questi errabondi percorsi. A volte mancano, altre volte sembrano ineludibili. L’amore è certamente un propulsore che infonde fiducia nel linguaggio e le poesie su questo tema appaiono maggiormente effervescenti, rilanciando nondimeno un’oscillazione negli spazi dell’attesa e dell’incertezza degli incontri.

 

 

Potessimo tutti

 

Potessimo tutti fare pochi passi

ogni giorno verso il nostro Oriente spirituale

giungervi pure disillusi e stanchi

o nemmeno arrivarvi

 

ma certi della direzione presa

della visibilità delle tracce, certi

che il soccorritore possa ritrovare

i nostri corpi esausti.

 

 

Al nuovo anno

 

Col fiato sospeso

tra un Brindisi e un attacco

in attesa, noi vivi

di un atto di coraggio

di una battuta a sorpresa

quando s’apre il sipario

 

— che si compia un disegno

o un miracolo.

 


Antonio Fiori è nato nel 1955 a Sassari, dove vive e si occupa di poesia. Al suo attivo ha prestigiosi premi letterari, collaborazioni a riviste specialistiche, sei raccolte poetiche e la presenza in varie antologie. Con Manni nel 2002 è uscito Sotto mentite spoglie.

Francesco Bellomi, musica per il poeta Antonio Fiori

Sonia Giovannetti, prosa inedita “Il tempo tra due secoli”, videopresentazione, premessa di Mara Cini

(Nel video qui proposto Sonia Giovannetti presenta la prosa finalista al “Montano” 2020, mentre il testo che segue è quello segnalato nel 2019: abbiamo così un doppio sguardo sull’attività saggistica dell’autrice. rt)

Il nucleo significativo delle riflessioni di Sonia Giovannetti mi pare risieda in questa frase: Occorre…guardare con speranza all’arte, convincere ed educare gli uomini al senso e al valore dell’estetica affinchè anche l’etica…possa riacquistare valore.

E, ci dice Giovannetti, tra le forme dell’arte da coltivare, la poesia rivendica un ruolo particolare in quanto capace di reinventare il tempo, libera da tutte quelle sovrabbondanti icone visive nelle quali sembra ormai abitare il nostro presente tecnologico e virtuale.

Il tempo tra due secoli

Nota bio

Oronzo Liuzzi, da “Lettera dal mare”, Oèdipus 2018, nota di Rosa Pierno

Un testo che potrebbe essere considerato una polifonia teatrale, assorbendo, la voce narrante, migliaia di voci, le quali vengono trascinate sulla scena, tutte travolte dalla stessa condizione esistenziale. È, infatti, “Lettera dal mare”, immersione in una delle tragedie della contemporaneità: la necessità di emigrare. Oronzo Liuzzi riesce a immaginare le condizioni insopportabili a cui i migranti devono sottostare e a fare nostri i loro pensieri. La scrittura, scansionata da ripetizioni e da ritornelli, quelli tipici delle cantate, determina un andamento calmo, intriso di nostalgia e di dolore, strutturando lo svolgimento del racconto come un’infilata di perle. Ciò che è franto, franto resta: il pensiero è spezzato, quasi un coacervo di tutti i possibili pensieri che costituiscono l’identità del migrante, ma non è mai abbandonato dalla partecipazione dolente del poeta. La poesia rende, infatti, possibile la condivisione dell’esperienza, affinché essa divenga consapevolezza e presa di posizione da parte di tutti.

 

 

*

“dormo sveglio vedo dentro fuori questo mondo un pensiero orribile un maledetto dramma crea inquietudine in mio fratello mio fratello che osserva attentamente la scena e la subisce è incazzato mio fratello l’angoscia soffre di angoscia troppo il suo corpo l’energia in continua rivoluzione mastica la rabbia si morde terribilmente le mani scarica nella mente una sottile linea di informazione per nuove idee mio fratello sogna il viaggio insieme in transito ama discutere mio fratello mio fratello nei suoi occhi la pace nei suoi occhi il desiderio la speranza indossare vestiti puliti nei suoi occhi la pancia piena di sogni un lavoro mio fratello mio fratello non ho paura di e non ho paura non ho paura ancora mio fratello guarda il mondo guarda il cielo coglie i segni del destino mio fratello guarda il mare è bello il mare dice”. 

 


Oronzo Liuzzi, nato a Fasano (BR) nel 1949, vive e lavora a Corato (Ba). Ha conseguito la laurea in Filosofia Estetica presso l’Università di Bari. E’ attivo nel panorama artistico-letterario con numerose mostre personali e collettive a livello nazionale ed internazionale, libri d’artista, libri oggetto, scrittura verbo-visuale e mail art.

In poesia ha pubblicato: L’assoluta realtà (Firenze, 1971), Poesie (Albatros, Roma, 1975), Teresa/Attunico (Schena, Fasano-BR, 1977), Poesie (Albatros, Roma, 1977), Bio (Edizioni Tracce, Pescara, 1987), Ronz (Campanotto, Pasian di Prato-UD, 1989), Canzone antica (micronarrativa, Pensionante dè Saraceni, Caprarica di Lecce, 1990), Plexi (Campanotto, Pasian di Prato-UD, 1997), Nuvole di gomma (Edizioni Riccardi, Quarto-NA, 2001), Poesie (1972-1977) (Edizioni Riccardi, Quarto-NA, 2002), L’albero della vita (Portofranco, Taranto, 2003), Chat_Poesie (Edizioni Spazioikonos, Bari, 2004), Pensieri in_transito (Fermenti, Roma, 2006), Poesia Povera (SECOP Edizioni, Corato-BA, 2009), Via dei barbari (Edizioni L’Arca Felice, Salerno, 2009), Io e Caravaggio (SECOP Edizioni. Corato-BA, 2010, In Odissea visione, 2012; Condivido, 2014, DNA, 2015. Conversazione con Proust, antologia a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani (LaRecherche.it, eBook, 2011). Ha realizzato numerosi video di poesia.

Cristiana Panella, videolettura con animazione della prosa inedita “l’amore mendica e ripete”, premessa di Mara Cini

 

ero venuta a dirti

 

È una trina il testo di Cristiana Panella, un pizzo lacerato, umido, macchiato, costellato di punti di sutura.

È un abito di sirena ferita e sporca con la coda di pece.

È un testo mendicante e materno …conservo almeno le braccia per covarti nell’impronta spiaggiato, richiedente asilo di parola.

 

l’amore mendica e ripete

 

Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale in Belgio. Vive all’estero dal 1994. Dopo la laurea in Lettere Moderne all'Università La Sapienza si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un master (DEA) in Storia dell'Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in Scienze Sociali all'Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Tra il 1995 e il 2005 ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di reperti archeologici e sui cercatori d'oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. Attualmente la sua ricerca è orientata sulle implicazioni etiche della corporeità. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in decine di pubblicazioni e convegni internazionali in Europa, in Canada e negli Stati Uniti. Di prossima pubblicazione, un volume sul rapporto tra etica individuale, norma e costruzione politica dell’illegalità. Parallelamente alla sua attività di ricerca, tra il 2015 e il 2018 ha collaborato con una casa editrice di Bruxelles orientata sulla poesia performativa e la prosa poetica, in qualità di editor e di lettrice. Alcuni suoi testi di poesia sono stati pubblicati su retabloid (rassegna stampa di Oblique Studio, 2018); nel 2019 è stata finalista al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano per la sezione “une prosa inedita”, e membro della giuria critica del Premio nel 2020. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo in cielo e in terra. Nel corso del 2020 ha curato e tradotto per Carte nel Vento testi di poesia francofona contemporanea inedita in Italia (Marcel Moreau, Serge Pey e, prossimamente, Christophe Manon e Hélène Dorion). Un suo testo figura tra gli Atomi 2020 di Oblique Studio (#20).

Anna Maria Pes, videolettura della poesia inedita “Esi(s)to”, premessa di Ranieri Teti

“Dietro quinte fragili” agisce questa poesia di Anna Maria Pes. Tra finzione e realtà si incunea il poeta: quello che è sembra non essere, quello che non è sembra prendere una forza inesausta. Mentre un mondo cadente viene definitivamente spogliato dalla poetessa, un mondo in attesa della prova mostra tutta la sua fragilità.

Al termine del testo soccorre il tornare al titolo, a questo “esisto” scritto con la seconda esse tra parentesi, che nella rappresentazione grafica porta il senso di un esistere esitando, porta all’incerta presenza di fronte al mondo, alla consapevolezza di esservi provvisoriamente parte.

Non ci sono certezze nel “quotidiano esistere” se non un vano girovagare, un disfarsi tra “dissonanze e assonanze”.

Là, dove cadono fittizie impalcature, il poeta registra con la massima attenzione il disfacimento.

 

Esi(s)to

 

Nel personaggio – non personaggio

Nel proscenio del quotidiano esistere

Nell’Io – non Io dell’esistenza effimera

Nel baleno dietro nuvole annodate di giorni incerti

Ossimori differenze obbligate dall’umano persistere

Di azioni insulse negate offuscate da nebbia vile

Nel girovagare notturno di attori scalzi svestiti

Maschera / Trucco      Pubblico distratto      Annoiato

Senza trama Senza luci Senza musica

Velluti cremisi di sipari impazziti alla ricerca di

Personaggi – non personaggi

 

Dietro quinte fragili

 

Protagonisti in attesa            Copioni vuoti            Suggeritori assonnati nel buio

Pantomime in agguato           Dissonanze/Assonanze            Sincronie metafisiche

 

Apparenza insolente            Mefistofele del giorno            Enigma provvisorio

(alle spalle ti aspettano per abbattere impalcature)

 


Anna Maria Pes (già docente nella scuola media statale), opera in campo artistico dal 1978 (acquerello, ceramica, incisione) e in campo letterario dal 1998.

Dal 1998 le sue poesie sono state pubblicate in riviste letterarie: SILARUS Battipaglia, POESIA Crocetti Editore (Testi dei lettori) e in Antologie: “Andar per poesia“, “Luci ed ombre“ (Ibiskos Editrice Empoli), “Scriviamo un libro insieme“ (ALI Penna d’autore Torino), Circolo Culturale Identità Pontedera, Spazio Donna Striano Napoli, “L’emozione del ricordo” Armonia delle Muse (Ibiskos Editrice Empoli) (Fiera del Libro 2006 Torino, Fiera del Libro Roma 2006), “Incontri di Poesia“ (Ibiskos Editrice Empoli), “Officina della Percezione”, “Percorsi del dire I” (Anterem Verona), “Città di Salò 2006” Riviere del Benaco, “Solchi di Scritture”, “Poeti e scrittori contemporanei allo specchio “, “Tendenze di linguaggi “ (Edizioni Helicon).

Riconoscimenti e premi nei Concorsi: “ G. Gronchi” Pontedera , “Gli Etruschi” Vada-Livorno, Circolo Culturale Sardo Brescia, Concorso Nazionale Ibiskos - Risolo ( sez. Poesia singola, sez. silloge inedita), “Spazio Donna” Striano-Napoli, “Città di Salò” Ibiskos Ed.Risolo, “Mondolibro” Roma, “Casentino” Poppi-Arezzo, “Maestrale San Marco 2006” Sestri Levante-Genova, CEAC 2011 Milano – “Citta di Pontremoli” La Spezia, “L. Montano” Anterem – Verona: 2003 /2013 /2014 / 2016 /2017/2018/2019 (sez. Una poesia inedita), 2006 (sez. Raccolta inedita)-; Premio “Il Delfino” 2015/2016/2017/2018/2019 (sez. Poesia) Marina di Pisa.

1° premio Concorso “Il Delfino 2014” Marina di Pisa –Pisa sez. Poesia: ” Come gabbiano” (da “Solo sentire”).

Opere edite:

2002: “TRASPARENZE” Ibiskos Editrice Empoli (Fiera del libro 2003 Torino).

2007: “SOLO SENTIRE” ( Fiera del Libro 2007 Torino, 2006 Roma ) Ibiskos Editrice A. Risolo -Empoli (segnalazione d’arte Premio Internazionale “L’integrazione Culturale per un Mondo Migliore” 2011; finalista sez. Poesia Concorso di poesia “Terzo Millennio” XIV Ed.2014 C.A.P.IT. Roma)

2015: “IN DIES” (Book Festival di Pisa 2015) Ibiskos Editrice A. Risolo - Empoli (Premio della Giuria “Città di Pontremoli” 2016)

Opere presenti presso le Biblioteche:

Biblioteca Universitaria Cagliari, Biblioteca Comune di Cagliari, Biblioteca Provinciale di Cagliari, Biblioteca Universitaria di Sassari, Biblioteca Comune di Sassari, Biblioteca Nazionale Centrale V.E.II Roma - Biblioteca Civica Terzo Alessandria, Biblioteca di “Presenza”, Striano - Napoli, Biblioteca Nazionale Centrale Firenze, Biblioteca Marucelliana Firenze, Biblioteca Comune di Poppi ( Arezzo), Biblioteca Civica Verona.

Irene Sabetta, videolettura con animazione dalla raccolta inedita "Nomi cose città", nota di Laura Caccia

Nel rovescio del trittico

Contrariamente a quanto il titolo induca a pensare, nomi cose città di Irene Sabetta, non dispiega solo i temi familiari, naturali e urbani, indicati dalle tre sezioni dell’opera, ma ne rovescia le superfici, ne capovolge le prospettive.

Quasi un trittico che, come le antiche decorazioni d’altare ad ante richiudibili, ci mostra sul lato visibile situazioni e pensieri manifesti e sul lato interno, nascosto, un sentire più in ombra: “Nel prato di maggio / ho trovato nascosto / un fiore sotterraneo”. Di fronte i nomi delle figure familiari o amate, le cose, le città. Sul retro l’orfanità, l’invisibilità, l’erranza.

In tutte le sezioni a permearne i versi sono le zone d’ombra, segrete l’invisibilità che quindi vi risuona, la difficoltà di farne parola, così che “Come un usignolo, / voli di notte e non canti”. E, insieme, l’erranza che spinge oltre l’apparenza, il nomadismo che intride i testi e la distanza che chiede cammini di incontro.

E la poesia? Mostra anch’essa il suo lato nascosto, indica Irene Sabetta: “Incontriamoci / nell’ottava stanza di una poesia / dove il silenzio non è mai troppo / e l’alfabeto non basta”. A custodire tacitamente, nel rovescio del suo trittico, un nuovo alfabeto, una voce che ancora possa cantare.
 

Da: cose
 

Light in May
 

Nel prato di maggio

ho trovato nascosto

un fiore sotterraneo.

Nella cripta luminosa

la luce proietta da oriente

l’immagine di un dio

che viene.

Nel libro aperto dei muri affrescati

angeli tristi

sospendono il giudizio

e ripudiano il volo.

Con le ali abbassate

il dono delle stelle nere

è nelle loro mani.

Vivremo sempre

o non vivremo affatto.

Eppure a luci spente

è facile e sensato

scorgere nella cripta un chiarore

d’arte o di fuoco

che emana dal muro

e ci accompagna allo scoperto.
 

Usignolo
 

La forma del mondo

non ti precede

e neanche ti accoglie

con collane di fiori

ai piedi della scaletta.

E tu non precedi la forma.

Nessun architetto ha firmato il progetto.

Nel gelo dell’inverno

il chiarore del pensiero

risplende sulle montagne

e annichilisce ciò che non si adatta.

Mortali i sensi e gli uccelli.

La forma baratta il metodo con la complicità.

E tu non essendo complice ti disfi di metodo e forma.

Come un usignolo,

voli di notte e non canti.
 

Da: città
 

Rio bound
 

Obliterami

con la tua potenza.

Dimentichiamo il mondo

e ricostruiamo la parola,

tra gli alberi tropicali

e le piume dei pappagalli

impazziti di gioia.

L’anima violenta

scalpita in quiescenza

sulla montagna

e vibra di musica.

La senti solo da lontano.

Acqua azzurra e acqua nera

nelle insenature minime.

Corpo inerte della cultura

smembrato e adagiato

sulle spiagge

nei rituali

dell’estate eterna.

Non c’è luce più vera

di quella che non vuoi vedere

né città più concreta

nelle vie di fuga.

Siamo gente nomade

in una galassia di periferia

e negli angoli soltanto abbiamo dimora.
 


Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegna inglese al liceo e coordina, da oltre venti anni, un laboratorio teatrale per gli studenti con il regista Marco Angelilli. Ha pubblicato, con FrancoAngeli, un saggio per il volume La mediazione scolastica. Scrive poesie e molte di esse sono presenti in antologie curate da vari editori come Perrone, Aletti, Poetikanten, Il Foglio Clandestino, Pagine, Bertoni. Nel 2015, si è classificata prima al concorso Augusto Tacca e, nel 2017, è stata finalista al Festival della Lentezza con un racconto breve e al premio letterario Don Luigi Di Liegro. La casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’Antologia iPoet 2018 e per l’ Agenda poetica Il segreto delle fragole. Recentemente ha pubblicato una plaquette dal titolo Inconcludendo con l’editore Escamontage e ha ricevuto una menzione di merito al premio Lorenzo Montano. Suoi testi sparsi si trovano sulla rete (Poetarum Silva, Patrialetteratura, Neobar, Gateway to the fourth dimension, I poeti del parco).

Collabora con il sito Atlante delle residenze creative di Tiziana Colusso e un suo articolo è incluso nel volume Residenze e Resistenze creative, Luoghi Interiori ed.

Sergio Sichenze, videolettura della poesia inedita “La versione dell’enigma”, premessa di Ranieri Teti

L’altezza del momento fermato in “La versione dell’enigma” ci dona un controllato soprassalto, ci porta dove la vita è enigma e doloroso passare, la terra è fragile, la memoria è abissale.

Sergio Sichenze, da grande arrischiante, si sporge fino all’ultimo centimetro possibile di un ideale crinale, fino a quella sospensione, a quel lembo in cui non c’è distinzione tra terra e aria, in un mutuo rovesciarsi.

In questa poesia tutto è sempre in bilico, come nella vita. Tutto ciò che viene osservato o registrato è già stato mediato nel pensiero: a esempio la voce, nella verticalità del testo, da “calligrafia aerea” diventa un insoluto silenzio.

La complicità del ritmo all’idea, il versificare breve, un vocabolario sceltissimo e coerente, la tecnica compositiva, rendono possibile l’aderenza perfetta di senso e ritmo.

 

La versione dell’enigma

 

Incerta geometria

della voce, calligrafia

aerea, straniato

suono: spezzato lascito

di parole.

 

Inaccessibile piega

del labbro: crinale con zelo

affilato. Abisso

della memoria: rantolio

terreno.

 

Oscillare

di toni: vertici, arrendevoli

conche, aline

plaghe.

 

Sussurri, bisbigli, insoluti silenzi.

Consumato

ansimare, rappreso

alito: apnea di sfiorito

tempo.

 

Tardivo vivere

nell’altro.

 


Sergio Sichenze è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. Ha pubblicato racconti e raccolte poetiche, tra cui “Nero Mediterraneo” (Campanotto Editore, 2008), “BOBBIO Y MOSTAR” in “La natura dell’acqua: almanacco di letteratura rinnovabile 2011” (Marcos y Marcos Editore, 2011), “Nei chiaroscuri del tango” con Elisabetta Salvador (Campanotto Editore, 2018), “Il futuro cede al ritorno” (Convivio Editore, 2019), “Tutto è uno” (Terra d’ulivi edizioni, 2020), “Incantazione” (Màrgana edizioni, 2020). Sue poesie compaiono in alcune raccolte. Nel 2018 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Dal 2019 è membro della giuria Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Fa parte del comitato di redazione del quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria “Menabò” (Terra d’ulivi edizioni) per il quale cura la rubrica “Pi greco”.

Ultima pagina, Immagini da “Questa cosa”

Immagini da “Questa cosa”: Marosia Castaldi, Gio Ferri, Milli Graffi, Marica Larocchi, Maria Pia Quintavalla, Fausta Squatriti

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Quarta di copertina: Autori di “Carte nel vento”

Autori di “Carte nel vento”

Sebastiano Aglieco, Nadia Agustoni, Alessio Alessandrini, Pietro Altieri, Viola Amarelli, Angelo Andreotti, Marcello Angioni, Cristina Annino, Gian Maria Annovi, Lucianna Argentino, Davide Argnani, Giuseppe Armani, Paolo Artale, Gianluca Asmundo, Alessandro Assiri, Daniela Attanasio, Dino Azzalin

Luigi Ballerini, Paola Ballerini, Daniele Barbieri, Bianca Battilocchi, Maria Angela Bedini, Daniele Bellomi, Primerio Bellomo, Franco Beltrametti, Mario Benedetto, Dario Benzi, Riccardo Benzina, Pietro Antonio Bernabei, Armando Bertollo, Vanni Bianconi, Nicoletta Bidoia, Ilaria Biondi, Giorgio Bona, Giorgio Bonacini, Leonardo Bonetti, Simone Maria Bonin, Doris Emilia Bragagnini, Silvia Bre, Andrea Breda Minello, Fabrizio Bregoli, Luca Bresciani, Alessandro Broggi, Roberto Bugliani, Simone Burratti, Giusi Busceti, Antonio Bux

Laura Caccia, Rinaldo Caddeo, Nanni Cagnone, Giuseppe Calandriello, Maria Grazia Calandrone, Giovanni Campana, Mario Campanino, Enzo Campi, Giovanni Campi, Martina Campi, Emanuele Canzaniello, Maddalena Capalbi, Michele Cappetta, Roberto Capuzzo, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Lorenzo Carlucci, Anna Maria Carpi, Peter Carravetta, Alberto Casadei, Mauro Caselli, Guido Caserza, Marosia Castaldi, Davide Castiglione, Paola Casulli, Alessandro Catà, Elena Cattaneo, Alessandra Cava, Roberto Ceccarini, Giorgio Celli, Alessandro Ceni, Rossella Cerniglia, Maria Benedetta Cerro, Marilina Ciaco, Viviane Ciampi, Gaetano Ciao, Antonella Cilento, Laura Cingolani, Mara Cini, Gabriella Cinti, Domenico Cipriano, Roberto Cogo, Gabriella Colletti, Osvaldo Coluccino, Tiziana Colusso, Silvia Comoglio, Federico Condello, Nicola Contegreco, Antonino Contiliano, Morena Coppola, Giorgiomaria Cornelio, Marina Corona, Marcella Corsi, Elena Corsino, Erika Crosara, Albino Crovetto, Lia Cucconi, Miguel Angel Cuevas, Vittorino Curci

Mauro Dal Fior, Anna Maria Dall’Olio, Chetro De Carolis, Alessandro De Francesco, Enrico De Lea, Chiara De Luca, Lella De Marchi, Annamaria De Pietro, Evelina De Signoribus, Riccardo Deiana, Silvia Del Vecchio, Fernando Della Posta, Pasquale Della Ragione, Stefano Della Tommasina, Aurelia Delfino, Tino Di Cicco, Danilo Di Matteo, Vincenzo Di Oronzo, Bruno Di Pietro, Stelvio Di Spigno, Letizia Dimartino, Edgardo Donelli, Paolo Donini, Antonella Doria, Patrizia Dughero, Giovanni Duminuco

Marco Ercolani, Flavio Ermini, Franco Falasca, Mario Famularo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Roberto Fassina, Silvia Favaretto, Francesco Fedele, Federico Federici, Annamaria Ferramosca, Paolo Ferrari, Aldo Ferraris, Luca Ferro, Paolo Fichera, Massimiliano Finazzer Flory, Zara Finzi, Antonio Fiori, Raffaele Floris, Rita Florit, Ettore Fobo, Giovanni Fontana, Luigi Fontanella, Valentino Fossati, Biancamaria Frabotta, Kiki Franceschi, Tiziano Fratus, Mario Fresa, Lucetta Frisa, Adelio Fusè

Gabriele Gabbia, Miro Gabriele, Tiziana Gabrielli, Maria Grazia Galatà, Marinella Galletti, Carmen Gallo, Gabriella Galzio, Guido Garufi, Paolo Gentiluomo, Mauro Germani, Fabia Ghenzovich, Alessandro Ghignoli, Gianluca Giachery, Anna Maria Giancarli, Lino Giarrusso, Andrea Gigli, Patrizia Gioia, Carolina Giorgi, Sonia Giovannetti, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Lorenzo Gobbi, Marcello Gombos, Llanos Gomez Menéndez, Michela Gorini, Giuseppe Gorlani, Alessandra Greco, Angela Greco, Cesare Greppi, Lino Grimaldi, Maria Grimaldi Gallinari, Iria Gorran, Giovanni Guanti, Ermanno Guantini, Vincenzo Guarracino, Mariangela Guàtteri, Gaia Gubbini, Gian Paolo Guerini, Stefano Guglielmin, Andrea Guiducci

Giovanni Infelìse, Maria Grazia Insinga, Carlo Invernizzi, Stefano Iori, Francesca Ippoliti, Gilberto Isella

Ettore Labbate, Sonia Lambertini, Michele Lamon, Marica Larocchi, Vincenzo Lauria, Leandro, Alfonso Lentini, Laura Liberale, Nicola Licciardello, Tommaso Lisa, Oronzo Liuzzi, Domenico Lombardini, Andrea Lorenzoni, Francesco Lorusso, Ghérasim Luca, Antonella Lucchini

Loredana Magazzeni, Giulio Maffii, Franca Mancinelli, Danilo Mandolini, Francesca Marica, Marianna Marino, Emanuela Mariotto, Attilio Marocchi, Raffaele Marone, Francesco Marotta, Giulia Martini, Giulio Marzaioli, Vincenzo Mascolo, Stefano Massari, Mara Mattoscio, Alessandro Mazzi, Luciano Mazziotta, Daniele Mencarelli, Manuel Micaletto, Emiliano Michelini, Roberto Minardi, Marco Mioli, Francesca Monnetti, Daniela Monreale, Gabriella Montanari, Emidio Montini, Marcel Moreau, Romano Morelli, Umberto Morello, Sandra Morero, Alberto Mori, Alessandro Morino, Renata Morresi, Gregorio Muzzì

Luigi Nacci, Clemente Napolitano, Paola Nasti, Giuseppe Nava, Stefania Negro, Giulia Niccolai, Davide Nota, Mario Novarini, Marco Nuzzo, Riccardo Olivieri, Francesco Onìrige, Margherita Orsino, Cosimo Ortesta

Luca Paci, Marco Pacioni, Alessandra Paganardi, Cristiana Panella, Carla Paolini, Alice Pareyson, Paola Parolin, Giovanni Parrini, Angela Passarello, Giuseppe Pellegrino, Camillo Pennati, Gabriele Pepe, Daniela Pericone, Roberto Perotti, Anna Maria Pes, Serge Pey, Mario Pezzella, Luisa Pianzola, Antonio Pibiri, Renzo Piccoli, Antonio Pietropaoli, Roberto Piperno, Pietro Pisano, Stefano Piva, Marina Pizzi, Daniele Poletti, Gilda Policastro, Chiara Poltronieri, Giancarlo Pontiggia, Nicola Ponzio, Michele Porsia, Stefania Portaccio, Claudia Pozzana, Ivan Pozzoni, Chiara Prete, Loredana Prete, Maria Pia Quintavalla

Alessandro Ramberti, Jacopo Ramonda, Giuseppina Rando, Andrea Raos, Beppe Ratti, Filippo Ravizza, Luigi Reitani, Vittorio Ricci, Jacopo Ricciardi, Alfredo Rienzi, Giuliano Rinaldini, Alfredo Riponi, Massimo Rizza, Gianni Robusti, Marta Rodini, Cecilia Rofena, Andrea Rompianesi, Stefania Roncari, Silvia Rosa, Sofia Demetrula Rosati, Lia Rossi, Pierangela Rossi, Giacomo Rossi Precerutti, Greta Rosso, Enea Roversi, Anna Ruchat, Paolo Ruffilli, Gianni Ruscio

Irene Sabetta, Luca Sala, Tiziano Salari, Luca Salvatore, Rosa Salvia, Lisa Sammarco, Massimo Sannelli, Irene Santori, Patrizia Sardisco, Marco Saya, Viviana Scarinci, Antonio Scaturro, Evelina Schatz, Giuseppe Schembari, Fabio Scotto, Massimo Scrignòli, Loredana Semantica, Luigi Severi, Sergio Sichenze, Ambra Simeone, Stefania Simeoni, Roberta Sireno, Maurizio Solimine, Lucia Sollazzo, Marco Sonzogni, Pietro Spataro, Fausta Squatriti, Giancarlo Stoccoro, Stefano Stoja, Maria Paola Svampa

Antonella Taravella, Gregorio Tenti, Diego Terzano, Italo Testa, Ranieri Teti, Matilde Tobia, Maria Alessandra Tognato, Carlo Tosetti, Silvia Tripodi, Luigi Trucillo, Guido Turco, Giovanni Turra Zan

Liliana Ugolini, Tonino Vaan, Adam Vaccaro, Luca Vaglio, Roberto Valentini, Camillo Valle, Sandro Varagnolo, Francesco Vasarri, Matteo Vercesi, Cesare Vergati, Maria Luisa Vezzali, Nicola Vitale, Ciro Vitiello, Annarita Zacchi, Simone Zafferani, Paola Zallio, Claudio Zanini, Claudia Zironi, Aida Maria Zoppetti, Marco Zulberti

Settembre 2020, anno XVII, numero 48

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 
Carte nel vento n. 46

Carte nel Vento

periodico on-line 
del Premio Lorenzo Montano

 

a cura della redazione di "Anterem"


“Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l'esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell'universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all'avventura di ripetere questa esperienza; e si cade in uno stato di dipendenza, di assuefazione a questo processo, così come altri possono assuefarsi alla droga o all'alcol. Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta”.

Convochiamo idealmente Josif Brodskij, l’autore della frase, come portavoce della fedeltà dei poeti alla parola. Testimonianza che il “Montano”, anno dopo anno, continua a raccogliere e proporre in questo periodico. Trasmettere, rinnovare e condividere questa esperienza rappresenta per noi un grande piacere. Ringraziamo i poeti e i prosatori presenti nel nuovo “Carte nel vento”, non solo per i testi inviati al premio lo scorso anno, ma anche per la disponibilità a offrirci le loro voci e i loro volti.

Il presente numero si aggiunge ai due precedenti nel racconto dell’edizione 2019 del Premio Lorenzo Montano; altri ne seguiranno, con regolarità. Qui presentiamo Lucianna Argentino, Paolo Artale, Doris Emilia Bragagnini, Fernando Della Posta, Bruno Di Pietro, Ettore Fobo, Miro Gabriele, Michela Gorini, Iria Gorran, Sonia Lambertini, Franca Mancinelli, Danilo Mandolini, Francesca Marica.

L’apertura del 48° “Carte nel vento” è dedicata a Serge Pey, importante poeta francese praticamente inedito in Italia, presentato e tradotto da Cristiana Panella, e al ricordo di Fabrizio Bianchi offerto da Michela Gorini. La conclusione è affidata al cameo di Bianca Battilocchi, con la sua videolettura di “Nontiscordardimé”, e alle immagini dell’inaugurazione di “Albedo”, la scultura di copertina, con Isabella Caserta e Vittorino Andreoli che accompagnano l’artista Piera Legnaghi.

Ranieri Teti

In copertina: “Albedo”, scultura di Piera Legnaghi

Prima pagina: Cristiana Panella presenta e traduce Serge Pey

Nota ai testi di Serge Pey (prima parte)

 

Caminante no hay camino, se hace camino al andar...

Golpe a golpe, verso a verso...

 

La poesia non si spiega che con la poesia. Cerco frasi ordinate in cui contenere il magma di terra laterizia del mondo poetico di Serge Pey, stratigrafie di scrittura/oralità in cui coabitano i leoni di Chauvet, i troubadour e la memoria eretica occitana, lo zaum dei futuristi russi, il Dada, il rap del tumborro di Barbagia, la cosmogonia huichol, il Magnum Opus alchemico, la letteratura Beat, la Scolastica, l'archeologia, la fenomenologia, la militanza politica, il flamenco. Un "misticismo ateo" che proferisce un'incessante creazione, il duende proprio al principio di vita stesso in quanto pulsione, anelito, conato.

Cerco frasi ordinate, e non le trovo. Ho chiesto al poeta le poche necessarie.

I versi di Antonio Machado racchiudono alcuni elementi fondanti dell'itinerario poetico di Serge Pey. Innanzitutto la memoria. Di un uomo i cui ultimi passi si sono incrociati, verso destinazioni che segneranno destini, con quelli di José Juan Amelino Pey-Saguer, padre di Serge Pey, anarchico catalano internato nel campo di concentramento di Argelès sur-Mer in quello stesso anno 1939, pochi mesi prima che Machado morisse, insieme a sua madre, anch'egli negli stenti della Retirada dei 500.000 dalle truppe franchiste verso la Francia, a Collioure, dopo essere passato per Cerbère dove venne a trovarsi anche José Juan Amelino Pey-Saguer. Nel maggio del 2014 Serge Pey e Chiara Mulas hanno percorso quelle strade della memoria portando, in un'altra marcia collettiva di resistenza e testimonianza, 400 lettere scritte da bambini sulla tomba di Machado, vegliata da una buca delle lettere rossa, così come veglia il fiore. Per Serge Pey Antonio Machado è infanzia, radice; è il primo esempio del camminare in poiesis, nella vita come movimento di farsi e disfarsi, passo dopo passo, "colpo dopo colpo, verso dopo verso". Colpo, passo, verso. Colpo, passo, verso. Seguendo la nota blu che alita la parola poetica attraverso il corpo in gesto, voce e protesi: la poésie d'action in cui Serge Pey è maestro.

GESTO: braccia e piedi piantano la parola poetica. Una volta piantata essa è sancita, è al mondo. Le parole del poeta si piantano nel basso e nell'alto. Nella terra e nel cielo. Nella terra Serge Pey piantuma i bâtons à parole, bastoni incisi a poesia d'inchiostro; piantuma il piede che scandisce il verso, il pomodoro rosso maciullato tra le mani. Nel cielo piantuma la piuma, l'invocazione, l'occhio che si fa pertica, scala, dito. La parola non è solo manifesta ma è manifesto, dichiarazione di intento al singolare: tendere verso, desiderare. Piantumare il gesto significa fare del desiderio azione, dare al cuore braccia volenterose, mettere in circolo per radicare il soffio del desiderio attivo. Lasciarlo in eredità gravido.

VOCE: la voce viene trasformata in verso, affinché sia riconosciuta sorella dai vulcani e dagli uccelli. Viene sputata in grumo, espulsa dalla fucina verticale che va dall'ipofisi all'ano, e dall'ano all'ipofisi in un'incessante inversione del senso di marcia; il desiderio che esce dal corpo-metronomo si fa suono materico, verso ibrido cerebrale, gutturale, cardiaco, gastrico, intestinale, sfinterico. Umano, animale, minerale, atmosferico. "Colonna vertebrale" polifonica della postura poetica.

PROTESI: oggetti di natura, utensili illuminati: rose, pomodori, pietre, piume, reti, scarpe, maschere, cappelli, fotografie.

Si piantuma per chi verrà. Si piantuma per chi è stato.

I testi qui proposti sono frammenti di questa spira mirabilis, in un continuo rimando tra cielo ctonio e cielo astrale, in una militanza etica in cui il battito poetico segna il giusto tempo di una dimensione senza tempo, raggruma nell'istante la ciclicità non dell'evento ma dell'avvento. La coglie situandola, come sciamana, attraverso il verso. Una poesia situazionista perché in-sita il verbo poetico; perché in una logica transitiva di volenza risponde presente all'istante. Ricuce il ritmo interiore con quello esteriore, che si soffi su una piuma, si spacchi una pietra o si depongano rose, per riprendere alcune splendide immagini dell'azione poetica "La pierre et la plume" (Serge Pey e Chiara Mulas, 2017). E tuttavia il gesto poetico in situ non è contingente. Non si esaurisce nel qui e ora di una serie di azioni ma è presente all'azione del soffio vitale, di quel "respiro nella contraddizione" con cui Pey definisce l'arte. In questo soffio convivono la presenza e il suo contrario, in uno stesso flusso coerente, cioè coeso: "una bestia che non esiste, una bestia che esiste", "una bandiera che non è una bandiera", "le forze ctonie che sono il rovescio del cielo". Tutto è collegato grazie al tempo intonato della contraddizione. Tutto nell'essere presenza di per sé testimonia non solo la possibilità ma la reale esistenza del proprio contrario; del non-essere e dell'assenza, ma anche del rovescio, dell'inversione.

In questa contraddizione, che è quella vitale dell'umanità, la poesia è insieme traccia ed eco. Pietra e aria. Il gesto in presenza, quello della poésie d'action, è così impronta di gesti e rumori ancestrali, di rifrazioni del cosmo senza nome che ci permettono, oggi, di stare al mondo, di essere contemporanei non perché dipendenti dall'attualità ma perché battiamo il giusto tempo di un soffio cosmico, eredi di una condivisione di passi, mani, suoni, umori, escrementi. Anelli di una lunga catena di aneliti in transito. Inalare l'azzurro dell'infero e del superno.

 

 

In più di te

 

I morti non sono

solo cifre

 

Quando ti amo

amo qualcosa

in più di te

ma che tuttavia viene da te

fino a occhi che non si vedono

 

Qui i cani non abbaiano

li si sente ridere

nelle pozzette di urina

Le nicchie sono taverne

dove gli angeli ruttano

consonanti

sulle nostre labbra incompiute

 

Le vocali sono mani

che lacerano la notte

 

Quando si scrive

qualcuno che viene dall'avvenire

ci tiene la mano

poi ci offre la pelle come una pagina

 

I tavoli sono infelici

sotto le lampade

I calamai non esistono più

eppure nei nostri corpi

colano riserve d'inchiostri

che terminano la notte

con una stella

in fondo a una frase

 

Una flebo goccia lentamente

dal mio cervello verso la pagina bianca

di un libro senza titolo né copertina

È il suo sangue bianco

che sale improvviso

verso di me

e che scrive il poema

che non hai ancora scritto

e mi fa sanguinare la pelle

fino al tuo amore.

 

 

Sul dettaglio delle cose

 

1

Questa bottiglia infranta sul pavimento

non è vetro

ma una parola rotta

forse uno specchio

posato su un orecchio

 

Ora le parole che spazzo

nella vanga parlano

un'altra lingua

più forte di quella della bottiglia

quando era intatta

e piena d'acqua

 

Un'altra bottiglia

posata più in alto sulla mensola

guarda la scena

 

Spezzare un'altra forma

far nascere una parola

di questa forma che non possiamo raggiungere

e che non sarà mai letta

 

Ma anche spezzare una parola

nella tua mano

è una cosa rotta

soprattutto amandoti nelle tue ombre

 

Le lettere che spazzo

nella vanga

chiamano ora

una parola senza cosa

ma che le contiene tutte

e che non ama nessuno

neanche l'infinito

che non smette di (ri)finirsi

camminando a piedi nudi

sul vetro rotto

 

2

Il ventre aperto del sole

all'improvviso davanti al paesaggio

ci mostra le trippe

o i suoi spiriti

 

Il paesaggio ci fotografa

lentamente

e ci fa indietreggiare

L'abisso ci guarda

perché da tempo

ci abbiamo gettato occhi

 

Il poema si torce le mani

a forza di avvicinarsi al vuoto

che batte come un cuore

 

Una parola non è che questo

ma è già troppo

senza sapere

poiché le cose ci ascoltano

 

Il vuoto non ha che un unico bordo

come una tazza

e quando lo voltiamo

è la tazza che cade

e il bordo guarda ciò che è caduto

 

Il cielo beve quello che può

rimpiangendo di non aver avuto bordo

come un bordo senza buco

un buco senza bordo

dove nessuno può scendere

ma dove tutti i bordi del mondo

saltano passando dietro di noi

 

3

Il parto dell'aquilone

si è svolto

all'ospedale della spiaggia

in mezzo a cordicelle

e fogli storti

 

Quest'uccello intempestivo

Questa mano su di noi

come uva

che fa sanguinare le sue unghie

 

Le parole sacrificate

che trascina nella coda

permettono di trattenere

gli eventi

che sono per esempio

il volo di corvi

o di aerei a reattore

In un angolo

del paesaggio

ci nascondiamo

in ciò che ci guarda

con la coda dell'occhio

 

Così te

davanti alle pagine bianche

che trascinano i venti

che si prendono per biancheria

 

Così con i tuoi occhi persi

che abbiamo ritrovato

o restituiti

per gettare biglie nei buchi

 

4

Una parola è un nodo

in ritardo o in sguardo

sul mondo

o in anticipo

quando il mondo non è più qui

 

La poesia è un concorso di circostanze

che uniamo in una botta sola

disfacendo i nodi

 

Piantiamo

la matita in mezzo al poema

che ha appena scritto

come un coltello

per disfare il nodo

 

Una parola è un pericolo isolato

circondato dall'abitudine

delle altre parole

Ti chiamo in questo giorno

con il tuo nome

Ti chiamo

Ti lego

 

Ascolta

La poesia si strappa

gli occhi per parlare

come i denti

 

Le parole non odono

Guardano le orecchie

di quelli che leggono

e fanno nodi

 

Stamattina, la poesia mangia

le orecchie delle parole

che non sentono

affinché le si possa sentire

e fare nodi

 

5

Ogni parola perde le sue lettere nella morte

e il suo silenzio cola

goccia a goccia

minuscola dopo minuscola

 

Un segno lampeggia

all'incrocio di tutte le strade

di tutte le colombe

di tutti i corvi

e di tutte le maiuscole

 

Il poema

che sfugge a questa parola

è un pericolo nuovo

che esita a iniziare

il poema da una minuscola

e il seguito della frase

in maiuscolo

 

La parola

di un testimone principale

partito senza che nessuno

l'abbia identificato

si perde le lettere

 

Ora una bestia fabbrica l'universo

e trascina la testa del tempo

con un capello solo

 

Vediamo il vuoto

discendere dal cielo

come una parola proveniente

da una geometria

 

Il nocciolo sotterraneo

dell'altezza

 

6

In un poema

il lettore che si oppone

a un dettaglio

che ha davanti

sottintende la somma

dei dettagli che lo guardano

 

Poster strappato

Corvo appollaiato su un semaforo

Specchio che beve in uno specchio

 

Un dettaglio si accorda sempre

con il nome della cosa

contenuta in questo dettaglio

e che va a generalizzare

tutti i dettagli che circondano

questa cosa

 

Ogni poema è anche una somma di dettagli

da dove sfuggono i titoli

delle cose che li guardano

 

Il dettaglio di un poema

si accorda sempre con un dettaglio

che sfugge

a colui che lo legge

in un segreto ad alta voce

 

Sono i dettagli

che si leggono tra loro

e a volte il titolo di un poema

non è che la somma di tutti i dettagli

che ha davanti a sé

ma in un nuovo ordine

del canto generale

 

Perciò per riprendere

i dettagli seguenti e citati sopra

riconsideriamo questa lista :

Poster strappato

Corvo appollaiato su un semaforo

Specchio che beve in uno specchio

 

Si otterrà una combinazione

di titoli come un giro di parole crociate

 

Corvo strappato su un semaforo

o Poster che beve in uno specchio

 

Così questo paesaggio che ho davanti

è divenuto stamattina

un dettaglio generale

e il lettore è

il quinto dettaglio

davanti ai quattro angoli del paesaggio

generale che ha perso i dettagli

 

7

Come leggere il poema

o piuttosto come leggere

il silenzio che circonda

le parole che formano questo poema

 

Ogni parola stamattina è un dado

che roteo nella mano

sopra al tavolo di un gioco

che non gioca

 

La poesia perde sempre

quando vuole allineare l'infinito

come i dadi

 

Il poeta gioca a Dio

sul tavolo da gioco

Getta gli occhi

facendo rime e luoghi

 

La rima non appartiene che all'orecchio

e se è il caso

cessa immediatamente di essere poesia

 

La rima appartiene all'occhio

stabilendo per esempio

un ponte

tra dio e gioco

 

Il pensiero suona unicamente

nelle rime

dissotterrando luoghi che non sono mai

esistiti e che all'improvviso ci vedono

 

8

Il ruolo della poesia

non è di togliere

le spine del rosaio

nel vaso posato sul tavolo

 

Né di aggiungere spine

al profumo delle rose

che cola sul tavolo

 

La poesia ci lascia

incerti

e la rosa distesa

su tutto il tavolo

ci lascia la promessa

di non esistere più

 

Questa rosa è un avvenire

già scritto

ma questa rosa è necessaria

e somiglia a una finalità senza fine

che tuttavia si ferma per guardarsi

Le casualità mentono

e questa rosa

è la giustizia di un nulla assoluto

 

Questa rosa posata sul tavolo

è bella perché è incapace

di capire la sua bellezza

Nessuna bellezza sa che è bella

 

Il suo suicidio di luce

fa di lei l'assente di tutto il mazzo

e il nulla diventa all'improvviso bello

davanti alla rosa intera

tacendo

 

9

La poesia è bassa

Bisogna sporgersi per raccoglierla

in mezzo a sedie rovesciate

 

La poesia non esiste da sola

sopra cose

sedute su sedie

 

Eppure è prigioniera

di quello che l'ha giustamente costituita

in bellezza

quando una cosa si alza

dalla sedia

 

La poesia non è mai una verità

senza la realtà

di una sedia che si siede

su un'altra sedia

 

La poesia va fino al fondo

dell'uomo

che smonta la sedia

per accendere un fuoco

 

La poesia è una decisione

che crede alla propria esigenza

delle parole della sedia

 

Abbiamo talmente picchiato

sul naso di questa sedia

che continua a sanguinare

senza accorgersi che è un uomo

che sanguina su di lei

o i suoi piedi che l'hanno attraversata

 

10

E per alleviare

il tavolo abbiamo

tolto i piatti e il pane

 

Poi ci siamo messi sulla panca

per smontare il tavolo

e l'acqua era assetata

di sole

 

Poi abbiamo svitato

i piedi e tolto il piano

fino all'entrata

rimasta beante davanti allo zerbino

 

Il mio tavolo è diventato così

una porta

ma quando è giorno di fame

la rimettiamo sempre in piedi

per sederci in casa attorno

 

Così quando mangiamo

non abbiamo più porta

all'entrata di casa

 

E quando chiudiamo a chiave

la porta per uscire

non abbiamo tavolo

all'interno di casa

 

E perciò per alleviare

casa

abbiamo eretto un tavolo

contro l'entrata e i cardini

e all'interno una porta per mangiare

 

La poesia sa che una porta

è sempre un tavolo

e un tavolo una porta

Fino a una parola che non sa

essere né orizzontale né verticale

per uscire o mangiare

decide che non ci sarà più niente

in casa.

Serge Pey e Chiara Mulas: "La plume et la pierre"

"fiestival" maelström 2017, Bruxelles

Foto: John Sellekaers, 2017

 

("fiestival" è scritto proprio cosi'). Questo fiestival annuale è organizzato dalla casa editrice di poesia e prosa poetica maelström réEvolution.

https://www.facebook.com/fiestivalmaelstrom

 


Serge Pey: nato nel 1950, scrittore, poeta, scultore, tra archeologia, filosofia ed etnologia, Serge Pey resta uno dei più singolari esponenti della poésie-action internazionale. Esperienza dei limiti del linguaggio, impegno politico e filosofico della poesia, esame critico della performance, statuto del ruolo delle avanguardie sono temi centrali della sua ricerca teorica. I suoi testi chiariscono in modo pertinente e polemico il ruolo che il poeta può avere negli spazi urbani di una società che propulsa la poesia fuori dal libro. Tra più di 50 opere ricordiamo Ahuc, poèmes stratégiques (Flammarion), Le trésor de la guerre d’Espagne et la Boîte aux lettres du cimetière  (Zulma) Le manifeste magdalénien (Dernier Télégramme), Jérôme Bosch, avertissement d’incendie (Voix éditions), Histoires sardes d’espérance, d’assassinat et d’animaux particuliers (Castor Astral), Occupation des cimetières (Jacques Brémond), Poésie-action, manifeste pour un temps intranquille, (Castor Astral), Mathématique générale de l’infini (NRF Gallimard), Le carnaval des poètes (Flammarion), Victor Hugo, Notre Âme des paris (La rumeur libre). Vincitore del Grand prix national de poésie de la société des gens de lettres et du Prix international de poésie contemporaine Robert Ganzo, nel 2017 gli è stato conferito il Grand Prix de poésie Guillaume Apollinaire. Presidente della Cave Poésie di Toulouse, professore emerito, membro dell'Unité mixte de recherche CNRS, Framespa, satrapo del Collegio di Patafisica, Serge Pey ha diretto fino al giugno 2018 gli Chantiers d'art provisoire del CIAM, all'Università Toulouse2-Jean Jaurès.

Terza pagina: Michela Gorini per Fabrizio Bianchi, editore e poeta (1946-2019)

e non ho nemmeno la forza di scriverlo

in chiaro

 

5 dic. 2019

Auguri, Michela.

Anche se in ritardo.

Sarò un po' fuori dal giro fino a tutto gennaio.

Sono in cura.

Al San Matteo di Pavia.

Per una leucemia quasi fatale.

~

Non ho il controllo del corpo

~

Senso, corpo, corpo, senso. Tutto ciò che dell’essere vivi o imprigionati, in quel corpo e senza, sentirlo e non sentirlo. Sentirsi senza corpo. Queste parole – notizie dall’ospedale – mi attraversano come una doccia fredda. Leucemia (quasi, fatale). Questione severa, l’onere del corpo, corpo che si sente, corpo che non si sente. Il controllo nelle vie cerebrali, sistema nervoso autonomo, viscere, quale corpo non sentivi?

Scrivo queste righe in periodo lockdown (Covid 2020). Confinamento al proprio corpo. Mi chiedo, allora (dicembre 2019) dieci volte prima di scrivergli, se scrivere meno, se giusto ricevere, la consistenza materiale di parole. Perché si posano sul corpo. Vorrei, domandare. L’istante stesso vorrei domandare, l’istante che riguarda il corpo. Quanto forte affrontarsi, l’istante della perdita suprema, il discorso senza parole addosso e non poter replicare perché comanda la temporaneità per essenza e saprai, lì, che è in atto l’istante in cui smetterai di sentire le tue tracce. Il bordo trasferiva tracce, immissione di ossigeno, proprietà riciclabili sostenibili, sentire il lavoro e l’abito vitale che si rigenera da sé. Non esiste un sapere oltre, una forma vivibile sperimentabile alternativa. Non esci dal confinamento, dal confine al corpo che si morde e ti straccia, pezzo per pezzo, la vita che pensavi appiccicata. La vita che mordeva il corpo – desideri rabbiosi – non è la stessa vita che ti libera, è questa labile fatta di contorni che modifica gli umori e ti permea le ossa di movenze, lega muscoli e toni a un grado inferiore.

Sei pallido, bianco. Così ti vedo.

Malato ma vivo. Vivo ma silenzioso. Goffo e sparpagliato, la tua sfida con la vita, spavalda timidezza, parole accantonate, posate, scritte, quelle che ci siamo detti. Riposano e restano, a rischio di fragilità e senso.

 

Fabrizio scrive un corpo che non riposa, incessante, inappagato. L’incontro che non si rivela, il sogno e definirsi ogni volta altrove: supereroe della scena, schizzo a carboncino, scarabocchio. Il suo tono nitido, le sue timidezze, pause, l’essenziale e necessario, sempre, la sua voce misurata. Dietro sentivo il suo sguardo, la sua ricerca, le sue riproduzioni, le sue questioni. Trovare qualcosa per dire qualcosa, senza dirlo a tutti. Tutto non è stato manifesto, con Fabrizio. Mi domando cosa avrebbe sentito del corpo disarmato del lockdown, l’alterità trasmessa in decibel, offuscata incessante. L’aritmia e lo scompenso. Avrebbe cercato ancora un senso, il suono incessante dopo il silenzio.

La lettura qui sotto, sono tracce della sua poesia, di corpo maschile estratto e non trattato, adolescente, padre e bambino, identità fallibile, corpo animato, animale, amante.

 

Sul bordo

Come si imparenta un corpo – padre – a un corpo altro – figlio? Restiamo affiliati a una matrice (che non ha di materno). Se parti di un tessuto che si separa, e separato comunque. Forse sei lì a domandarti se viene, da te. Il grande scarto tra grande e piccolo, sconfinate solitudini e anni luce, dalla loro affamata allegria. Non poter dare una collocazione alla funzione, fare l’adulto, fare il padre con il piccolo staccato e congiunto. Le parti corporee staccate che non incarnano funzione. Non starci dentro, il paesaggio, non esserci. Un soprassalto fisico di insopportazione. La tua voce in silenzio che grida, la scrittura addosso che ti tormenta e distrae, il tuo sguardo linguaggio che corre oltre lo spazio.

Prestare cura (è il tuo sangue), tratta in qualche modo di un codice, una scrittura genetica che tratta il suo sangue, la marca maschile sconfinata e scritta nel tuo. Sieroso appiccicoso, estraneo e inassimilabile. Un derivato, in formula differente. La biologia che ti richiama all’ordine, a una trama ancestrale che non ti contiene e ti assenti, presti ascolto al tonfo della caduta. Domandandoti, vestito, dove, esistere. Se figlio, uomo, adolescente. Il codice ti consegna un figlio in eccesso, vivide pulsazioni, amorevole ricettivo alle attenzioni barbariche che sei chiamato a mostrare, mentre zampilla altro sangue a rintocco e tu, la deriva, padre dismesso a osservare vividi orizzonti sconfinati e perderti, in solitudini. La tua necessaria impossibilità di non combinarti all’insieme, proclamarti silenziosamente uno, uomo. Stazionare per vivere sul bordo.

 

Giardinetti 1

piangi per un’improvvisa caduta

[le ginocchia strisciate

da polvere nera e sieroso sangue appiccicoso]

devo farti fare pipì tergerti

le righe terrose delle lacrime

[mentre non so perché /vivo

/vivi

in /orrenda caduta verso il nulla]

/rapidissima

Fare finta di niente.

 

La melma del reale

Dov’è la concessione all’esistere? Fabrizio è il suo sottosuolo, il primo piano nella sua dipartita e molto prima e ripetutamente, dominano le sue tonalità, il terreno già sporco di melma reale e scorie. Lasciate le sue piccole tracce composte e decomposte. Lineari.

(afasia) Perdita della capacità di comporre/comprendere. Fabrizio non si interroga, sullo strumento (linguaggio), lo osserva, lo usa, lo sfida, cerca senso e scopo, disperatamente, nel sottofondo di indistinti rumori. Forma lo strumento, il suono, suona nella scrittura lo strumento poesia. In afasia su ogni tassello noioso e noto, suona lo strumento corpo stracciato nel sudario del foglio bianco.

 

Stardust

E sporchiamola, dunque questa poesia

con tutte le scorie e la melma del reale

ingoiando, fino in fondo lo schifo di un mondo che ti stupra,

ti violenta, ti tortura a morte, oggetto senza dignità

corpo stracciato sotto il sudario del foglio

lenzuolo bianco che deve testimoniarne lo strazio

 

Male version

Macchiolina costante e accesa, il punto più reale dell’umano, piccolezza e precocità nel sentire e sentire senza dominare, senza dignità. Al tuo interno, commentabili, visibili, risibili macchioline, pois così netti, neri (Dio le ha fatte resistenti), ti salgono al dito. Macchioline che ti hanno scritto come invisibili occhi. Tracce di esiguità e finitezza in potenza, convocata istintività. La forza vivificante del corpo animale, il rettile che ti spoglia la pelle e la riforma, si decuplica, in forme che dipartono alla struttura animale che ti contiene alternato e sognante, avvolgente e imperativo, con l’elemento al femminile. Dove si fonde, generosamente, l’animalità e sublimandosi, al dio serpente, ingoiandosi ogni remake di piacere esistito / esistente, finalmente sazio. Umano, premeditato, perversamente (entro) il corpo del linguaggio, ricresciuto in parti (altre), code, zampe, bifide lingue. Ancora vivo. La struttura del linguaggio muove pezzi, assembla, tramuta, taglia e morde. E ricompone, ne esce la raccolta. Parole mai a riposo, qualche altro ti ricorderà, leggendoti, decostruirà e ricostruirà, deformato, oltre il game over. Ciò che non può, nell’abitare l’uomo, Fabrizio lo lascia al corpo dell’animale in mutazione, al videogame con superpoteri, al maschio del sottofondo urbano, che possiede senza domandare.

 

Sacrificio al dio serpente

Ed ecco: siamo all’elevazione.  E ti proclamo beata

[di fronte a Dio e agli uomini]

e vorrei avere 3 peni, e 2 bocche a ventosa

e più lingue [nei posti giusti]

migliaia di sensori e tentacoli

su un corpo da enorme pitone

per possederti tutta

contemporaneamente

e avvinghiarti poi fino a toglierti il respiro

e ingoiarti poco a poco nella bocca slogata

smisurata

gli occhi sbarrati in uno sforzo disumano

il corpo deformato che segue la tua sagoma:

una pelle che scivola, con lentezza, sulla tua

fino ad avere, perfettamente, la tua forma

[così amata]

Divento te, dentro.

Pigramente piangendo,

[dal piacere] per settimane.

Finalmente sazio.

Sfamato.

 

Fast Sex

mentre le abbasso la gonna e i collant

e cerco famelico il suo sesso bagnato scostando gli slip

e la penetro /in piedi [tra le imprevedibili scosse del metrò]

/in equilibrio

sicuramente tra gli applausi ammirati degli altri viaggiatori

[urla e fischi di incoraggiamento, una standing ovation

sincera e liberatoria, richieste di bis].

 

Videogioco 3

Smettila di saltare, Lara.  

Sparare senza tregua.

Toglierti il reggiseno.  [ci sarà un trucco per farlo]

Fammi provare.  Toccarti.   Giochiamo col tuo corpo. Ti prego.

O violentami tu. Sono pronto.

E [dopo averlo fatto] fammi pure saltare via il cervello.

 

La nostalgia di te

Invece malsicuro, imperfetto, quel tuo essere nel maschile (o trovartici a che vedere?) Il rapporto che non si realizza insieme alla donna, mai sincrono, reiterante quella implacabile tua scelta di solitudine, linciaggio di eredità che non si intrecciano a ciò che di te compie l’idea di un desiderio, un desiderio ardente, inserito dentro la donna. Fino a l’amare, l’irraggiungibile a te simile, al di là di lei. Maledettamente solo.

 

Fast sex

[mentre mi divora la nostalgia di te

e di tutti i tuoi buchi sensibili

della tua pelle

di ogni sua macchiolina o lentiggine

delle tue labbra socchiuse]

una donna sufficientemente /bella

/a te simile

da provare a levarle [anche solo mentalmente] i vestiti

 

[…]

E invece,

arrivo frustrato a Porto di Mare

per incontrarti [mentre stai partendo]

per un fugace abbraccio

un bacio furtivo sulla guancia

nel buio

e nel buio subito scompari

[lasciandomi un desiderio ardente di te

che divampa e mi brucia dentro i calzoni congelati/stecchiti]

triste e inappagato pendolare dell’anima

[maledettamente solo]

 

Retroscena

Polvere di stelle, sbiadita. La scena generosa e insensata che sbiadisce, in onore al vero. La partecipazione vuota, mummificata. La scrittura non tradotta. Dove l’abito maschera e distorce, frenesie di comparire, repentinamente scomparire, nessuna scelta: blackout. Tutto può essere scarabocchio, anche la polvere che si decompone e sbiadisce, caricatura di specie di esistenze autorigenerantesi, agghindate di suoni e specchi ove domare un “piccolo” posto e garantito, nei pressi del nulla. Disarmonia che si disgrega, austerità e melanconia, verità e vuoto. Parole che si dimenano distorte, all’ascolto. E non si propagano. Noia, sonno, ingoio di nascosto Fisherman’s per tenermi sveglio. Addormentamento, letale.

 

Stardust

I vecchi poeti
recitano tutti una poesiola sui gatti
[e anche sui moscerini e sulle mele]
e c’è anche quello più famoso
[già mummificato]

 

Mister Zhou

Poeti esangui

tutti concentrati in privati [noiosi] malesseri

[in genere insegnanti: lettere o filosofia]

 

[…] incapaci di vivere davvero la vita

di amarne i reali odori & sapori

e il denso sangue nero che la irrora

 

Showdown

Dio, non farmi diventare un vecchio poeta

gonfio dei suoi miseri ricordi

dei premi collezionati

 

 

28 dic. 2019

In ricordo di

Fabrizio Bianchi

Poeta e direttore editoriale

Dot.com press Poesia

Postilla di Ranieri Teti

 

Il 12 ottobre 2019 è la data di una delle ultime apparizioni pubbliche di Fabrizio Bianchi. Lo invitammo a Verona, in qualità di editore, al Forum Anterem – Premio Lorenzo Montano.

Le due immagini proposte sono state scattate quel giorno.

Molti ricorderanno il suo intervento, ricco di spessore, passione, competenza, pacatezza e disponibilità al confronto. La sua umanità fu un prezioso elemento aggiuntivo.

Lucianna Argentino, video presentazione; prosa inedita "Il silenzio è ascolto", nota di Mara Cini

 

1

Il silenzio è ascolto.

Il silenzio è per l’anima ciò che lo spazio è per il corpo. Apertura. Esercizio. Intimo movimento di ciò che senza voce dà voce all’essenziale.

Lo sanno bene i poeti nel loro essere contesi tra parola e silenzio personali, creativi, che creano dialogo, che esprimono - fanno intimità. E parola e silenzio impersonali, mondani, che creano confusione, distanze - spezzano legami o li impediscono.

Il poeta fa silenzio per farsi ascolto. Con la parola poetica crea silenzio e ascolto.

L’essere poetica della parola dipende dal silenzio su cui è innestata.

Allora si può dire che anche il silenzio è conteso tra la parola poetica e l’abisso del nulla, il nulla che certe parole portano con sé quando nascono da silenzi inagrestiti e che anche il silenzio si contende i poeti per sfuggire al nulla che non gli appartiene. Perché se il silenzio non nasce alla parola e al pensiero non è silenzio.

La collisione tra parola e silenzio crea poesia, avvia la metamorfosi della parola in poesia, là dove l’acceleratore è lo Spirito, la Ruah, che abita il silenzio.

Il silenzio dei poeti è una presenza che si fa presente e fa le cose presenti.

La parola poetica è il salto quantico del silenzio, il suo mutare di stato e di sostanza e attraverso il quale le parole si offrono al potenziale d’azione del dire.

 

5

Il silenzio è speranza.

Il silenzio è speranza che la parola poetica da esso possa emergere come la vita dall’acqua primordiale e a quell’emergere segua la precisione del dire perché anche la poesia è speranza. Speranza che si compie, ma non si esaurisce, speranza in atto che genera speranza.

Silenzio e speranza sono attesa, ma sono soprattutto cammino verso qualcosa che già è presente e non attende altro che la nostra collaborazione per manifestarsi.

La speranza - innestare il futuro nel presente - richiede lavoro, proprio come il silenzio che una volta accolto viene trasformato in qualcosa d’altro in cui continua a respirare e dunque è anch’esso materia che il poeta plasma, anzi è il silenzio stesso a rendere le parole malleabili, pronte all’impasto poetico. Ma il silenzio, il vivo silenzio dei poeti è anche dubbio e paura perché dubbio e paura sono parte della nostra sostanza e possono essere zavorra oppure slancio. Temiamo che l’attesa sia vana quando non riusciamo a trovare vita nell’attesa. Quando l’attesa è più una resa mentre attendere è un verbo attivo: indica - azione.

In ebraico il verbo sperare, qiwwah, vuol dire anche essere teso, aspettare ed è collegato a una parola che, tecnicamente, indica la corda dei muratori e oltre a voler dire del legame della vita con la speranza e della speranza con l’“Altro da sé” sta a significare che la speranza è misura del valore che diamo alla nostra vita. Giacomo Leopardi parla di speranza come passione e George Steiner si diceva “incapace, persino nelle ore più tetre, di rinunciare alla convinzione che le due meraviglie che giustificano l’esistenza mortale sono l’amore e l’invenzione del futuro verbale”. Amore e futuro verbale che sono quella speranza nella cui declinazione siamo tutti.

 

7

Il silenzio è una voce e due punti.

È nella sospensione dei due punti, in ciò che il silenzio introduce, invita con la sua presenza.

È nell’attesa di ciò che nel silenzio, con il silenzio av-viene.

L’avvento fuori tempo, l’imbattersi del presente nel futuro. Di quanto nell’avvenire accade, giunge sotto altra specie.

È la visita dell’angelo.

È l’attesa e la sospensione dell’Annunciata di Antonello da Messina.

Tutt’intorno l’oscurità del silenzio in cui si nasconde la luce, e Miryàm sta, senza aureola, perché è ancora solo Miryàm - una fanciulla. E il silenzio è ancora solo silenzio, è ancora solo respiro che sfoglia le pagine del libro.

E la mano dice all’angelo attendi, taci, così la parola al silenzio:

fammi domanda e attendi che io diventi pronunciabile.

E Miryàm attende che diventi pronunciabile il suo assenso.

 

14

Il silenzio è digiuno.

Un digiuno non penitente, ma di purificazione, di alleggerimento.

Un digiuno festivo. Un digiuno che nutre.

Il silenzio così vissuto e praticato libera la nostra anima dalle scorie della quotidianità. Asterge il nostro essere dal superfluo che lo appesantisce, lo ancora a terra, lo rende cieco e soprattutto sordo all’ascolto di quanto in noi vibra all’unisono con il canto sommesso del mondo. Bereshit – prima parola ebraica del libro della Genesi – significa In principio e contiene sei lettere che secondo la Cabala possono essere scambiate di posto per formare altre parole che danno vita a importanti messaggi. Uno è Taev shir che vuol dire “desiderio di un canto”. Dio dunque creò il mondo perché desiderava sentir cantare, desiderava che il mondo cantasse - il canto che ogni essere umano deve trovare il modo di intonare. Per di più alcuni scienziati ipotizzano che prima di imparare a parlare, gli ominidi, modulassero dei suoni simili a un canto, un po’ come fanno alcune scimmie del Borneo. Quindi il canto prima della parola e quindi il silenzio come un canto misterioso e nudo – la vibrazione cosmica di fondo del nostro essere.

Pericoloso è il digiuno dal silenzio.

Virginia Woolf quando le voci che sentiva divennero talmente intense e ingestibili da non permetterle di concentrarsi sulla scrittura mise delle pietre nelle tasche del cappotto e si lasciò annegare nel fiume Ouse.

 

34

Il silenzio è tenda.

Tenda dal latino tendere: attendere, prendersi cura.

Attesa e cura di qualcuno o di qualcosa.

Ma anche tendere verso qualcuno verso qualcosa.

Tendere all’unione, alla comunione, alla relazione questo è scritto nel nostro DNA biologico e spirituale.

Silenzio/tenda – luogo dell’incontro e presenza.

Incontro con l’altro da sé e presenza di entrambi in uno stare che è stare in presenza ognuno della presenza dell’altro e dell’essenza in essa incarnata.

Recinto sacro ritagliato nello spazio del quotidiano affanno. Luogo dell’incontro in cui la parola poetica, dopo aver attraversato la presenza fondante del silenzio, si fa testimonianza - testimonia il suo stesso essere presenza che nel dirsi si offre, si dà a nuove nascite.

Tenda in cui trovare riparo per esporsi a e sopra ciò che è margine e marginale eppure è radice del farsi tenda del corpo poetico della parola.Il Verbo divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi. Così la parola poetica si fa carne a immagine e somiglianza. Ma c’è dell’altro. Per i latini la tenda da campo è il papilio perché spiegata e tesa assomiglia a una farfalla. E da papilio si giunge a padiglione parte esterna dell’orecchio dove confluiscono suoni e rumori, voci e parole.

Dove ha principio l’ascolto.

Così il silenzio è anche

 

35

Il silenzio è campo.

Il silenzio è il terreno in cui si pianta la tenda – doppia dimora, dunque doppia esposizione: all’aperto, al fuori dalla tenda e al chiuso, al dentro la tenda. Là dove il fuori ha un suo essere all’interno in una chiusa esteriorità e il dentro ha un suo essere fuori in una aperta interiorità dove si crea lo spazio per la libertà.

Silenzio/campo – luogo dell’attesa e della cura.

Nel silenzio si attende in una attesa che è già cura. Ci si prende cura di sé per aver cura dell’altro, perché cura è responsabilità:

Dov’è tuo fratello?

ma prima

Dove sei?

Se so dove sono, so dov’è mio fratello e mio fratello sa dov’è. Un sapere mai completamente raggiunto, un sapere sempre in cammino. Un sapere del sangue e delle viscere. Un sapere dell’amore che sa sempre quali strade percorrere. In quella libertà che non finisce dove inizia quella dell’altro, ma la prende per mano. Si prendono per mano.

Nel silenzio con un esercizio interiore ci si predispone all’attesa, si rivolge l’animo a qualcosa o a qualcuno ci si distoglie da sé e attraverso la lontananza da noi stessi si attua lo spazio per la cura, per l’accudire – un domestico rimettere a posto. Fare ordine.

Acc-udire – accorrere ascoltando. Attendere è ascoltare attentamente, fare bene, impegnarsi in qualcosa, impegnarsi con qualcuno.

Aspettare: ex - spectare – guardare fuori di sé, guardare attentamente. Senza cupidigia. Guardare per ri-conoscere l’altro, per ri-conoscersi nell’altro e per fare in modo che l’altro, accolto, si ri-conosca.

Ma il silenzio è anche il campo, mai neutro né neutrale, di terra e di carne in cui si svolge la battaglia tra il poeta e la parola poetica spesso renitente, spesso al limite del dicibile.

 

***

Il testo di Lucianna Argentino mi riporta al mondo di un’amata autrice, Chandra Livia Candiani, che nel suo recente Il silenzio è cosa viva racconta come il meditare, in silenzio, sia un perfetto stare dentro se stessi, abitando lo spazio del vuoto, ascoltandosi consapevolmente.

Dal silenzio si impara appunto ad ascoltare la vibrazione, il respiro, a sintonizzarsi con la propria voce interna, ricettacolo della nominazione, eco dei giorni.

Del testo di Lucianna Argentino mi piace sottolineare l’equazione tra parola poetica e silenzio. Il suo mutare di stato e di sostanza (del silenzio e della parola poetica) verso un potenziale d’azione del dire.

 


Lucianna Argentino è nata e vive a Roma. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Sue poesie sono presenti in molte antologie tra le quali “Poesia’ 90″ (Il Ventaglio), “Incontro di poesia” (Rebellato, 1992), “Poesia degli anni novanta” (Poiesis), “Poeti senza cielo, vol. 2°” (Il Melograno) “Poeti e poetiche n. 2” a cura di Gianmario Lucini, “Fil Rouge antologia sulle mestruazioni” a cura di Loredana Magazzeni e Antonella Barina e in riviste tra le quali Poiesis”, “Origini”, “Gradiva”, “La Mosca”, “Italian Poetry Review”, “Il Monte Analogo”, “The world poets quarterly”, “L'ustione della poesia” (ed. Lietocolle 2010), “La Clessidra”, “NoiDonne”, “Capoverso”, “Il Fiacre n.9”, “Arenaria”. “Punto- Almanacco della poesia italiana n. 3- 2013”, È presente in diversi blog di poesia, come “Lapoesiaelospirito”, “Imperfetta Ellisse”, “liberinversi”, “Isola Nera”, “Furioso Bene”, “Blanc de ta nuque” “Amigos de la urraka”, “La dimora del tempo sospeso”, “Nazione Indiana”, “Le vie “poetiche”, “Rai News24”, “Moltinpoesia”. Ha fatto parte della redazione del blog letterario collettivo “Viadellebelledonne”. Ha partecipato a diversi Festival tra cui “Ottobre in Poesia” (2007) di Sassari; al Festival Caffeina di Viterbo nel 2011 e nel 2017; al “Festivart della Follia” a Torino (2015); al Festival “La Rocca dei Poeti” nel borgo medioevale di Ostia (2015, 2016, 2017) e nel Tempio di Santa Croce a Tuscania (2018); allo “Stabia Teatro Festival di Castellammare di Stabia (2016); a “Ritratti di Poesia” di Roma (2017); al Festival della poesia nella cortesia a San Giorgio del Sannio (2017); al Festival “La luna e i calanchi” di Aliano (2017); al Festival “Notturni di Versi” di Portogruaro (2018). È coautrice con Vincenzo Morra del libro “Alessio Niceforo, il poeta della bontà” (Viemme, 1990). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991) con la prefazione di Gianfranco Cotronei; “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” ((Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini; “Verso Penuel” (edizioni dell’Oleandro 2003) con la prefazione di Dante Maffia; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi; “L'ospite indocile” (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; il poemetto “Abele” (Ed. Progetto Cultura, Le gemme 2015) con la prefazione di Alessandro Zaccuri di cui alcuni brani sono andati in onda, nel giugno del 2017, su Radio Vaticana nella rubrica “Pagine Fogli Parole” a cura di Laura De Luca nell’interpretazione di Pino Censi; “Le stanze inquiete” (Edizioni La Vita Felice, 2016); “L’ombra dell’attesa” (Macabor Editore, 2018) con la prefazione di Elio Grasso, ristampa revisionata del libro “Verso Penuel” del 2003. Nel 2009 ha pubblicato la plaquette “Favola” (Lietocolle), con acquerelli di Marco Sebastiani. Il suo lavoro inedito “La vita in dissolvenza” (quattro monologhi al femminile) sono stati musicati dal chitarrista Stefano Oliva e presentati in vari teatri, associazioni culturali e Festival. Dal 2014 collabora con le Acquelibere Ensemble con lo spettacolo “Almanacco indocile”. Il 9 settembre del 2018 su Radio Vaticana è andata in onda la sua intervista impossibile ad Abele, interpretato ancora da Pino Censi, nella trasmissione “Domande impossibili” curata da Laura De Luca. Il 27 dicembre 2018 è stata ospite di Radio Radio nella trasmissione “Un giorno speciale” di Francesco Vergovich nella rubrica “Affari di libri” curata da Maria Gloria Fontana.

Paolo Artale, videolettura; dalla raccolta inedita "Conversazioni in giardino", nota di Laura Caccia

 

La cura del dire


Con chi dialoga Paolo Artale nelle sue conversazioni in giardino?

Dove parole e gesti, nel contesto di una natura prossima, sono disseminati attraverso molteplici, differenti cure. Delineando confini e delimitazioni e nel contempo spalancando passaggi e dilatazioni, ponendo rimedi all’incompletezza e insieme proponendo inedite soluzioni, cercando di volgere attenzione alla “paziente / ricostruzione del cielo”, così come alla devota edificazione di “punti di rugiada”.

È chiaro come, per l’autore, la natura rispecchi elementi di separazione e di distacco, nei suoi “aspetti di confine. / a esilio”, e nello stesso tempo consenta un’immersione totale in essa. E come, ancora, riesca a garantire “un impreciso numero di felicità”

Anche la parola viene coinvolta nell’azione naturale di ricomposizione e di creazione di nuove soluzioni, inediti disegni. E la natura, nei suoi “colloqui vegetali”, appare l’oggetto e insieme l’interlocutore privilegiato delle conversazioni, tanto da far supporre che proprio da essa venga raccolta un’eredità di cura e di parola.

Così, nella necessità etica di un pensiero rivolto alla ricomposizione, come nell’esigenza estetica tesa alla creazione, in questi testi di Paolo Artale sono soprattutto gli elementi della natura a sostenere la cura del dire, a proporre “soluzioni diverse come calchi di gioia”.


 

 Da: conversazioni

 

-strada per Tovi-
 

per lato a confine di giardini o

qualcosa lasciato in dono:
 

costruire punti di rugiada.
 

questa estate è la prossima esitazione.

ma soprattutto i soffioni aperti.
 

profaniamo il bosco da ogni parte.
 

spesso i fiori sanno ripetersi

per imitazione. durante la notte.
 

***

deve cambiare questa aria in clausole

di piuma. vestigia
 

rimangono di intenti a fogliame.
 

propagate per semina si oppongono.

bacche.
 

un impreciso numero di felicità.

 

 

Da: acque di riposo. di composizione

 

***

osservando gli occhi delle altre, dice
 

è sbocciato quasi nulla tra le forme

private del caprifoglio.

un posto dove si aprono in un modo diverso.

dimenticano il dominio.
 

altra cosa è le proprietà del gelo.

la luce riflessa dal dorso degli insetti

 

il controllo delle- posizioni lontane

dove si trovano le cose cadute.

mentendo sulla bellezza feriale
 

sulla composizione del giardino

e delle terre sigillate.

i suoi orli nella finitura delle lampade

è come ammirare questa residenza

in una-altra estate fredda

 

*** 

sostituendo i pensieri delle altre, dice

e poi ripenso alle cuciture del bosco

il tentativo di educare la luce negli inneschi

o capsule- ugualmente

gli apici sono solo una parte della notte.

per poi diligere il contenuto del buio.

 


Paolo Artale, nato a Busto Arsizio nel 1966, vive a Cantello (VA). Ha fatto parte di diversi gruppi poetici e ha partecipato a numerose letture pubbliche. Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, su “L’Ulisse”, rivista on-line per la quale ha intervistato Antonella Anedda; sulle riviste “Resine”, “Atelier”, “La clessidra”; su “poeticodiario”, Lietocollelibri; su “Le vie della letteratura”, puntoacapo Editrice; su “almanacco punto”, sito on-line della puntoacapo editrice.

Dal 2010 al 2012 ha tenuto, in co-conduzione, un laboratorio di poesia per conto di un’associazione culturale. Dal 2002 al 2005 è tra gli autori di “invisibile voce” poesia a teatro contro la guerra.

Da diversi anni, sta approfondendo la conoscenza della letteratura dell’ottocento, soprattutto italiana e francese e della letteratura americana e inglese del novecento.

Dal 2015 collabora con “puntoacapo Editrice” di Alessandria. Ha pubblicato: ”La stagione sconosciuta”- Centro Stampa (1998); “L’abbandono” – EOS Editrice (1999) prefazione di Marco Merlin; “Una specie di quiete”- Dialogolibri Editore (2008); “Gli incanti” -Book Editore; “i meli”-puntoacapo Editrice (2014), prefazione di Valeria Serofilli.

Ha ottenuto diversi riconoscimenti sia per l’edito che per l’inedito, tra i quali: la silloge “i meli” ha ottenuto la “menzione” alla XXVII edizione del premio “Lorenzo Montano”, sezione inediti; un testo tratto dalla raccolta inedita “conversazioni in giardino” ha ottenuto la “menzione” al XXIX premio “Lorenzo Montano”.

Hanno scritto di lui e della sua poesia: Angelo Lorenzo Crespi, Lorenzo Scandroglio, Giorgio Romussi, Fabio Simonelli, Marco Merlin, Giuliano Ladolfi, Manrico Zoli, Jacopo Marchisio, Valeria Serofilli, Emanuele Andrea Spano, Tito Cauchi, Raffaele Piazza

Doris Emilia Bragagnini, audiolettura animata; da "Claustrofonia", Ladolfi Editore 2018, nota di Giorgio Bonacini

Con una scrittura densa e avvolgente – per concretezza visiva e sonora – l’autrice ci presenta un libro dove la parola è sganciata da ogni senso di realtà ordinaria e referenziale, per creare essa stessa il vero reale: quello di una poesia che ha, nel suo proprio e unico dire, la composizione di un mondo. Dunque non un’ispirazione a sé predestinata, ma “un movimento sotterraneo” in cui anche il vuoto che comincia a prendere mente e a farsi pensiero. E’ suono interiore che si rende visibile per farsi scavo verso il paradosso di un silenzio che parla sospendendo il senso. Perché la poesia è parola sempre nuova, che, da un passato sconosciuto, si riaccende oltre il significato, alla ricerca del senso che non trova. E’ così, come scrive l’autrice, che l’implosione di poeticità diventa un sentire necessario, che espone il poeta come “illusione ottica e sonora/.../ senza solco peso dimora”, lasciando spazio all’unico vero “io”: l’io poetico. Quello che solo è capace, non tanto di estrarre le parole che non sappiamo, ma anche di mantenerle sconosciute, perché possano, nel loro cammino nascosto, uscire improvvise in un’inedita visione: quella che ci fa veramente sentire che “di fantasmagoria si può vivere”.

 

 

Dalla sezione sfarfalii – armati – sottoluce


Claustrofonia

il muro tace, non risponde più

si lascia guardare angolandosi

in riproduzioni lessicali nei passi

o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura

differente, a porte chiuse] tolte le dita

da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali

agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento

dell’anima in guardiola, divelta e sugosa,

chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano

moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi

divaricate a terra ora

“...tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky

 

 

Dalla sezione giunchiglie trapassate

 

Ricreazione

Evito parole così a me uguali da risultarmi ovvia

non cercherò la trama – quella sottile – mai

scomparsa attesa di dire le cose

fatalità scorrevoli come gabbie aguzze

un pennino spuntato che non sa più curvare

la chiamavano Boccadirosa invece

un baco piovuto dall’alto sgranato sul filo

l’impronta sul colletto mille zampe conficcate

nei pensieri dalla bocca aperta io stormisco

di gelso nella luce verde con le foglie

 

 

Dalla sezione nonnulla da tenere

 

*

a volte penso a quelle scale compassate e smunte

ala passamano steso sopra una brughiera in ferro

spazzata da riccioli gaglioffi come un vento

 

*

mendico di me le pause tra i pensieri fatti a imbuto

sulla pioggia dei nonnulla da tenere per domani

domai saprò vederli sentirli nominarsi

e si sapranno dire, in questo inesauribile fragore.

 


Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine dove tuttora risiede. Suoi testi sono presenti in alcuni periodici online e cartacei tra cui Carte nel Vento a cura di Ranieri Teti, EspressoSud a cura di Augusto Benemeglio, Noidonne a cura di Fausta Genziana, in varie antologie (tra cui Il Giardino dei Poeti ed. Historica e Fragmenta premio Ulteriora Mirari ed. Smasher), in blog e siti letterari come Neobar e Il Giardino Dei Poeti (collabora in entrambi come redattrice), Carte Sensibili, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Poetarum Silva, WSF, Linea Carsica.

Ha partecipato ai poemetti collettivi La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello e Un sandalo per Rut (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Il suo libro d’esordio è OLTREVERSO il latte sulla porta (ed. Zona 2012).

Fernando Della Posta, videolettura; dalla raccolta inedita "Sole raso", nota di Laura Caccia

Per gli invisibili


Non la luce a picco sulle cose, che ne prevarica le ombre, piuttosto la luminosità bassa che le incipria e si insinua tra gli anfratti, portandone a vista gli aspetti più intimi e nascosti. Così illumina il sommerso la parola di Fernando Della Posta in Luce rasa.

Parola che, simile al sole radente tra le gole, “come lo sguardo di un amante”, si distende sulle cronache degli invisibili, sui gesti minimi, sulla forza di ribaltare stagnazioni e ripari. Muovendosi tra l’affettivo e il sociale, l’esistenziale e l’etico, il letterario e il naturale nei diversi testi spesso non titolati, lasciati esposti.

Dove, nello snodarsi delle storie dei vinti, trovano parola personaggi accomunati dal ruolo di “attore di seconda fila” o di comparsa. E dove il dire trae forza nell’opporsi a chi scarta “come fosse superflua / ogni visone ulteriore” e nel cercare, rispetto a tutto il difficile dell’esistere, di “farne salto / che precipita in nuova luce”.

E cos’è la poesia? Non è forse luce rasa che sceglie di non violentare le cose, ma di toccare, con voce d’amante, le più intime oscurità, così come i lati più mutilati del vivere? “Più che la bontà può la letteratura”, dichiara Fernando Della Posta, in grado, di fronte a oltraggi e consunzioni, di accarezzare le cose e i viventi, illuminare ogni solitudine, dare chiarore agli inciampi, consentire ogni volta di rimetterci al mondo.

(Questa raccolta è stata pubblicata nel 2020 da Giuliano Ladolfi Editore con il titolo "Sembianze della luce").

 

*** 

Non è facile, non è facile catturare una luce

nel temporale portato dal vento, mentre

la noia pasquale imperversa, e una parvenza

di perdita ci assale, una caduta al ribasso

tra le lente ore che passano, incespicando

in un buco, una gora, una traccia, una fiumara

che s’ingrossa dietro i vetri che si riempiono

di timide gocce di cielo ricacciate nel nulla

dal lesto sole. Altri maestrali si porteranno via

questi già vecchi e fragili puntini di mimosa.

 

***

Ci si può vestire

di versi di pelle sintetica,

farne cappotti da stendere

sui nostri anni irrisolti,

come a coprire cadaveri

il cui odore non si scioglie

nemmeno rivoltando le zolle

di una pagina bianca.

Ma si può farne salto

che precipita in nuova luce.

 

***

Dite a quelli

che cavalcano sicuri in superficie

che sotto di loro

c’è sempre stato

tutto un mondo sommerso

e che soprattutto il tempo

sostituisce fatti e testimoni oculari.


 

Odiarvi, odiarvi

quando a pancia piena

scartate come fosse superflua

ogni visione ulteriore.

 

***

Chi arriva prima sbiadisce lentamente.

Nonostante ciò l’usignolo di Keats

non avrà mai il becco scheggiato.

 

Luce naturale
 

Sono l’attore di seconda fila

la comparsa che riempie il paesaggio

la chioma dell’albero che sta nel contorno

la mia storia non ha importanza.
 

Spesso faccio flessioni sul tetto di un grattacielo

e guardo un mare sconfinato.

Spesso ravviso il tuo seno

nei chicchi di melagrana.

 

***

Più che la bontà può la letteratura.

Ogni sentiero deve segnare un passo,

ognuno deve raccontare una storia.
 


Fernando Della Posta. Nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, è laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari” nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario "Sistemi d'Attrazione", legato al festival "Bologna in lettere 2015", nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale Poetika nella sezione silloge inedita. Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come Neobar, di cui è redattore, Words Social Forum, Viadellebelledonne, Poetarum Silva e Il Giardino dei Poeti. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie “L’anno, la notte, il viaggio” per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 "Gli aloni del vapore d'Inverno" per Divinafollia Edizioni, nel 2017 “Cronache dall’Armistizio” per Onirica Edizioni, nel 2018 “Voltacielo” per Oèdipus Edizioni e “Gli anelli di Saturno” per Ensemble Edizioni, nel 2020 "Sembianze della luce" per Ladolfi Editore.

Bruno Di Pietro, videolettura; da "Impero", Oèdipus 2017, nota di Rosa Pierno

Bruno Di Pietro attua un confronto tra Impero Romano e società contemporanea al fine di trarne alcune considerazioni che dovrebbero aiutarci nella costruzione dell’Europa. La silloge - pur tessuta con l’intervento di diverse personae, imperatori, cittadini, militari, in cui ciascun individuo è visto sul fondale contraddittorio e contraddicente degli eventi storici - evidenzia anche il piano relativo al potere: esso è una fiera dalle cento teste, rispetto al quale le forme istituzionali non sono che strumenti di gestione ineludibili, necessari e tuttavia non sufficienti. Il potere è qualcosa che si rafforza anche col linguaggio e il poeta appunta la sua ricerca sulle formule linguistiche con le quali esso si descrive. Con una profusione di versi liberi, di endecasillabi, e settenari e ottonari affiancati a due a due, Di Pietro costruisce le sue arringhe, i suoi discorsi, le sue memorie, espressi da personaggi coinvolti a vario titolo nel progetto dell’Impero. E, ancora, a versi di misura tradizionale affida il commento ironico, il quale denuncia comunque la vacuità dell’avvicinamento tra ideale e realtà. Vedere in anticipo la sciagura non aiuta a evitarla. Ecco l’amara verità che Di Pietro non lesina di consegnarci e, per questo, la vena malinconica a volte emerge, assieme a quella, ma non assume mai il valore di un’assunzione pessimistica: nel computo della storia il negativo trova una sponda proprio grazie alla spinta propulsiva offerta dall’ideale.

 

 

XXVIII. Nerva

 

Fin quando la forza non prevarrà sul diritto

sarà solo il Senato a farsi inquisitore

di un senatore accusato di lesa maestà.

 

Io Nerva questa vorrei fosse norma perenne

per moderare forza e tirannia

( per quanto oggi la maestà sia mia).

 

La modestia si accompagna alla autorità del Senato

ora che il principato sembra essere un’idea del passato.

 

Vespasiano aveva ragione:

quale filiazione, quale adozione, quale legione

l’Impero necessita di una Costituzione.

 

 

XLIV. “L’Impero deve diventare adulto”

 

L’Impero deve diventare adulto:

è un insulto all’intelligenza (e alle casse dello Stato)

la guerra di aggressione e di conquista

di inutili e indifendibili territori.

C’è troppa resistenza fra i senatori

che con la guerra ci fanno affari:

cambierà la tendenza solo una sana immissione

di uomini delle province nel Senato:

questa infantile ideologia del confine

resterà infine un’idea del passato.

Così il Vallo resterà il confine permanente

fra la Britannia e il resto del continente. 

 


Bruno Di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: “Colpa del mare” (Oédipus, Salerno-Milano 2002), “[SMS] e una quartina scostumata” (d’If,Napoli 2002)“Futuri lillà”  (d’If, Napoli,2003)“Acque/dotti. Frammenti di Massimiano” (Bibliopolis,Napoli 2007) “Della stessa sostanza del figlio”  (Evaluna,Napoli 2008) “Il fiore del Danubio” (Evaluna,Napoli 2010)“Il merlo maschio” (I libri del merlo, Saviano 2011) “minuscole” (IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017) “Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).”Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus ,Salerno Milano 2018);  “Baie” (Oèdipus ,Salerno-Milano 20199. È presente in diverse antologie fra cui: “Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto” (Valtrend, Napoli 2008) Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010) Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m, Napoli 2012). Errico Ruotolo, Opere (1961-2007) (Fondazione Morra, Napoli,2012) Polesìa (Trivio 2018, Oèdipus Edizioni).

Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in diverse riviste e blog (Nazione Indiana, Infiniti Mondi, ClanDestino, Trasversale, Versante Ripido, Frequenze Poetiche, Atelier, Levania, Trivio, InVerso, Menabò)

Ettore Fobo, videolettura; prosa inedita “Di silenzi, deserti, addii e altri enigmi”, nota di Mara Cini

 

Di silenzi, deserti, addii e altre cose

 

I

Quando il silenzio ingigantisce meteore di metafore e la languida ebrezza non può sfumare in circonferenza di abbracci, nella scrittura del tramonto si nasconde il tormento, evento circoscritto alle esperienze di fumo di un Perelà dissociato: confrontarsi con il proprio vuoto umano è assai dura fatica ma non deve vincere il deserto senza sfumatura d’espressione.

Come dire il mistero di questa esplorazione senza testimoni? Sforzo di udire il mormorio distante della galassia. Sguardi in apnea nell’oceano del non visibile. Parola murata viva nel suo svanente profumo di abisso. Orchidea nel buio, suppliziata intelligenza senza uditorio, io cerco un’illuminazione al principio dell’altrove. Là, dove abitano le ombre che furono i nostri primitivi sguardi.

Sorge dalla terra questa misteriosa mistica, che la stregoneria amplifica fino a farne la rosa pregiata nel giardino dei re. Udire la notte gravida di segreti, nel mutismo dei monumenti illuminati dalla luna o parlare sotto vento all’indolenza delle nuvole, che sperano ancora nella pioggia.

Quale musica allontana da me il maleficio del pensiero? M’interroga l’incendio e la marea azzurra delle domande senza risposta. Suvvia, questi cerchi nell’acqua sono da decifrare come la nudità dell’arcobaleno.

Unire a questa consapevolezza un oceano di bellezza da auscultare come un medico, nella sua agonia storica. Quale musica riunisce la croce e la rosa? Di quanti brividi è fatta la beatitudine sconosciuta? Quale ombra in agguato dietro il pensiero è pronta a balzare? Quale bestia si duole della perdita di sguardo all’acme del sogno? Con quali occhi non infetti visitiamo il crepuscolo?

Queste interrogazioni muovono il silenzio e lo costringono a specchiarsi nella parola, quest’acqua muta sotto la terra del segno. Disorienta questa ribalta senza pubblico, scrivendo l’onda di un encefalogramma in sussultante ritmo, sollevando obiezioni conto la regola del tacere oppure… Osservare senza catastrofe la venuta al mondo di una musica abissale come il silenzio dell’assoluto, per sapere infine che lo squarcio che attrae il pensiero è lo stesso che gli dà luce. Il deserto e il giardino qui trovano il loro incontro e nessuno conosce la formula esatta della fusione.

 

II

Così, vita, mi racconti l’infinita tristezza dell’addio, anche se la scrittura è ciò che ci dissuade dal piangere per celebrare la fluttuante bellezza del divenire. Oh cieli di madreperla delle antiche poesie, dove vi siete nascosti, nel fondo di quale lacrima nuotate? Non ci resta che educare il tuono a farsi sinfonia, trasformare il rumore della pioggia in una partitura jazz, adorare il vento che fa respirare le maree, tornare dunque pagani, sull’orlo della catastrofe terrestre, per vedere un tempio di Iside sulla luna o nell’acqua di un fiume la guizzante silhouette di una ninfa duellare con una bottiglia di plastica là gettata.

Sondiamo il precipizio della scrittura per estrarvi l’essenza di tutto il precipitare umano, il cui canto ci lascia esterrefatti come l’improvviso bagliore di una lucciola in un parco la sera. Eccoci, dimentichi del nostro volto, inabissati nell’anonimato della folla sciamante, nell’immensa città, di nuovo riconnessi con la dimensione dello sgorgare pianto, là dove cresce il riso indifferente della gente. Fiume di una parola che traduce l’essere in un riflesso del tacere ambiguo delle montagne tutt’intorno e da questo tacere noi estraiamo il ricordo di una risata infantile che disegnò nell’aria la storia delle nostre angosce future.

Perché tutto è intrecciato e se parlo groviglio è perché la vita nel suo erompere è caotica e sfuggente e se la morte è impensabile, questo impensabile accompagna come ombra ogni pensiero.

Siamo inseparabili dall’abisso, generati in una notte di follia da un dio che è una cicatrice e da una dea che è una striatura rossa su una pietra. Figli di un’antichità tramata d’impossibile, dove una notte cieca guida poeti notturni a fondersi con il verso del gufo o della civetta. L’essere è incapsulato nel nulla ed è assai dura fatica togliere la millenaria patina di silenzio da ogni parola umana.

Così, vita, mi racconti che ogni addio è infinito e su questa corda tesa danzano come lacrime le ore di gioia passate con la persona con cui condividemmo un’unione, o con l’animale che leccò dalla nostra mano il peso dell’angoscia.

Non c’è addio in fondo, perché se tutto è addio, il vuoto è il precipitato cosmico cui fare affidamento per descrivere l’esperienza da carcerato dell’essere umano, serrato fra nulla e nulla.

Così l’abbaiare di un cane morente, che molto si è amato, ci penetra nell’anima come il soffio della caducità che tutti ci accomuna nello stesso gorgo. La scossa delle lacrime diventa dunque simbolo di un dolore universale e ci invita a vedere nell’acqua dell’oblio naufragare la nostra faccia, tutte le facce, la siepe, l’infinito, Dio. Solo rimangono, smisurati, i silenzi stellari che nessuna lacrima può scalfire e dove nessun grido riecheggia, nessun pianto.

 

***

Si presenta qui il tema della decifrazione. Ma come decifrare tutte le vibrazioni dell’atmosfera, del corpo, del pensiero stesso mai del tutto silenzioso che, il silenzio, genera domande?

Simboli da decifrare di una partitura scritta e taciuta, groviglio di suoni e di soffi verso un Là dove abitano le ombre che furono i nostri primitivi sguardi.

 


Ettore Fobo (pseudonimo di Eugenio Cavacciuti) è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato tre libri di poesia con Kipple Officina Libraria: “La Maya dei notturni” (2006), “Sotto una luna in polvere” (2010), “Diario di Casoli” (2015) e un audiolibro “Poesie allo stato brado” (2020). Con la casa editrice Montedit pubblica la silloge “Canti d’Amnios” (2020)

Sue poesie sono apparse in diverse antologie, fra le quali la raccolta connettivista “SuperNeXT” (Kipple Officina Libraria, 2011). Dal 2008 gestisce un blog di letteratura “Strani giorni” (www.ettorefobo.it). Collabora con la rivista multilingue “Orizont literar contemporan”, con il portale di critica letteraria e dello spettacolo “Lankenauta” e con il blog collettivo “Bibbia d’Asfalto”.

Una sua silloge, “Musiche per l’oblio”, è stata tradotta in romeno, francese, inglese e spagnolo.

Ha ottenuto diversi riconoscimenti a concorsi letterari, fra i quali: vincitore ai Premi “Le Occasioni (2018), “I Colori dell’Anima” (2018), “Il Sublime - Golfo dei poeti” (2018), “Besio 1860” (2019), segnalato al Premio “Lorenzo Montano” (2017, 2018 e 2019), Premio Speciale della Giuria a “Ossi di seppia” (2019). “Musiche per l’oblio” è stato fra i libri selezionati per il “Premio Gradiva” (2019). Il 15 febbraio del 2020 fonda il Movimento del Mitorealismo di cui scrive il primo dei manifesti.

Miro Gabriele, videolettura; poesia inedita "Forse", nota di Ranieri Teti

In quel rassegnato profilo sul divano

antica gioia forse ti sorprende

il mattino eterno di un giardino

l’ineffabile presenza degli alberi nel cielo

quasi una spina alle tue spalle

 

e il levitare silenzioso della notte

rimbalza come un mare fra le case

la sua luce vuota ancora mi raggiunge

oltre il sussurro della memoria.
 

***

La mano leggera del poeta traccia segni perenni. Ascolta i silenzi. Ascolta il battito che senza sosta attraversa le cose, pulsa nelle profondità del sentire. L’osservazione che si interiorizza qui produce un effetto straniante: può un albero diventare una spina? Un mare, proprio un mare e non una laguna, in quale altro luogo potrebbe essere collocato tra le case, se non in una poesia?

Nel testo c’è qualcosa che non si ferma e sempre agisce nel pensiero, diventa portatore di senso. Leggere ci trasporta a guardare il dipinto di un interno: forse Hopper, quando nei quadri inserisce finestre. Nel testo di Miro Gabriele la fisicità non è statica, si coglie un continuo lieve movimento che costantemente attraversa “Forse”: forse gli alberi sono mossi dal vento, si percepiscono le fasi del giorno dal mattino alla notte, è presente l’immanenza mobile delle sfere colte fino al levitare montante dell’oscurità, che qui diventa “luce vuota”.

 


Miro Gabriele vive a Roma. Ha pubblicato per l’editrice Ianua, Edizione del Giano Roma 1988, Odi et amo, una traduzione di poesie di Catullo, con prefazione di Luca Canali. Presso lo stesso editore nel 1992 ha pubblicato Il Gaio Verso, antologia di poeti latini.

È stato inserito da Luca Canali nella raccolta I poeti della ginestra, Lalli editore 1989. Assieme a Maria Luisa Spaziani ha partecipato al primo Reading di poesia contemporanea tenutosi ad Agnone nel maggio 1991, da cui è stato tratto il volume Ad alta voce, editore Enne 1992.

Ha vinto il premio Montale per la poesia 1992, e compare nell’antologia Scheiwiller Sette poeti del premio Montale, Milano 1993. Compare anche in Vent’anni di poesia Passigli Editori 2002.

Ha pubblicato il romanzo La vita incerta Valter Casini editore 2004. Ha pubblicato inoltre, con Anna Maria Giannetto, Navigare - Versioni e temi di lingua e cultura latina, Zanichelli 2006, testo di latino per i licei.

Nel 2014 è uscito Le Città Antiche ed altre poesie Ginevra Bentivoglio Editoria, con prefazione di Alessandro Fo.

È presente nell’antologia “Poesia luce del mondo” a cura di Francesca Farina, Bertoni editore, pubblicata in occasione della Giornata mondiale della poesia 2019. Il suo ultimo libro, Dentro lo sguardo, è stato pubblicato da Ensemble nel 2020.

Michela Gorini, videolettura; da "La produzione di amore", Dot.com Press 2019, nota di Giorgio Bonacini

 

In questo canto d’amore, disorientante ma totale, Michela Gorini, mette in scena il frantumarsi del senso e dei sensi, di cui solo la scrittura poetica – nelle sue indefinite e sorgive diramazioni intime – può dire qualcosa: cercando, tra difficoltà e tremori, un’ardua ricomposizione. L’autrice divide l’opera in quattro parti. La prima apre alla richiesta di un senso che il corpo, altro da sé, può solo significare in dissolvenza e silenzio, che “si nutrono in briciole”. Nella seconda lo scenario guarda la voce allontanarsi verso una perdita che si riaccende nella solitudine di un amore a due:ma, precisando,“io tu/e non scriverci noi”. E in questo è centrale il dire poesia con la lingua che non c’è. Così nella terza la parola mancante, quando arriva, è da lontano, anche incompresa, ma illumina. Perché è lingua madre e madre di lingua in ciò che rinasce. Nella quarta il dualismo amare/amarsi conosce la non-possibilità del “verso intatto”;perché lì dove i segni non arrivano, “la produzione di amore” rischia di perdersi. Ma, paradossalmente, nell’ambivalenza del titolo la vediamo arricchirsi. Quanto e quale lavorio occorre ai viventi per toccare o anche solo sfiorare l’atto d’amore? E cosa nasce nei luoghi metamorfici di amore in sé; quale condizione generatrice di sensi? Un libro, allora, da leggere tutto col fiato e nel piacere dell’affanno.

 

 

Dalla prima parte

poesia sola generosa desiderata

perdona ogni istante

me respiro fino al nucleo

patente

riciclo la sua eco

mi concede il tempo di

serbarla espirarla fino a potersi

non digerire

di traverso passa fende le membra

patisce l’anima geme e urla

tutto il mio silenzio impossibile

scuote ogni paura di crudo

ripensamento

non credo ai giullari – e per essenza

non vedo chi ho davanti

[il mio silenzio impossibile]

 

Dalla seconda parte

si tratta

di due solitudini

del tuo

battito incoerente

del tuo

crederti acceso e diretto

del tuo

muoverti

fermo

restando

crepe del tuo sguardo

prenderesti

les plus desert liex

[si tratta di due]

 

Dalla quarta parte

[ma tu] non cerchi il mio corpo

cerchi un corpo – un’ombra pieghevole

non mi celebri l’anima, pronto a separarne

un pezzo – all’occorrenza reputarla tediosa

non sogno una congiunzione di artifizi

[ma tu] non ami ciò che parlo d’essere

preferisci tagliare d’istinto la mia trasparenza

e disperderti in quell’aria circostante dove

giochi il tuo tempo in

sequenze ripetute

[ma tu]

 


Michela Gorini è nata a Pesaro nel 1971, dove vive e svolge libera professione come psicoanalista. Si è formata a Roma e specializzata secondo l’orientamento psicoanalitico di Jacques Lacan. Da sempre interessata alle tematiche del femminile, ha tenuto diversi incontri pubblici, in particolare: la presentazione del documentario di Elisabetta Francia Parla con lui: la voce maschile all’interno della coppia.

Varie conferenze tra cui L’amore imperfetto; La donna, inventarsi per essere. Nel 2017 ha partecipato all’ultima edizione de L’angolo della poesia. Questa è la sua opera prima.

Iria Gorran, videolettura; poesia inedita "Verona rupes", nota di Ranieri Teti e presentazione dell’Autrice

Verona rupes

è questa la notte?
la notte in piedi che decide
la notte bianca dei conigli
ultravioletto violento tra
magnetismo gravità
bande spettrali sequenze intermittenti
frequenze asperse
elongazioni
orientali benedizioni
fotometrie di qui a la stella quella alta a l’apparenza spinta radiante
sorgente arrossa
cala energia
nell’ultimo segnale musicale onda al perielio
una boccata presa a caso sopra il lungomare
stacco strappi sottili ceneri arguzie senza testo a fronte
seguo l’osservazione misurabile l’inclinazione
tra incudine tempi scomposti
arrischio strettoie angolari
a favore di buio
corro di là
di là vantano effetti possibili


***

Quando il primo verso è una domanda, una domanda che potrebbe essere tratta dal dialogo interrotto di un film d’autore o dal monologo interiore di un viaggiatore notturno, cosa succede dopo, nel testo?

Qui succede qualcosa di caosmico, tra gravità, frequenze, fotometria, stelle.

Il pretesto, come ci dice il titolo “Verona rupes”, è spaziale, e riguarda la scarpata più alta del sistema solare. Ma essendo un pretesto, consente a Iria Gorran di dispiegare una ridda di effetti interstellari, accompagnandoci in un mondo di elementi rarefatti, rappresentato nel momento di fluttuazioni inimmaginabili che la poetessa traduce in versi calibrati sulla dimensione umana. Proprio qui risiede la bellezza particolarissima di questa poesia: nella trasposizione terrena di un tema celeste, nel passaggio tra il perielio e, quaggiù, una strettoia.

Così, tra il lontanissimo e il possibile, da ultravioletti e magnetismi a “una boccata presa a caso sopra il lungomare”, Gorran ci rende partecipi di multipli viaggi che, probabilmente inconsapevoli, continuiamo a compiere; ci porta in un punto della notte che è rischio senza paura, in un punto dove si accendono i sensi.

L’ideale accompagnamento musicale, il sonoro per questa poesia potrebbe essere il brano “Interstellar overdrive” dei Pink Floyd.



(presentazione dell’autrice)


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Iria Gorran (1957) ha origini croate e formazione classica. Fa esperienze teatrali in Sicilia; segue studi di Architettura a Roma. A Firenze frequenta l’Università Internazionale d’Arte e l’Atelier di Paola Bracco. A Genova lavora al restauro degli affreschi della chiesa della Santissima Annunziata, con interventi di ancoraggio e consolidamento. A Milano frequenta la scuola di Pinin Brambilla Barcilon e si occupa del Cenacolo di Leonardo. A Montalto Pavese lavora al restauro di tele del Seicento nella pieve di Sant’Antonino Martire. Testi di riferimento: Il corvo e i racconti del mistero di Poe, la Commedia di Dante. Ancoraggi filosofici: la scuola ionica di Mileto e Parmenide. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra. Vince “Opera Prima” 2018 di Anterem Edizioni con la raccolta “Corpo di Guerra”.

Sonia Lambertini, da "Perlamara", Marco Saya Edizioni 2019, nota di Laura Caccia

Il corpo estraneo della poesia

 

Dentro quali profondità, quali dolori, si forma, da un intruso che ferisce e si insinua nel profondo del corpo e del pensiero, la bellezza straniante di perlamara? Sonia Lambertini vi riversa, congiuntamente, il male che taglia corolle e ali al respiro e la parola che resiste al corpo estraneo e vi innesta sementi e spore di vita.

Una sofferenza cosmica e personale, a partire da un vuoto esilio, suono assoluto”, colma i versi che si fanno strappo sintattico, insieme ai nomi che ne richiamano il patire: in un “mal stare”, tra il buio che rincuora e la “malanotte” tra lo stato di “mala grazia” e la ricerca di un centro, di un senso, a “malapena a stento”.

La parola diventa perciò l’alleata del vivere, scioglilingua che forma in bocca la sua sofferta perla ,“Giocavo a rotola parola / corpocarta perla amara”, così come urto sonoro in combattimento: “Staglia la lingua, battaglia / striscia”. Con un respiro breve e affannato, a volte, con il fiato che si alza leggero, altre, a ossigenare il dire di inedite figure.

Muovendosi nei sottofondi, “Sottoterra bisbigliano, / sottoterra. Gridano i folli”, a partire dal buio e dall’assenza di sé, dove “Qui non c’è corpo // non c’è un filo di luce” per arrivare al chiarore affidato a una medusa abissale, la cui “gola è acqua nera e il buio / fa brillare di luce propria chi può”, Sonia Lambertini dà vita, nei suoi versi, alla perla sofferta e preziosa della poesia.

 

*** 

Cosa ne faccio dei fiori

gingilli a strappo,

sul corredo corrono a crocchio

soffio di aliti pollini

e l’antèra mia dondola,

autofertile il mio fiore

ha il fiato corto giù, nell’anello

ancora il centro del mondo, pare.

 

***

In alto e circolare, respira

alza il fiato e l’occhio

mezzaluna la sera

è naturale: leggera, un grammo

più o meno la piuma,

il ventre è spazzato da un nido di uccelli.

 

*** 

Qui non c’è corpo
 

non c’è un filo di luce, da infilare gli aghi

da cavarsi gli occhi, non c’è lingua

che mangi le parole, da scavare il petto

 

c’è un buco a forma di peccato

 

un vuoto esilio, suono assoluto

da stare piegati in due centimetri

di terra, a guardarsi i piedi
 

da cavarsi gli occhi
 

non ricordo nulla dei rammendi

dei miei ritagli, solo pause

ritmi irregolari, da tremare in testa
 

da scordare il mondo.

 

*** 

Giocavo a rotola parola

corpocarta perla amara,

ripetevo a sgrana dita

sfilavo dalla bocca

bacche, lingua secca

filigrana di preghiera

corpocarta perla amara,

ripetevo a squarcia noia.


e poi un vento dal deserto

le coprì tutte, le parole

 

*** 

Staglia la lingua, battaglia

striscia. Sottoterra bisbigliano,

sottoterra. Gridano i folli, s’incurva

il merlo; sbecca, mutila il canto.

 

*** 

Il plenilunio di novembre

eccita i coralli e nel ventre

schiude l’ombrello la Periphylla,

la sua gola è acqua nera e il buio

fa brillare di luce propria chi può.
 


Sonia Lambertini vive a Ferrara. Sue poesie sono state pubblicate su «La clessidra», Semestrale di cultura letteraria, Joker Edizioni, 2015. Ha pubblicato la raccolta poetica Danzeranno gli insetti (Marco Saya Edizioni, 2016). Una selezione di poesie è stata tradotta in inglese e pubblicata nel «Journal of Italian Translation» - Volume XII, Number 1, Spring 2017. Ha pubblicato il racconto Les incurables in AA.VV, Anatomè (Ensemble, 2018).

Franca Mancinelli, videolettura; da "Libretto di transito", Amos Edizioni 2018, nota di Rosa Pierno

 

La prosa compatta di Franca Mancinelli in “Libretto di transito” descrive una percezione che assedia le cose per estrapolarne un succo, una figura, un senso. La ricchezza del reale, la sua complessità o estraneità non ha valore se non dopo che sia stata riconosciuta, messa nero su bianco e in tal modo fatta reagire col sé. Allora la scrittura riconquista un potere epifanico; attraverso essa vediamo l’incongruità messa a frutto, la disomogeneità riammessa su un riconosciuto binario: “Nessuna presenza, nessuna costanza delle cose”. La scrittura porta il peso anche del dialogo, della comunicazione con altri esseri; essa non avviene attraverso le parole, ma con gli sguardi e le sensazioni. La casa, le soglie, il giardino, il treno sono luoghi per incubare le nascite, per trasferire le proprietà fisiche tra gli esseri: ecco che la voce di lui è attraversata da uccelli di alta quota, oppure una faglia gli infrange le costole. La scrittura fa parlare il mondo, ce lo presenta come mai visto.

 

 

 *** 

“La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso si perde, crescono erbe dure dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

 

 

***

Ero una casa abitata da piante che si sporgono ai vuoti, sottili si avvolgono dentro il franare dei muri. Si è dimenticata la porta, questa casa, l’ha inghiottita come un boccone messo un po’ di traverso. È così che vengono e vanno: rondini in cerca di rifugio e poi libere gridano di piacere.

Nessuno calma il grido. Non c’è niente da donare in pasto. Non si dorme con questi che chiedono cibo, grattano con il becco e le unghie, in volo spezzato, sporco su ogni cosa. La mattina le strade, e il loro grido insaziato. La grande ciotola della piazza.”

 

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Franca Mancinelli (Fano, 1981), è autrice dei libri di poesia Mala kruna (Manni, 2007), Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), Libretto di transito (Amos edizioni, 2018), uscito in traduzione inglese presso The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York) con il titolo The Little Book of Passage. Una riedizione dei suoi due primi libri è raccolta in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018). Suoi testi sono compresi nell’antologia Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017).

Danilo Mandolini, audiolettura con immagini; da "Anamorfiche", Arcipelago Itaca 2018, nota di Rosa Pierno

Una corrispondenza tra scala cosmica e scala umana è per Danilo Mandolini, in “Anamorfiche”, sempre riscontrabile. È come un memento che ricorda ciò che è ciclico sia nelle grandi orbite sia nella vita di un singolo. Ma anche orme, scie, segni riscontrabili sull’acqua e fra le nuvole. Il poeta è alla ricerca non di una medietà, ma di una misura. La misura è ordine, ma in ogni cosa Mandolini avverte soprattutto dolore e angoscia. L’assurdo pare il tristo pescato dell’ascolto e dell’osservazione, mitigato soltanto dai momenti di quiete in cui il poeta riesce a porsi dinanzi al mondo, sottraendo “alla temperie urgente del nulla” anche un solo sguardo. Riuscire, pertanto, a sentire il divenire come diverso dal normale percepire, lì dove il tempo non occlude più le peregrinazioni della mente nell’eterno, è l’agognato fine. Il futuro, non solo il passato, risiede in noi e il vuoto riempie nuovi spazi: le nostre stanze senza punti di fuga o prospettive limitanti.

 

 

***

L’improvvisa eco che porta

dalla cucina il tumulto

duro dei piatti impilati

e insieme spostati

è norma di consuetudine,

è familiarità fortuita

che senza indugio si riconosce

anche se a provocarla è

l’agire appartato

d’uno sconosciuto qualunque.

 

***

L’esistenza ferisce

con ferite che sono

ombre vocianti di soldati

ammassati al fronte

che più non torneranno o che,

anche se torneranno,

mai li incontreremo.

 


Danilo Mandolini è nato nel 1965, vive ad Osimo (AN). Scrive poesia. È ideatore e curatore di “Arcipelago itaca” blo-mag. Si è sempre occupato di Marketing e Vendite. Oggi è anche editore. Sue poesie e suoi racconti brevi sono apparsi in antologie, blog e riviste. Ha ottenuto numerosi Premi e riconoscimenti. Ha pubblicato in versi: Diario di bagagli e di parole, 1993; Una misura incolmabile, 1995; L’anima del ghiaccio, 1997; Sul viso umano, 2001; La distanza da compiere, 2004; Radici e rami, 2007.

Francesca Marica, videolettura; da "Concordanze e approssimazioni", Il Leggio Libreria Editrice 2019, nota di Laura Caccia

L’intonazione del vivere


Che la poesia, nel suo farsi, proceda attraverso continui avvicinamenti al senso segreto delle cose e dell’esistere, è quanto, a partire dal titolo, ci mostra Francesca Marica in Concordanze e approssimazioni.

Il bisogno di conoscenza sospinge i versi poiché “c’era qualcosa da scoprire, / ma bisognava tradurre quel bisogno”, anche se poi giunge la constatazione che, in fondo, “si conosce solo quello che è già stato immaginato”. In una alternanza, che si pone spesso come diversità di tono, con versi in tondo e in corsivo, tra i momenti riflessivi e il dialogo diretto con vari interlocutori, tra resistenza e abbandono, dissenso e cura. Tra le crepe del vivere e il bianco e la neve così spesso richiamati, tra l’esigenza del dire e il silenzio che prende la parola.

Dove il pensiero sull’esistere è scandito dai tempi del vissuto. Dove “La bellezza è un’ingiunzione” e “L’esilio è una prova di resistenza”. Nell’esigenza di trovare consonanze, muoversi accanto, tenere per mano. Attraverso l’attenzione a sfumature e spiragli, a “piccoli gesti di dimenticanza” e a “minute acrobazie”, così come ai dimenticati e ai sopravvissuti della storia e degli affetti...

In cerca di un’intonazione che consenta alla vita e alla voce di prendere e di dare forma, nel farsi carico di una parola in grado di dare senso a perdite e abbandoni, Francesca Marica ci indica che “Tutto sopravvive a una possibilità di traduzione. /Tutto sopravvive a un altrove”.

 

 

Da "Il tempo indietro"

 


*** 

La storia si ripete e lascia andare.

Non trattiene perché quella è la vittoria

incisa tra lo scheletro e il cielo

dove neanche tu sai, neanche tu puoi.

Bisogna camminare accanto per capire.

Come la parte migliore,

la forma assoluta e vicino allo zero,

un’isola che non è gelo ma nube,

la possibilità di una danza tra i larici ingialliti.
 

L’inverno è spostare il bianco con la mano,

per andare giù nel profondo, con le dita.

 


***


A buon diritto il freddo ha preso casa,

assomiglia a una montagna il suo profilo,

un facile rimedio per chi è costretto a ricordare.

Non c’è riposo che sia vero per la meccanica del tempo,

si ripete uguale il suo copione come in uno scherzo.
 

In fondo si conosce solo quello che è già stato immaginato.


 

Da "Dalla parte dell'acqua"

 

***

È una concezione del male meno sottile quella che proponi,

le parole che dici un incantesimo, la notte poi lo sai che arriva

ma i conti non tornano anche quando sono in eccesso.

 

L’esilio è una prova di resistenza.
 

Tutto sopravvive a una possibilità di traduzione.

Tutto sopravvive a un altrove.

 

***

Questo bianco non mi trattiene più.

Gli eventi con anticipo hanno fatto un balzo

perché la storia è fronde e voci.
 

Bisognerà farsi neve, ingoiare il sale,

prendere forma - come uno strumento,

un fiato, una nota che ha trovato la propria intonazione.


 

Da "Interstiziale fra elementi uguali o analoghi"

 

***

Lo spaccarsi della crepa

l’umidità che cresce e alleva rose.

I piedi svelti, i passi indietro,

il tuo segreto a lato

come un pugno lo racconti nella notte.

 

È il tremore di chi ha scelto di cadere

scampato il precipizio, a poco a poco.

 

***

Ti dico stiamo qui e in nessun altro luogo,

il resto sono storie inventate, sono scuse.

Profondità abissali, talvolta enigmatiche.

 

Ti cedo la parola, tu consegnami la voce.

Fai in modo che io possa poi parlare.

 


Francesca Marica (Torino, 1981). Vive a Milano, dove esercita la professione di avvocato penalista, dedicandosi prevalentemente al disagio e alla marginalità giovanile, alla violenza sulle donne e alla tutela delle fasce deboli.

Redattrice e curatrice di riviste letterarie, si occupa di critica poetica. Cura su Carteggi letterari la rubrica Segni, cifre e lettere e la rubrica La poesia del giorno. Ha collaborato con Argo, Poesia del nostro tempo. Traduce dall’inglese e scrive di teatro. Concordanze e approssimazioni è il suo primo libro.

Ultima pagina: videolettura di Bianca Battilocchi, "Nontiscordardimé"

Nontiscordardimé

Finalmente parla l’angelo

Bianca Battilocchi

Dublino, aprile 2020


Simone Martini, Annunciazione e i santi Ansano e Massima, 1333, dettaglio.

 

(a Michel de Certeau e James Hillman)

 

Simili a sordi, ascoltano e non intendono.

Per loro vale il detto: presenti, sono assenti.

(Eraclito, fr. 50)

 

 

Che muffa che truffa

questa prigione

le partite di solitario

l’attesa di una chiamata

 

sarà dato vedersi ancora

il mio imponderabile arrivo?

potrò ancora arrivare?

 

sogno un occhio

allenato alla trasversalità

al sintomo alla visibilità sparente

un orecchio che oltrepassi

più in alto del silenzio

 

un annuncio è atteso

o non c’è più tempo?

 

ricordate chi sono

e le incisioni

la memoria di corpi solcati?

perché non parlano più quelle tracce?

 

permettetemi di imprimere con inchiostro allora

afferrare con carne una tromba o una viola

muovere le foglie col canto

e farle ammirare dall’occhio

instancabile di verifiche

 

vi inviterò

ad abbattere le frontiere del tempo

che la mia parola hanno chiusa in libri dimenticati

seppur ben catalogati

 

fateli rifulgere di luce piena quei corpi inscritti

che morte non devono conoscere

 

chiudete gli occhi per vedere

il mio volto fiammeggiante

quei dardi che bombardano i confini

 

cesserà il senso dei clivaggi

lo strapiombo o l’elevarsi

si farà spazio sola

la fusione liberatrice

 

ascoltami umbratile anima

dispiega quell’infiltrato ardore

in moltitudini di esplosioni

restituisci l’evanescenza

che alla parola e a noi appartiene

 

tu stessa

effimera

puoi parlare di me

 

Prima ancora della ragione vi è il movimento vòlto all’interno che tende verso ciò che è proprio.

(Plotino, Enneadi, III, 4.6)

 


Bianca Battilocchi (Fidenza, 1988) ha studiato Lettere all'Università di Parma e Paris 3 Sorbonne Nouvelle. Ha ottenuto un dottorato di ricerca sui Tarocchi inediti di Emilio Villa presso Trinity College Dublin, dove insegna dal 2016. La sua ricerca esplora i territori della poesia e delle arti contemporanee, i linguaggi sperimentali e i riaffioramenti dal passato di archetipi e simboli ancora operanti. Suoi interventi sono usciti per “Griselda online”, “Parole Rubate”, “Carte nel vento”, “JOLT – Journal of Literary Translation”, “Engramma”, “Nazione Indiana” e “Hypérbole”.

Quarta di copertina: Piera Legnaghi, bozzetto di "Albedo", foto, biografia



Cartolina



Da sinistra: Isabella Caserta, Piera Legnaghi, Vittorino Andreoli


Bozzetto di Albedo
 


Piera Legnaghi, scultrice. Lavora il ferro e l’acciaio dalla piccola alla grande dimensione: cerca relazioni e armonia nei luoghi dove colloca le sue installazioni. Ama scrivere poesie, parole come materia da plasmare. È stata finalista al Premio Montano nel 2003 con il libro “A cuore aperto”, Ponte Nuovo Editore, Verona 2002.

Giugno 2020, anno XVII, numero 47

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA

 

 

Giugno 2020, anno XVII, numero 47

Questo nuovo numero di “Carte nel vento” si apre e si chiude con un omaggio a Franco Beltrametti (1937-1995), storico collaboratore, per vent’anni, di “Anterem”. Tutto avviene attraverso i contributi di chi l’ha conosciuto e ha vissuto con lui una stagione poetica appassionante: Mara Cini, Giulia Niccolai, Anna Ruchat. E mediante il racconto di chi l’ha invece conosciuto profondamente per mezzo delle sue opere, Francesca Marica e Stefano Stoja.

Abbiamo inoltre il piacere di presentare, in diretta continuità con il numero scorso, altri poeti e prosatori selezionati dal Premio Lorenzo Montano 2019, tutti introdotti dai redattori di “Anterem”. In audio e videoletture, in alcuni casi con vere e proprie ricreazioni dei testi con innesti visivi e sonori: Elena Cattaneo, Morena Coppola, Marco Ercolani, Paolo Ferrari, Giovanni Infelìse, Maria Grazia Insinga, Antonella Lucchini, Giulio Maffii, Roberto Minardi, Loredana Prete, Maria Pia Quintavalla, Claudio Salvi.

“Carte nel vento”, prendendo vita dalla realtà del Premio Lorenzo Montano, da sempre pubblica le autrici e gli autori che lo hanno reso considerevole e che lo animano, edizione dopo edizione, da moltissimi anni: è un periodico on-line che opera in stretta connessione con l’esperienza della rivista “Anterem”, da cui tutto questo origina.

Buona lettura, buon ascolto, buona visione. Ranieri Teti

 

In copertina: Franco fotografato dal figlio Giona Beltrametti nel 1980 e “Corrispondenze 1977-1995”, archivio Mara Cini

(leggi tutto)

Prima pagina, Francesca Marica: Franco Beltrametti, Uno di quella gente condor; collage dedicato

Uno di quella gente condor – vita e opere di uno degli ultimi irregolari e clandestini della letteratura; collage dedicato

Cinquantotto anni sono pochi, pochissimi, sono un tempo infinitamente piccolo per chi la vita l’ha divorata, sfidata, presa a morsi, celebrata e onorata. Per chi la vita, in una parola sola, l’ha vissuta. I (quasi) cinquantotto anni di Beltrametti sono stati pochi, disgraziatamente pochi, ma anche straordinariamente densi, travolgenti, abitati da molti amici e molte presenze. Come racconteranno negli interventi successivi le persone che lo hanno conosciuto, che gli sono state amiche e che ne hanno curato le opere, Franco è stato una persona generosamente e autenticamente interessata all’incontro con gli altri; una persona viva, curiosa, che non si è mai risparmiata in nulla e il suo tempo lo ha speso intensamente fino all’ultimo dei suoi giorni.

Franco Beltrametti nasce a Locarno il 7 ottobre del 1937 e muore a Lugano il 26 agosto del 1995, improvvisamente e in piena attività.

L’esordio poetico risale al 1970. La plaquette, pubblicata dalle edizioni GEIGER di Adriano Spatola e fratelli, ha un titolo curioso: Uno di quella gente condor.

Lì vengono raccolti testi scritti tra il 1965 e il 1968 e legati quasi interamente alla sua prima esperienza in Giappone e California. Il titolo gli viene suggerito dallo stesso Spatola durante uno dei loro primi incontri a Roma e nasce dai versi finali della poesia Un uccello? Un’aquila?

In quella plaquette, dall’aspetto sobrio e minimale, sono già rintracciabili tutti gli elementi che diventeranno fondamentali nella poetica beltramettiana: l’immediatezza e l’essenzialità dei versi, la sperimentazione di un linguaggio nuovo, il sacrificio dell’io poetico in favore degli oggetti della realtà, il suo continuo interrogarsi sul rapporto tra incompiuto e immediato.

Il poeta Nelo Risi in una lettera indirizzata a Beltrametti all’indomani della pubblicazione scriveva: Vedo che anche lei appartiene (come Cid Corman) a quella razza di poeti girovaghi che sembra aver preso l’avvio da Allen Ginsberg. Il suo CONDOR vola alto, secco e tagliente, o casca giù dal cielo come una pietra. Davvero lei è riuscito a prosciugarsi in così poco tempo (3 anni!) tra Kyoto e Los Pedres National Forest? E prima, come scriveva prima? Pound e Cummings c’entrano nella sua formazione?

A quella lettera, in cui scorge una profonda comprensione del suo modo di intendere la vita e la poesia, Beltrametti risponderà poco tempo dopo proprio con una poesia, la numero 24 del suo libro successivo Un altro terremoto: “Il suo condor vola alto/secco e tagliente o casca giù/ dal cielo come una pietra”. ecco proprio come/pensavo dovesse essere/ gli rispondo contento/ quando tira vento/ mi aspetto di vedere/ il tetto della baracca/ volare via (29.07.1970).

Ecco proprio come pensavo dovesse essere. Il risparmio e l’immediatezza verbale che caratterizzano l’esordio di Beltrametti (frutto anche della sua ammirazione per le forme poetiche orientali) e il suo genuino interesse per il processo creativo più che per la finalizzazione dell’esperienza creativa secondo la celebre formula beat First Try, Best Try (nel 1990, in un’intervista ad Antonio Ria, Beltrametti dirà che il risultato è solo una messa a fuoco delle tracce) caratterizzano anche le plaquette degli anni a seguire. Beltrametti è stato un poeta prolifico; si contano oltre sue cinquanta pubblicazioni.

Tra i suoi lavori più noti: Un altro terremoto nel 1971 dedicato ai compagni del Belice (edizioni GEIGER); In transito nel 1976 (sempre, GEIGER), allora: poesie 1977-1981 (GEIGER, 1981), 1984 – 15 poesie x Irene Aebi & Steve Lacy, nel 1984 (TAM TAM), 19 permutazioni nel 1986 (Edizioni Inedite/Milano), Tutto questo nel 1990 (Supernova), Monte Generoso nel 1991 (Josef Weiss & Ascona Presse), Dossier Villon con Corrado Costa nel 1991 (Elytra), Trattato nanetto nel 1992 (Supernova), Codice Biancaneve con Dario Villa nel 1992 (Scorribanda&Edizioni Nanette), KTCFYW con Tom Raworth nel 1992 (Scorribanda & Infolio), Poesia diretta con Antonio Ria nel 1992 (Edizioni Mazzotta), Logiche & illogiche nel 1994 (Giona Editions), Perché A nel 1995 (Supernova), Choses qui voyagent nel 1995 (Edizioni Mazzotta).

Ma la poesia non esaurisce la produzione artistica di Beltrametti. Accanto al Beltrametti poeta hanno convissuto, con identica forza, impegno e rigore, il Beltrametti saggista (Belice: lo stato fuorilegge, 1969), lo scrittore in prosa (Nadamas, 1971, GEIGER e Quarantuno, 1977, Cooperativa Scrittori), l’artista visivo e il collagista (numerose sono state le sue personali, soprattutto in Francia, Italia e Svizzera; il segno grafico e il dato figurativo sono stati elementi sempre complementari alla parola; talvolta è stata la stessa parola a farsi segno grafico), l’editore e il redattore di riviste di poesia (Abacadabra e Mini – la rivista più piccola del mondo, nata da un suggerimento del figlio Giona), il curatore di antologie (Montagna Rossa nel 1971 realizzata con la moglie Judy Danciger e C/O nel 1984 dedicata interamente alla poesia visuale, realizzata in collaborazione con la poetessa e amica Patrizia Vicinelli), il traduttore (sono sue molte delle traduzioni degli amici beat americani, per esempio), il performer e l’organizzatore di festival di poesia (P77, la cui prima edizione ha luogo a Venezia nel 1977, assumendo negli anni successivi una vocazione internazionale) e, non da ultimo, il collaboratore di numerose riviste indipendenti e underground, tra cui  TAM-TAM  (poesia/Italia), Anterem (poesia/Italia), Cervo Volante (poesia/Italia), HOTCHA! (poesia/Svizzera), Coyote's Journal (poesia/USA).

Come ha ricordato l’amico Dario Villa su Il Manifesto all’indomani della sua morte, Beltrametti ha inseguito sempre la poetica del frammento, partendo da una posizione di centralità della marginalità e con lui se ne è andato uno degli ultimi rappresentanti di una generazione di irregolari e clandestini della letteratura.

Uno degli ultimi irregolari e clandestini, verissimo. Tutta la sua vita e la sua produzione artistica sono state una testimonianza concreta della sua vocazione di irregolare e clandestino e anche le sue scelte editoriali non potevano che confermare quella vocazione: Beltrametti ha sempre prediletto i piccoli editori indipendenti e tutta la sua opera letteraria è composta da plaquette a tiratura limitata e da uno svariato numero di pubblicazioni in rivista dove si è mantenuta sempre alta e costante l’attenzione all’attimo, alla velocità di esecuzione e stesura del testo, all’economia delle parole. Come ha scritto Niccolò Scaffai nel 2005, Beltrametti sembra andare incontro una nuova concezione della poesia, lontana dalla logica del libro di poesia (così in Il poeta e il suo libro. Retorica e storia del libro di poesia del Novecento, Le Monnier).

Della scrittura Beltrametti ha sempre avuto un’idea precisa. Nel volumetto Autobiografia in 10.000 parole (uscito nel 1991 per la Contemporary Authors Autobiography Series, CAAS, vol. 13 e, in Italia postumo, per le edizioni sottoscala nel 2016) annotava: Scrivere vuol dire scrivere della scrittura che chi scrive sta scrivendo. Vuol dire anche registrare una voce. E poco dopo, citando una sua poesia del 1969, aggiungeva: there is not much to understand/ just pay attention.

Quale fosse il suo pensiero appare evidente: scrivere vuole dire vivere il tempo presente, c’è da prestare attenzione, occorre essere vigili e mettersi in ascolto di una voce. Recuperando il pensiero di Ernest Fenollosa (sinologo americano della fine del XIX secolo, fondamentale nella sua formazione), Beltrametti ritiene che la poesia debba tradursi in un assemblaggio di immagini, estranee al filtro della logica, deve essere una fede assoluta nei confronti degli oggetti della realtà.

Già nel 1973, in un suo intervento su TAM TAM (numero 3/4, primo semestre, poi riportato anche nella rivista Allora, Quaderni della Fondazione Franco Beltrametti, n. 3 del 2003, a cura di Anna Ruchat) Beltrametti rivendicava per sé una poesia capace di sfuggire alle regole fisse e vedeva nella crudezza dei fatti la sola realtà realizzabile: Ogni poesia è per me un viaggio mentale (o sciamanico) che si può percorrere e ripercorrere. Le parole sono casse di risonanza, percezioni, tracce, suoni. Le parole e le frasi hanno ossa carne pelle tendini nervi. Un’intelligenza interna, quasi biologica (…).

Ma la definizione più interessante e completa di poesia la si rinviene in Un altro terremoto e siamo nel 1971. La poesia numero 34 della plaquette così recita: La poesia/ (visto che me l’hai chiesto)/ è una specie/ di filosofia d’azione/ cioè/ telegrammatica. In quella definizione c’è lo slancio vitale di Bergson, c’è il pensiero di Nietzsche ma anche l’amore di Beltrametti per la filosofia orientale, il Taoismo e il Buddhismo zen. Fare poesia per lui significa indagare la realtà senza filtri, senza strutture estetizzanti; come lui stesso dirà in uno dei suoi taccuini (oggi custoditi, insieme alla quasi totalità della sua produzione letteraria, a Berna, presso l’Archivio Svizzero di Letteratura) la mia poesia è una sintesi di situazioni molto contingenti e limitate-localizzate, compresse “dentro” con la speranza di riuscire a “comprimere dentro” sempre di più, un concentrato di parlato e di pensato. L’unico modo in cui sono capace di fare poesia è questo.

Come altri hanno già avuto modo di far osservare, e penso soprattutto a Dario Villa, Giulia Niccolai e Maurizio Spatola, in Beltrametti vita e poesia hanno coinciso, finendo per diventare una cosa sola. La sua poesia è stata, di fatto, il diario particolareggiato della sua vita. Giulia Niccolai, nell’introduzione italiana a Autobiografia in 10.000 parole, ha scritto che la sua poesia era una sorta di diario di bordo, una lunga serie di appunti su pensieri, immagini, amici, situazioni di una vita che Franco aveva deciso: sarebbe stata bella e libera.

Bella e libera, e sempre in movimento. Sì, perché per Beltrametti il viaggio ha sempre rivestito un ruolo fondamentale. Antonio Porta nel 1979, in Poesia degli anni Settanta, scriveva Le tematiche del poeta-viaggiatore (e il viaggio ha qui tutti i suoi significati possibili, dalla droga fino alla morte) ci vengono illustrate con eleganza paradossale da Franco Beltrametti. Dico "paradossale" nel senso in cui lo è ogni scelta stilistica di fronte a temi così radicali. I graffiti di Beltrametti resistono proprio per la loro provvisorietà, per il negarsi ogni carico troppo pesante. Ciò che rimane è il senso di una fuga senza fine dall'idea di una morte innaturale, quella fornitaci dalla nostra cultura. All'orizzonte, irraggiungibile, "il lampo verde dell'alba".

Beltrametti inizia a viaggiare dopo la laurea in architettura a Zurigo, approdando in un primo tempo a Parigi e a Londra dove lavora in uno studio di architetti. Insoddisfatto della libera professione, decide di muoversi alla volta del Giappone nel 1965 (quel viaggio di cui esistono diversi taccuini, viene raccontato anche in Transiberiano, edizioni sottoscala, 2016 a cura di Anna Ruchat e Stefano Stoja). Vive per diverso tempo a Kyoto e lì, nell’ottobre del 1966, nascerà Giona, il suo primo figlio.

Tramite Nanao Sakaki, padre del movimento alternativo giapponese e poeta girovago, conoscerà in quegli anni Gary Snyder, Philip Whalen e Cid Corman e con loro instaurerà un’amicizia lunga un’intera vita. Dal Giappone, si trasferirà in California dove insegnerà all’università di San Luis Obispo, siamo nel 1967. Ad accogliere lui, la moglie e il figlio ancora piccolissimo, al porto di San Francisco, ci sarà il poeta e l’editore James Koller che diventerà nel tempo un altro dei suoi più cari amici.

Molti altri incontri con poeti e artisti verranno e si consolideranno negli anni successivi: Allen Ginsberg, Lew Welch, Michael McClure, Duncan McNaughton, Joanne Kyger, William Burroughs, Urban Gwerder, Ted Berrigan, Annabel Levitt Lee, Julius Bissier, Jack Boyce, John Giorno, Tom Raworth e Julien Blaine.

Dopo la California, tornerà in Svizzera e poi in Italia (stabilendosi per un periodo a Roma, Venezia e Milano). Nel 1969, raggiunge Partanna, città distrutta dal terremoto del Belice e lì vivrà, insieme alla moglie Judy e al figlio Giona, per un anno tra la popolazione locale cercando di dare un aiuto fattivo per la ricostruzione. Quell’esperienza confluirà, non senza amarezze, nella plaquette Un altro terremoto e nel saggio Belice: lo stato fuorilegge.

Nel 1971, su invito della cara amica di gioventù Flora Ruchat, si trasferisce a Riva San Vitale. Farà di Riva San Vitale, sede della Fondazione che porta il suo nome, il suo feudo, uno dei suoi luoghi-approdo. Lì lo raggiungeranno a più riprese gli amici americani, francesi e svizzeri ma anche quelli italiani, Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Corrado Costa, Dario Villa con cui nel frattempo continueranno diverse collaborazioni. Negli anni successivi si muoverà incessantemente tra Europa (Francia soprattutto) e Stati Uniti abbracciando molti progetti artistici, si interesserà di poesia performativa e reading e organizzerà lui stesso un festival di poesia, la cui prima edizione, P77, si svolgerà a Venezia proprio nel 1977 ai Saloni del Sale (festival da cui si defilerà dopo qualche anno non riconoscendosi più nello spirito e nel progetto da cui tutto aveva avuto inizio).

Solo nel 1986 riuscirà a fare ritorno a Kyoto per l’inaugurazione di una mostra, a distanza di vent’anni dal suo primo viaggio in Giappone.

Negli anni ‘90, ai vecchi progetti se ne aggiungeranno di nuovi, soprattutto in campo artistico (del 1993, l’esposizione alla Gallerie 22 di Marsiglia e a Bellinzona da Attila Centro d’Arte Contemporanea; del 1994 invece l’esposizione a Locarno delle collaborazioni 1984/1994 con Tom Raworth).

In quegli anni incontrerà anche la ceramista Antonella Tomaino, che diventerà sua compagna e con la quale vivrà una ritrovata serenità. Dalla loro unione nascerà, pochi mesi dopo la prematura scomparsa di Beltrametti, Franca – la sua seconda figlia.

Tutto nella vita di Franco Beltrametti sembra essere stato guidato e graziato dal caso. Forse perché lui per primo aveva raccontato di credere al caso (così come lo intendevano John Cage e Duchamp) e continuava a sorprendersi davanti all’intrecciarsi dei fili della vita. La tragedia, la passione, la confusione, la disperazione, anch’esse fanno parte del tutto, parte del mio essere ancora qui – scriverà in Autobiografia in 10.000 parole. E sono convinta che continuerebbe a scriverlo anche oggi, con lo stesso identico fervore ed entusiasmo.

La vita negli anni ‘80 non è stata un viaggio su un petalo di rosa, scriverà sempre in Autobiografia ma, probabilmente, è stato il migliore tra quelli possibili.

Quello con cui ci congediamo, tenendoci stretta la sua costellazione di sogni e ideali sempre vivi.

Francesca Marica, Niente da (in memoria di Franco Beltrametti), collage, tecnica mista su cartone, 2020

 

Francesca Marica è nata a Torino nel 1981.

 

Ha pubblicato: Concordanze e approssimazioni (Il Leggio 2019, segnalazione Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano, XXXIII edizione).

Sta lavorando a due nuovi progetti poetici e a un libro d’artista a quattro mani con una scultrice italiana. 

 

Redattrice e curatrice di riviste e blog letterari, si occupa di critica poetica e poesia visiva. È anche artista visiva e collagista. Traduce dall’inglese e dallo spagnolo, ha scritto - e scrive - di arte e di teatro. Sue poesie sono apparse su diversi blog, riviste e antologie.

 

Fa parte della Giuria del Premio letterario Internazionale Franco Fortini e del Premio nazionale Gianmario Lucini.

 

Vive a Milano, dove esercita la professione di avvocato.

  

 

 

 

Mara Cini: Poesie per Franco Beltrametti, da “Scritture” (North Press Edizioni, 1979); immagini d’archivio

Mara Cini, per Franco Beltrametti, da "Scritture", North Press, 1979
Mara Cini, per Franco Beltrametti, da "Scritture", North Press, 1979

 

Lagune di Sasso Marconi, 1982. Giulia Niccolai, Franco Beltrametti, Harry Hoogstraten, in primo  piano il piccolo Jacopo (archivio Mara Cini)
Lagune di Sasso Marconi, 1982. Giulia Niccolai, Franco Beltrametti, Harry Hoogstraten, in primo piano il piccolo Jacopo
archivio Mara Cini

 

Mara Cini - Archivio
archivio Mara Cini

 

Mara Cini è nata e vive a Lagune di Sasso Marconi. Ha studiato all’Istituto d’arte e al DAMS di Bologna. Collaboratrice di storiche riviste sperimentali come “Tam Tam” diretta da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, “Mini” diffusa in tutto il mondo da Franco Beltrametti, “Il poesia illustrato” di Corrado Costa, “Mgur” curata da John Gian, è da tempo redattrice di “Anterem”. Ha partecipato a letture e incontri di poesia (tra gli altri “romapoesia” e Biennale di Venezia) e a collettive di scrittura visuale. Ha pubblicato le raccolte e film introverso e film chimico (1976); Scritture (1979); La direzione della sosta (1982), Anni e altri riti (”Premio Lorenzo Montano”, 1987), Dentro Fuori Casa (1995), Specchio convesso, con Rita Degli Esposti (2006) ; racconti in Narratori delle riserve a cura di Gianni Celati  (1992), Racconta 2 (1993) e diversi lavori di microeditoria “artigianale”.

La “Chicago Quarterly Review” ha pubblicato traduzioni di sue poesie a cura di Olivia Sears, l’Atelier InSigna ha realizzato libri d’artista con suoi frammenti testuali, racconti recenti sono apparsi su “il verri” n. 70 (2019).

 

Per approfondire:

http://www.nannicagnone.eu/html/guests/html/mara.html

http://www.gianpaologuerini.it/b_aboutyou/2_guests/pdf/cini.pdf

http://rosapierno.blogspot.com/2012/09/alcuni-frammenti-inediti-di-mara-cini.html

 

Anna Ruchat: Sulla Fondazione Franco Beltrametti e una poesia inedita “Per Franco”; foto di repertorio

Inaugurazione Fondazione Tom Raworth

Inaugurazione Fondazione: Tom Raworth

 

La Fondazione Franco Beltrametti, nata nel 2002 su iniziativa di Stefan Hyner, poeta tedesco e amico di Franco, di suo figlio Giona e mia, ha chiuso formalmente i battenti nell’autunno 2019. Del comitato promotore facevano parte molti amici di Franco che hanno anche sempre concretamente sostenuto le diverse iniziative. Tra loro in particolare Giulia Niccolai, Giovanna Manduca, Christoph Beriger, Laurie Hunziker-Galfetti, Claudio Tettamanti, Johngian, Rita degli Esposti, Nino Locatelli, Tom Raworth, Jim Koller e molti altri.

La chiusura non è però ancora stata annunciata pubblicamente perché avremmo voluto organizzare una festa con letture poetiche e musica (come ce n’era stata una di apertura, a fine aprile del 2002). Quest’anno però, per ragioni evidenti, non è stato possibile neppure pensarci.

In quasi vent’anni di attività, la fondazione ha voluto rendere accessibile e far conoscere l’opera di Franco Beltrametti con più modalità: tramite le pubblicazioni (la rivista «Allora», monografie su vari scrittori della "galassia Beltrametti", edizioni in diverse lingue delle opere di Franco Beltrametti inedite o da tempo inaccessibili); tramite l'allestimento di mostre in Svizzera e in Italia (Sempre cercando, Museo cantonale, Mendrisio 1999; dal 2006 al 2008 una serie di mostre presso le biblioteche lombarde conclusesi poi con una mostra presso la Biblioteca cantonale di Lugano nel 2009; La musa leggera, Biblioteca cantonale, Bellinzona 2016; Anche soltanto scorrendo, Palazzo Trevisan, Venezia, 2017).

Dal 2012 infine l'Archivio Svizzero di Letteratura presso la Nationalbibliothek di Berna ospita nel fondo omonimo carteggi, manoscritti e dattiloscritti di Franco Beltrametti,, che la Fondazione ha ceduto, mettendoli a disposizione degli studiosi; grazie a ciò possiamo ad oggi contare diverse tesi di laurea e articoli su riviste letterarie.

Ultima grande fatica della Fondazione è stata la pubblicazione dell’antologia Il viaggio continua (L’Orma editore, 2018), con la quale si è raggiunto l’obbiettivo non solo di rendere di nuovo disponibili per un pubblico ampio le opere più significative di Beltrametti, ma anche di suscitare la curiosità e l’interesse per una modalità di relazione totale con l’arte e la scrittura che oggi sembrano del tutto scomparsi.

Anche la biblioteca, che dovrebbe presto trovare una collocazione definitiva a Mendrisio presso la biblioteca comunale della Filanda, e che è rimasta finora nella sede della fondazione a Riva San Vitale, testimonia l’identificazione dell’arte, da parte di Beltrametti e della sua rete di amici, con la vita stessa. Si tratta di un fondo piccolo, di circa 3.000 volumi tra libri e riviste, ma molto compatto e fitto di rarità. 

Saremmo felici se, con la sua maggiore accessibilità all’interno di una biblioteca pubblica, questa testimonianza di un “fare poesia” completamente al di fuori dalle logiche del mercato e dell’industria culturale, potesse alimentare nelle giovani generazioni un desiderio di sperimentare o anche solo una curiosità.

Interno Fondazione
Interno, Fondazione

 

Per Franco

 

Non erano ancora vestite

                   le bambine

quando hanno bussato alla porta

prendevano il latte

 

Ho aperto      fuori il cortile

nella luce pallida di fine estate

il tavolo da ping pong

                                              le tue finestre

Per giorni

                      si contraevano

i muscoli

poi

           tu

                    nell’aria

come la poiana prima della pioggia

                                sul lago

Sono donne

                     ora

                     le bambine

 

la casa

          è cambiata        e tu

nell’aria.

 

Anna Ruchat, traduttrice e scrittrice, insegna Traduzione alla Civica Altiero Spinelli. 
Nata a Zurigo nel 1959, ha studiato filosofia e letteratura tedesca tra la sua città natale e Pavia. I suoi esordi letterari sono legati alla traduzione e, in particolare, quella di Il respiro e Il freddo di Thomas Bernhard, pubblicati per le edizioni Adelphi. Da allora ha tradotto molti scrittori di lingua tedesca, tra cui Paul Celan, Friedrich Dürrenmatt, Victor Klemperer, Nelly Sachs, Mariella Mehr, Christine Lavant. Nel 2004 ha esordito come scrittrice col volume di racconti In questa vita (Casagrande). 

Nel 2006 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica intitolata Geografia senza fiume (Campanotto) e, in collaborazione con la fotografa Elda Papa, il racconto Il male minore (Ed. Fondazione Beltrametti). Nel 2009 è uscita, in collaborazione con l’artista Giulia Fonti, la raccolta di poesie Angeli di stoffa (Pagine d’Arte) e, nel 2010, il romanzo breve Volo in ombra (Quarup), tradotto in tedesco nel 2012. Nel 2011 ha pubblicato Terra taciturna e Apocalisse (Campanotto), un’opera accompagnata dai disegni di Daniele Brolli, e l’anno dopo Il malinteso (Ibis). Nel 2014 pubblica il poemetto Binomio fantastico (Di Felice), nel 1917 Lì e l’ombra (Pagine d’arte) e nel 2018 Gli anni di Nettuno sulla terra (IBIS). Ha collaborato con testate italiane (Il Manifesto, Pulp, Il primo amore) e la Radio della Svizzera Italiana. Dal 2002 al 2019 si è occupata della Fondazione dedicata al poeta Franco Beltrametti (1937-1995).

Elena Cattaneo, videolettura; poesia inedita “Sei tu nel magma che mi sfiori”, nota di Ranieri Teti

 

Sei tu nel magma che mi sfiori

 

Sei tu nel magma che mi sfiori

e ancora non siamo,

è unico occhio, bulbo di lava,

mani fuse nella caldera.

Chi dall’alto veglia ignora

sesso, gestazione, furore.

Soffia per confonderci.

Io sono il nero e l’arancione,

senza gambe ti cerco,

di ogni crepa faccio stampo.

Ridi esplosivo, puro e in fiamme

Non mi sai, mi intuisci enorme,

tentacolare.

Liquida bacio la lava che

forma il tuo dorso-bollore,

bianca incandescenza è lingua

nei piedi immaginati.

Chi dall’alto veglia piange

acqua di scalpello, ora.

Ho capelli di manganese

e seni di cobalto in cui

ti specchi.

Esistiamo in frattura docile,

ti bacio nell’oro degli occhi,

neri e acuti, prima

del dolore che patirai

oltre la miseria del tempo.

 

 

Quando una poesia non ha titolo, lo chiede al primo verso, come se proprio a quel verso fosse debitrice.

Elena Cattaneo, con “Sei tu nel magma che mi sfiori”, costruisce una suite a tratti ipnotica che ricorda una colata lavica: la poesia è tutta strettamente innervata da termini collegati a un’ipotetica eruzione. Ci porta a essere allo stesso tempo abbagliati dai colori che si sprigionano e consapevoli di un pericolo. Infatti “Sei tu nel magma che mi sfiori” dice l’ardere dei corpi, il possibile della bellezza, il furore del desiderio. Dice anche la consapevolezza che tutto passa ma alla fine niente resta come prima; Mario Luzi, in “Nel magma”, scrive: “Prega che la loro anima sia spoglia / e la loro pietà sia più perfetta”. Questa citazione è importante per rendere conto fino in fondo del testo, per trasportarlo nella sua misura spirituale.

Si potrebbe infatti dividere il testo di Cattaneo in due parti, evidenziate da un verso che ritorna con una decisiva variante: “Chi dall’alto veglia”, prima “ignora” e poi “piange”. Si tratta del momento in cui la passione stempera nel dolore, dall’arancione si vira al blu cobalto, da “sesso, gestazione, furore” la coppia protagonista della poesia comprende che “esistiamo in frattura”.

La pietà della chiusa, il finale in diminuendo, come quando si spengono attenuandosi le luci e si affievolisce il sonoro, quando il ritmo rallenta nel placamento, quando si passa da un bulbo di lava all’oro degli occhi, ci fa assistere a un fuoco frantumato in scintille, presenta l’essenza, quel tanto di brace che ancora cova nella cenere.


Elena Cattaneo è nata a Milano nel 1971. Dopo la Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso lo IULM di Milano, con una tesi incentrata sul poeta inglese Charles Tomlinson, si è specializzata in studi di traduzione in Inghilterra, allo UMIST di Manchester.

Opera da circa vent’anni nel mondo della musica classica.

Suoi componimenti poetici sono apparsi in riviste di settore e siti web di scrittura poetica (Carteggi Letterari, Atelier On Line, Blanc de ta Nuque, la Recherche, La Bella Poesia, tra gli altri).

Le sue ultime pubblicazioni sono “Il Dolore un Verso Dopo” (Puntoacapo editrice, 2016, postfazione di Ivan Fedeli), Finalista con Attestato di Merito al Premio Alda Merini di Brunate (2017) e Segnalata al Premio Ponte di Legno Poesia (2017) e “Sopravvissuti” (Prospettiva Editrice, 2015, pubblicazione premio).

E’ risultata finalista ai premi Bologna in Lettere 2017 ed Europa in Versi 2017, ed è stata segnalata dalla giuria al premio Rodolfo Valentino 2018, poesia inedita.

Una sua poesia estratta da "Tardigrada" (suite zoofila a quattro voci scritta con F.Bregoli, S.Gallo e G.Isetta) è apparsa su Il Segnale, n.108, Milano, ottobre 2017.

Morena Coppola, audiolettura-cartolina; dalla raccolta inedita "Ordalie nel Cacacosmo Organizzato", nota di Laura Caccia

La forza della parola

La rivolta alle forme di dominio intesse l’ordito di Ordalie nel Cacacosmo Organizzato di Morena Coppola, in un intreccio di versi, testi, poesia visiva, immagini, richiami musicali.

A partire dal titolo di matrice dadaista. Se Raoul Hausmann esprimeva tutto il suo disgusto per la civiltà “del cacacosmo organizzato”, nella raccolta questo viene rivolto verso l’inciviltà dell’organizzazione, delle sue leggi, della sua burocrazia, del suo linguaggio.

E anche contro i domini che, a tutti i livelli, deprivano il sentire estetico ed etico “di bellezze o di verità”, tra i richiami ontologici, quale “un cielo. molteplicità dell’uno”, e la rivolta contro un pensiero predominante di “sub-affittanza smetafisica”. Tra i richiami alla musica contemporanea, nei suoi repertori sperimentali e nelle diverse espressioni di jazz, rock, hard rock, heavy metal, e le prese di posizione nei confronti di un potere politico che uccide il desiderio e induce alla sudditanza.

Con parole irridenti che si prendono ogni libertà di dire, per portare la ribellione, etica ed estetica, sul piano poetico. Scrive Morena Coppola: “le parole hanno arti. a volte artigli”. Non a caso si tratta allora di Ordalie: duelli giudiziari messi in atto con la forza della parola. Come, nei riferimenti anche alle figure delle carte e degli scacchi, a porre in gioco un’autentica partita sia contro le storture istituzionali, sia contro il linguaggio. Per liberarli entrambi.


 

_______.0. _______

[pro] [as] [tro] [logos]

 

 

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è il cacacosmo che si espone all'aria e non viceversa

 

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dedico questi lessemi alla baratrocrazia occultatrice della desideranza di molti polloi. con qualche discromia differenziale, connotati ricorrenti avventano historiae di minima quotidianità, inessenziale al dispiegarsi della terribilità degli eventi, eppure essenziale allo svolgersi dell’umano. uno shark acromatico pattuglia i fondali dei servizi pubblici, divorando cruores dell’utenza inabilitata a qualsiasi udienza

scaglio questi lessemi sulla baracrazia, spelunca magma d vassalloni della dominanza, flacconi a profilo carenato, cacologi di polluzioni eternamente demoniache, moscerini eccitati dal moccio, fasmidi inumati, servi di dyonisî qualsiasi, icari di terraferma. maledetti nell’uscire, maledetti nel subentrare. beccamorti, begalini, brucasorci, no ciapa musàti, cacasotto, zucabbi, imbriaghi spòlpi. non il dialetto li rende disumani

 

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asso di quadri

alcuni vani di pregio. alcuni vani di pregio esibiscono pareti con opere d'arte in vista e inventarî su targhette adesive altrettanto in vista

asso di danari 111 111 1 1 1 1 1 1 1 111 111

alcuni saloni di pregio sono di pregio. alcuni saloni di pregio attraversati da alcune persone non sono più di pregio

asso di bastoni

la capacità di imporsi si desume dai metri quadrati occupati. la capacità di imporre se stessi si desume anche dall’occupare i metri quadrati da soli o con altri

asso di cuori

porte antincendio tingono gli ambienti di un rosso dai più indesiderato. l’effetto complessivo ricorda la cardiochirurgia o la terapia intensiva. come quando vengono chiesti relazioni o report mensili, trimestrali semestrali annuali biennali pluriennali secolari, d’urgenza; d’urgenza?

 

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PUNTE E REDINGOTE DI PICKWICK


\ le parole hanno arti. a volte artigli

\ intarsi ricami broccati. opus sectile su tibia e urne

\ frastagliamenti d’ufficio, autocrazia e loneliness. fashion fascism sub specie cacacosmitatis

\ metadati e data mining al centro del burrone lavorativo di amanuensi digitali

\ di pasque e natali il saluto non dipende dal grado. Pathetikformel

\ verdana rimane prediletto da oltre un ventennio, al di là dei contenti. aldilà dei contenuti

\ abbuffandosi di “cittadinanza” che mette al riparo dal fetish sado-reputazionale

\ cambio di governo. insabbiati nelle previsioni di quel che sarà del tale o di quell’altra

\ crani preistorici accapo della modernità. et in arcaicità, ego

\ attaccamenti e ardori. patres e fratres devoti all’impepata di moules. per cozza ricevuta

\ bring your own device ! build your realdoll di silicone mezzatacca !

\ pantouflage e incandescenza silenziati. occhi messi a muto. laudate dominum: a faccia mia sott’ ‘e pied’ vuote

\\ fante. ierofanti dal desiderio di picche e ripicche

\\ regina. regine in piqué di ripicche

\\ cavaliere. cavalieri di araldiche ripicche

\\ re. pareti musive rappresentano il lavoro. chiediamo udienza alla cattedra di pietro


Morena Coppola vive a Roma. Si interessa di scritture non convenzionali e di arte contemporanea. Sul crinale verbo-visuale, sperimenta linguaggi innestati nel visivo, accomunandone sguardo e lingua. Un suo testo accompagna l'immagine xilografica dell'artista Andreas Kramer per le Edizioni PulcinoElefante [2008]. Segnalata più volte al Premio Lorenzo Montano, [2013 sezione Una poesia inedita; 2014 sezione Una prosa inedita; 2017 sezione Raccolta inedita; 2018 sezione Raccolta edita]. Alcuni testi sono pubblicati in raccolte antologiche [Empiria 2013, 2014, 2016, 2017 e 2018]. Nel 2016, in occasione della pubblicazione di Avrei fatto la fine di Turing, di Franco Buffoni, uno scritto critico relativo alla raccolta è stato pubblicato sul sito del poeta. Ha curato la postfazione de Il criterio dell'ortica di Stefano Mura, edito dall'Editore Manni nel 2016. La raccolta poetica Sgorbie e Misericordie di Fratelli Elettrici, finalista al Premio Bologna in Lettere, edizione 2017, segnalata alla XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano, è risultata vincitrice del Premio letterario Formebrevi Edizioni, 2017. Finalista al Premio letterario Bologna in lettere edizione 2018. La raccolta Psychopompï è stata selezionata alla IV edizione del Premio Elio Pagliarani, sezione Inediti, edizione 2018.

Marco Ercolani, videolettura; da“Nel fermo centro di polvere”, Il Leggio Libreria Editrice 2018, nota di Rosa Pierno

Tentare la parola affinché essa si riveli, renderla spazio in cui agire. Sarà la parola, allora a convocare il mare, a generare visioni, a provocare azioni. L’io si proietta con slancio in un simile teatro, guarda le proprie visioni accadere. Il vento attraversa i secoli, persino i miti intervengono sulla pagina, il viaggio è il viaggio inconcludibile, lo stesso viaggio di tutti coloro che scrivono: “ove la rotta è un miraggio”. Tentare la parola ha qualcosa di dionisiaco. È arte dell’incanto, si vede realmente ciò che si pone sulla carta. Viene dal cielo la parola e ad esso Marco Ercolani sembra rinviarla nel suo libro di poesia “Nel fermo centro di polvere”. La scrittura è ciò che accade nel centro fermo del nulla, quando la mente è eclissata. Non obbedisce all’ordine convenzionale. È un cortocircuito di cui il poeta è il tramite: attraverso le parole il mondo intero risale, attraversa e si spande. Poesia è il centro del mondo-nulla. È sulla pagina/specchio che si può vedere il suo passaggio.

 

 

*

È la rotta dello specchio a impedirti il sonno?

Oltre il vetro dorme uno straniero.

Aspro, in piena luce, è tornato

il freddo. Abbandonato,

il corpo riscrive il suo abbandono.

Dietro le palpebre rovesci gli occhi:

ascolti, cieco, musica nuova,

bisbigliata ai prigionieri di un cielo incomprensibile.

 

Partiamo, il buio

non incantesimo ma guida.

Per viaggiare senza possedere.

Scrivere senza parlare.

Respirare senza promesse.

 

Possiamo. E il buio dell’andamento è l’unico bagliore.

 


Marco Ercolani (Genova, 1954), è psichiatra e scrittore. Tra le sue ossessioni l’apocrifo, il nodo arte/follia e la poesia contemporanea. Tra i suoi libri di narrativa: Col favore delle tenebre, Il ritardo della caduta, Vite dettate, Lezioni di eresia, Il mese dopo l’ultimo, Carte false, Il demone accanto, Taala, Il tempo di Perseo, Discorso contro la morte, A schermo nero, Sentinella, Turno di guardia, Camera fissa e Preferisco sparire. Per la saggistica: Fuoricanto, Vertigine e misura e L’opera non perfetta. Per la poesia: Il diritto di essere opachi e Si minore. I suoi taccuini sono raccolti in Nottario. In coppia con Lucetta Frisa cura “I libri dell’Arca” e scrive L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore, Anime strane, Sento le voci e Il muro dove volano gli uccelli.

Paolo Ferrari, audiolettura animata, con Erika Carretta: immagini e pianoforte di Paolo Ferrari, nota di Rosa Pierno

da “I sentimenti gloriosi”, Marco Saya Editore 2018, nota di Rosa Pierno

“Sarà mai nata la parola / dal senso adeguato?” Adeguato ad esprimere “L’avvenuto probabile risveglio”. Rendere il linguaggio capace di registrare le labilissime sensazioni, le flebili intuizioni che inclinano verso uno stato differente dell’essere umano è l’impresa tentata da Paolo Ferrari nel suo libro “I sentimenti gloriosi”. È necessario un ascolto e, letteralmente, una ricreazione per giungere a tale risultato e, naturalmente, tutti gli espedienti rintracciabili nel linguaggio, inediti o inusuali che siano, possono essere utili almeno a mettere a registro la propria presunta alterità. Il linguaggio consente a Ferrari di immaginarsi in una multidimensionalità che è la cifra stessa della sua creazione, la quale gli consente di sfuggire a una realtà “già detta a priori”. L’uso di un font tipografico differente per segnalare una diversa dizione, un diverso respiro, è anche un mezzo per evidenziare alcune parole alle quali delegare la funzione di chiave di volta di tale mobilissima architettura, la quale, inoltre, grazie a spazi, cesure, incolonnamenti a blocchi, viene dispiegata da Ferrari con ricchezza barocca sulla pagina. Un dialogo s’inscena in codesta struttura, quasi un sostegno, a tratti, un imperativo che pare rivolto a se stesso. Buttare lo sguardo oltre la siepe, non fornisce risultati certi. Con ipotesi alle quali seguono domande e risposte che cercano la propria negazione, il poema si dispone non in un percorso lineare, ma, inevitabilmente, come in un cerchio di Möbius, in cui si può perdere anche se stessi o ritrovare il proprio sconosciuto essere.

 

 

Il risveglio

 

Ho sentito che s’era smarrito

in quell’ora che indica il risveglio

del corpo

assonnato. la memoria ricomposta

a metà,

pronta a ripetere (a memoria) la

Vita che rimanda

per una volta a sé.

 

 

L’io e l’altro

 

Ma l’Altro è Altro?

Ma l’Altro è la morte?

un’altra volta già accaduta?

Non ci pensai su

è già fui morto

potendo pensare alla

sorgente d’un me

sconosciuto

 


Paolo Ferrari : umanista scienziato, è fondatore e presidente del Centro Assenza di Milano. Esordisce nel 1978 con il romanzo Paolo e il suo compagno senza morte

(Apollinaire di Guido Le Noci]. Vince il Premio Lorenzo Montano nel 2008 con Saggio-poema del pensareassente e nel 2013 con la prosa Memorie d’inciampo . Del periodo 2013-2016 la raccolta di poesie I colpi del-Nulla. Poesie dell’Inconoscibie. Con il segno—(meno) e il poema scientifico De Absentiae Natura. intorno alla nascita d’altro Universo (O barra O). Nel 2018 l’opera in prosa OpusMinus0.

Giovanni Infelìse, videolettura; da “Per ordine di indefinita vita”, Italic 2019, nota di Rosa Pierno

L’attenzione di Giovanni Infelìse per la danza delle forme, i mutamenti della sostanza, i colori, i suoni si tramuta per il lettore in un fantasmagorico ambiente, ove quest’ultimo si accinge ad abitare un’atmosfera del tutto al di fuori dell’ordinario. L’orizzonte di riferimento è la poesia di fine Ottocento con il suo vitale interesse per le soglie fra il visibile e l’invisibile. I riferimenti concreti, infatti, sono sempre virati verso un luogo esclusivamente metafisico, ove risalti l’artificio letterario: “tra macerie che redigono / acronimi di impervi luoghi” come a trarre da esso la propria validità o in ogni caso, affermare che la vera realtà è al di là dello specchio. Estetico è il cuore della silloge “Per ordine di indefinita vita” alla quale Giovanni Infelìse affida la descrizione delle sue percezioni e dei relativi pensieri, indicando con nettezza che oltre l’abbraccio, la presenza carnale, per lui, molto più importante è il campo del non visibile.

 

*

Si dipinge l’ordine confidenziale del movimento

non il suo aspetto estenuato e immobile

– la pittura rende l’artista veritiero in una piccola

parola che l’occhio restituisce nel vedere

 

il suono dell’anima e la forma di ciò che non appare

e si dona nel colore di una nota, rivelandosi

in un tempo mutevole che continuamente è in ogni

istante e fra le cose dove una volta almeno s’accende.

 


Giovanni Infelíse è nato a Cosenza nel 1957. Ha pubblicato Sfero (1987), Zèfiro (1989), Sotto la luna (1991), Cuora tremula (1992), Canti dell’amarezza (2001), L’isola senza desiderio (2006), L’ultima dimora (2007), Dépassé (2011), Per ordine di indefinita vita (2019). Si occupa di critica letteraria. Suoi scritti sono apparsi su riviste. Ha scritto per il teatro. Nel 1995 ha pubblicato un saggio dal titolo La voce imperfetta: il poeta e l’inquietudine della parola. Vive e lavora a Bologna.

Maria Grazia Insinga, videolettura; da “Tirrenide”, Anterem Edizioni 2020, nota di Giorgio Bonacini

 

Una delle caratteristiche proprie della poesia è l’andamento sonoro che ne scandisce il tracciato, qualunque esso sia: lineare, accidentato, spezzato, in una struttura lirica o poematica. Ma questo, che sembra un’evidenza naturale, implicita e assodata del “dire in versi”, in realtà non è affatto scontata nella sua valenza profonda. Ed è proprio questa difficoltà (felicemente attiva, possiamo dire) a dare, con i suoi tratti distintivi mai univoci, particolari e indefiniti sensi a ogni esperienza di scrittura. La raccolta di Maria Grazia Insinga nasce e si sviluppa dentro un’architettura che non disgiunge suono e senso: anzi, li incrocia e li annoda in un movimento che porta la parola a “precipitare” dal “dirupo fonetico”, dove il corpo-fonema (così l’autrice sembra indicare la poesia che si fa verso anche dal nulla) senza mai distruggersi, si disgrega e si riforma, aggiungendo continuamente, all’intimità dei suoni, un accadimento impensato: l’apparizione pura e vitale di qualcosa che sembra inidoneo o sbagliato, mentre è, nella sua essenzialità, un refuso mistico. Un ritmo incongruo che nel suo errare (a volte in linea, a volte claudicante) all’interno del poema, arricchisce un dire che tende alla non-perfezione. A un’esistenza, cioè, in continuo cambiamento inaspettato, dove “il vero pensiero è...cedere al sogno” la sua forma e la sua facoltà. Perché la poesia è sempre discontinuità. Non è mettere ordine nel caos, bensì attingere da questo modulazioni e sommovimenti per “incendiare la voce”.

 

 

Dalla sezione Le tuffatrici


l’altra cavalca su posidonie
 

in una regione del cervello piena d’acqua

e cavallucci microscopici non è udibile l’udibile

di questa musique à boire rumore bianco e bianco

mangiare la parola è qui cosa è presenza non quella

giusta né la soluzione né idea di luce perché qui

tutto è nuovo nulla ripete e nulla è in vita grazie a dio

 

*

e dall’infinito areale un corteo di posidonia sbuca

mostruose evoluzioni di unicorni e sirene in miriadi

di ippocampi la cui polvere è cura è linea di flusso e luce

tra opera viva e opera morta pinne dorsali disseccate

rapidissime farfalle cavalcatura e guida dei mostri

 

*

tutto di mala faccia da per tutto
ingoiare la gola a imbuto e lei
ci passeggia sopra su in strada
per tirrenide il viaggio è già
compiuto e alza lo scirocco e
il pianeta è perfetto sto per
sto per morire e tu parli parli

 

 

Dalla sezione Il sonno

 

si fa parte da svegli

dello stesso sonno

 

e al risveglio tutto è lì e tutto è

come sembra e ripopola tirrenide

 

o era insonnia? e il sonno

si appropria di tutto anche nulla

e del tempo insonne in tempo

sempre il tempo va a tempo

 

*

fa parte almeno da dormienti

del tuo stesso sogno? non credere

ognuno va a credere di nominare

ma non è non è per nulla il caso

 


Maria Grazia Insinga, siciliana (1970), dopo la laurea in Lettere moderne, il Con­servatorio e l’Accademia musicale si dedica all’attività concertistica. Nell’ambito degli studi musicologici censisce, trascrive e analizza i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo. È docente di ruolo presso l’Istituto “G. Verga” di Ac­quedolci dove insegna Pianoforte. Nel 2014 idea La Balena di ghiaccio, il premio di poesia per i giovani in memoria del poeta Basilio Reale. Nel 2019 idea il Premio Lighea – sostenuto dalla Fon­dazione Famiglia Piccolo di Calanovella – per fare poesia con gli studenti delle scuole. Ha pubblicato libri di poesia: Persica, vincitrice del concorso “Opera prima” (Anterem, 2015); Ophrys, finalista al XXX “Premio Montano” (Anterem, 2017); Etcetera, leporello in versi illustrato da Alessandra Varbella (Fiorina, 2017); La fanciulla tartaruga, carnet de voyage illustrato da Stefano Mura (Fiorina, 2018). Alcuni testi in versi si trovano in riviste e antologie: Il rumore delle parole a cura di Giorgio Linguaglossa (Edilet, 2014); Blanc de ta nuque vol. II a cura di Stefano Guglielmin (Le voci della luna, 2016); Umana, troppo umana a cura di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo (Aragno, 2016); Punto. Almanacco di poesia a cura di Mauro Ferrari (puntoacapo, 2017); Osiris Poetry n. 84 (Andrea and Robert Mo­orhead, 2017); Trivio. Polesìa vol. IV a cura di Ferdinando Tricarico (Oèdipus, 2017); Il corpo, l’eros a cura di Franca Alaimo e Antonio Melillo (Ladolfi, 2018); Fuochi complici. Saggio di critica letteraria di Marco Ercolani (Il Leggio, 2019); Sicilia. Viaggio in versi a cura di Lorenzo Spurio (Euterpe, 2019). Nel 2017 con Historica edizioni pubblica in Itinerari siciliani (a cura di M. A. Ferraloro, D. Marchese, F. Toscano) un saggio, “L’ondina siciliana e il sortilegio della voce”, sulle sirene viste attraverso il racconto di G. Tomasi di Lampedusa, La sirena. Nel 2019, la raccolta in versi Tirrenide vince la XXXIII edizione del Premio Lo­renzo Montano.

Francesco Bellomi, brano originale per Maria Grazia Insinga

Antonella Lucchini, videolettura-presentazione; saggio inedito “L’opera d’arte come affermazione...", nota di Mara Cini

 

L’opera d’arte come affermazione del proprio sé: Flaubert e Van Gogh

 

L’opera d’arte come l’uovo dischiuso dell’inconscio. I segni e il loro bagaglio, siano essi colori o parole, sono frutto del nostro albero interiore e dei suoi fantasmi. Chi ha il dono della creatività, chi riesce a produrre arte, che sia pittura, letteratura o poesia ha il potere, come disse Paul Klee, “di rendere visibile l’invisibile”, di tradurre la lingua dell’inconscio in espressioni grafiche. È necessario fare atto di disambiguazione. Per affermazione del proprio sé, qui non si intende discutere della questione se l’autobiografismo sia un peccato, una colpa, un’omissione di modestia, ma sull’importanza che l’opera artistica può costituire nei casi in cui l’uomo o la donna artista patisca di una qualche mancanza affettiva o di un disagio (non necessariamente psicotico), ricordando che, come ebbe a scrivere Giacomo Leopardi in un’accorata e orgogliosa lettera al padre Monaldo, nel luglio 1819 “…e perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione…”. Gustave Flaubert e Vincent Van Gogh, l’uno scrittore l’altro pittore, sono accomunati dalla stessa “patologia affettiva”: l’assenza del nome del padre o, per dirla con Lacan, la forclusione del nome del padre.

Flaubert nasce come secondogenito di Achille, un rinomato chirurgo di Rouen. Il primo nato, Achille, verrà avviato dal padre alla sua stessa carriera, come proprio clone: stesso nome, stessa professione, così da tramandare l’eredità paterna. La moglie, desiderosa di avere una figlia femmina, anche per poter riscattare la propria esperienza traumatica (la madre era morta dandola alla luce), attende con ansia i 9 mesi della gravidanza successiva. Nasce Gustave, il non previsto, il non atteso; Gustave che doveva essere femmina. Dopo qualche anno, finalmente arriverà l’ agognata figlia. Ricapitolando schematicamente: il primo figlio è il prediletto del padre, colui che traghetterà il nome e il cognome ai posteri, la terza sarà tutta a disposizione della madre. E Gustave? Si troverà nella terra di nessuno, con un nome che è un significante riempito da nulla: niente considerazione, attenzione, insegnamenti, rispetto per l’unicità individuale. Si vedrà più avanti, con l’esempio di Van Gogh quanto sia devastante avere un nome vuoto. Per tornare a Flaubert, la mancanza del riconoscimento di figlio atteso (elemento fondamentale per la crescita sana e consapevole del bambino) lo porterà a definirsi, all’età di sedici anni, delicata età di passaggio, come un “fungo gonfio di noia”. In questo ambiente anaffettivo si sviluppa l’idiozia di Flaubert, che Sartre prima e Jacques Lacan dopo definiranno bêtise. Veniva considerato il giullare della famiglia (atroce lo scherzo di uno zio che gli chiedeva: “Gustave, vai a vedere se sono in cucina.” Il bimbo correva a sincerarsi, tra le risate dei presenti, e al suo ritorno ovviamente rispondeva “No, zio, non sei in cucina”). Lui, l’idiota, lo zimbello, diventerà un genio della letteratura: tanto quanto la sua vita è stata imperfetta, informe, la sua scrittura sarà una magnifica perfezione, creerà una nuova forma di romanzo. Attraverso di essa, Flaubert si darà dunque un nome, un’identità, un valore. Affermerà il proprio sé. E come non leggere in quel “Madame Bovary c’est moi!”, anche il suo grido di affrancamento da una condizione di sottovalutazione?

Biografia sconvolgente quella di Van Gogh. Nasce il 30 marzo 1853, a un anno esatto dalla nascita/morte del fratellino Vincent. Se Flaubert è il figlio non atteso, Van Gogh è un bambino desiderato ma solo ed esclusivamente perché deve sostituire il fratellino morto. La coincidenza terribile della sua data di nascita con la data della morte del primo Vincent, suggerisce al padre pastore protestante il macabro rituale di portare Vincent, ad ogni compleanno, a visitare la tomba del fratellino. Così Van Gogh vede il suo nome e la sua data di nascita su una tomba: si vede morto. Figlio sostituto e figlio che festeggia il compleanno in un cimitero. La questione del nome proprio di persona va ovviamente al di là delle mere circostanze burocratiche: dare un nome al figlio significa non solo riconoscerlo come frutto del proprio sangue ma lo iscrive all’ordine simbolico della famiglia prima e del mondo poi, cosicché lo identifichi come individuo unico con le sue specificità e caratteristiche. Come ricorda Massimo Recalcati in Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh “Nel caso di Vincent Van Gogh il nome proprio, anziché sancire questa iscrizione, svolge piuttosto la funzione di alienarlo nel nome di un altro negandogli ogni iscrizione simbolica nel campo dell’Altro”. Questa condizione lo porterà, giocoforza, a non trovare il proprio posto nel mondo (al fratello Theo scriverà di sentirsi “un cane randagio”) e a sviluppare una melanconia che lo accompagnerà per tutta la vita fino a degenerare in uno scompenso psicotico che lo porterà al suicidio. La pittura è il tentativo di dare un senso al suo esistere, di darsi un’identità; lui, caduto nelle tenebre, cerca ossessivamente la luce; il suo vagabondare dal nord al sud della Francia, è percorrere la strada verso la luce, verso l’intenso sole meridionale, perché il Sud è la vita, per lui che è stato un bambino sostituto di un bambino morto, e egli stesso morto in vita. Un viaggio che si rivela anche attraverso le tele, attraverso i colori che si fanno via via più carichi, più chiari. Afferma il proprio sé, il proprio nome attraverso la sua opera diventando, in qualche modo, padre e figlio di sé stesso.

 

***

Cosa è dunque l’opera d’arte se non un contenitore di spasmi, emozioni, deliri, sogni? Quale grande grazia è poter riscattare, per suo mezzo, una biografia deludente e sofferente? Benedetta sia la reciprocità della relazione tra l’artista e la sua opera, per cui egli la crea a partire dalla propria biografia zoppicante e lei ricambia donando in ritorno una cura, i centimetri che mancano.

L’opera d’arte è figlia generosa che restituisce.

Secondo Lucchini, nell’opera d’arte possono riscattarsi eventi irrisolti o traumatici della propria biografia zoppicante. Del resto gli studi sulla cosiddetta sindrome degli antenati e la psicoterapia transgenerazionale analizzano proprio questi fenomeni.

In certe “ferite famigliari”, nell’ordine simbolico dei nomi, nelle fessure della propria imprecisa identità può inserirsi, come “cura”, l’espressione artistica con risultati tanto più alti, a volte, quanto più profonde furono le ferite.

Vedi per esempio, Flaubert e Van Gogh.

 


Antonella Lucchini nasce a Mantova, dove tuttora risiede, nell’aprile del 1964. Agli inizi del 2013 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Tra morsi e strida, per la casa editrice REI, seguita da Il margine bianco (Ed. Divinafollia).

Ad aprile 2017 esce la sua terza silloge poetica, Il Femminino e la sua voce (ed. Il Seme Bianco - Castelvecchi).

Scrive, oltre che in italiano, anche in francese, inglese (lingue di cui è anche traduttrice) e in dialetto mantovano cittadino.

È redattore del sito di recensioni librarie Mangialibri.

 

Giulio Maffii, audiolettura su immagine; dalla raccolta inedita "Uno Stato di orgasmo apparente", nota di Laura Caccia

 

Fuori copione

 

Quasi la messa in opera di una sceneggiatura, la raccolta Uno Stato di orgasmo apparente di Giulio Maffii. Nell’evidenziare come tutto venga dissimulato da finzioni e ipocrisie, maschere e simulazioni, ruoli e copioni. E nel dispiegare un pensiero addolorato per la condizione umana che, in apparente stato di eccitazione e di frenesia, occulta in realtà un profondo disagio.

C’è sempre un ruolo un copione da seguire”, scrive l’autore. Un copione che interpretiamo a livello individuale, in un gioco continuo di maschere, sul confine labile tra reale e finzione. E che recitiamo a livello sociale, dove tutto in apparenza si muove freneticamente, in un fermento continuo, pulsante tra la vita e la morte. Dove infine si esce bruscamente di scena e la morte è reale, in guerre lontane e vicine

Il linguaggio si fa carico del senso di frustrazione e di amarezza che ne consegue, come evidenziano le frasi in sospeso e i tanti inizi con lo sconfortato “che”: “che pure non c’è altro”, “che viviamo affollati in mezzo al niente / gli dei hanno voltato l’angolo”, “che non c’è uomo / senza balbuzie d’identità”.

E il poeta? Anche lui apparenza e finzione? Anche se, rileva Giulio Maffii, la stessa “lingua si ritrae”, è la parola poetica che consente di togliere la maschera, sollevare il velo della finzione. Con una parola libera, anche se amara. Con una parola che si muova fuori copione.

 

 

Dalla sezione Copione

 

l’affogato nella carta dei tarocchi:

 

Gli indomenicati dal volto di sorba
potrebbero ricordarsi di tanto in tanto
di essere felici perlomeno unici
Silenzio un atto di intimidazione
-non siamo necessari al mondo-
Lo sguardo è così pieno di debiti
C’è sempre un ruolo un copione da seguire
tranne poi depistare le reliquie
dentro a un figlio o a un videogioco

 

Queste righe mi si fanno fuoco

 

 

Dalla sezione Congiunzioni

 

che pure non c’è altro
che la sottrazione è un metodo
necessario
che nessuno è venuto al mondo
per sua volontà

 

(quel che fa dolore
non esiste)

 

[oh sì felicità raggiunta
si cammina sempre
su qualcosa che puzza]

 

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che tra poco saremo corteccia

che ci nasconderemo come luce
nell’antebuio di una stanza
o di una gabbia toracica

che non c’è uomo
senza balbuzie d’identità

 

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che al supermercato si sentono discorsi

-che poi lui che ero io
mi stava uccidendo-

non pesava la morte
[ al chilo a saldo potendo ]

senza maschera ho visto
il volto che non era il mio

 

 

Dalla sezione Orgasmo apparente

 

che la gente muore davvero
e si divora l’un l’altro con gusto
mentre il silenzio impiglia
lo spreco di persone che abbiamo vissuto

la testa nel canotto rovesciato a pelo d’acqua
che non dovevano stare attenti soltanto alle meduse
che sottovoce facevano il segno della croce

 

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[che la gente muore davvero per quieto non vivere]

 


Giulio Maffii, docente, scrittore e critico, ha diretto la collana di poesia contemporanea per le Edizioni Il Foglio. È capo redattore della testata giornalistica “Carteggi Letterari”. Suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo, inglese e romeno. Nel 2013 è uscito per Marco Saya Edizioni il saggio breve “Le mucche non leggono Montale”. Nel 2014, dopo aver vinto il Premio Internazionale Castelfiorentino con “Arische rasse – Novella di guerra”, ha pubblicato per Marco Saya Edizioni “Misinabì” sui miti della morte degli Indios Taino. Sempre nel 2014 un suo saggio “L’Io cantore e narrante dagli aedi ai poeti domenicali: orazion picciola sulla parabola dell’epos” è stato pubblicato da Bonanno Editore. Nel 2015 il poema storico “Il ballo delle riluttanti” per Lamantica Edizioni e nel 2016 “Giusto un tarlo sulla trave” per Marco Saya Edizioni. Nel 2018 “Angina d’amour” (Arcipelago Itaca ed.) In corso di pubblicazione gli interventi tenuti tra il 2017 e il 2018, uno nel congresso “Identy agonies” svoltosi a Padova, l’altro per l’Archivio per l’antropologia e l’etnologia, dal titolo “Con i piedi in avanti”: la lunga passeggiata di antropos e thanatos tra poesia e vizi simili”.

Fa parte dell’associazione Pallaio per gli studi antropologici e multidisciplinari di Firenze. È docente di storia contemporanea del corso di laurea in Scienze giuridiche della sicurezza presso l’ISP di Firenze.

Roberto Minardi, audiolettura; poesia inedita “Mare”, nota di Ranieri Teti

 

Un mare totale, questo raccontato da Roberto Minardi. Un mare senza coordinate geografiche né denominazioni. Un mare che diventa “il” mare, quello che nessun obiettivo fotografico potrebbe riprendere, che solo un poeta può cogliere, che solo un poeta può descrivere in un preciso, esattissimo momento: quando contemporaneamente vede, sente e media nel pensiero. E articola nella memoria.

La lettura di questa poesia è sia orizzontale che verticale.

Nell’orizzonte compaiono immagini in serie, che potrebbero essere colte in qualsiasi battigia, in qualsiasi luogo del mondo. Con la particolarità di un doppio registro: Minardi mescola versi alti, anzi, altissimi, a versi volutamente caratterizzati da un linguaggio basso; come se anche nell’orizzontalità ci fosse una verticalità. Quando scrive “per credere nei secoli c’è il mare” fa precedere questo verso da “pernacchie al largo”. La cartolina che riceviamo è frammentata, si compone di tante varie immagini: l’autore gioca con noi mediante voluti inciampi, sdrammatizza, evviva, il concetto di poesia, riesce con piacere suo e nostro a rendere paritari la “plastica” e il “ragionamento”, un “galleggiante” e un’”isola”.

La verticalità invece produce una vertigine. La cartolina che riceviamo dal mare è un interno domestico. Racconta che l’idea del mare è dappertutto: affonda nell’infanzia, resta impressa, diventa mondo riproducibile ovunque ci siano acqua e fantasia, per l’eroe del lavabo, l’irriducibile pescatore allo specchio. Non ci sono confini, né età, se siamo poeti.

 

Mare

cuore di spadaccino che mai trafiggerebbe

perlustra la battigia con amore, a mani vuote

raccoglie un flacone ammaccato

così forte è la luce che l'azzurro della plastica sbiadisce

ogni tinta scolora, ogni ragionamento scioglie


 

con le orme dei suoi più che bianchi piedi prosegue

così facendo trae in salvo il mare, la terra

è la mobile arena che l'andamento storce

affossa le caviglie dell'uomo dell'urbe

lascia la ferocia dei raggi fare il corso che deve


 

oltre la storia uno scafo compie un mezzo cerchio

le sue pernacchie al largo spadroneggiano

per credere nei secoli c'è il mare, un galleggiante rosso

si affaccia da un triangolo di luce che scoppietta

non resta che tacere, in controluce squaglia ogni certezza


 

la barchetta nel lavandino colmo dell'infanzia

pescava pesantissimi tonni il lupo di mare

sognarsi isola e non robot, eliminare la rissa dal petto

ed un granchio attende che lui se ne vada prima di sbucare

l'essere umano non possiede serietà.

 


Roberto Minardi (Ragusa, 1977). Nel 1999 si è trasferito in Inghilterra, a Londra, dove risiede tuttora lavorando come insegnante di lingue. Ha pubblicato le raccolte Note dallo sterno (Archilibri 2007), Il bello del presente (Tapirulan 2014) e La città che c’entra (Zona 2015), segnalata al Premio Montano l’anno successivo. A questa raccolta è ispirato il mediometraggio The city within, realizzato in collaborazione con il regista Tomaso Aramini. Oltre che in volume, suoi testi sono apparsi su riviste, antologie e litblog. È co-fondatore del progetto poetico dopotutto [d|t] che si occupa di scrittori e scritture del 'dispatrio'.

Loredana Prete, audiolettura, con animazione di Pedro Schavemaker; dalla raccolta inedita "Omphalos", nota di Laura Caccia

 

Il centro di tutto

 

A quale ombelico, centro del tutto o dell’esistere, tra sensi e materia, chimica e mito, ci conduce Omphalos? In questi versi, dal titolo oracolare, che richiama la pietra scolpita di Delfi, dell’oracolare non hanno il profetico, ma il senso profondo suggerito dal termine, che etimologicamente conduce al dire.

Il centro di tutto è l’oracolo, colui che ha parola. Il centro di tutto è la parola.

Come, narra il mito, a determinare il centro del mondo Zeus liberò due aquile che, volando in direzioni opposte, si incontrarono a Delfi, così appare in questi testi il perno tra due diverse polarità: da un lato, l’universo, gli spazi siderali, la materia nei suoi aspetti fisici e chimici; dall’altro, l’esistere umano, i suoi miti, le sue percezioni sensoriali, il suo sentire desiderante. Due mondi che hanno un punto comune, un ombelico insieme di materia e di senso.

Ogni parola, concentrata e lieve, scossa e tellurica, nel disporsi isolata e raccolta sulla pagina, si fa ombelico, centro del proprio universo, frammentato, dissolto, a volte riunificato: “Spezzati / nodi / Cristallizzano / Sincopi”. In grado, da questo centro e coinvolgendo ogni aspetto del sentire, di irradiarsi come riverbero e vibrazione fino ai territori ignoti del mondo, fino all’inconosciuto del dire.


 

1.

Inopinate

Pungenti

Poliedriche


 

ecchimosi


 

Sfuggono//


 

Oltraggiano//


 

Assiderano//


 

Esplosioni di nuvole catodiche


 


 

3.

Muoiono larve

in

Asincronie

Velate//


 

Spezzati

nodi

Cristallizzano

Sincopi


 


 

7.

Canto

voci

Solo voci

Silenzio corrotto

viaggi siderali


 

Solstizio

Di spiriti


 

imprigionato in asfissie


 


 

17.

sonniferi


 

Satira di rugiada


 

Condensa


 

Vibrazioni di

ciclonici


 

Universi paralleli


 


 

29.

idrogeno


 

liquido di anime


 

foglie//


 

sangue


 

scalpiccio

quadrato poligonale

impastato

a notte


 


 

Loredana Prete, nata a Brindisi (7 giugno 1978) e vissuta a San Vito dei Normanni fino all’età di 19 anni.

Ho conseguito i miei studi universitari a Lecce (Economia e Commercio, tesi dal titolo “Il mercato dell’uranio”; specializzazione di matematica applicata alla finanza).

Dall’età di 27 anni sono emigrata prima in Francia, poi in Lussemburgo, dove attualmente vivo.

Le mie poesie sono evoluzione, decomposizione, silenzio e spasmi, purificate, essenziali.

Poesie:

- Caustico Tocco (2004)

- Chi sei (2004)

- Endorfina (2004)

- Solstizio Alcalino (2004)

Raccolte di Poesie:

- Latitudine 49° 7’ 13,08” N Longitudine 17° 42’ 0” E (2005-2012 raccolta di 365 poesie, classificate per mese, scandiscono un periodo; scritte tra Metz e il paese natale, San Vito dei Normanni; un viaggio attraverso i sensi, le disillusioni, le paure, le sensazioni. L’incontro con ricordi; la latitudine è quella de Metz, la longitudine quella di San Vito dei Normanni).

- OSSA (2013)

- LIQUIDO (2014)

- AERIFORME (2015)

- SOLIDO (2016)

- ORBITALE (2017)

- OMPHALOS (2019) – autrici Chiara e Loredana Prete

Antologie:

500 poeti dispersi, Libro secondo, AA.VV., Edizioni La Lettera Scarlatta, ISBN 978-88-908601-8-8

Habere Artem vol.16, AA.VV., Aletti Editore, ISBN 978-88-591-1399-7

Segnalazioni:

-27° Premio Lorenzo Montano, per la sezione “Raccolta inedita“ con la raccolta di poesie intitolata Novembre.

-28° Premio Lorenzo Montano, per la sezione “Raccolta inedita” con la raccolta di poesie intitolata Liquido.

- 30° Premio Lorenzo Montano, per la sezione “ Raccolta inedita” finalista con Orbitale.

Conferenze:

L’8 marzo 2013 partecipazione come autrice alla giornata poetica “Sbatte l’aria. Era una vanessa!”. (Università di Lussemburgo - Les lettre romanes – section italienne. L’incontro fa parte del progetto di ricerca del TIGRI – Textualité des Italiens de la Grande Région et Intégration).

Racconti:

- Adele (2010)

- La messe rouge (2010)

- Iadava (2010)

- Accidia (2011)

- il vento di Cordoba (2011)

- Purificazione (2011)

Sceneggiature:

- Sogni in penombra (il cortometraggio ha partecipato al Festival Internazionale Cortometraggio Salento Finibus Terrae).

Maria Pia Quintavalla, audiolettura; prosa inedita “La tragedia di Augusta”, nota di Mara Cini

Ascolta l'audio del documento sonoro

La tragedia di Augusta

I pesci scappati dal fondo del mare impazziscono come asteroidi in forze centrifughe, ma dividendosi esplodono divergono tuttavia in lampi, come luminosi spazi, da entità marine stellari. Le assi diagonali in legno sembrano già fradice da notti, se hanno bevuto tutta quest'acqua e la trattengono; da questi legni fessurati dall'acqua. Da questi tagli uno strano mormorio di attese sembra salire e alludere a un intrecciarsi anche là dentro, ai gesti: del povero cibarsi, e dei corpi, ma poi deposti e abbandonati, poi enfiatisi nell' acqua, che si avvinghiano. Chi può vedere da quale occhio celeste vivente l'intreccio, non ancora marcescente ma mobile, e quasi di gomma, di bocca e piedi, di teste annodate che cercano di separarsi dal blocco che fu di carne. Ma questo ultimo è nascosto dalla fuga dei pesci. il fetore è nascosto o velato dalla fuga dei pesci. Le grida indisseppellite, ad oratorio, ecco sono nei gesti di abbraccio, un poco come nelle camere pompeiane finite sotto la cenere. Mi avvicino, lentamente, e guardando da una fessura, un sottile taglio come l'interno del legno, subito ammollato e marcito, che mi fa intra sentire intra immaginare, e vedere infine il groviglio dei corpi, intrappolati come acini di un frutteto divino.

Ma io lo vidi già, era narrato, fin da bambina, nella corona di nudi e angeli della Cattedrale di Parma, disegnata e dipinta nella visione di Antonio Allegri, detto il Correggio, e questa è una simile ascensione, ma orizzontale, dove tutti cercano spazio, e lo comprimono anche, tutti, e si disperdono, anche alla fine. Materia nel liquido, carne che fu ossa e sangue e non gomma, e non blu morte ma vita, delicatamente corpi sacco, velati dalle acque, lì sprofondati e che l'hanno bevuta fino al punto della terra un equatore zenith, dove eravamo oceano su oceano. Una forza centrifuga, a onde, disegna un movimento come cullato, una leggera distonica musica spezzata: sono i morti, i semplici (e bellissimi) morti che volano nel cielo delle acque profonde, al largo della costa libica, nel blu scuro e macchiato di morte, del mare Mediterraneo. Quelle dita tumefatte hanno perso escrescenza, dopo che reso molle e gommoso lo scheletro tutto, ma non hanno esaudito un destino, o l'hanno fermato alla domanda impigliata nell' enigma dei gesti, nelle strette ultime dei tumefatti: queste voci sono nella gola del mondo. E loro: gli afflitti, i perseguitati, gli assetati di giustizia, lo hanno sottovalutato troppo il peso del mondo, questo peccato dei poveri di spirito. La potenza della realtà che sconfigge il loro atavico, il loro grande - di già perduto – sogno di vivere nella vita, la propria vita. Vivere nella pace l'esistenza di sé, e dei propri figli. nella onesta ricerca di un lavoro una casa una patria terra. In un esodo non scelto, ma dovuto alle guerre, alle carestie, alla fame ed alla predazione.

Ora, questo immenso camposanto è marino, l'assenza di pietà umana ha scelto il colore dell’acqua per manifestarsi, un cielo capovolto e profondo pieno dei pesci ora in frotte, ora in fuga. Secondo le parole di Papa Bergoglio questa è la bancarotta dell'umanità che non ha trovato per ora, salvatori e salvezza. "All'interno del relitto, secondo quando accertato dalla Marina italiana, sono stati recuperati :458 corpi senza vita; a questi ne vanno aggiunti altri 169 raccolti sui fondali circostanti altri 48 ritrovati, che si avvicina molto alle 700."(Corriere della sera, 16 luglio 2016, Claudio Del Frate). Ma la scoperta che in cinque, in piedi, stavano in poco meno di un metro quadro disegna bene il come.

Hannina e Omar viaggiano da due lune e imprecisati soli, hanno poco alla volta smesso di parlare, e raccontarsi a parole nell' intreccio delle mani; a sera, quando il vento è calato e l 'acqua del mare da bere è stata sostituita dall' urina, e dal succhiare vecchie bucce sudice, che erano già seccate, o la pelle di frutta. Il loro silenzio è più soave dei pasti infetti della fame, croce che sta dentro il corpo e lo taglia in parte muta e parte che emette strano risucchio, doloroso sempre; i pasti dei bambini e dei più vecchi, non ci sono più né come favoriti né come protetti; né quelle donne che come vele si alzano, da accovacciate e strette, e solo a volte attaccano al nero dei capezzoli i loro piccoli, ma senza cavarne nulla.

Quando la luna si stacca dal fondo del mare, e sorge, è splendente anche per quelle anime di disperazione, e il vento le illumina, lente ombre di tenerezza. Conosciute nella vita dapprima, e sole, era tutto diverso, erano giovani erano vecchi, erano uomini nel fiore degli anni, erano coppie come Hannina ed Omar, e camminavano, avevano strade bianche e sabbiose o piene di terra, camminavano. La secchezza e il non farsi più domande ha fatto posto al miraggio di silenzio e alla rassegnazione. In realtà silenzio non ce n'è mai abbastanza, fra il rumore di acque irreali e immobili e dei venti, delle scie del barcone che trascina sé e loro, noi tutti e nessuno, esclusa questa notte al termine della notte... Gli accenti di tutte le lingue si fondono in un salmo.

Che succede. Staremo qui? ma no, era solo una pressione fra l'aria e il carburante, chi l'ha detto. Perché quel ragazzo piange allora? Ma lo vedi quel punto sotto la luna. È una barca chiede Amina. Ashef batte le mani, ha quasi dieci anni, se è una barca ci salva e ci porta in Italia, vero? No, non lo sappiamo e non ci sono barche qui vicino, risponde la madre.

Non è nessuno, dice Mohammed, è una stella, e tu stai male, vai a dormire. Chi dorme mi stringe un osso della mano fino a farmi malissimo, ma non la sento.

 

***

Quintavalla è vincitrice del Premio Montano 2019 per la prosa con un testo che già era risultato tra i finalisti in una precedente edizione.

A volte succede. Capita tra le mani qualcosa che abbiamo già letto e ci sembra più lucido, più necessario, più prezioso.

Può essere per quei pochi refusi corretti, per quella disposizione grafica appena ritoccata? O per quella silenziosa insistenza dell’autore e del testo stesso a chiedere ancora attenzione?

Può essere.

E’ lo stesso testo, lo stesso affresco ma lo leggiamo con più riguardo.

Un affresco dalle tinte bluastre, un immenso camposanto marino dove le forme della morte, nell’incessante trasformazione delle cose, diventano di nuovo vita. E’ una vita liquida, germogliante, vibrante nelle correnti profonde di acque ascensionali, in una vertigine che avvolge.

Certe disperate vicende, nella cornice del racconto, luccicano di sacralità e bellezza (donne che come vele si alzano, non è un Compianto di Jacopo della Quercia? morti che volano, non è una scena del Correggio nella Cattedrale di Parma?).

Sono notizie di migrazioni e naufragi che i reportages giornalistici non riescono a descrivere nella loro portata tragica, Quintavalla le ricompone in un contrappunto di immagini fluide attraversate da musica e silenzio, acqua e siccità, luce e buio dove gli accenti di tutte le lingue si fondono in un salmo.

Da qualche parte Maria Pia Quintavalla ha parlato di una sua lingua apneica, una lingua “d’emergenza” e una scrittura che mi sembra ritrovare in questo testo.

 


Maria Pia Quintavalla è nata a Parma e vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia: Cantare semplice (Tam Tam, 1984), Lettere giovani (Campanotto, 1990), Il Cantare (Campanotto, 1991), Le Moradas (Empiria, 1996), Estranea (canzone) (Piero Manni, 2000, prefazione di Andrea Zanzotto), Corpus solum (Archivi del ’900, 2002), Album feriale (Archinto, 2005), Selected poems (Gradiva N.Y., 2008), China, (Effigie, 2010), I Compianti (Effigie, 2013), Vitae (La Vita felice, 2017), Quinta vez (La collana, Stampa 2009, 2018). Sue poesie sono presenti nelle antologie: Trent’anni di novecento (a cura di A. Bertoni, Book, 2005), Passione poesia (CFR, 2017). Ha vinto numerosi i premi, tra i quali: Tropea, Città S. Vito, Turoldo, Cittadella, Alghero donna, Marazza, Nosside, Alto Jonio, Dario Bellezza, Alda Merini, Città di Como, Europa in versi; nel 2000 è stata finalista in cinquina al Viareggio. Dal 1985 cura la rassegna Donne in poesia e le sue antologie; in seguito proseguita nelle rubriche: Le Silenziose (Book City, Milano), Muse, Autori, Resurrezioni (Casa della cultura, Milano), Essere autrici / essere curatrici. Ha curato il convegno Bambini in rima (Atti su «Alfabeta» 1987). È docente presso l’Università degli Studi di Milano, con laboratori di lingua e scrittura italiana. Sue poesie sono state tradotte in numerose lingue.

Francesco Bellomi, brano originale per Maria Pia Quintavalla

Claudio Salvi, audiolettura con testo; dalla raccolta inedita “Sequenze”, nota di Giorgio Bonacini

 

 

La scrittura di Claudio Salvi si presenta in parole nella loro nuda sostanza, avviate verso un percorso che intreccia (con valore esclusivo) il rapporto tra lingua e cosa. Ma ciò che si evidenzia è molto di più: il pensiero che scrive conosce solo l’essenzialità del dire, la sua denotazione libera da ogni sintagma troppo articolato. La parola vuole essere solamente se stessa in quanto cosa. Ma questa apparente semplicità ha bisogno di una concettualità stringente, che affonda all’ interno di una coesione che “afferra con le dita ogni non detto”. Perché al di fuori della lingua che si fa cosa resta solo un senso in-significante del “come se”. La voce dell’autore agisce grazie ad attrazioni minime dove lo sguardo parla, e ogni “configurazione... è una possibilità” di variazione del dato reale da sentire con gli occhi.

 

 

Dalla sezione “sequenza nun”

 

***

parola mano

(sia

sia

preme

per

per

me)

 

***

preme lontano, da lontano

parola

preme basta —

parole suono

mano

 

***

sai, non

come cosa

preme

 

***

prendi,

che rimane

ancora parole date

di’,

parole date

 

 

Dalla sezione “corrispondenze”

 

è più lento di quanto pensavo, è un’attesa

 

andiamo a san pietroburgo oppure a est in una città di

fabbriche, in transiberiana, prima però dobbiamo

formalizzare la nostra posizione (chi sa cosa vuol dire)

 

sogni di essere in un paese dove fa bel tempo ascolti un

carosello russo e pretendi di impararlo, chi sa cosa vuol

dire

 

guardo la villa del conte traverso il parco a pranzo, ho

parlato di te, volevo dirlo

 

jeu de balle è un piazzale come non ce ne sono da noi,

proporzionato, un piazzale inclinato sembra di utrillo la

gente è come a quel tempo

 

entro in chiesa, accendo un lumino e sai cosa sta sopra, il

quadro di un incontro tra un maschio e una femmina

 


Claudio Salvi - pubblicazioni: Album (Arcipelago Itaca Edizioni, 2016) a cura di Renata Morresi, postfazione di Giulio Mozzi.

Pubblicazioni web: gammm.org (polaroid, 2012-2015) – nazioneindiana.com (scritti, 2012-2014) – vibrisse.wordpress.com (tagebuch, 2012-2013) – franco-carlevero.com (non scritto)

testi pubblicati in Nazione Indiana (https://www.nazioneindiana.com/2018/02/18/sequenza_nun/)

testi pubblicati in Argo (http://poesia.argonline.it/sto-fronte-alla-chiarezza-dei-colori-inediti-claudio-salvi/).

Partecipazione a Ricercabo 2016 (taccuino e diario giapponese 2015-2016).

Partecipazione a Riassunto di Ottobre (2016).

Traduttore da inglese e francese: recentemente 12 testi da “Lo spleen di Parigi” di Charles Baudelaire.

Giulia Niccolai, in ricordo di Franco Beltrametti: Una brevissima intervista, con foto di Antonio Ria

Foto di Antonio Ria

Giulia Niccolai e Franco Beltrametti, foto di Antonio Ria
 

1. Il poeta Franco Beltrametti. Quale legame umano e artistico vi univa?

 Ho conosciuto Franco, sua moglie Judy e Giona (che avrà avuto un anno o due), a Trastevere, dove abitavo anch'io con Adriano Spatola, nel 1966, prima che Franco partisse per il Belice terremotato, col programma di lavorare lì come architetto, assieme ad altri, che avevano avuto la sua stessa idea.

Nessuno di loro venne mai utilizzato dal potere locale. Dunque il medesimo idealismo, in questo senso, era stato di diversi architetti, e questo aneddoto ci fa capire anche quanto poco si sapesse, allora, del nostro stesso paese. In Sicilia Franco scrisse "Un altro terremoto" che Spatola volle pubblicargli subito nella piccola casa editrice, la Geiger, che aveva fondato con i due fratelli, Maurizio e Tiziano.

 

2. L'influenza della cultura asiatica sulla poetica di Franco.

      In questo caso è molto importante ricordare che Franco era laureato in architettura e che si sentiva profondamente attratto dal rigore e dall'integrità dell'architettura giapponese. Sempre a questo proposito, è il caso di ricordare che, quando venne a conoscenza dell'opera di Carlo Scarpa, Franco confessò che, se lo avesse conosciuto   da giovane, non avrebbe mai abbandonato l'architettura.
 

3. I rapporti tra testo scritto e immagine. La passione di Franco per l'arte figurativa e il collage.

Se pensiamo al lavoro di Franco, l'aspetto figurativo, anche del semplice testo lineare è sempre presente nelle sue opere, come se non potesse non prenderlo, istintivamente, in considerazione. Si tratta comunque di un comportamento "innato", che, dal mio personale punto di vista, ha a che fare addirittura col suo stesso aspetto fisico di uomo decisamente piacente, bello, che però, per eleganza, non ha mai sfruttato, o messo in risalto, per farsi avanti: fare strada o avere successo con le donne.
 

4. La sua abitudine di inviare lettere e cartoline agli amici. Un modo per rimanere in contatto al di là delle frontiere e dei confini?

Franco, nella sua vita, ha sempre fatto conoscere i suoi amici agli altri suoi numerosissimi amici! Così, per lui, è anche come: trovandosi con certuni in un determinato paese, questi gli ricordassero sempre anche gli altri, altrove, e che, dunque, gli mancavano... Non c'era sentimentalismo in ciò, era piuttosto una sorta di legge "della natura" per lui. Essere alla presenza di certi amici non poteva non fargli pensare a quelli che non c'erano... Franco era una sorta di "chioccia" mentale di tutti coloro ai quali voleva bene!

Ultima pagina, Stefano Stoja: Filologie transiberiane, la copertina di “Transiberiano”

Copertina di "Transiberiano"


 

Il volume di Franco Beltrametti, Transiberiano, pubblicato dalle edizioni sottoscala di Bellinzona nel 2016, del quale fui co-curatore insieme ad Anna Ruchat è, in senso filologico, un affettuoso arbitrio: Franco Beltrametti non scrisse il diario di viaggio da Venezia a Tōkyo via Mosca con l'intenzione di pubblicarlo; ma il taccuino su cui lo redasse è talmente "beltramettiano" che per questa volta la Filologia può chiudere un occhio.

La diaristica di Franco Beltrametti è sempre molto contaminata da disegni, piccoli dipinti, collages di oggetti recuperati dal suo quotidiano; e il Transiberiano non fa eccezione. Beltrametti si dirigeva in Giappone, già affascinato dallo Zen e dalla mistica orientale, e il taccuino è pieno di pagine di esercizi di scrittura giapponese, la cui frequenza dà l'idea di quanto egli fosse ansioso di entrare in contatto con quella cultura sul suolo che l'aveva generata. Tuttavia, durante il viaggio in treno, egli si trovò immerso in un'altra cultura, le cui tracce sono evidenti nelle pagine del taccuino. Affascinato come s'è detto dal segno, grafico e sonoro, Beltrametti si cimenta in diverse occasioni a scrivere in cirillico, per esempio, un indirizzo postale, o a trascrivere a orecchio parole russe afferrate qua e là. Lo accompagnano, dal 9 al 19 maggio 1965, svariati personaggi, alcuni decisamente variopinti, con i quali Franco Beltrametti comunica pur non conoscendo il russo, gioca a scacchi, fa passare il tempo fumando e bevendo vodka. La sua facilità di comunicazione, l'empatia con gli sconosciuti e con le persone amiche, sono tratti fondamentali del suo carattere che affiorano di continuo nella sua opera poetica e grafica; e anche il Transiberiano e la poesia su questo viaggio non fanno eccezione: ce lo dipingono come una persona genuinamente interessata agli Altri. È anche grazie a questo che la "galassia Beltrametti", irta di figure e personaggi anche molto distanti fra loro, di molteplici ambiti artistici e letterari, è a tutt'oggi così variegata e numerosa, e su più grande scala rispecchia il microclima ferrato e rotolante del Transiberiano.

 


Stefano Stoja, studioso di letteratura italiana del Novecento, è nato a Lecce nel 1965. Ha pubblicato diversi saggi sulle riviste d'italianistica «Cartevive» e «Studi novecenteschi», ed è stato tra il 2010 e il 2019 archivista e bibliotecario presso la Fondazione Franco Beltrametti di Riva San Vitale, nel Canton Ticino.

Quarta di copertina, Franco Beltrametti da “Anterem” 26/27 (dicembre 1984) e una pagina di "1984" (TAM TAM Edizioni)

Una dichiarazione di poetica da "Anterem" 26/27 (dicembre 1984)

 

Una pagina di testi tratti da “1984”, TAM TAM Edizioni

Aprile 2020, anno XVII, numero 46

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 
Carte nel vento n. 46

Carte nel Vento

periodico on-line 
del Premio Lorenzo Montano

 

a cura della redazione di "Anterem"


Diamo vita a quello che non è stato.

Un ormai abituale appuntamento come il Forum Anterem, vibrante perché solitamente vissuto “insieme”, in questo periodo trasmetterà la stessa passione grazie alla tecnologia.

Ascolteremo i poeti dalle loro case, dal loro giardino, come se fossimo in Biblioteca Civica a Verona.

La viva voce dei poeti rompe il silenzio di questo tempo sofferto.

Sono gli autori finalisti per “Una poesia inedita” al “Montano” 2019. Da remoto proviene anche il brano originale composto da Francesco Bellomi per la poesia vincitrice di Roberta Sireno.

La novità introdotta lo scorso anno, e che si ripete con identica modalità nell’edizione in corso, è stata la creazione di una Giuria critica per determinare il testo da premiare. Per istituire questa giuria, che si affianca a quella storica composta dalla redazione di “Anterem”, abbiamo invitato finalisti e vincitori della precedente edizione del “Montano”. La stessa cosa, con personalità quindi differenti, sta accadendo quest’anno:
www.anteremedizioni.it/premio_lorenzo_montano_xxxiv_(...)

Com’è prassi per la giuria storica, abbiamo chiesto anche ai nuovi giurati di scrivere su alcune delle poesie valutate, scegliendo liberamente. È il motivo per cui è stata denominata “Giuria critica”.

Tutto il lavoro collettivo è racchiuso in questo nuovo numero di “Carte nel vento”, che si apre con un omaggio allo scrittore belga Marcel Moreau, figura dirompente della letteratura francofona del ‘900, praticamente inedito in Italia e di recente scomparso.

Buon ascolto, buona lettura.

In copertina: Fotogramma di Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi

Ranieri Teti

(leggi tutto)

Prima pagina: Marcel Moreau (1933 – 2020) tradotto da Cristiana Panella

Da Moreau. Quintes, L'Ivre Livre, Sacré de la femme, Discours contre les entraves. Éditions Denoël, p. 419

Traduzione e premessa: Cristiana Panella

Marcel Moreau

Cantore e soggetto, per sua stessa definizione, dell'Escritauro (Escritaure), creatura ibrida Verbo e Bestiario, Marcel Moreau riporta il monstrum al suo senso originario di prodigio come ammonimento, messaggero del divino. In una lingua intrinsecamente 'ossimora': astrale e intestinale, numinosa e sanguinolenta, edotta e carnascialesca, Moreau erige l'amore carnale a banchetto sacro. In perpetuo bilico tra la combustione dell'istante e l'imminenza della separazione, si celebra l'anelito all'Assoluto che attraverso il lamento veggente rimpiange il presente osservandolo dal già futuro.

 

Estratto da: “L'anima dei bolidi” in “L'Ebbro Libro” (1)

[…] Neanche tu mi segui più. Neanche te che amo, mi segui. Sei più lontano di me, ancora dietro ciò che mi soverchia. Più nessuno mi segue, riesce ad afferrare al volo gli assi folgoranti, e mi ritrovo solo con le mie rapidità bionde che mi spaccano il corpo da te solcato. Anche i miei omaggi alla tua bellezza ti attraversano così rapidamente che ti sfuggono al momento della carezza. E la carezza ha un bell'attardarsi, compiacersi alle labbra, abbeverarsi alla feccia, le galassie che mi ispiri, loro, viaggiano a distanze tali avanti a noi da sembrarti opache. Eppure i miei omaggi ti hanno presa, portata via, esposta a soli di parole; ti hanno piantata dentro, trascinata sopra, inchiodata a loro, oppure hanno girato con violenza attorno alla tua carne, abbeverandosi a cosce a gola, a sessi liquidi e vasche succose. Non saprai mai a che punto lo sciabordio di ogni goccia di te sulla mano fece danzare duro e folle la mia mente (2). Ma i vortici se ne sono andati, e noi ci ritroviamo corpo lento addosso a corpo ancora più lento...

Questo non è che un esempio; tuttavia quale altro esempio può raccontare della velocità dei linguaggi non indottrinabili? Arruolamento impossibile, schiavitù in arretramento, né patria né partito, sostegno rifiutato, perpetue partenze, arrivi annullati. Ma dolori attivati, sconforto che rimesta, eccome rimesta... [...].

 


Marcel Moreau (Bossu 1933-Bobigny 2020) è uno scrittore belga francofono. Proveniente da una famiglia operaia, abbandona gli studi adolescente, poco dopo la morte del padre, e inizia a lavorare in una rubinetteria. Assistente contabile per il giornale Le Peuple, a Bruxelles, sarà correttore di bozze per Le Soir, attività che continuerà a Parigi, dove si trasferisce nel 1968. Nel 1963 pubblica il suo primo romanzo, Quintes, a cui faranno seguito più di 60 opere, per lo più in prosa poetica, tra cui Sacre de la femme (1977), L'Ivre Livre (1973) e Discours contre les entraves (1979), riproposte insieme dalle Edizioni Denoël nel 2005. Orgambide (1980) inaugura la fase più travagliata e prolifica della vita di Moreau, caratterizzata da una profonda crisi esistenziale in cui lo scrittore renderà omaggio, in testi che definisce degli "adoratoires", alla sublimazione della donna; un'apoteosi della carne e dell'amore che continua con Bal dans la tête (1995), l'ultimo romanzo. L'elemento della carnalità, che unisce l'amore per la donna e la scrittura, di cui Moreau farà una militanza intellettuale, sfocia maturo in Corpus scripti (2002); esso si rifletterà nell'opera degli anni 2000, tra cui Adoration de Nona (2004), Une philosophie à coups de reins (2008), Un cratère à cordes (2016), e con la ripubblicazione di À dos de Dieu (2018).


(1) Una seconda valenza, certamente voluta da Moreau, è "L'ebbro si racconta".

(2) La traduttrice ha scelto di lasciare "dur" et "fol" al maschile per restituire l'uso dell'aggettivo come avverbio del francese e mantenerne l'effetto icastico.

Andrea Breda Minello, “Berkana”, videolettura; note di Silvia Comoglio, Patrizia Dughero

Perché quando Berkana ornata di rami

Si innalza sino ai margini del cielo

Emana la tensione delle tue viscere

Dichiara un nuovo inizio:

 

Una mutazione del sangue per accoglierti

Come il Dio che porterà in dono

La testa spezzata di Fenrir.

 

Allora rinasceremo l’uno nell’altro

Ci scambieremo la pelle

Per essere il seme fecondo della madre terra.

 

Nota: Berkana è la Runa del femminile, simboleggia la Betulla. Fenrir è il lupo, figlio di Loki, che nel Ragnarok delle saghe norrene verrà ucciso dal dio Vidarr.

 

 

Silvia Comoglio per Andrea Breda Minello

Due dimensioni convivono nel testo di Andrea Breda Minello, quella mitico/divina e quella umana. Berkana, la Runa del femminile e Fenrir, il lupo delle saghe norrene, ucciso dal Dio Vidarr abitano i nostri spazi, sono presenze con cui misurarsi, figure che finiscono con il sovrapporsi alla nostra essenza. Ed è proprio da questo sovrapporsi che nasce un innesto, una correlazione tra l’umano e il mito che ci disvela il ciclo della vita racchiuso in inizio/mutazione/fine/rinascita. Ciclo, questo, che richiama a sua volta un altro mito, il mito dell’eterno ritorno.

In un testo dalla struttura compatta e dalla luce asciutta, l’umano e il mito, in un gioco continuo di rimandi, si incontrano e scambiano pelle per poter essere, come scrive Andrea Breda Minello, “il seme fecondo della madre terra” . Una fecondità che nel testo di Breda Minello si traduce, da un lato, in rinascita e in stretto legame tra il mito e l’umano e, dall’altro, in forte correlazione tra scrittura lirica e epico-mitologica.

 

Patrizia Dughero per Andrea Breda Minello

Con un colpo fendente tra terra e nebbia questa poesia incede, incalza, una quartina e due terzine, a ribaltare il mondo, destando al contempo nel lettore una certa fantasticheria sul sonetto, come un dolce ricordo, per la quartina d’attacco che sembra portare avanti una narrazione previa, qui tesa a circoscrivere il necessario mutamento, un nuovo inizio.

Poesia carica di visioni, per la sua atmosfera, un gelo rotto soltanto dai rami bianchi e luminosi di betulla, per l’“attesa” quartina d’inizio che si scarica sul suo ultimo verso, Dichiara un nuovo inizio:, per il passo epico e gli incipit di ogni verso, in maiuscolo, desueta maniera, e per quella dichiarazione: all’inizio occorrerà un cambiamento viscerale oltre che un’azione.

Poesia assertiva che attinge dunque al sangue e agli elementi viscerali stabilendo un’equilibrata tensione per l’inevitabile, “non possiamo più attendere”, sembra essere l’incitamento del poeta che ricorre alla primordiale lotta tra buio e luce, che ristabilisca il brodo affinché la parola continui in bios e nell’unione. Non possiamo più aspettare ma non possiamo arrenderci e allora il poeta “si fa carico”, e il suo carico è “ogni disperazione”, così “prende spazio” all’assoluto. Se via d’uscita non c’è occorre declamarlo (mi pare importante sottolineare che per il Premio Montano, sezione Poesia inedita, è richiesto un componimento “che costituisca per l’autore un momento privilegiato della sua ricerca, un testo che proprio nell’unicità trovi la sua ragione”); occorre guardare la bestia spezzata, la testa del lupo sacrificale con cui scambiare la pelle, per far rinascere una nuova umanità e perché la terra venga rigenerata. Versi che conducono a stupore assoluto, ma non si ammantano di silenzio, piuttosto di orme pesanti tra nebbie fonde tagliate dall’alitare di chi non desiste, pur senza fuoco a scaldare e nessuna fiammella che possa alimentare lo scambio necessario, soltanto un click che il volto epico possa introdurre nel nostro DNA.

Poesia epica antilirica, retta da un’apertura che contiene una domanda, sia causale che finale su un determinato accadimento, sembra quasi farsi beffa del canone e della scansione metrica, oscillante com’è tra versi alessandrini, fino al limite dell’endecasillabo sdrucciolo, intervallati in maniera atipica da settenari e novenari: inducono a pensare che anche la rima avrebbe avuto una giusta collocazione al fine di ristabilire il passo marziale evocato. Ma nessuna rima appare, mentre noncurante il poeta inneggia saldamente a un gesto eroico che ristabilisca vera giustizia fuori dall’umano, con una luce lunare riflessa nel pallore della bianca betulla, frondosa e poetica runa offerta. Noi lettori a raccoglierla, quasi indifesi, almeno coloro che non sono addestrati a una buona osservazione degli elementi naturali, veri protagonisti di questo componimento. Rischiando pure di essere risucchiati da un’epica che non ci appartiene (interessante, affascinante lavoro di contaminazione) quasi un manga europeo o un must da graphic novel, risollevati poeticamente dall’ottimo equilibrio di questo testo che dalla sua brevità trae forza e potenza, mentre i versi lanciati ondeggiano, e continueranno a farlo, tra grigie volute norrene, aprendosi al vento per spargere semi che, composti e segreti, getteranno basi sicure ad altri componimenti.

 


Andrea Breda Minello (1978) è nato a Treviso, dove vive e lavora come docente. È poeta, traduttore e drammaturgo. Ha esordito in X quaderno di poesia contemporanea e ha poi pubblicato Del dramma, le figure (Zona, 2015) e ora Yellow (Oèdipus, 2018). Come traduttore: Julien Burri, Se solamente (Kolibris edizioni, 2010), Pierre Reverdy, Sabbie mobili (in “Testo a fronte”, 2015), Anna de Noailles, Poesie d’amore (Arcipelago Itaca, 2019). Suoi testi sono usciti su “Poesia”, “Nuovi Argomenti”, “Versodove”, “l’Immaginazione”. Collabora con “Testo a fronte” e “l’avantionline”. Sta ultimando il suo primo romanzo.

Giuseppe Calandriello, “Pneumeno”, audiolettura; note di Silvia Comoglio, Ranieri Teti

Pneumeno


edificio nella notte, fiotti d’uomo
                                         (terra di gonfiore)

sulla direttrice del nuovo viso
                                         (effetto sagittale)

Talete al timone del lobato
a braccia separate
le vite mai sognate
a un ritmo più lento, nauti oltre, a sostegno


                                                       (in acque cordate)


disàrmati, qualcosa del consiglio, la qualità del suono netto


                                                                     (a giaciglio delle torbe)


respiro di erranza
gli dèi degli avanzi
vanga di mucosità
spegni le vie, sbarra le rotte, nel piano, del suono, l'esercito è rotto

 

Silvia Comoglio per Giuseppe Calandriello

Su acqua e respiro si fonda il testo di Giuseppe Calandriello costruito con un sapiente uso della parola e con forti e vivide immagini. L’uomo, nel testo di Calandriello, si sveste della sua solida essenza e si fa fiotto, onda che imprime al suo viso una nuova identità, che lo trasforma non momentaneamente ma in modo perenne in un nauta che si trova in cordata con altri nauti, una cordata fatta di acqua, ossia di qualcosa che è inconsistente, che sfugge. E in questa cordata, ci chiediamo, che non ha la resistenza della fune ma l’inconsistenza dell’acqua, come possono, se possono, sostenersi e salvarsi gli uomini diventati nauti? E neppure, si direbbe, rassicura la presenza di Talete al timone, quel Talete che sosteneva che il principio, l’arché, di tutte le cose è appunto l’acqua e che è dall’acqua, forza attiva e vivificatrice, che si trae nutrimento.

Rimane così all’uomo il respiro ma è un “respiro di erranza”, perché quando cerca di diventare suono, e da qui poi si presume parola, si infrange e l’esercito dei nauti si scopre rotto, e quindi ancora una volta senza salvezza. “spegni le vie, scrive Giuseppe Calandriello, sbarra le rotte, nel piano, del suono, l’esercito è rotto”.

 

Ranieri Teti per Giuseppe Calandriello

L’incipit del testo è cinematografico, con il passaggio da un’inquadratura aperta e generale, da un esterno simbolico che si protrae fino al primo piano di un volto: tutto mediato, tra parentesi, da una considerazione dell’autore e da una sorta di appunto sceneggiato per la regia. Nei quattro versi iniziali Giuseppe Calandriello produce e crea un accavallarsi spaesante di immagini che offre una chiara indicazione di lettura: “Pneumeno” chiede di abbandonarsi al suo flusso, richiede di condividere e di abitare l’idea del suo autore. Questa si precisa in maniera definitiva subito dopo, quando nel testo interviene il “lobato”, un aggettivo adoperato come se fosse un sostantivo, per dirci che in poesia tutto può succedere all’improvviso e niente è mai scontato. E “nauti” lo conferma. La fusione dello stile con il senso offre uno degli elementi distintivi di una poesia che non si appiattisce sulla realtà ma la trasforma creando una parte di mondo prima inesistente. Le percezioni del poeta predispongono frammentazioni del sentire, avvenendo simultanee come respiri in corsa, e in questa modalità assecondando, nella messa in pagina, un andamento interiore. Lo testimoniano i versi ora sincopati ora lunghi, e franti se lunghi, come se fossero pulsioni irregolari, sintomi di uno spezzare il ritmo per un dire ulteriore. Come se fossero fuse insieme tecnica e visione, forma e idea, sapendo che non c’è idea che non sia riconducibile all’esperienza di una cosa generata nel pensiero: gli ultimi versi, così spiazzanti e fatalmente nitidi, concludono l’unione di pneuma e immaginazione.


Giuseppe Calandriello nasce a Pietrasanta nel 1979. Dopo gli studi artistici si laurea in Cinema, musica e teatro presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pisa. È membro del gruppo [dia•foria, con il quale ha pubblicato opere di Balestrini, Ballerini, Blotto, Burchiello, Carravetta, Curi, Mansour, Péret, Toti, Villa e altri. Nel 2017 cura, con Daniele Poletti, la seconda edizione di "Obsoleto" di Vincenzo Agnetti con testi di G. Agnetti, C. Bello Minciacchi, B. Corà e C. Costa. Sue opere sono pubblicate nelle antologie "Tuttologia e Contro Zam", Cinquemarzo; "Nuova Tèchne", Quodlibet; "Scrivere all’infinito", Museo della Carale Accattino; "Offerta Speciale", Carla Bertola editore; "Athe(X)ehtA", Edizioni GDFAEOA. Ha partecipato a contenitori d'artista come "BAU" e "Antologia Ad Hoc". La sua ricerca poetica e artistica verte su tematiche come la casualità, il determinismo, il rapporto tra l'impossibile e l'improbabile, le energie cosmiche e il potere del linguaggio segnico.

Giorgiomaria Cornelio, “Palinsesto”, audiolettura-cartolina; note di S. Comoglio, M. Guatteri, D. Pericone, L. Rossi

Giorgiomaria Cornelio, “Palinsesto”, audiolettura-cartolina;
note di Silvia Comoglio, Mariangela Guatteri (con immagine asemantica), Daniela Pericone, Lia Rossi

 

Palinsesto

Silvia Comoglio per Giorgiomaria Cornelio

Con parole soppesate e di limpida densità Giorgiomaria Cornelio concentra la sua attenzione su due elementi che in poesia sono cardine/essenza: il nome e la scrittura. Dall’oggetto, dalla “cartula” di cui parla Cornelio, si astrae il nome, quel nome in cui tutto in potenza è contenuto e che ci rimanda, tra l’altro, al Prologo del Vangelo di Giovanni, In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio. Richiamo avvalorato dal desiderio di baciare nell’orazione la cartula che si è fatta nome, “baciarla nell’orazione”, ossia proprio in un momento privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio. Ma quel nome, che tutto contiene e che è presso Dio, pronunciato e mediato dall’uomo muta e perde i suoi connotati, la saliva lo corrode, e nella saliva diviene mancante, incompleto. E questa mancanza, incompletezza, si trasmette alla scrittura, allo scrivere, che, ci si rende conto, non è evento che dà risposte ma evento che le risposte le allontana a favore di un cercare continuo, meglio, di uno scrivere e riscrivere continuo. Del resto, un palinsesto è proprio questo, un manoscritto da cui si raschia ciò che è stato scritto per scrivere un nuovo testo.

Palinsesto, oserei dire, una dichiarazione di poetica, acuta e ponderata.

 

 

Mariangela Guatteri per Giorgiomaria Cornelio (con immagine asemantica)

Rebus

Il titolo di questo testo poetico è l’intero processo di stratificazione e rimaneggiamento occorso al segno (scritto tanto quanto dipinto) attraverso un'azione perentoria di raschiatura che rinnova la superficie che lo ospitava.

Per economia di supporti – come pergamene, muri intonacati, tele, tavole lignee, carte – o per necessità di trasformazione, si organizza il segno su una superficie usata che viene resa vergine o quasi: il supporto non viene raschiato e lavato, e ciò che accoglie si trova parzialmente neutralizzato da un'ulteriore scrittura, da segni che cancellano, da velature cromatiche, da tagli che escludono.

Se questo processo abrasivo e sostitutivo che definiamo “palinsesto” è assimilabile all'intendimento dell'atto della scrittura – «Così s'intende la scrittura: un | lento stornare la necessità | della risposta», come termina il testo di Cornelio –, dovremmo comunque fare i conti con gli strumenti e i processi (anche chimici e radianti) di risuscitazione di ciò che appare estinto, che «è venuto a mancare». Nome, che viene nascosto, che manca, che muore. Si rimane in una sospensione del pensiero di fronte a questo testo, testimone del suo stesso processo, già riassunto nel titolo ma annunciato poi – senza parole – alla fine e da un'immagine iconica: un dettaglio. Così riporta la didascalia dalla quale si può dedurre cosa esclude il riquadro, e perciò cosa è stato annunciato. Si vede infatti che manca una parte della figura; si sa che manca l'agente dell'Annunciazione. In modo paradossale e analogico e lontano da ogni tautologia, è annunciata l'assenza stessa dell'annuncio.

In ogni caso la scrittura ha agito e il Verbo ha forse già attecchito dentro la quasi Vergine senza la testa.

Mi viene naturale chiamare questa piccola opera una "lirica concettuale" che ha la forma di un asciutto "iconotesto" e dove le chiavi d'entrata sono esposte, installate all'ingresso e all'uscita; cosicché «a via diritta» e scartando ogni volta «Qualcosa insinua».

Daniela Pericone per Giorgiomaria Cornelio

La scrittura è sovente ri-scrittura, tanto si ravvisa nell’intrinseca significanza del termine palinsesto (dal greco παλίμψηστος, «raschiato di nuovo»). La poesia Palinsesto di Giorgiomaria Cornelio insorge come un’ostensione di verbo su una pergamena, legata a un affresco del Beato Angelico, a una particolare angolatura dell’Annunciazione della cella 3 di San Marco. È nel contempo architettura autonoma, edificazione di forma nel «sortilegio dell’ombra», nominazione insistita come un’eco che si perpetua tra le pareti di una stanza (o di una cella). L’ignoto si manifesta nel moto («insinua»), se ne coglie la direzione («a via diritta»), intelligibile tuttavia discontinuo se esorbita a volte nel verso la misura consueta tra le parole. La «cartula», ora abrasa ora incisa, conserva tutte le sue tracce, i sedimenti non più visibili, gli affioramenti nella parola presente (o mancante). Eppure a chinarsi in ascolto si sottrae «la necessità / della risposta».

 

Lia Rossi per Giorgiomaria Cornelio

Respira l’aria della postilla, Palinsesto di Giorgiomaria Cornelio, tra righe, tra spazi, via via cautamente fa sorgere sentimento, introduce in seno il senso, fa fare incantesimo, fa operare poesia: un sortilegium, una malia.

Bacio-baciare è recitare discorso e preghiera, fare compiere libri di orazioni.

E si sta in orazione a rileggere Palinsesto, preghiera significativa autenticamente nella forma a postilla, preziosa cartula.

Non manca di solennità, né di vita della lentezza questa scrittura che volge in diversificati versi e distoglie in tante sensate soluzioni, in pesi pensati e sottilmente filati come fili di lana, scomponendo le falde, battendole e torcendole. Filatura e filanda la scrittura; filatrice-poeta, femmina o maschio che sia, con saliva bagnandosi i polpastrelli, allunga torcendo la materia grezza dal fiocco al filo.

La certezza di esistere che avrei/ se fossi tu a pesarmi, poesia, scrive Josè Saramago nelle Poesie possibili. Sempre Saramago: E quando non si placa la protesta/del sangue soffocato nelle arterie? (…) E quando siamo stanchi di domande, e risposta non c’è, neanche urlando? G. Cornelio ha consapevolezza degli orli della voragine e li trasforma in impalcatura petrografica (sia secca, sia rude / come pietre calcinate), netta attraverso una coscienza linguistica nella densità di quel che era indicibile fino ad ora.

Ora è una pergamena raschiata, sottostante è un’altra scrittura, vergata nello stesso senso o in senso trasversale al primo testo: segnale già iniziale di suggestione della molteplicità insinuata di verso e di significato.

La chiave è il palinsesto, la porta è la cartula, l’interno è la scrittura.

E nel lago del cor, immagine fulminante di Dante, rimane il bacio al segno della gioia-gioiello-poesia.


Giorgiomaria Cornelio (14 gennaio 1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l'atlante Navegasión, inaugurato con il film Ogni roveto un dio che arde durante la 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. È co-curatore del progetto di ricerca cinematografica La Camera Ardente, e redattore di Nazione Indiana. Suoi interventi sono apparsi su Le parole e le cose, Doppiozero, Il tascabile e Il Manifesto. Nel 2019 ha vinto il Premio Opera Prima (Anterem) con la raccolta La Promessa Focaia. Studia al Trinity College di Dublino.

Mario Famularo, “Vivo la tregua del desiderare”, videolettura; note di Giorgio Bonacini, Allì Caracciolo, Giuseppina Rando

vivo la tregua del desiderare

lo spazio senza fine in qualsiasi

direzione
 

disturbi ma di rado per

irrobustire il vuoto
 

ed è sempre maggiore

ad ogni picco quel

distacco
 

non v’è disperazione

né gioia né amarezza

l’asprezza dell’esistere

in un cardiogramma

piatto
 

orienta solo il bene

dove riesco ad abitare

qualcosa da ricevere

e tutto da

lasciare
 

rimango per il male che svanendo

potrei dare
 

la mia è la pace

dei morti

 

Giorgio Bonacini per Mario Famularo

I versi di Mario Famularo offrono al lettore attento – oltre a una parola non programmatica, ma di essenziale precisione evocativa – uno sguardo di movimento dove l’occhio, e non solo il pensiero, trova il percorso di una vasta ma precisa significazione. Perché la poesia è scrittura e voce che attiva la metamorfosi e l’attrazione di tutti i sensi. E’ così allora che si può sintetizzare, senza sminuire, un percorso di senso sostanziale attraverso il tragitto di alcune sue parole (direzione, vuoto, distacco, piatto, lasciare, dare morti), che per noi, per il nostro singolare sentire, mostrano il puntum del testo. Sono le parole che chiudono ognuna delle sette brevi strofe, che danno forma sostanziale a quel pensiero di desiderio d’abbandono (o meglio di “tregua” per usare la parola dell’autore) con cui inizia la poesia, e che è come un velo che copre il testo, ma lascia trasparire altro, e ne fa il suo fulcro distintivo esistenziale. La direzione è l’andamento del senso, vissuto nell’apparente spegnimento delle passioni, che segna il vuoto dove l’io si allontana ogni volta che si prova a innalzare gli occhi verso il reale. E in quel distacco apparentemente sembra racchiudersi ogni emozione, verso un sentimento piatto; che se veramente fosse così, spegnerebbe anche la poesia, e invece porta il poeta a riconoscere, pur nel poco bene che si riceve, il tanto da lasciare. Dunque vale rimanere qui, per evitare il troppo male che si potrebbe dare, continuando a vivere (e a scrivere) con la propria pace, che è la stessa dei morti.

 

Allì Caracciolo per Mario Famularo

Testo lirico costruito su un linguaggio apparentemente semplice, in effetti risultato di essenzialità, di quella precisa definizione cioè che ha la parola esperienziale, quando nel profondo esprime il significato, esperito appunto, della cosa.

Il tono è puro dolore, privo di ogni enfasi. La voce è solitudine senza dichiarazione, lontana da qualunque retorica.

 

Giuseppina Rando per Mario Famularo

Con vivo la tregua del desiderare Mario Famularo, attraverso immagini delicate ma intense, apre spiragli sul mondo interiore di ciascuno di noi, quasi sempre gremito di sogni e desideri mai realizzati.

Il poeta, però, ha deciso di non più sognare, né desiderare, ha firmato con se stesso una tregua,

la tregua del desiderare che egli vive e si configura nei versi, come un privilegio, un dono.

Più che una tregua o blocco di bramosie, si intravede come distensione dello spirito, stato di tranquillità, vissuta in uno spazio senza fine dove pure si colgono speciali sensazioni di distacco non evocanti angoscia o sconforto, ma accettazione radicale della sofferenza tanto da modificare la realtà degli avvenimenti che da negativi si mutano in positivi:

l’asprezza dell’esistere / in un cardiogramma / piatto/ orienta solo il bene

E’ una luce folgorante a svelare la verità più profonda che prima restava nascosta, quella di poter …ricevere / e tutto da lasciare…la mia è la pace / dei morti.

Un testo introspettivo incastonato nello spazio/tempo percepiti nella disarmonia costitutiva della condizione umana la quale, sperimentando se stessa, la trascende nella ricerca di significati più ampi e totalizzanti.
 


Mario Famularo (Napoli, 1983) esercita la professione di avvocato a Trieste. Ha realizzato il portale dedicato alla poesia e alla critica letteraria Kerberos Bookstore. Suoi testi sono apparsi su antologie e riviste letterarie, tra cui “Atelier”, “Carteggi Letterari”, “Argo”, “Inverso”, “Menti Sommerse” e tradotti in lingua spagnola dal Centro Cultural Tina Modotti. Collabora al sito Laboratori Poesia con interventi critici sulla poesia contemporanea e una rubrica di analisi dei testi. Ha curato per lo stesso sito una rubrica su prosodia, metrica ed eufonia. La sua prima raccolta, “L’incoscienza del letargo”, è stata pubblicata dalla Oèdipus, mentre la successiva è in corso di pubblicazione per la Giuliano Ladolfi Editore.

Lucetta Frisa, “L’energia del sonno”, videolettura; note di Allì Caracciolo, Mara Cini

 

L’energia del sonno

 

Io vivere vorrei addormentato

dentro il dolce rumore della vita

Sandro Penna


 Adagiàti

ossa e sensi

infine torneremo

nel Grande Sonno

 

Se gli alberi dormono da quando sono nati

gli animali vivono nel torpore

e ci guardano dal loro chiaroscuro

simile al nostro dormiveglia.

 

Da sempre il mare dorme

cullandosi limpido o torbido

né gli urti di tempeste e scogli

potranno mai risvegliarlo.

 

La strana oscillazione di onda e nave

che ripete la culla umana

è legge creaturale del cosmo

del suo modo di respirare.

 

I gesti insonori

vorrebbero soffiare via il rumore

I’insistente brusìo delle parole e non increspare

la sintesi del sonno e del silenzio.

 

Che ci facciamo qui

noi così svegli e stretti

con le pietre chiuse sul petto?

Se non torniamo presto a dormire

moriremo di noia e asfissia

senza l’aria del sonno.

 

Quel magnifico sonno

che attraversò la storia le storie

le figure le poesie le musiche

che continuano a riposare nel cervello.

 

Come nacquero le immagini

dall’inizio del mondo fino a qui:

lampi di sonno che squarciarono

la luce accecante e cieca

di una terra troppo sveglia.

 

Come nacquero sole e luna

quelle prime forme in alto scintillanti

ancora spoglie di simboli

emersi da dove?

 

Come nacque la notte

prima molto prima del giorno

che conosceva la forza più profonda

l’immisurabile durata di ogni possibile?

 

Si passa via senza un saluto.

Noi non siamo dove siamo.

Come quando le palpebre inclinate

chiudono il mondo in basso

e si guarda incerti solo l’esito della pioggia

i chicchi di grandine e di neve.

 

Non chiamiamola luce

o luce della luce

questo chiarore trattenuto dalle ciglia

dei neonati

dei gatti

o dei lupi invernali.

 

Volontà non c’è

nel dormiveglia

 

di chiamare a sé l’energia.

L’energia non è che questo respiro

dell’aria raggiante

intorno a noi.

 

Tra la terra e le nuvole

l’atmosfera fa socchiudere gli occhi

si insinua nelle fessure

tutto sospende

e i corpi vaporosi

cadono dentro il peso della terra.

 

È ’dalle fessure

che i nostri profili folli e atterriti

vedono futuro e realtà

spiando le scene misteriose della storia.

 

Forse sono gli dèi

a iniettarci nel sangue

un po’ di significato

quella fusione simultanea

con l’estraneità.

 

A volte due corpi insieme

credono di sfiorare

i limiti dell’assoluto.

Confusi in un vertice acuto

mimano l’attimo incostante

dell’ eternità.

 

Non svegliatemi.

Brulicano pensieri senza specchio nel cervello

rosicchiano la pelle vecchia dei sogni.

Se mi sveglio

vorrò mettere ordine al disordine

separando sogno e veglia

fondo e cima.

Non svegliatemi.

Per chi insegue tracce su mappe non scritte

il presente non è mai presente

mai nulla è di fronte

e fugge sempre dietro a qualcosa

che continua a fuggire.

 

Noi si viene

dal grande sonno del grembo materno e marino

poi passiamo il tempo a svegliarci

dimenticando i luoghi sacri

la cima di potenti montagne

il fondo di potenti deserti

perché l’energia del sonno

passa tocca unisce e va.

 

Gli eremiti

le figure bizantine

le figure graffiate sulle rupi

le figure senza figura

le figure di Antonello e Piero

tutti i suoni naturali

continuano qui a testimoniare

quell’energia.

 

Perché piange forte chi nasce

nello strazio di questa luce crudele

che lo strappa al suo sonno?

 

E noi ostinati

a volerci sempre svegliare

camminare e svegliarci

svegliarci e camminare

solo per allontanarci.

 

Mi inginocchio

ai piedi del Grande Sonno

mai diviso o interrotto

dove so di entrare se scrivo

di uscire se smetto

e perdermi e impazzire.

 

Se scrivo

è come chiudere gli occhi

tornare all’animale che sono

albero

nuvola

sasso

tornare all’atomo casuale che sono

che ha nell’aria il suo piccolo eden.

 

Il Sonno

è la prima cellula di tutte le cose

il resto

è opera teatrale del tempo

del suo gioco prospettico

che ci conduce ad aprire gli occhi

lentamente

lentamente

scivolando

 

nell’assoluto sonno dell’inizio.

 

Allì Caracciolo per Lucetta Frisa

Il testo si fonda su un’idea originale, complessa di sensi e fondamentalmente ‘semplice’, una sorta di rovesciamento profondo che attinge all’anima segreta delle cose. La vita umana è un insistente tentato risveglio dal “Sonno”, che è concentrazione assoluta nell’Essere, per gettarsi nella esagitata dimensione della differenza, o della caotica commistione, ignorando la potenza creativa dell’energia di quel “Sonno” così simile al Vuoto.

 

Mara Cini per Lucetta Frisa

L’energia del sonno è un’articolata “rappresentazione” che allude alla condizione naturale di ossa e semi, alla condizione antropologica e culturale di nostre antiche figure graffiate sulle rupi, e risale indietro fino all’assoluto sonno dell’inizio, a un’abiogenesi ancora dormiente.

Tutto questo, ad un io poeta, si rivela, principalmente, nel proprio fare: so di entrare se scrivo / di uscire se smetto.

 


Lucetta Frisa, attrice, poeta, traduttrice, nasce e vive a Genova. Tra le sue opere poetiche: Modellandosi voce (Corpo 10, 1991); La follia dei morti (Campanotto, 1993); Notte alta (Book editore, 1997), L’altra (Manni, 2001); Siamo appena figure (G.E.D., 2003), Disarmare la tristezza (Dialogolibri, 2003); Se fossimo immortali (Joker, 2006); Ritorno alla spiaggia (La Vita felice, 2008); L’emozione dell’aria (CFR, 2012); Sonetti dolenti e balordi (ibidem, 2013). Narrativa: Fiore 2103 (SEL; 1977); Sulle tracce dei cardellini (Joker, 2009); La torre della luna nera (Puntoacapo, 2012). Ha collaborato con i suoi racconti per ragazzi al quotidiano “Avvenire”. È presente in varie riviste (Nuova prosa, Poesia, La mosca di Milano, L’immaginazione, La clessidra), antologie (Il pensiero dominante, a cura di F.Loi, e Altra marea, a cura di A. Tonelli) e in siti web (La dimora del tempo sospeso, Viadellebelledonne, La poesia e lo spirito, Carte sensibili, Doppiozero). Traduce dal francese Pierre-Jean Jouve, James Sacré, Sylvie Durbec e dall’inglese J. Clare, E. dall’inglese J. Clare, E. Dickinson, G.M. Hopkins, J. Keats. In volume: Henri Michaux (Sulla via dei segni), Bernard Noël (Artaud e Paule e L’ombra del doppio) e Alain Borne (Poeta al suo tavolo). Collabora a vari blog letterari tra cui “La dimora del tempo sospeso”, dove sono apparse nuove traduzioni di 30 poesie di C. Baudelaire. Pubblica nel 2018 la plaquette dedicata a N. de Staël, Tutto deve accadere dentro di me (Via del vento, 2018)

Con Marco Ercolani cura i “Libri dell’Arca” per le edizioni Joker e insieme a lui pubblica: L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987); Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000); Anime strane (Greco & Greco, 2006) (Âmes inquiètes, tr. fr. di Sylvie Durbec, Éditions des états civils, 2011); Sento le voci (Greco & Greco, 2009); (J’entends les voix, ibidem, 2011); Il muro dove volano gli uccelli (L’Arcolaio, 2014); Diario doppio (Robin, 2017) e Furto d’anima (Greco & Greco, 2018). Con lo stesso Ercolani cura la rivista online “La foce e la sorgente”.

Vince nel 2005 il Premio Lerici-Pea per l’inedito e nel 2011 il Premio Astrolabio per Ritorno alla spiaggia e l’opera complessiva. Suoi testi sono tradotti in antologie, riviste e libri collettivi. Nel 2016 raccoglie, per Puntoacapo, un’antologia della sua opera poetica: Nell’intimo del mondo. Poesie 1970-2015 (finalista Premio Camaiore 2017).

Sito web: www.lucettafrisa.it

Tiziana Gabrielli, “Carne viva”, videolettura; note di Adelio Fusé, Romano Morelli, Mario Novarini, Giuseppina Rando

Carne viva
 

Carne viva

l’inestinguibile sete

nel trapassare infinito

dal nulla al nulla

verso/voce

dell’originario


 

La luce è l’ombra dell’Ombra,

lingua dell’inaudito

estasi dell’assenza

infanzia del logos


 

Vicino è ora

l’irraggiungibile

sapere è non dire

o dire quel niente

che è un tutto


 

ci tiene in bilico l

a parola

e non salva


 

solo un gesto

purissimo, il più leggero

sarà forse la traccia,

una svista, lo scarto,

o il logico caos

del caso


 

l’azzurro slabbrato

nel primo battito

dell’estate

 

esserenuvole nuvole

e lontananza

assoluta mancanza

nel presente remoto

di un futuro anteriore


 

saremo quali eravamo

prima di precipitare

in un nome


 

Adelio Fusé per Tiziana Gabrielli

Tre poesie d'impronta filosofica (con echi presocratici) comprese in un unico itinerario esistenziale, che è insieme biografia della parola e della vita. Si va da... a..., dalla luce all'Ombra (la maiuscola è nel testo, e non per caso), "dal nulla al nulla", seguendo un tracciato non lineare ma circolare. D'altra parte è circolare la concezione del tempo che qui traspare: siamo già lontani come una mancanza "nel presente remoto / di un futuro anteriore" e infine "saremo quali eravamo / prima di precipitare / in un nome".

 

E la parola? "ci tiene in bilico / la parola / e non salva". Rispetto all'esistenza, la parola appare in posizione privilegiata: mentre la parola trae il proprio senso dicendo l'esistenza, l'esistenza non riceve un senso dalla parola. Il senso dell'esistenza sta nel riconoscere che il 'governo' delle cose spetta a "il logico caos / del caso". Di più non possiamo pretendere.

La parola non aggiunge (non porta qualcosa in più all'esistenza) ma attesta e certifica una condizione: "Vicino è ora l'irraggiungibile / sapere è non dire / o dire quel niente / che è un tutto".

 

La "Carne viva", allora, è lì, nel caos/caso, nella sequenza imperscrutabile degli avvenimenti a cui siamo consegnati.


 

Romano Morelli per Tiziana Gabrielli

La poesia di Tiziana Gabrielli è la descrizione dolorosamente lucida di uno stato esistenziale, il momento dello svelamento dell’essere al mondo: “assoluta mancanza / nel presente remoto / di un futuro anteriore.”
I versi, densi e nitidi, evocano i mobili contorni inafferrabili del grande equivoco in cui siamo smarriti, “il logico caos / del caso”, ristabiliscono verità e misure dell’essere umani e ci annunciano un destino, forse un auspicio: tornare ad essere “quali eravamo / prima di precipitare / in un nome”.
Tuttavia il testo pulsa come una ferita aperta, è “carne viva” e la sete è inestinguibile; è la voce dell’attesa inquieta di un compimento. Ed ora che sappiamo che “la luce è l’ombra dell’Ombra”, che “sapere è non dire” e che la parola non salva, “vicino è ora / l’irraggiungibile”.

 

Mario Novarini per Tiziana Gabrielli

Dire l’indicibile, la parola che esprime il mistero dell’esistere, ma guarda anche al prima, al dopo e all’oltre, è, non meno di un’inestinguibile sete, esigenza primaria della carne viva. Un paradosso, un adynaton: il logos è il solo mezzo a nostra disposizione per esprimere ciò che lo trascende. Così non possiamo definire la luce se non come negazione del suo opposto. Così l’irraggiungibile (pur sentito vicino) sapere è ineffabile, o è dire quel niente / che è un tutto. E nel provare a dirne anche solo un barlume la sequenzialità univoca della sintassi deve superarsi facendo coesistere la dimensione paradigmatica e quella sintagmatica (l’irraggiungibile / sapere fa da soggetto, contemporaneamente, a vicino è ora… e a … non dire / o dire quel niente / che è un tutto) e annullando quasi completamente la punteggiatura.

Ci tiene in bilico / la parola / e non salva: forse solo attraverso una svista del soggetto senziente è possibile cogliere, in modo inavvertito, un frammento del senso nascosto nel logico caos / del caso, dove il mistero del tempo sfugge all’indagine razionale che, per provare a interpretarlo e a descriverlo, deve stravolgerne le categorie grammaticali e ontologiche.

E alla fine, ripercorso l’iter dal nulla al nulla iniziato nel momento in cui siamo precipitati temporaneamente in un nome, irripetibile individuale declinazione di un caso della grammatica dell’essere, ci accorgiamo di un’altra traccia, non meno misteriosa, apparsa nella filigrana della trama che la nostra vita ha intessuto.

 

Giuseppina Rando per Tiziana Gabrielli

“Carne viva“ di Tiziana Gabrielli, emerge come immagine riflessa di quel l’inestinguibile sete

che assilla l’essere umano e lo rende consapevole del nulla da cui proviene e a cui è destinato (dal nulla al nulla).

La Poeta ri-vive la lucida disperazione esistenziale che concepisce la vita come tragico esilio, impenetrabile mistero (lingua dell’inaudito/ estasi dell’assenza), condanna alla solitudine, all’incomunicabilità (sapere è non dire / o dire quel niente).

L’essere umano (carne viva) s’aggira come una fosse una larva, rassegnato a vivere nel logico caos / del caso.

E’ la poetica del non-essere che tiene in bilico / la parola / e non salva, emblematica dell’intellettuale moderno di fronte agli enigmi della natura e all’irrazionalità della Storia.

Sembrerebbe che la Gabrielli si interroghi sul senso della ricerca poetica, forse, nel tentativo di confrontarla con la vita e con ciò che, in apparenza, sta fuori dei suoi confini.

L’immagine dell’ esserenuvole nuvole accende per un attimo un barlume di fugace serenità, assorbito subito dopo dalla dominante intonazione dell’assoluta mancanza e della perenne angosciante realtà.

 


Tiziana Gabrielli (1969) vive tra Roma e Chieti. Ha conseguito nel 1996 una laurea in Filosofia (cum laude) all’Università degli studi di Chieti, e, nel 2004, un Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera e la Humboldt-Universität di Berlino. Si è perfezionata presso la Scuola Normale Superiore di Pisa in Filosofia classica tedesca, e in Bioetica, presso l’Università Cattolica del “Sacro Cuore” di Roma. Attualmente i suoi studi sono orientati all’approfondimento dei rapporti tra filosofia, arte e letteratura. Giornalista pubblicista dal 2007, è autrice per la tv, la radio e il cinema ed esperta in marketing e comunicazione digitale. Come poeta, le sue liriche – talune tradotte in spagnolo e in greco moderno - hanno ottenuto importanti riconoscimenti.

Nel 2014 ha pubblicato l’opera L’ora senza nome, Cierre Grafica, Verona 2014 (Premio “Opera Prima” 2013), e la silloge Il silenzio della luce, Giulio Perrone Editore, Roma 2015 (Finalista del Premio di poesia Walter Mauro 2014). Alcune sue liriche sono state scelte per essere pubblicate nell’Enciclopedia di Poesia Contemporanea 2015, edita dalla Fondazione Mario Luzi Editore.

Massimo Rizza, “Non ancora corpi”, videolettura; note di Laura Caccia, Adelio Fusé

Non ancora corpi


della bestia amavi quel suo attendere tra le righe, sfuggire alla morsa del testo

quella forma che si aggira non è corpo e non è volto, è soffio e tensione di vita

nascondersi tra le sembianze dell’esserci e lacerare coi denti quella carne viva

pulsa per pochi istanti, sparsa nella grafite ai piedi del foglio, ferma nel verso

prima che il nome recida il cordone di una parola ferita, attesa di un divenire

tra filamenti e nervature, il segno impedisce di scorgere il filo appeso alle fibre

cosa muta, carezza e tremore dove il respiro è scrittura dell'essere incanto

 

corpo di argilla impastato con la saliva del tempo e lo sguardo fisso nell’aria,

soffio di musica nella mano, dove pensiero e vita scorrono via, e si penetrano

grido soffocato e silenzio dell’astinenza, sabbia trasparente svela il disegno

parola chiara ti svesti insicura in quel corpo non tuo, dipingi il volto ferito

chiuso tra le pieghe sanguinanti del mistero che lega il tempo all’eternità

alla pietra serena, al suo freddo esistere senza labbra e senza parole, essere

muto sguardo che avvolge e protegge, ti guida nella grotta dell’urlo iniziale

 

che spunta tra le nuvole e si affaccia sulla scena, sole femmina, opera rotonda

pancia di cielo, nel fango di quell'essere ancora informe, mani aperte bianche

sulla pietra scolpita, scavata nel nulla, di quello che fuori non ha ancora nome

antica misura di un essere informe, essere solo pensato, essenza di un sé salvato,

anima nuda sofferta che sale, procede lenta e piegata, arretra e cade, sollevata

prende corpo, si fa volto e impronta di un procedere senza lamenti, ferma nel cielo

luna maschio, schiena della notte, urla parole prima che sul sogno cali il sipario

 

dire favola femmina, dire ascoltare rotondo maschio, assecondare il corso

allentare le parole e attendere che tornino bianche, velami di vita nell'aria,

strisciare, dire strisciare con le pance e ruotare con i fianchi sui sassi piatti

espellere uova parola, albume femmina imbianca l'acqua, dire cicatrizza

imbuto maschio non permette di entrare, occlude il desiderio con il dito,

tralasciare si appiccica al senso corrente, ferma il suo movimento, avvolge

pulsare, per un solo attimo hai tenuto il pensiero libero dal non essere nato

 

si ritrae, non esce nel fuori, si lascia toccare non presa dal dire

chiamata si affloscia sollecitata a salire nel momento senza tempo

si raggomitola nell'esteso dell'innominabile luogo, si erge sospesa

finita nell'orizzontale apre di nuovo al possibile guardare, ripresa

sollecitata a salire si riempie di niente, espelle l'indicazione verso

non pronuncia il nome avvolge il senso nel ritirarsi dentro, piegata

avverte di essere sul punto di scorrere via, uscire dal testo inviolata

 

di nuovo in cammino, il passo è quello di sempre insicuro e sospeso

speranza e calore ancora di quel soffio, certo di un pulsare animale

parola tam-tam, parola urlo, cosa recisa sanguinante di puro senso

nascondersi dove il dire dorme tra le pietre, dove il nome è fuggito

velata nudità di un sogno, di un divenire carne, di un tramutarsi solo

sfuggire alla voce che invoca, nascondersi dove il verso è fuoco vivo

vegliare la morte e stendersi tra le parole tremanti, non ancora corpi.

 

Laura Caccia per Massimo Rizza

Ha la forza del risalire la corrente il dire poetico di Massimo Rizza. Immerso tra gli anfratti di un impasto primordiale in cui le parole non sono ancora voci,“non ancora corpi”. Dove, tra mistero e desiderio, è un tendere inesausto e insieme un ritrarsi, l’affacciarsi in una forma e subito spogliarsene. Un incessante passaggio tra fisicità e parola, corporeità e scrittura. Verso una nudità del dire che attende di essere portata alla luce e nello stesso tempo esige di rimanere occulta, nutrita da una tensione che insieme musica e lacera.

Quasi una contesa tra forze in opposizione: da un lato, il finito prevaricante del testo, dall’altro, “un pulsare animale /parola tam-tam, parola urlo” che sfugge e resiste. Dove il pulsare è soffio, tensione vitale infuocata e desiderante. Qualcosa di più, però, del solo portare in superficie il contrasto tra incorporeità e sembianze, essere informe e forme costituite. Qualcosa che piuttosto richiede di immergersi completamente nell’informe, colmo di sangue e di fango, saturo di assenza di nome e di senso, assumendo il contrasto come costitutivo dell’esserci e dello scrivere.

Qualcosa che esige di trattenerne il respiro, in un pensiero senza nascita, in una parola senza nome, e, nello stesso tempo, di renderlo possibile per sé, nella propria corporeità così come nella scrittura. Tra parole insieme incorporee e desideranti, residui dell’ardere muto, in attesa “dell’urlo iniziale”. In un processo, vitale e poetico, che tenta, tra gli anfratti dell’esistere e del dire, anche onirici e inconsci, di risalire fino al prima della parola, nel gorgo muto e infuocato, misterioso e lacerante che ne precorre il parto. Ancora prima di quella precedenza temporale che O. Mandel'stam attribuiva al sussurro rispetto alle labbra. Qui ancora prima. Prima della corporeità e del dire. Un prima radicale: un pre-dire “senza labbra e senza parole”.

 

Adelio Fusé per Massimo Rizza

Chi non ha ancora un corpo è, anzitutto, la parola prima di essere scritta. Eppure, quando acquisisce un corpo, lei, la parola, manifesta disagio ("parola chiara ti svesti insicura in quel corpo non tuo"); muovendo poi verso il senso delle cose, lei, che "si riempie di niente", si sottrae (la parola "avvolge il senso nel ritirarsi dentro").

A non avere un corpo è anche l'autore quando non scrive e attende "un pulsare animale / parola tam tam", la parola che si propaga e viene condivisa (sottintendendo il lettore, figura qui taciuta ma certo presente). La mano che scrive e la parola che pulsa sono un unico corpo. O, meglio, sono la ricerca di un corpo mai trovato come definitivo.

La parola è la protagonista di una storia inevitabilmente sempre in corso. Si acquatta, si manifesta, non si lascia imbrigliare ("della bestia amavi quel suo attendere fra le righe"). E siccome l'autore non è un predatore ma qualcuno che vuole capire, dopo averla attesa e provvisoriamente incontrata, sa di perderla fino al prossimo appuntamento.

La scelta del verso lungo con una inclinazione alla prosa (benché il testo sia in tutto e per tutto un testo poetico) si traduce in un andamento ipnotico costruito con perizia, di tempo moderato (tempo, qui, in senso musicale), che mescola i due versanti della realtà e del sogno. Del resto la parola, nel suo dire fuggevole, appartiene all'una e all'altro.

 


Massimo Rizza è nato a Sesto San Giovanni e vive a Segrate (Mi). E’ laureato in pedagogia e ha operato nel campo dell’istruzione in qualità di dirigente scolastico. E’ condirettore della rivista letteraria Il Segnale. Ha pubblicato la raccolta poetica Il veliero capovolto, Ed. Anterem (2016).

Nel 2017 ha vinto il Premio Letterario Interferenze, Bologna in lettere, per la sezione poesie inedite.

Suoi testi narrativi sono pubblicati in antologie e on line sul sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Testi di poesia, critica e saggistica sono apparsi su riviste letterarie italiane, tra le quali: “Anterem”, “Capoverso”, “Erba D'Arno”, “Il Segnale”, “l’immaginazione”, “Pagine”, “Scibbolet”.

Enea Roversi, “Il peso delle parole”, videolettura; note di Rosa Pierno, Lia Rossi

Il peso delle parole

 

riappare (eccolo) il peso delle parole

ostinato e greve confuso con

la grammatura della carta

per astratte materie e indivisibili misure

verso distinte e confinanti unità

si riavvolge il labirinto dei pensieri degli elementi

assoluti così imperfettamente congrui i solchi

le indelebili macchie fra le righe e gli spazi

poi la coerenza da non dimenticare mai

lo stile cercato nei cassetti e dentro la polvere dei libri

la fatica della ricognizione tutto ha un inizio

nulla si conclude qualcosa rimarrà o

magari no forse soltanto un peso inutile

un debordante avanzo di vuoto

e la scialba consapevolezza che il

tempo sposta le nuvole e

inchioda i sentimenti

alle pareti per ogni anima perduta

 

Rosa Pierno per Enea Roversi

C’è un elemento in comune fra parole, peso, misure, spazi, tempo ed è il pensiero. Come si debba riconoscerlo è la questione centrale nella poesia di Enea Roversi “Il peso delle parole”. Innanzitutto, lo si fa tramite l’intercessione di oggetti concreti: la carta con la sua grammatura, il labirinto, le macchie, i cassetti, la polvere: nulla si conosce se non tramite esperienza. Il testo poetico descrive un armamentario - e si direbbe quello tipico dello scrittore, inchiodato alla sua scrivania - che serve metaforicamente alla trasmutazione degli oggetti quotidiani nelle metafore che funzionano da trampolino per la creazione dei concetti astratti. Non troppo nascosta è la questione del pensiero in poesia, come isolarlo, come individuarlo; se esso sia propriamente il pensiero preciso che ogni lettore attinge ineluttabilmente, oppure se esso sia appena una possibilità interpretativa, un barlume, perché se così fosse, si tratterebbe di un senso impreciso e aleatorio, eppure altrettanto ineludibile. Eccola, in chiusa, l’evidenza che risalta come un diamante innestato nella fanghiglia di ogni inizio di scrittura poetica, che ha sempre in sé la possibilità di uno scacco: la consapevolezza che il sentimento, intriso di senso, schiuda ogni volta a qualcosa che, pur nato tra solchi e macchie, illumini il cielo della pagina.

 

Lia Rossi per Enea Roversi

Perché pesare le parole, perché non lasciarle alate, perché pensarle insite in grammature di carte?

Parchè la parola è anche carta assorbente, include silenziosamente solchi, macchie, righe, spazi, polvere dei libri. Attira a sé lo stile della ricognizione, la fatica, la consapevolezza delle nuvole che si spostano e i sentimenti inchiodati alla fermezza dei muri.

Le parole sono abiti, e senza cuciture, come la veste di Cristo, sono sacre fasciature del reale che accade ed è accaduto: un‘unica materia di tessuti intrecciati, un patchwork impensato e sotterraneo, una colla potente.

E’ il modo di cucire del poeta rhapsòdos: cuce il canto.

La parola, già metafora per eccellenza, termine che porta fuori dal confine, pervade pensieri e lingue, organizza, inventa una cosmogonia, all’interno di un tempo eterno. Il tempo entra nella parola di Enea Roversi anche all’improvviso in modo più discorsivo: Poi la certezza di non dimenticare mai

Nulla si conclude qualcosa rimarrà o magari no. Come briciole di conversazione, quasi un poème-conversation di Guillaume Apollinaire, quasi un Lundì, rue Christine: la parola si iscrive, per far parte della commedia della scrittura, di questa necessità ne siamo convinti, insieme a Roland Barthes.

Riappare (eccolo) il peso delle parole: ecco l’iscrizione, per fortuna.

 

 

Enea Roversi vive a Bologna, dove è nato nel 1960.

Ha ottenuto riconoscimenti e segnalazioni in vari concorsi nazionali di poesia ed è stato pubblicato su riviste, antologie e siti web.

Tra le pubblicazioni: la raccolta Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), uscita in versione e-book nella collana Nuovi Echi per la casa editrice La Scuola di Pitagora e la silloge Asfissia, pubblicata nel volume Contatti edito da Edizioni Smasher.

Più volte segnalato o menzionato al “Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano” organizzato dalla rivista Anterem, ha partecipato ad alcune edizioni della Biennale di Poesia di Verona e ad altre rassegne letterarie.

Fa parte della redazione della rivista online Versante Ripido e figura nello staff organizzativo del Festival Letterario Bologna in Lettere.

Cura il sito web www.enearoversi.it, interamente dedicato alla propria attività letteraria e pittorica e il blog Tragico Alverman – Scrittura e altro.

Roberta Sireno, “Trasmette luce differente, acqua”, videolettura; note di Laura Caccia, Adelio Fusé, Irene Santori

trasmette luce differente, acqua

buia di montagna, occhio

fossile nel tatto che riprende

nella vocale che articola e cede

all'impatto della visione, largo

campo di foglie e poi

solo vento

 

Laura Caccia per Roberta Sireno

Un germoglio del caduco il testo poetico di Roberta Sireno. Pronto a schiudersi all’interno di una stagione oscura, dentro un calco residuo da cui irradia mistero. Un germoglio della visione, della parola, dell’oltre. Denso della ricchezza occulta e manifesta che un intero contiene, racchiuso nella forma compatta e insieme aperta del testo, e, nello stesso tempo, colmo della precarietà che il molteplice declina nelle sue forme fugaci.

Quasi un affresco dai rapidi tratti e dalla pluralità di strati: dove, da una profondità remota, sbocciano immagini pronte facilmente a dissiparsi. Il colore sensoriale è quello immediatamente percepibile: una varietà di impressioni visive, tattili, uditive che si dilatano e si richiamano tra i versi. Al di sotto, in chiaroscuro, la trama oppositiva che governa il pensiero dell’intero, tra gli ossimori che trattengono, uniti, oscurità e chiarezza, fissità e movimento. E, ancora, tra le sfumature, la presenza rarefatta dell’oltranza: all’inizio, introdotta da una luce altra; al termine, lasciata emergere dal vuoto che il vento trascina in primo piano.

Un affresco alla fine sottratto al visibile, non però alla parola. Sulla compattezza visiva del testo, supportata dall’unica strofa che lo compone, la dinamica delle sonorità interne, amplificata dalla vocale risonante in posizione centrale, prende il sopravvento. Sottesa nell’oscuro, ma potente nel suo emergere, la presenza della voce tra gli elementi naturali e sensoriali riesce a portare il testo altrove. A dipingere lo sbocciare di una visione che cancella. Sotto forma di ossimori, i sostantivi e i loro attributi. In battere e in levare, in sottrarre e in dilatare, le forme verbali. Così una parola altra prende voce, “trasmette luce differente”.

 

Adelio Fusé per Roberta Sireno

Una sola strofa di sicuro effetto, fonicamente omogenea, misteriosa e onirica, che accosta immagini di segno opposto ("luce differente", "acqua / buia"). Ciò che qui si descrive è un'esperienza sensoriale onnivora: il vedere ("occhio fossile nel tatto", attore e testimone in sintonia con il tempo smisurato delle ere geologiche) si unisce al tatto (dunque la fisicità) e sbocca nella necessità del dire ("vocale che articola").

La rapida concentrazione delle immagini, simile a quello di un sogno, infine prende respiro e si allenta ("largo / campo di foglie"), ampliando la prospettiva: il "solo vento", isolato e conclusivo, disperde la visione; oppure, meglio, la sospinge altrove. Perché la visione – sembra ricordarci Sireno – è dinamica, mai ancorata a uno stesso punto del paesaggio (reale o immaginario che sia), e in movimento continuo.

 

Irene Santori per Roberta Sireno

Considero la poesia di Roberta Sireno meritevole di vincere, per avervi incontrato, oltre alla misura e originalità di talune immagini, riscontrabile anche in altri finalisti, una ricerca di unità compositiva del testo, giocata su serrati rimandi interni.

Tatto e udito, in una spirale sinestetica, sembrano afferire alle proprietà dell’occhio e dare alla vista la facoltà di toccare e articolare suoni, anzi la vocale, parola connotatissima questa, che porta in sé l’origine oscura del linguaggio, prima dell’avvento delle consonanti. Perciò l’occhio si fa tramite di una luce differente, altra, ossimoricamente buia, come acqua di montagna, forse carsica, ovvero del profondo. Ma il buio dice molto di più. Questo potenziamento sensoriale viene infatti pietrificato, quasi accecato, nella fossilizzazione dell’organo di senso, occhio fossile: l’espansione dei campi percettivi è dunque contestualmente abolita fino alla perdita della stessa facoltà visiva dell’occhio. Recuperata poi, ma in chiave deponente, in un arrendersi alla visione, soccombendo ad essa.

Quel cede, inanellato a riprende, entrambi a fine verso, non è dunque nel campo semantico del cedere ovvero del dare, come alienazione di un sicuro possesso, ma ancora nella modalità passivante della resa: non siamo nello schema del prendere e del dare, ma del prendere e perdere.

Accumulo e perdita: ancora una volta, come fosse una coazione a ripetere dell’autrice, si riaffaccia il nodo - tematico e portante dell’intero componimento - dell’espropriazione, della sottrazione e spoliazione: nel campo visivo come nel campo semantico, e come, infine, nel campo di foglie… Immagine, quest’ultima, quasi olfattiva e di raccordo e sintesi di tutte le disseminazioni del testo. Essa ci dice di accumuli di foglie cadute da alberi che si vanno spogliando. Appena un colpo di vento poi e si spoglia anche il campo.

 


Roberta Sireno (Modena, 1987) autrice di Fabbriche di vetro (Raffaelli, 2011) e senza governo (Raffaelli,

2016). Riceve il primo premio al Certamen (Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, 2009) e al concorso di poesia Dentro che fuori piove (Università di Bologna, 2013). Suoi scritti sono su «Poetarum Silva», «blanc de ta nuque», «Golden blog», «La macchina sognante». Principali rassegne: RicercaBO (Bologna, 2012), Teatro Valdoca (Cesena, 2013-2017), Cabudanne de sos poetas (Seneghe, 2014), Magnifico Teatrino Errante (Bologna, 2016-2018). È curatrice insieme ad Anna Franceschini della rassegna Una come lei. Incontri e pratiche di poesia (2018-2019, Centro delle Donne di Bologna). Nel 2018 è prima classificata al premio nazionale Anna Osti di Costa di Rovigo nella sezione poesia edita.

Francesco Bellomi, brano originale per Roberta Sireno

Diego Terzano, “Parapiglia”, videolettura; note di Flavio Ermini e dell’Autore

Diego Terzano, “Parapiglia”, videolettura;
doppia versione (per il “Montano” e la variante uscita su “Anterem” 99), note di Flavio Ermini e dell’Autore

Flavio Ermini per Diego Terzano, Essenziali riflessioni su “Parapiglia”

Tra volo e gravità

Solo la ninfa Mnemosyne – in quanto figlia di Urano (il cielo) e Gea (la terra) – potrebbe ancora dar luogo all’ascolto della coscienza originaria. Ma da tempo ormai Mnemosyne si sottrae al suo ruolo, ponendo così in evidenza l’ingiustizia dell’oblio al quale l’ha condannata l’essere umano.

“Parapiglia” è l’accorato volgersi alla ninfa per chiederle di tornare tra noi, portando con sé il suo linguaggio, fatto di gesti, di espressioni corporee, di occhi, di sguardi, di effusioni affettive; un linguaggio-dei-corpi a tutti comprensibile, in quanto dialogo, colloquio “tra volo e gravità”.

“Parapiglia” è l’incessante volgersi a Mnemosine affinché ci aiuti ancora una volta nella ricerca di una parola che, ripetendo l’origine, si costituisca come rinnovato principio di una relazione autentica con il mondo.

La nostra storicità, osserva Diego Terzano, non è di per sé una condanna; al contrario può consentirci di esercitare la nostra libertà, facendoci soggetti della storia stessa.

Il nostro esserci, d’altro canto, non è solo una chiusura in ciò che già è; al contrario può costituire anche un’apertura rivolta a ciò che può essere; un’apertura affidata a labbra che hanno finalmente ricominciato a parlare.

Ma queste possibilità possono realizzarsi solo a una condizione, e Terzano prova a indicarcela: diventare partecipi di un processo linguistico e gestuale in cui produrre continui ricominciamenti, in virtù della consapevolezza che il passato – con il suo peso – ha su di noi. Un passato al quale ci sarà ancora consentito accedere unicamente grazie alla memoria della quale unica custode è la ninfa Mnemosyne.


 

Parapiglia (Versione di aprile 2019)
 

Si spande di tra occhio e cielo un fumo

su cui corre una polvere stellare:

di là vite, oltremare,

punteggiano già tutta la pianura

del pensiero. L’imago tua e il profumo

di vaniglia, la rabbia liminare

che raccoglie un tonare

più nero, si rastremano in arsura, e

tra volo e gravità l’inarcatura,

antica, del tuo gesto ormai governa,

nella cieca caverna

del tormento, lo spazio e il tempo puro

del fiore: nato, e da sé morituro.
 

Il fuoco per l’abisso che riarde

funesto si fa sole; ancora mosso

dal tuo terrore rosso

mi richiudo negli atti, i tuoi, di petra.

Prolissa, la tua posa, nelle tarde

sere mi scuote e iracondo, commosso

è il tuo cuore colosso –

dei miei moti ti scopri geomètra.

Ma ora che, lenta, la bruma s’arretra

rivolta già ti desto, ed esitante,

a blandire un istante

senza modo. È un divino, eterno azzardo:

l’oblio, forse, godi nello sguardo.
 

Eppure attendo, come te silente,

che si riapra l’immobile stato –

un tocco delicato

della sottile mano, chiara linfa,

l’immane abbraccio dell’in sé latente

del mondo: come segno inabitato

l’evento è incastonato

tra i nostri corpi e il tuo volto di ninfa.

Come il fuoco la pietra (paraninfa

di nozze, e spettri, tra condanna e strazio)

risorgerà topazio

nel bruno dei tuoi occhi, giù nel mare

fresco. L’assillo vi lasci annegare.
 

E se poi l’aria, candida, che schianta

i nostri giorni avvolti nello speco

notturno, amore cieco,

ammaliasse di vera luce il corso

che s’invade del niente – già rifranta

da sempre dentro sé la vasta eco

di un remoto, più bieco

terrore (quello del senso, trascorso)...

Allora certo, nel folle decorso

– tra luci nuove – dell’inerte cuore,

guarderemmo all’amore

il primo, che si cela già nel bianco

del vento. L’alba ammanta il cielo stanco:
 

su queste lande, fuori del deserto

aspro – incastro d’eterne viltà,

fuor di necessità

che si versò nel ventre della terra,

due fonti attingono a uno sguardo aperto.

Tersa goccia di luna, è vanità

l’immensa oscenità

della misura: ecco un nume, ci afferra...

E ancora la tua mano: ora serra

l’unità del pensiero – l’aporia:

già questa melodia

è ombra, ma l’imago della sorte

buona rammenti. Recede la morte.

 

Parapiglia (Versione di ottobre 2019, da “Anterem” 99)

Diego Terzano, Intorno al parapiglia

Prove urgenti di sublimazione, proiettate verticalmente nel tempo – proprie e altrui; la resa di qualcosa in immagini, che rispetto alle attese di qualcuno permangono o rimarranno mute; e la tentazione di tenerle private, a un primo livello: salvo poi provare – tentare ancora – delle personae, che di quel plesso di esigenze si facciano mediatrici (o ermeneuti); e al massimo della dispersione concettuale, una dittatura della forma, distesa orizzontalmente? E ancora, forse, la ricerca di una comunicabilità in primis fallita, e via via rinegoziata: c’è, effettivamente, qualcosa da dire a qualcuno?

Fallisce, a dirla tutta, lo stesso tentativo – questo – di testimoniare il campo di energie di cui scrivendo ci si fa sfogo. Con ciò intendendo la comunicabilità e il fallimento comunicativo moduli scalari e coimplicati: reversibili; così come reversibili, a posteriori, si presentano la dimenticanza e la reminiscenza di ogni tentativo di dire, all’atto della rimodulazione testuale. Continuando a procedere per associazioni, e assunto che per chi scrive non si risolve ancora la dialettica tra possibilità e determinazione di una variante concettuale-formale, la divaricazione fra due cristallizzazioni testuali resta naturalmente l’isolamento di due momenti di uno scalare processo di indecisione, di delineazione del plesso tematico via via ingannato, a cui per sfinimento ci si arrende una volta attestata una possibilità minima di dialogo.

 


Diego Terzano (1993) ha compiuto studi letterari e filosofici a Genova ed è dottorando in Studi italianistici all’Università di Pisa. Si interessa al rapporto tra antico e contemporaneo e tra pensiero e poesia. Al centro del suo lavoro si colloca, in particolare, l’opera di Carlo Michelstaedter.

Ultima pagina, Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi: un trailer, “Sinossi”, fotogrammi

 

 

 

 

 

 


Giorgiomaria Cornelio (14 Gennaio 1997) e Lucamatteo Rossi (3 Dicembre 1996) hanno fondato l’atlante Navegasión, inaugurato nel 2016 con il film “Ogni roveto un dio che arde” durante la 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Loro opere sono state presentate in festival e spazi espositivi  internazionali, come i Rencontres Internationales Paris/Berlin, il  Marienbad Film Festival, l’Asolo Film Festival e il Richmond Center for Visual Arts  (Western Michigan University). Tra le altre collaborazioni si segnalano la performance ”Playtime”e la mostra “Young at heart, older on the skin ”, entrambe curate da Franko B. Nel 2019 hanno tenuto un Openshop alla Dublin Science Gallery,  e hanno inaugurato la loro ricerca teatrale con il primo studio di “Elagabalus”. Attualmente studiano al Trinity  College di Dublino. 

Giorgiomaria Cornelio cura infine il catalogo online di ricerca cinematografica “La camera ardente”, ed è anche scrittore:  suoi interventi sono apparsi su  “Doppiozero” “Le parole e le cose”, “Il Manifesto”, “Il Tascabile” e “Nazione Indiana”, di cui è anche redattore. Ha vinto il Premio Opera Prima (Anterem) con la raccolta La Promessa Focaia, ed è stato finalista al premio Montano e al premio Bologna in Lettere. 

Marzo 2020, anno XVII, numero 45

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 

Carte nel Vento

periodico on-line 
del Premio Lorenzo Montano

 

a cura della redazione di "Anterem"

Dal presente numero “Carte nel vento” non avrà più un solo curatore ma diventa un collettivo di redazione: d’ora in poi il periodico sarà prodotto, in ogni fase di realizzazione, dall’intero corpo redazionale di “Anterem”, costituito da Giorgio Bonacini, Laura Caccia, Mara Cini, Flavio Ermini, Rosa Pierno, Ranieri Teti.

Nella visione e nella condivisione di un’idea comune che dura da decenni, dall’esperienza di “Anterem” a quella del “Montano”, si rinsalda ancor più l’elemento distintivo di questo premio: la completa coincidenza tra la redazione della rivista e la giuria storica.

Durante i cinque mesi appena passati, questo gruppo privo del suo direttore è riuscito con un grande lavoro collettivo a portare avanti tutto quanto intrapreso, in cartaceo e in rete, superando ogni ostacolo.

In tempi così difficili ritengo sia giusto ancorarci tutti alla stessa passione e condividere il più possibile, il più possibile vicini e radicati nella certezza che insieme ogni atto sia maggiormente consapevole e fecondo, senza arretramenti né pause.

Con questo numero di “Carte nel vento” si conclude la presentazione delle opere segnalate e finaliste al 32° Premio Lorenzo Montano, edizione 2018. Abbiamo il piacere di proporre testi che, nella varietà dei temi e delle forme, offrono uno sguardo inedito sul senso del nostro esistere poeticamente. Tutte le opere sono introdotte dalle note della redazione di “Anterem”: senza definizioni generiche, abbiamo cercato anche questa volta di accompagnare le poesie e le prose qui contenute con spunti di lettura originali.

Abbiamo inoltre il piacere di ospitare in copertina Miro Gabriele, non solo poeta e traduttore, ma anche fotografo: un fotografo con la visione del poeta.

Ma tutto questo non è che una breve sosta, il tempo di un respiro… l’edizione 2020 è in corso, per nuovi sguardi e per altri versi e prose che sarà un grande piacere raccontare e pubblicare.

Scarica il bando del 34° “Montano” (2020)

Ranieri Teti

 

In copertina: “Campidoglio”, fotografia di Miro Gabriele

 

(leggi tutto)

Prima pagina: Adam Vaccaro, "Crinali e quesiti", saggio sulla ricerca epistemologica di Gio Ferri

CRINALI E QUESITI

Confronti e notazioni intorno alla ricerca epistemologica di Gio Ferri

di

Adam Vaccaro

Premessa

Lo scritto che segue è frutto degli scambi avuti nei decenni con l’amico fraterno Gio Ferri. Un carteggio di riflessioni teoriche, collaterali ai saggi scritti da entrambi. È un omaggio sollecitato anche da varie richieste di una mia testimonianza dedicata alla eredità culturale di Gio. Richieste che mi hanno spinto a riprendere le carte suddette e a trarne un testo sintetico, che potesse far capire la serie di stimoli derivanti dalle ricerche straordinarie della sua La ragione poetica. Offrire e far conoscere il confronto teorico, appassionato, consonante e a tratti divergente, avuto su alcuni nodi fondanti la sua Ragione e quelli della mia Adiacenza, credo sia il miglior modo di sottolineare il suo valore e la sua memoria.

Gio Ferri è stato per me un compagno di viaggio umano e culturale insostituibile, dentro e fuori Milanocosa, in un arco di circa quattro decenni.

)°(

Risulta evidente quanto la ricerca di Gio Ferri possa interessare l’approfondimento delle analisi da me condotte nei termini dell’Adiacenza. L’impostazione e il percorso sono largamente coincidenti, fino perlomeno all’individuazione del nodo complesso dell’operatività mentale, intesa da me come software operativo del definito (da Rita Levi Montalcini) cervello bagnato, quindi di tutto il corpo.

Ogni specialista tende a totalizzare il proprio mezzo e chi scrive non fa eccezione; un esempio è fornito da una citazione (La ragione poetica, in seguito RP, p.39) di J. Kristeva, la quale dice: “tutte le complessità dell’amore derivano dal fatto che il linguaggio ci mette radici”. Da tale frase appare scontato che l’oggetto è il linguaggio e non i linguaggi, sia come diverse modalità mentali di rapportarsi alle lingue, sia come altri linguaggi (da quello gestuale a quelli dei singoli sensi, ecc.); tutti linguaggi operati dalla mente, quale universo operatore (luogo della possibilità di “una verità di comunione universale”, RP, p.115) di tutte le funzioni del corpo.

L’operatività mentale multiforme e globale così intesa, va dunque dal pre al post di ogni lingua, in un circuito di scambi dove è impossibile individuare inizio e fine, né separatezze o dicotomie (inventate dal platonismus perennis e dai dogmatismi del pensiero religioso o scientista). La mia ricerca si ferma e si sviluppa in tale nodo, ritenendolo già ai limiti dell’impossibile per la sua complessità. Da questa cerco nell’interminato e interminabile intreccio di lingue del testo poetico, tracce e forme della tensione adiacente tra le varie aree della mappa mentale (spazio né uni né tri, ma polidimensionato, al pari degli universi esterni), di un Soggetto Scrivente (SS) quali tracce e forme per sentire, assorbire e metabolizzare l’interminabilità del Tutto.

Rispetto all’adiacenza mentale da me cercata (e considerata quale luogo di frontiera per collegarsi col Resto), l’adiacenza che tendo a qualificare biologica di Gio Ferri, guarda il testo come organismo biologico per cercarvi “analogie tra la codificazione genetica vitale e la norma biologico-scritturale (semantico-retorica)” (RP, p.194), micro e macro forme testuali (o genotesti) che si riproducono seguendo le stesse leggi della riproduzione cellulare o della doppia elica del DNA, seguendo in definitiva gli stessi meccanismi della incessante riproduzione vitale. Non so dire quanto la mia ricerca possa fornire elementi utili a quella di Gio Ferri, che va al di là del crinale mentale per coinvolgere il versante fisico, neuronale e biologico. Questo può comportare alcune differenze o varianze.

Una di queste, è per es., che L’adiacenza mentale guarda al testo poetico come organismo nato dalla tensione adiacente tra le varie aree mentali, arrivando persino a poterlo considerare, nel suo complesso, metafora di tale tensione. L’adiacenza biologica di Gio Ferri non lo consente, perché alla circolarità biologica si sovrappone un salto che, come vedremo, colloca il testo (poetico) quale sovra-sistema del Tutto. È un salto che genera in me riserve, per l’alone di ideologia del testo che può comportare. Rimango tuttavia fortemente stimolato da tali differenze; interessato a fruire di tutti i loro possibili apporti.

Le analisi innovative si trovano ad affrontare (anche) problemi terminologici. Per quel che mi riguarda non sono riuscito ad es. (nelle ricerche dell’Adiacenza), a trovare di meglio che utilizzare simbologie tratte dalla psicoanalisi, pur riferendomi all’operatività mentale. Mano a mano che ci siamo addentrati nella ricerca di Gio Ferri, ne abbiamo misurato la rilevanza e lo spessore che, a mio parere, la qualifica tra le poche realmente nuove degli ultimi decenni, capaci di proporre un’uscita dal circuito soffocante e illusorio delle analisi concluse nel solo ambito linguistico.

L’approccio nuovo, ambizioso e interdisciplinare dell’adiacenza biologica di Ferri non può non coinvolgere molti crinali, che come abbiamo visto incontrano problemi anche terminologici (che, è noto, in genere vanno al di là della terminologia), guardandoli ovviamente dal punto di vista della mia ricerca di una adiacenza mentale.

Tra questi, ce n’è uno che almeno per me è fonte – come accennato – di riserve e domande: è il nucleo costituito dalla serie di definizioni incrociate che ruotano intorno al concetto di sovra-forma o forma delle forme della poesia; intorno cioè al crinale costituito dal passaggio dalla circolarità e dal materialismo biologico (che a me non pone alcun quesito) alla meta-fisica della poesia, che invece sollecita quesiti per l’alone di ideologia del testo che può condurre – in particolare verso i tanti adepti di una visione sacrale, “metafisica…e spirituale” (Leopardi) della “facultà poetica” (G. B. Vico).

Partiamo da una serie di ripetute affermazioni rintracciabili ne La ragione poetica: “la vita è cosa ed evento” (p.60); Tutto è materia e forma della materia, e materia della forma” (p.19); La poesia è forma e al tempo stesso cosa (intesa come sensitivo grumo energetico), per cui “non si può cogliere la poesia fuori dal “generale” materialismo della vita” (p.51); inoltre, per “il fatto (fondamentale e specifico) di essere spazio nello spazio, la poesia ha tutto il diritto di porsi come oggetto spaziale sensitivo e plastico” (p.31). Tutte affermazioni da me totalmente condivise. I quesiti possono nascere dal transito (o salto) nelle seguenti altre: “Ma la poesia come cosa può essere solo una sovra-cosa, una cosa delle cose…sovra-sistema cosale” (p.49)…meta-sistema reale” (p.48); “nel discorso la parola-segno rimanda a un significato altro. Nella poesia, invece, la parola rimanda solo a se stessa (p.30); per cui se “la vita è cosa ed evento. La poesia è il vertice puntiforme di quella cosa e di quell’evento. La vita è fisica. La poesia è, materialisticamente, meta-fisica” (p.60); La poesia è forma delle forme.

Sono affermazioni implicanti una forma di assoluto che tende a raggiungere un nonluogo, divino ed esterno agli enne possibili universi, punta di un crinale, fonte e lievito per me di vitali domande. Perché sono affermazioni che potrebbero in buona parte essere fatte per mille altre cose, animate e no.

La forma delle forme non conduce inevitabilmente alla forma di Dio e non comporta una questione di fede? Inoltre, se l’universo è multiforme, perché la forma delle forme è la poesia, e non (anche) la musica, o la luce, o l’uovo, l’acqua, il mare, il fuoco, l’eros, il DNA, la cellula, la conchiglia, la lumaca, il serpente, l’elefante, perfino il maiale, la gallina…e, scendendo a forme inanimate (ma se la materia è energia…), i cristalli, la sfera, i buchi neri…Non possono ognuna di esse, sedere come forma delle forme sul trono di Dio?

Non possono. A ognuna di queste bellissime e uniche forme manca qualcosa di essenziale per essere la forma delle forme. Lo sappiamo (credo) molto bene. Manca il pensiero, il pensiero che pensa se stesso. Non può esserci la forma delle forme senza il pensiero che pensa se stesso: l’energia al lavoro che è la fonte dell’estetica (parafrasando Schopenhauer). Non bastano i ritmi, non basta la musica, i giochi e l’eros.

Forse. Ma non c’è in questa pretesa una forma di demoniaco manniano, sempre oscillante tra il furore di una costruzione perfetta e una distruzione totale? Se le nuove scienze hanno definitivamente smontato ogni possibilità di affermazione dogmatica del pensiero e della scienza precedenti, la negazione di ogni possibilità di assoluto non ci fa rientrare in esso (ho sempre ritenuto fosse questa la debolezza del pensiero debole; ricordo di aver pubblicamente posto il quesito a Gianni Vattimo, ricevendone la disarmata confessione di “non averci ancora pensato”), non è un altro modo di nominare Dio?

Forse. Eppure può essere un modo di nominare Dio senza l’ideologia – o almeno più leggeri di ideologia. Che è forse il dio più resistente sul trono.

Cercando allora il perché certe punte mi frenano così…irrefrenabilmente, dovrei forse ricollegarmi all’esperienza generazionale di troppe ebbrezze ideologiche. Che sono le nemiche irriducibili del Sé e di suoi possibili momenti di unità adiacente, alias poesia: “nella comunione, con sé…con l’altro” (RP, p.38). Forse per questo il quesito resiste: al posto del “Dio tomistico” (RP, p.43) dantesco, e dell’ipotesi della sua “creazione estroversa e finalizzata”, non ci ritroviamo a veder volare – sul disegno, pur materialistico, di una poesia sovra-cosa meta-fisica – un dio-poesia con la sua “creazione introversa e gratuita” (ibid.)? Sia pure in bilico, ma resistente sul “vertice puntiforme” (RP, p.60) di una materialità meta-fisica (dechirichiano segno-cosa che riesce a rimanere autonomo rispetto alle varie modalità di linguaggio) svanito in una metafisica materialistica (in cui la parola-cosa ritorna dominata dall’astrattismo e dalla metaforizzazione delle Mod-Io)?

Stiamo parlando beninteso del disegno (o visione di idee) e non del corpo di una poesia, che o è, e allora è materialisticamente vivo; o non è, e allora è flatulenza più o meno maleodorante.

Un altro crinale toccato ripetutamente (ossessivamente, ma le passioni vere devono essere ossessive) dall’Adiacenza biologica di G. Ferri è quello dell’utilità/inutilità della poesia: “la poesia è l’evento non finalizzato e inutile per eccellenza” (RP, p.39). Come opera su tale crinale l’incrocio tra la mia Adiacenza mentale e la relatività delle scienze moderne?

Il massimo di utilità per una parte (di sé) è il massimo di inutilità per la totalità. Al contrario il massimo di utilità per la totalità del Sé, è il massimo di inutilità per la parte prammatica, che deve fare i conti (in senso letterale) con ciò che impone l’altro-da-sé che storicamente c’è.

Quindi, se l’utilità prammatica coincide con l’alienazione rispetto alla propria totalità, l’utilità di quest’ultima coincide con tutto ciò che fa vivere momenti di unità della propria totalità; momenti assolutamente necessari e utili all’autopoiesi, quali momenti di comunione, scambio energetico tra le varie aree mentali, rinnovamento e sorta di manutenzione attiva della propria identità. Momenti, come dire, di igiene mentale, rientranti in un universo di utilità antimaterico, rispetto a quello dell’utilità alienata e prammatica. Quanto più questa tende ad assorbire spazi crescenti di tempo mentale, tanto più cresce il bisogno di una prassi utile per-sé (per la propria totalità e ‘sostanza’).

La poesia è cioè, finalmente, una possibilità (fortunatamente non la sola!) dell’esperienza di fusione tra le varie aree mentali dell’identità, rispetto alla prevalente (utilitaristica) esperienza di divisione tra loro, prodotta dalla “prassi assorbente della quotidianità” (RP, p.43).

Da parte mia c’è dunque una visione in termini relativi dei due contrapposti concetti di utilità/inutilità, che le ripetute affermazioni assolute di inutilità sembrano escludere. Affermazioni peraltro contraddittorie con tutto l’impianto relativistico del pensiero neo-scientista di Gio Ferri. Che infatti aggiunge, sempre riguardo alla poesia: “per (corsivo mio) rappresentarsi comunque ed essere comunque recepita” (RP, pp.43-44). Una specificazione che dice implicitamente questo fine per-sé, ovviamente opposto a quello della “comunicazione retorica” (RP, p.43). Che dunque dice che, in una circolarità biologica di ogni soggetto e oggetto (compreso l’”oggetto poetico come sistema vivente”, RP, p.45), non può non essere immediatamente e intimamente contraddittoria ogni attribuzione di autosufficienza, persino del Tutto (dunque anche di Dio, di cui con ciò viene negata in sostanza…la sostanza) e di ogni forma che voglia presentificarlo.

Un ulteriore crinale che mi sollecita quesiti e creative differenziazioni è quello che riguarda la semanticità/asemanticità (vedi, in particolare, RP, pp.35-36). Per l’Adiacenza la poesia è, in quanto tensione (beninteso se fatta percepire) all’unione interna/esterna del soggetto nel Tutto, fino a produrre uno stato modificato di coscienza rispetto a quella ordinaria; fino a ridurre il controllo del limite individuale per acquisire spazi inusuali di adiacenza con l’Altro da sé. Questo vuol dire una forma capace di contenere sia il valore della sematicità che dell’asemanticità. Precisando però che nell’Adiacenza anche i sensi di questi termini sono resi reciprocamente relativi dal rapporto con l’altro (operante già all’interno del SS). Semanticità/asemanticità sono normalmente termini qualificati dalle Mod-Io; ma ciò che è definito asemantico da queste ultime è l’esplosione della semanticità se visto dalle Mod-Es. Viceversa, ovviamente, se il punto di vista è di queste ultime.

Il fatto che una parte debba “’per forza di cose’” entrare nell’altra, non è dunque “il dramma vitale della parola poetica” (RP, p.36), ma è la sua ricchezza, la sua festa, la condizione specifica della sua complessità. L’una parte senza l’altra non dà poesia, ma due ipotesi: o parola prammatica, piena di significati ideologici (in particolare ideologia della Verità); o, come già detto, flatulenze verbali, fatte d’aria più o meno malsana con (probabile) ideologia del Testo.

Solo lo spazio poetico (ma non solo, come già sottolineato) porta l’una e l’altra a intrecciarsi in fraternità, facendo scoprire, rispetto all’altro, una pratica che riduce e insieme esalta. La poesia è perciò, non solo una pratica di igiene mentale, ma anche un esercizio civile (non voglio usare il termine iperideologico di democrazia) di scambio con l’altro, a cominciare dall’altro che è già in noi.

Nell’Adiacenza il versante asemantico è (se il punto di vista è quello delle Mod-Io) “l’infinito limite di asemanticità” (RP, ibid.) nel buco nero del proprio “collassamento di sensitività” (RP, p.28), da cui deriva fra l’altro l’impossibilità della parafrasi della poesia; perché vorrebbe semplicemente dire ricondurla sul terreno della metafora e sul “piano…del quotidiano” (RP, p.65). Ma proviamo a non buttare via nel cestino questa apparentemente indiscutibile impossibilità.

L’ipotesi contraria implicherebbe che il senso complesso di un testo poetico, dopo essere collassato in un buco nero di antimateria (rispetto alla supposta materialità del “senso comune”, RP, p.59), riesca a riemergere nuovamente, attraverso un buco bianco, nella materialità così come normalmente percepita (mi pare che la traduzione di un testo poetico tocchi questo nodo). Possibile? Il successo, la fruizione e la circolazione sociale di un testo non dovrebbero essere altro che questa verifica. Ma la sua complessità e la sua aleatorietà, sappiamo come vengano ulteriormente intricate da mercato e dominio. Siamo perciò (forse) sullo stesso piano delle ipotesi (finora non verificabili) fatte dall’astrofisica degli ultimi decenni su materia/antimateria, universi paralleli, ecc, argomenti piuttosto divulgati e riproposti nel capitolo “L’altro universo” de La ragione poetica (RP, pp.56-66). A tale capitolo, particolarmente interessante, tendono dunque a ricondursi queste estrapolazioni.

In sintesi, l’applicazione da parte di Gio Ferri della teoria dei buchi neri al testo poetico – come capacità di questo di bucare lo spazio tridimensionale del quotidiano, riuscendo così a produrre uno “’spazio (mentale, ndr) quadridimensionale’” (RP, p.53) – implica l’altrettanta teorica possibilità di uscita da questi tramite un buco bianco; al pari di quanto ipotizzato dagli astrofisici per l’universo esterno. L’ipotesi, pur trattata con cordiale distanza, mi sembra che trovi qualche rispondenza in un brano particolarmente luminescente (RP, pp. 53-54) che Gio Ferri trae da Le forme del desiderio di Giuliano Gramigna.

Gramigna, richiamandosi al “Compendio di psicoanalisi di Freud”, ricorda “’due forme, una liberamente mobile e l’altra più legata…” che operano nella vita psichica. Se passiamo a un “’testo poetico, qualsiasi testo poetico’”, possiamo rilevare che la “’significazione opera…attraverso una dinamica di forze libere e forze legate, forze libere che diventano legate e, viceversa, forze che si slegano da stati o forme relativamente stabili in cui si erano costituite…’”

Mi paiono splendidamente rappresentate le modalità sopra indicate di mobilità e relatività degli spazi mentali, che a saperle cogliere, ci dicono – in particolare attraverso la poesia, ma ripeto tediosamente, non solo – la loro biologica tensione a rifuggire ogni categorizzazione assoluta. Così, ciò che pare rinserrato e infruibile (vedi le giare dell’inconscio proustiano) viene aperto e liberato, e ciò che pare libero, come il pensiero cosciente, ci lega coi suoi legacci. Assolutamente e relativamente necessari, tuttavia, l’uno all’altro; se ammaliati dalla magia costruttrice di quell’oggetto chiamato poesia, che come la vita ci sembra a volte di prendere, e poi nuovamente sfugge.

Milano, giugno 2000-2019

Adam Vaccaro

Alessandro Assiri, "Lettere a D.", LietoColle 2016, nota di Flavio Ermini

Popola queste poesie una vasta schiera di momenti legati a un misterioso personaggio.

A ogni gesto Alessandro Assiri si rivolge senza attendere risposta. Nemmeno per ipotesi.

Guadagnarsi il diritto di sopravvivere è già un buon risultato. Per farlo, osserva Assiri, significa starsene ritto e immobile di fronte a un muro, forse invalicabile.

Poesia in forma epistolare, perché? Perché non c’è sistema, sia pure imperfetto, che sia creato una volta per tutte.

E quale forma allora è meglio di una lettera? materia mutabile e sempre mutante? e che vive soprattutto nello slancio esecutivo?

La poesia per Assiri è viva materia in movimento; è testo mai concluso, indirizzato a un destinatario chiamato a esserne l’esecutore.

 

 

A D. Che non butta via niente

 

facevi una vetrina coi tuoi sogni

soggiornavi nelle tue regioni senza orizzonte

chiamavi ogni cosa come da dietro una parete.

Mi facevano sorridere le tue inutili manovre per rimediare ai disastri

sembravi un bambino che per pulire allargava la macchia

un dito che stuzzicando allarga il buco.

Restavamo sempre lì come fossimo la prima parte di qualcosa da completare

restavamo insieme ad aspettare gli anni

così come si aspettano le idee per sempre inconcludenti

per timore di concluderci. Avevamo ancora un nome per ogni rivoluzione

stavamo a margine di tutto con quel modo inconsueto che hanno solo

i vecchi di rimanere in disparte

le battaglie perdute in un mazzo di carte.

 

 

A D. Che sovrappone le caviglie

 

ascoltavo il nostro silenzio

il rumore dei gesti ripetuti e della tua stanchezza

ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni

lo sciogliersi lento della schiuma della birra.

Ti guardavo bellissimo e falso

zona mediana del grigio

fingevi argomenti e diventavi aggressivo acchiappando

un pensiero di carne e pelle.

 

 

A D. Che attraversa al semaforo

 

lo sai perfettamente che c’è sempre

un mondo per cui non si è stati previsti

ma tu non ci badare nemmeno fosse vero

nemmeno se non torneranno i conti del fare e quelli del subire

o ti chiederanno per quanto è durato questo poco da mozzare il fiato.

 


Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962. Vive e lavora a Trento. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Scrive da anni opere in versi.

Vanni Bianconi, "Sono due le parole che rimano in ore", Casagrande 2017, nota di Flavio Ermini

Vanni Bianconi ci parla delle tante quotidianità che viviamo. Sì, perché di quotidianità non ce n’è solo una.

Ci sono più cicli di vita che ci accompagnano nel corso della giornata. E così accade giorno dopo giorno.

Le parole alle quali Bianconi si affida sono veri e propri strumenti di scavo.

Niente esitazioni, né inciampi nella sua lingua, la quale, provando a dire, viene a interrogarsi in merito allo statuto del soggetto che ha preso la parola.

Esprimendo così – di fronte al moltiplicarsi delle quotidianità – tanto l’incertezza e il valore dubitativo, quanto la difficoltà di accogliere una vicinanza senza conciliazione.

 

 

Dalla sezione Si muore in la minore

 

 

Poesia in settembre

 

Se fossi stato qui l’avresti visto,

il cenno di saluto tra gli amici

che hanno passato insieme un giorno, o anche una sera

anche qualunque, e il tempo morto

prima che tutti si allontanino; si svuoterà

la casa, il teatro, il prato, la città – qualcuno

ancora insieme sale al lago Ritom

tra nebbia cinese, nubi d’Aberdeen

e marmotte di Piora, fa il giro dell’acqua,

coglie un mirtillo, la willowherb

e scende sulla seconda funicolare più ripida d’Europa,

senza tenersi al palo con il palmo

tremando nel capofitto dell’istante che si supera

sonda la leggerezza dell’aria della valle

sonda la leggerezza dell’aria della valle

di Levantina, Altanca e delle Antille.

 

 

L’amore sotto l’amore

 

Ecco cos’era, che mi spinge a soddisfare

il suo bisogno di parole aeree e sfrontate

che travalicano le povere cose che ci diamo

prevaricano su cosa non immaginiamo;

 

ecco cos’era a farle sfinire cosa la circonda

mentre rivelato come lei l’ha visto risponde

con avarizia, bisogno, servilità vendicativa,

cosa la porta a definirsi pazza, drogata e cattiva;

 

ecco cos’era che la ingombra in ogni azione,

giù gli scuri, sfondo di televisione,

la schiaccia a letto sveglia i giorni e le notti;

ecco cos’era che lucida i suoi discorsi molli

 

così che lo scontro di slogan contraddice

quel che ha fatto della sua vita cimice

e getta un riflesso impossibile e lo prendo per vero

e qualche volta ho pregato; ecco cos’era

 

che dispiega il suo corpo sotto il mio e infinita

fa roteare la voglia di lei e crescere in picchiata

il mio nel suo sesso la lingua nella bocca dell’ano.

L’opprimente ala buia dell’angelo.

 

(Le bruissement de l’aile de Gabriel).

(Fruscio dell’ala di Gabriele).

Vivere all’ombra divina del mostruoso. Non si può.

Senza non posso continuare ad amare. Potrò –

 

e si ride e ci si accetta cercandosi ansiosi,

le parole ghirigori d’anima, sensuali, animosi –

stringermi alle gambe di femmina d’umano

ma con il suo perdono.

Luca Bresciani, dalla raccolta inedita “Canzone del padre”, nota di Laura Caccia

Luca Bresciani, dalla raccolta inedita “Canzone del padre”, nota di Laura Caccia

 

Come vetro soffiato

Traspare un’incandescenza intensa nei versi asciutti e cristallini di Canzone del padre di Luca Bresciani. Un’incandescenza intrisa di sofferenza, nella memoria ardente di incendi familiari, che non viene lasciata ardere e divampare, quanto piuttosto circoscrivere e coltivare attraverso il soffio della parola poetica.

Scrivere in versi / è fare un cerchio di sassi / dove allevare una fiamma / sfregando il cielo nella terra”, dichiara l’autore, nell’accogliere interamente il fuoco e le vertigini che ne agitano la storia personale, poiché “Il fumo serve solamente / a chi non crede nelle scintille / e ha bisogno di un indizio / per sfogliare il nostro incendio”.

E l’incendio, che ne scuote il sentire, appare desideroso di parole di salvezza che la poesia può essere in grado di pronunciare: parole che ritroviamo costanti tra i versi e che paiono capaci di esaudire l’esigenza dell’autore di elaborare sentimenti e rapporti complessi, nel tentativo di “disarmare il proprio passato”, e, nello stesso tempo, di soddisfare la necessità della poesia di dare forma all’incandescenza che la anima.

Lungo percorsi complementari, sul piano personale e su quello poetico, che muovono dal magma alla trasparenza, dalla sofferenza alla pacificazione. Facendo leva, da un lato, su crepe e spiragli in grado di spezzare oscurità e ostilità, di aprire ad un nuovo dialogo. Mettendo in moto, dall’altro, un movimento in levare che può trovare, nella diradazione del dolore, nel soffio e nella luminosità, una possibilità di salvezza.

Cercano un soffio i versi della raccolta. Colmi di un’incandescenza rarefatta che ha preso forma e trasparenza, sembrano lavorati come vetro soffiato, dentro un processo mentale e affettivo in cui la temperatura elevata pare abbia consentito di rendere il materiale malleabile, di plasmare i sentimenti infuocati, di trasformare le tensioni in una parola in grado di toccare e trasformare il dolore: “Ti devo mostrare / la pace nelle parole: / i verbi a formare una conca / come dita attorno a una fiamma”.

Come dire: raggiungere il sentire nel punto in cui prende forma, trovare quella pacificazione che consenta eticamente di recuperare ferite e cicatrici e poeticamente di farne emozione nuova, disponibile ad un nuovo inizio, come ci indica chiaramente Luca Bresciani a conclusione della raccolta: “A volte si danza / solo per restare in vita / mulinando le braccia / per risalire la sofferenza. // Il primo respiro / sarà un atto osceno / in un luogo salvo / tra noi e il mondo”.


 

Dalla sezione: Il diritto di esplodere

 

***

 

Sto tentando di elaborare

gli articoli di una costituzione.

 

In questi scritti in colonna

c’è il ripudio alla mia guerra

e il diritto inviolabile di un uomo

di disarmare il proprio passato.

 

***

Scrivere in versi

è fare un cerchio di sassi

dove allevare una fiamma

sfregando il cielo nella terra.

 

Il fumo serve solamente

a chi non crede nelle scintille

e ha bisogno di un indizio

per sfogliare il nostro incendio.


 

Dalla sezione Un luogo salvo

 

*** 

Un calore che non esiste

piega a metà le mie orme

mentre raggiungo il bordo

di un grido mai risolto.

 

E’ un dovere precipitare

riscoprendo il peso del cuore

incontro a un uomo sconfitto

dal più minuscolo se stesso.

 

E prima di lasciarmi cadere

nel cielo traccio la mia esplosione:

una proiezione spirituale

che dona alla luce ogni dimensione.

 

***

Voglio spendere i domani

per risolvere le mie espressioni

ma non cerco una cifra sfinita

a cui promettere la mia memoria.

 

Se compierò degli sforzi

sarà per piegare le mie parentesi

diventando una fortezza che sogna

abbracciata a una soffice conquista.

 

La presa della bellezza

di chi vive con una sola risorsa:

disegnare nel proprio labirinto

una crepa che invita il mondo.

 

***

Una liquida canzone

che sutura le crepe

e sale verso il soffitto

sfiorando il lampadario.

 

A volte si danza

solo per restare in vita

mulinando le braccia

per risalire la sofferenza.

 

Il primo respiro

sarà un atto osceno

in un luogo salvo

tra noi e il mondo.


Luca Bresciani è nato a Pietrasanta (LU) nel 1978. E’ presidente dell’associazione culturale Vita alla Vita e fondatore del concorso di poesia under30 “Vita alla Vita”. Nel corso degli anni ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Lucertola (2011) Edizioni del leone e cura di Paolo Ruffilli, Modigliani (2015) Lietocolle, L’elaborazione del tutto (2017) Interno Poesia con la prefazione di Davide Rondoni. Le sue poesie sono ospitate su molti siti letterari tra cui Poetarum Silva, Atelier Poesia, Versante Ripido, Pioggia Obliqua e Interno Poesia.

Allì Caracciolo, prosa inedita "Barbablu", premessa di Mara Cini

Per scrivere su Barbablu di Allì Caracciolo prendo dalla mia libreria "Morfologia della fiaba" e "Le radici storiche dei racconti di fate".

Poi cerco anche "Pietre che cantano".

Forse quest’ultimo libro non mi servirà ma le sgranate arenarie, gli scolpiti profili di capra, angelo, fanciulla e un’arcata… di ali o di corna

non richiamano forse i capitelli di chiostro di cui parla l’etnomusicologo Marius Schneider?

Nel testo di Caracciolo sono evidenti alcune figure e corrispondenze indicate dalle analisi di

Propp: la foresta, il ciclo dell’iniziazione, i divieti, la segregazione, la sorellina, la

rappresentazione della morte…Nel contempo i lamentevoli gemiti, le urla stridenti dei muri

rimandano proprio alle pietre che cantano, alle figure simboliche del grido e del

linguaggio, ai suoni rituali scolpiti nella pietra.

Proseguendo nella lettura di Barbablu, seguendo l’autrice nel corridoio impercorribile,

aprendo le pesanti pareti minerali, gli sbarramenti, i velari e tutto il mondo calcareo,

fossile, metallico, ferruginoso che, attraverso trasformazioni alchemiche, prefigura l’arrivo

e la rinascita, abbandono l’idea di analisi colte. Mi ritrovo esattamente, anch’io, nel

racconto di bimba (…racconti storie come la bimba, si dice in Barbablu). Ricordo: l’anello

cade nel lago, o nel ruscello, e inizia il sub-acqueo, ansioso, periglioso, viaggio per

recuperarlo, incontro dopo incontro, prova dopo prova, porta dopo porta…

Caracciolo - Barbablù

Caracciolo - Barbablù

Caracciolo - Barbablù

Roberto Capuzzo, "Senza vera regola", con immagini di Carlo Guarienti, Gli Ori 2018, nota di Flavio Ermini

Roberto Capuzzo pone con la sua poesia la questione teoretica del contenuto di verità della parola.

Pone la domanda circa la possibilità della parola poetica di essere evento veritativo, luogo del dis-velamento, del senso nascosto.

C’è un pensare che accade nel linguaggio e questo pensare si schiude solo a chi inizia a muoversi mimeticamente entrando con esso in sintonia.

Come se per scrivere poesia si dovesse prima danzare insieme alle parole.

Tanto da far pensare che l’essenziale – come suggeriscono le tavole di Carlo Guarienti – non vada cercato, bensì atteso.

Da qui nasce il nostro dovere di rendere accogliente la nostra casa poetica.

 

***

Inspira, espira

esposta oltre il margine

ristabilizza l’equilibrio.

 

Per un solo attimo ha inseguito

la sagoma dentro il profondo,

quegl’istanti

sospendono il respiro.

 

***

Violagiallo il colore

sgranato per punti

sulla costa.

 

Da lontano lo stesso luogo

è macchia, oltre ancora, volto.

 

Nascosto nella sabbia

hanno sguardo gli occhi

la mano sospesa

del corpo divenuto crosta.

 

Dello stare rovente fino al mare

la traccia è impercettibile.


 

Alessandra Carnaroli, "Ex-voto", Oèdipus 2018, collana “Croma k”, nota di Rosa Pierno

Un dialogo con la morte o meglio con la putredine a cui il corpo malato si avvia è tutto giocato in Ex-voto di Alessandra Carnaroli attraverso l’uso di un linguaggio a cui viene inferto un lavoro di associazione anche automatica: “sondaggi / drenaggi e sofismi”, “una calza/ (collant) / e collante”.

E nel frattempo il tentativo di adeguarsi / abituarsi sempre sperando nel meglio a dispetto di ogni evidenza, anche grazie a innesti prelevati dalla cultura di massa (i Pooh, i pacs, Cinecittà o le invocazioni per sfuggire al melanoma).

Appare evidentissimo il salto esistente tra il crudo referto e l’indisponibilità mentale ad accettarlo, dove il linguaggio ha anche un ruolo liberatorio e a tratti ironico.

 

***

che mentre muoio tu mi

stia di fianco

come innesto da cui

parte quanto

di me resta

su questa

rete metallica detta

terra

dove si registrano

bestemmie e demolizioni:

grandi imprese dunque

le nostre

rese :


 

***

Oh luce di maria governami

mentre mi stratifico in vermi

per sempre Custodisci

questa cipria d’ossi

dammi aria

come coperta


 

***

Piove


 

dove avevi

bagnato


 

E adesso siedi

accanto a dio nostro

padre


 

Doneremo il

respiratore

all’ospedale


 

I super pannoloni

agli anziani


 

Non ci resta che cambiare

la fiat doblò


per handicappati


 

con una mini


 


Alessandra Carnaroli (1979) pubblica nel 2001 ​Taglio intimo​, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poetica ​Scartata ​è finalista al premio "A. Delfini".
Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in ​1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. La raccolta inedita ​Prec’arie ​è finalista al premio Miosotis 2011, d’If edizioni. Pubblica nel 2011 ​FemmINIMONDO​, Polimata, con una nota di T.Ottonieri, nel 2015 ​Elsamatta​, collana «Syn. Scritture di ricerca» diretta da M. Giovenale, ikonaLíber, finalista al Premio Pagliarani 2016 e nel 2017 Primine, edizioni del verri, con una nota di A. Cortellessa, finalista al premio Pagliarani 2017 e ​Ex-voto​, collana croma K diretta da I. Schiavone, Oèdipus. Il Verri dedica al suo lavoro la sezione monografica di Ottobre 2017. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti, antologie e riviste.

Davide Castiglione, audio di “Domantė”

Davide Castiglione, ascolta l'audio di “Domantė”

Il testo, con la premessa di Ranieri Teti, è stato pubblicato nel precedente numero di “Carte nel vento”

 

Lia Cucconi, poesia inedita "Riflesso", premessa di Ranieri Teti

 

 

Nel corso di questi ultimi anni, Lia Cucconi ha allenato le nostre percezioni all’ascolto di tutto quello che si muove sotterraneamente.

Il nostro sentire, se prestiamo attenzione alla voce e soprattutto al sottovoce che distingue questa poesia, nel tempo della lettura ne risulterà alterato.

Grazie ad accorti spaesamenti semantici, improvvisi linguistici che accadono nel corpo del testo, grazie a un acuto neologismo, "Riflesso",

partendo proprio da un oggettivo e forse reale frammento ottico, ci sorprende con la sua evoluzione.

Quello che “s’apparta nell’incastro” ci conduce alla “periferia dell’inconscio” e da qui, fino ai suoi ultimi sviluppi, a “dove ha luogo la nostra irrealtà”.

Il dono che ci porta questa poesia è quello di farci intravvedere la natura del lavoro poetico, quel superamento del noto,

per mezzo di un riflesso che nello svolgersi del testo diventa riflessione, congiunzione di forma e senso.

 

 

Riflesso

 

S’apparta all’incastro

nel vetro d’angolo s’elegge

in periferia dell’inconscio

per serra d’ombra lunga

a inserto senza corpo:

a leggera leggenda d’alibi omesso

in pallide calende

che patteggiano parole

da verbilabbra d’un reato a metà prezzo

per romanzo riscaldato

all’ossessione del dopo:

forgiata preda d’orizzonte sparso

sul pulviscolo complice del vuoto

là dove ha luogo

la nostra irrealtà.

 


Lia Cucconi, docente di Attività Espressive, ha pubblicato 9 libri in Italiano e 10 nel Dialetto di Carpi (Modena). Ha ricevuto critiche e riconoscimenti nelle due espressioni linguistiche, fra i quali: 1° Premio Noventa-Pascutto, 1° Premio Paolo Bertolani-LericiPea, 1° Premio Carlo Levi, 1° Premio Salva la tua lingua locale Campidoglio-Roma, 1° Premio Poesia in forma Landays Torino. Ha pubblicato poesie in antologie e riviste nazionali e sulla rete nelle due forme linguistiche sostenuta da critici del settore, esprimendosi volgendo la sua sensibilità artistica nella Poesia lirica, civile e sperimentale, completandola con l’insegnamento.

 

Annamaria De Pietro, "Rettangoli in cerca di un pi greco", Marco Saya Edizioni 2017, nota di Flavio Ermini

Colui che parla cerca qualcuno presso cui stare e da cui rifugiarsi.

Colui che parla cerca la realtà più autentica. Cerca il limite.

L’assoluto non rappresenta più la meta immediata del movimento dell’esistenza.

Il limite del quale ci parla Annamaria De Pietro trasforma il commiato in un arrivo.

È un vuoto oscuro che si ritira in se stesso, accogliendo l’elemento della passione, ospitando echi di profondità inaspettata.

Accade a chi parla che la notte della casa si trasferisca nella notte della natura.

Più precisamente in quella parte della natura che è immagine del caos e che forse solo la forma chiusa della quartina può rivelare, svelando che ci sono sempre altre cose da dire.

 

 

Risarcimento in sé

 

Ripeti chiaro sintagma ripeti

fino a che il senso dentro ti si sfasci

sfasciandoti, e soltanto un filo lasci

che sia sutura ai frammenti discreti.

È esperienza comune (nei due sensi del termine), eppure ogni volta straniante di sorpresa, che ripetendo molte volte e rapidamente una parola questa perda alla fine il suo significato e diventi una pura sequenza di suoni insensati. Non sempre dunque repetita juvant. O forse è vero il contrario. Forse massimamente juvat risentire ogni tanto la fresca e franca quintessenza del suono fra i denti, come un filo d’erba matta.

 

 

La riconversione

 

Tanto ad imperfezione cresce crosta

arra dei tempi dispersa congiura

che nel tempo che cresce monta e dura

perfezione di scaglie sovrapposte.

 

L’inizio di tutti gl’inizi – Tutto è relativo.

Item – Anche l’imperfetto ha la sua perfezione, la perfezione dell’imperfezione.

Item – L’elogio dell’imperfezione si compiace con una certa sua qual civetteria

di una certa sua qual perfezione per quanto si riferisce all’originalità

del pensiero.

Item – Il tempo è galantuomo.

 

 

Per svago

 

M’inventerò con il filo e con l’ago

una forma possibile a ricamo

di fiori e tinte, con la lenza e l’amo

il balzo da acqua ad aria, argento e drago.

So cucire (ricamare poco, dal tempo dei tentamina adolescenziali, imparaticci di competenze); non so pescare. Ma fingendo di saper fare benissimo sia l’altra sia l’una cosa, ebbene le farò e le faccio entrambe con l’ago-amo della bic, la freccetta cursora del computer. E così vedi che non tu, non io saremo senza.

 

 

L’approssimazione

 

Morte non parla che in breve quartina,

approssimata prova di silenzio,

nebula azzurra in calice d’assenzio,

arco voltaico alla seconda spina.

 

Scrissi questa quartina anni fa, in un tempo assai difficile da vivere, tristissimo, nel quale, così era, riuscivo a produrre quasi soltanto quartine: una quantità strabocchevole, da vergognarsene – me ne vergognavo. Allora pensai che la quartina potrebbe essere vista come una prova tecnica e puntuale di afasia, non proprio ancora la morte ma l’officiatura ben replicata e ligia dei suoi dispositivi preparatori – come dire un rito a ripetizione potenzialmente senza fine.

Non sbagliavo: l’afasia, quella compatta e intera, seguì qualche tempo dopo, e durò a lungo, privata del sia pur gramo alito di una quartina.

Ma. Palinodia. Ben venga (senza esagerare) la quartina, che in un assai esiguo spazio, proprio per l’esiguità e strettura di quello spazio prossimo al niente, deve (e lo fa) non rinunciando contenere un intero esatto di significato e senso; che è libera in sé medesima, in debito soltanto con la sua stessa norma numerale; che è a sé bastante, e superba, e disposta a tutto – anche, e precipuamente, quando il carcere è scuro, a morire.

Resti forse, a epitaffio, prosa amica di glosse che guardano indietro, rivolte avanti, a vivere – la mano lunga, la voce lunga del commento, l’aria serena che fugge via dal ventaglio. Aria di analogie pensate dopo, persone e libri e figure, e compleanni, e viaggi, e cinema, e grammatiche, fiancheggiatori elastici di quei rettangoli sfrangiati a oriente. E sono forse loro, le erranze erratiche, il pi greco?

 


Annamaria De Pietro è nata a Napoli. Vive a Milano. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario, Dominioni Editore, Como 1997. Sono seguiti Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000; La madrevite, Piero Manni, Lecce 2000; Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002. Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino, Book Editore, Castel Maggiore 2005. Nel 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni, Trezzano S/N 2012. Ultima pubblicazione, Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine, Marco Saya Edizioni, Milano 2015.

Franco Falasca, poesia inedita "Luoghi diversi", premessa di Ranieri Teti

Franco Falasca ci dice che la poesia ha luogo dappertutto.

Non c’è anfratto ove non possa arrivare.

In “Luoghi diversi” l’autore aggiorna la nozione di poesia civile. Lo fa con una mozione:

la mozione di un poeta che contrasta una falsa civiltà, ne smaschera il travestimento proprio dove questa pensa di essere al sicuro,

nelle convenienze che ormai regolano ogni nostro pensiero, ogni nostro rapporto.

Da molti anni Falasca teorizza un’idea di immaginazione preventiva, totalizzante e recentemente assurta a pubblica consacrazione.

La poesia qui proposta non si discosta da questo assunto, nella sua lucida rappresentazione di uno stato dell’essere che ha pre-visto,

ha anticipato “il tempo che scorre”, preconizzato tutto quello che vanamente accadrà, anche nel nostro piccolo mondo poetico.

 

 

Luoghi diversi

 

Non abitare luoghi diversi dal tuo

già il tuo sapere

soddisfa il tempo che scorre

e la malsana frenesia

ha come suo rifugio

il negativo.

Sembra che il tuo amore

sia utile alla sofferenza

percepita nell’eleganza

alternata delle movenze morbose.

Non è utile al tuo implorare

impegnare il carattere

in trascurabili pose

se più utile è assecondare

la moltitudine dei rumori

percepiti all’incipit

e poi addormentati

nella saggezza civile

che brutalizza le incognite

per un avvenire di poetica

arbitraria convenienza

deserta ma tuttavia

dannatamente utile

al travestimento.

 


Nato a Civita Castellana (VT), Franco Falasca vive a Roma. Ha prodotto, oltre a poesie e racconti, anche poesie visive, films super 8, video, fotografie, performances. Ha organizzato rassegne e manifestazioni.

Nel 1973 fonda (con Carlo Maurizio Benveduti e Tullio Catalano) l’Ufficio per la Immaginazione Preventiva con cui collabora fino al 1979; partecipa come artista alla Biennale di Venezia 1976.

Suoi testi e materiali vari sono stati pubblicati, oltre che nei cataloghi delle mostre alle quali ha partecipato, anche su varie riviste ed antologie e nei volumi:

    "UNA CASA NEL BOSCO Prose e racconti", Edizioni Latium/Ouasar, Roma, 1990, vincitore del Premio Letterario OrientExpress 1990

    “NATURE IMPROPRIE (poesie 1976-2000)”, Fabio D'Ambrosio Editore, Milano, 2004, vincitore del Premio di Poesia Lorenzo Montano XIX edizione (2004-2005) della Provincia di Verona

    “LA FELICITA E LE ABERRAZIONI (poesie 2001-2010)”, Fabio D'Ambrosio Editore, Milano, 2011

    “LA CREAZIONE NOTA”, Fabio D'Ambrosio Editore, Milano, 2017

Roberto Fassina, dalla raccolta inedita “Historia Medica”, nota di Laura Caccia

Poema etico

 

Rovesciando i contenuti dei poemi classici, ma tenendone fermo l’impianto narrativo, con Historia Medica Roberto Fassina mette in scena l’epopea degli eroi della ricerca scientifica e della medicina, così come la saga quotidiana dei pazienti, eroi o antieroi, in lotta contro i propri mali. Una narrazione epica, quasi un’opera teatrale, insieme serissima ed ironica, dettagliata e satirica, sulla nascita e sugli sviluppi della ricerca medica, sulle invenzioni tecnologiche e sul prezioso rapporto tra medico e paziente.

All’eroismo e alle ossessioni dei protagonisti dei poemi omerici e cavallereschi, l’autore sovrappone chi, in modi e tempi diversi, ha condotto la medicina alle sue grandi scoperte e, insieme, chi affronta quotidianamente patologie e turbamenti fisici e psichici.

A partire dal prologo: “Dei figli d’Asclepio narrami o Musa / l’historia peccatosa d’anime ribelli // audaci eretici curiosi”, attraverso distici in rima, spesso in latino, nell’alternanza di lingua colta e parlata discorsiva, di ritmi spezzati e di periodi riflessivi, veniamo condotti lungo il percorso affascinante della storia della medicina, dal mito alla tecnologia, fino all’ultimo fondamentale passaggio, “dal metodo rigoroso all’empatia creativa”, nel quale l’autore declina l’essenza dell’etica medica: l’attenzione partecipe, non solo clinica, ai pazienti e alle loro persone.

Un poema antieroico o eroico a suo modo: in fondo, cosa separa la ricerca del senno sulla luna o la guerra epica interminabile dai tentativi audaci, interminabili anch’essi, di medici e scienziati rispetto agli enigmi del corpo umano e allo stato turbato del paziente, dove “lo incarto della mente / ossessa e incatenata // l’intruglio esistenziale / s’ingorga senza fondo // (…corrode l’anima …)”?

E la poesia? Perché fare uso della parola poetica, anziché del linguaggio scientifico, per narrare l’evolversi della ricerca medica? Possiamo trovare un’immediata risposta, oltre che nella scelta del componimento epico, già nei primi testi della raccolta: la medicina agli esordi appare esattamente come la parola di fronte alle contrapposizioni visibili dell’apparenza e ai misteri celati nell’ignoto: “Lo sintomo saputo / d’opposte qualità // recita e insegna / indizi e congetture //…mirando / ignoto il donde e il quia // per ignoti saperi / et aspera via” e ancora: “Indugiando sui bordi // del buio / scrutando l’ignoto respiro // (il passo della voce / lenisce il tatto…)”. Così come, nello snodarsi del poema, appare spesso sovrapponibile a quello del poeta il ruolo del medico che “interpreta fragmenti / portando senso // al vivere inquinato / dal tempo e dalla sete”.

La parola del medico, come quella del poeta, porta senso: con Historia Medica, nello snodarsi dei diversi linguaggi scientifici ed epici, filosofici e teatrali, Roberto Fassina riesce a dare nome e valore alla storia dell’umanità e del suo sforzo etico, intriso di conoscenza e di poesia, di fronte al dolore e all’enigma dell’esistere.


 

Dalla sezione DAL MYTHOS AL LOGOS

(dalle cause divine alle cause naturali delle malattie)

 

ALCMEONE (…o dei primi vagiti medicali)

 

Lo sintomo saputo

d’opposte qualità

 

recita e insegna

indizi e congetture

 

(umidus et siccus

frigidus et calidus

dulcis et amarus

in copia et rigore)

 

fisiologista primus

d’isonomia(1) cultore

 

al pro e contro mirando

ignoto il donde e il quia

 

per ignoti saperi

et aspera via.

 

(la borsa mercuriale

consunta di tracolla)

 

(1) Isonomia: stesso diritto, equilibrio fra le parti.

 

Dalla sezione DAL LOGOS ALL’EXPERIMENTO

(dal testo galenico al cadavere, dalla metafisica alla fisica secondo forma e funzione)

 

 

PARACELSO (…o dello Lutero medico)

 

« Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit.

Dosis sola facit, ut venenum non fit »

 

Di metalla cultore et cabalista

alchimista curioso

 

a trasmutar sostanza

ribelle e rivoltoso

 

a perigliose lotte

fra micro et macrocosmo

 

(...maravigliato et strabilio

de lo mondo foemina)

 

domina donna

polposa et bona

 

di saggezza dogliosa et plena

appo di te la giusta vita

 

disiosa et generosa

mater d’incantamenti

 

alchemiche pozioni centellate

mischiute et ingollate

 

de salubri germogli

dragoncello et melissa

 

(similia similibus

iperica natura)

 

il ventre tuo diletto

recipiens loco delizioso

 

descripto

laudato e intemerato

 

in tota muliere matrix misteria

perfettissimo balsamo

 

(amor medicinae princeps)

 

 

Nel frattempo la raccolta inedita Historia medica è stata pubblicata nel marzo 2019 da Anterem Edizioni, con prefazione di Carlo Rao.

 


Roberto Fassina è nato a Curtarolo (Padova) il 18/12/50. Dopo la maturità classica, conseguita nel 1968 presso il Collegio Salesiano Manfredini di Este, si è iscritto alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, dove si è laureato nel 1975 e poi specializzato in Ginecologia nel 1979. Dal 1979 vive e lavora a Curtarolo come Medico di Famiglia.

Nel 1991 ha pubblicato “Nihilissimo Canto” (poesia) per i tipi delle Edizioni del Leone di Venezia. In quel periodo ha collaborato con poesie e racconti nella rivista milanese ‘Alla Bottega’.

Nel 1998 ha pubblicato il romanzo “Equazione Ultima”per i tipi delle Edizioni Amadeus di Treviso.

Nel 2003 ha pubblicato la silloge poetica “pesca sabèa” con la Casa Editrice ‘all’antico mercato saraceno’, di Treviso. Sue poesie sono presenti in varie antologie poetiche.

Suoi testi teatrali satirici, aventi per oggetto il mondo medico, sono stati rappresentati a Piove di Sacco e a Padova, nel 2005, nel 2006, nel 2007, nel 2012 e nel 2016.

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Tangheide – lapsus in fabula” con la Casa Editrice ‘all’antico mercato saraceno’, di Treviso.

Nel 2015 ha pubblicato il romanzo “Il pensiero verticale” per i tipi di Ibiskos Editrice Risolo di Firenze.

Scrive saggi e note critiche nella pagina culturale del Bollettino dell’Ordine dei Medici di Padova.

Paolo Ferrari, prosa inedita “Piccoleprose per-morir un po’ dimeno”, nota di Laura Caccia

La musica della mente

Che la parola possa, nella sua eco che pare non avere fine, eternare il pensiero e la vita o, quanto meno, consentire di “morir un po’ di meno”, come recita il sottotitolo di Piccoleprose di Paolo Ferrari, sembra essere il filo conduttore del testo.

Parte di un’opera più ampia, in progress, indica l’autore in nota, a conferma di quell’assenza di finale, cum-Ausklang in-Absentia, segnalata in copertina, e del ripetersi di ETERNAMENTE, con cui sono titolati i 25 Quasimprovvisi che costituiscono il testo ridotto.

Nella stessa nota viene precisato come la partitura comprenda molteplici creazioni di neologismi. Parole composte, specifiche per ogni testo, presentate con due differenti caratteri: una prima parte, della stessa intensità del resto della scrittura, legata a processi consapevoli e razionali, e una seconda, di altra tonalità e diverso timbro, connessa a processi non consapevoli, inconsci.

Una parola duale, che intende amplificare in profondità il suo risuonare, evocando, nella “mentevoce”, l’apertura all’alterità, la pluralità dei significati, il volgersi in infinitudine, l’oralità musicante. E che chiama in causa il lettore, in quanto interprete di un dire sollecitante e aperto.

Ce lo conferma la parte di ETERNAMENTE, che risuona in ogni sottotitolo fino al suo musicare inconscio: quel/la “mente” che apre alla disposizione all’eternare e che si fa, insieme, pensiero e immagine, riflessione e finzione, specchio e simulacro, oltrevisione e parvenza, sconfinamento e sogno.

La parola di Paolo Ferrari ci conduce oltre la nominazione, forzando, con i suoi abbinamenti duali, la comunicazione ordinaria.

Una parola che muove sentimenti, echi inconsci, evocazioni sonore. Che si affida non solo al pensiero, ma soprattutto al risuonare interiore. I neologismi sono composti infatti da termini sequenziali, non oppositivi né inediti. Se non venissero uniti ed evidenziati dal diverso carattere, non si avvertirebbero infatti come tali. E solo l’intonazione, che richiede una diversa risonanza, una musica altra, da parte di scrittore e lettore, può consentire di dare loro voce: “Viene prima il pensiero o la musica?” si chiede l’autore, evidenziando “l’antisuono/antimusica che si appaia al gesto del pensare/pensaare: questo si apparta e la trascende, e da quella è trasceso”.

Spetta allora al lettore completare la partitura. Farne musica.

La musica della mente

La musica della mente

La musica della mente

La musica della mente

La musica della mente

Marica Larocchi, dalla raccolta inedita "Polveri e piume", nota di Giorgio Bonacini

Entrare in questi versi è fare un viaggio in immersione ascensionale, in un’ interna esteriorità, similmente oscura e luminosa. Le profondità intime dell’umana natura rovesciate verso il cosmo interstellare. Antropologia cosmologica che trasborda l’intelletto poetico “ all’ istante nel chiostro di nebulose segrete”. Così, nelle parole in apertura di questa raccolta, l’autrice fa parlare le figure che agiscono nello spazio tumultuoso che osserviamo e ci contiene: stelle, telescopi orbitanti, programmi di ricezione spaziale, nebulose e teorie dell’ inizio e della fine.

Il tutto avvolto da una scrittura poetica dove lo sguardo immaginativo mette a fuoco e deflagra: poi fluttua, vortica, spezza e ricompone investigazioni labirintiche roventi d’estasi. In questo modo, Marica Larocchi, trasporta i versi dentro un poema che fa dello sguardo il suo propulsore significante. Proprio lì dove la natura della mente amplifica la visione e “ogni fulcro si connette”. La compenetrazione si espande e la voce interiore scava l’alveo nello stesso momento in cui scorre. Così la poesia che leggiamo è una corrente di figurazioni vocali senza sosta. Nervi e ritmi, sillabe e misteri del profondo vengono a galla con onde di sensi visivi e concettuali che danno al sintagma un sentimento inestricabile ma chiaro. E l’ approdo, pur controvoglia, potrebbe arrivare, nota l’autrice, con un’impetuosa zoppia di versi, ma senza per questo perdere vigore. Anzi, sboccia in curiosità e tenerezze lessicali, in cui una biografia minima di sè e della scrittura è figurata e trasfigurata in un riverbero di musica: sostanze di fonemi e pulsazioni dilatate. Dunque un mondo di poesia che ha senso in ogni suono.

Polveri e piume

Polveri e piume

Polveri e piume

Leandro, "Atto di dolore", Edizione Vigone Vecchia 2018, nota di Flavio Ermini

Siamo su una lunga strada che probabilmente ci porta al punto di partenza.

Siamo gettati in questa vita, osserva Leandro, guidati da un’ombra che ci precede.

L’ombra indica che c’è luce dietro di noi.

Quell’ombra dischiude l’esperienza dell’allontanamento, senza mai rivelare la fine del nostro errare.

Eppure una fine c’è; ed è data dalla metamorfosi di luce e ombra.

Una fine c’è; e costituisce un evento che fissa opacità e trasparenze, per trovare la forza di districarsi tra amore e “atto di dolore”.

Un sistematico linguaggio della sottrazione che trasforma ogni luogo attraversato o sorvolato in piani e volumi purissimi.

Atto di dolore

Atto di dolore

Atto di dolore

Atto di dolore

Atto di dolore

Nicola Licciardello, prosa inedita "Sempre", premessa di Mara Cini

E’ che le parole sono straordinariamente ingannevoli, sono paradossale concetto, sempre manipolabile.

E’ che con le parole si può giocare, un gioco un po’ inquietante, nel tempo della vita – la vita degli uomini s’intende –

dove il sempre, l’amore, l’eterno hanno qualche possibilità di dare un senso di vertigine.

All’illusorio sempre definitivo si accompagna un più “comprensibile” sempre storico o il sempre scorrente della natura, del ciclo delle stagioni, il mito dell’eterno ritorno.

La nostra è una forma provvisoria, è una memoria labile dove il sempre concettuale sbiadisce come un infinito.

Un SEMPRE graffito su qualche muro, tracciato con mano o utensile, visibile agli occhi, può durare un po’ di più.

 

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Nicola Licciardello, saggista e poeta, ha tradotto da Gary Snyder, José Lezama Lima, Armando Romero, Cintio Vitier, Fina Garcia Marruz (La spada intatta di María Zambrano, Marietti 2007). Ha promosso performances collettive a Padova con l’associazione “Shunyata”, e pubblicato le raccolte poetiche Il Ballo Immune (Fermenti, Roma 1994), La gioia dell’impossibile (Sinopia, Venezia 2007), Padova un fiume di poesia (2011). Collaboratore di riviste trans-culturali quali “Angelus Novus”, “l’Immaginale”, “Dharma”, “Anterem”, “Poesia”, “Semicerchio”, “Viceversa” (Montreal), “Italianistica” (São Paulo) – alcuni suoi lavori sono presenti su You-Tube e Academia.edu. La “Rivista di Studi Indo-Mediterranei” (Università di Bologna) ospita i suoi più recenti saggi su Dante e la mistica indiana. Estasi.com (Mimesis 2016) è un volume di 400 pagine (100 foto in bianco e nero, indice dei nomi e glossario sanscrito) sui suoi viaggi in India e Tahiti.

Domenico Lombardini, dalla raccolta inedita "Fuori dalla città", nota di Laura Caccia

Nomi nuovi

Appaiono molteplici gli sguardi con cui Domenico Lombardini accompagna le sue meditate immersioni lungo l’arco temporale del vissuto nella raccolta Fuori dalla città, portandoci, tra apnee ansanti e respiri distesi, all’interno e all’esterno dell’ambiente urbano e insieme della realtà nel suo complesso.

All’interno: dove la città e un presente colmo di elementi sconcertanti vengono declinati in un testo fitto, senza pause, con un ritmo martellante e un finale accelerato, evidenziando tutta l’insensatezza consumistica dell’ineluttabilità cittadina: “Ché si dovrebbe ribaltare / Iniziar d’accapo / Emendare / Certi furiosamente / Almeno per evitare / Che tutto sia / Tutto / Senza scampo”.

All’esterno: dove l’infanzia e il passato, il paesaggio e il futuro vengono al contrario evocati in testi più brevi e dal ritmo disteso, a partire dalla premessa: “Fuori dalla città - nulla / Questo nulla è l’infanzia”, dove il fuori si configura come il luogo incorruttibile del primo vissuto e, insieme, come possibilità etica di delineare una realtà nuova.

Il tema della città che, nei suoi aspetti di degrado e di spersonalizzazione, ha trovato largo spazio nella poetica e nella letteratura a partire dalle prime urbanizzazioni, viene nella raccolta enfatizzato del contrasto con il fuori, dove “tutto si presenta senza pretesa / d’essere separato” e dove è possibile l’abbandono che la natura consente.

Il contrasto dentro-fuori appare però riguardare un ambito più ampio del rapporto urbano-extraurbano, in particolare quello tra il visibile e l’invisibile, in una riflessione che l’autore conduce sul mostrarsi delle cose, sull’apparenza e sull’essenza del reale: “Forse volevamo che fossero / Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! - / Non fare che tutto sia come appare / Che tutto sia come sembra essere”.

Così come viene condotta una riflessione sul senso del dire, sulla necessità di trovare una lingua in grado anch’essa di farsi altro, di generare parole “più magma che pomice, / gettate perché nascenti”. E se, eticamente, il mondo chiede spazi nuovi, più umani, dal punto di vista del pensiero richiede una realtà altra e altri nomi, sorgenti e iniziali: “Si sta / nel continuo stupore / nella verginità nominalistica / di ogni cosa - / pure il silenzio del mondo / pretende nomi nuovi”.

Domenico Lombardini ci ricorda allora come la parola poetica debba continuamente tendere a farsi forza nascente, capace, di fronte all’esigenza di aprirsi ad un’altra realtà, di fondare “la nuova città / altrove” e di dare vita ad una lingua altra che riesca a pronunciare “sottovoce / il nome segreto della nuova città”.

 

***

Tu sei quel tempo immobile

Lo iato sospeso

Tra due estremi scoscesi –

La proiezione del presente

all’eterno, l’istante consumato

E ora viva presenza

Ma impostura, simulacro

 

***

Segni di vite aliene

Chimeriche trasfigurazioni

Quelle foglie setose

Cadute dagli alberi

Chissà come

Probabilmente perse

Come involucri da esseri

La cui assenza contemplavamo

Nell’attesa dell’epifania

Della loro forma metamorfica.

O forse ci ingannavamo

Forse volevamo che fossero

Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! –

Non fare che tutto sia come appare

Che tutto sia come sembra essere

 

***

Ho fatto il vuoto

nella tecnologia –

nel passaggio al bosco

indebitamente è trascorso

troppo tempo

troppi passi non ben misurati

a separarmi dal riposo

o dal consumo

o dal lavoro

mi inselvatichiscono

e addolciscono e sciolgono

il pensiero antinomico –

tutto si presenta senza pretesa

d’essere separato..

 

***

Si sta

nel continuo stupore

nella verginità nominalistica

di ogni cosa –

pure il silenzio del mondo

pretende nomi nuovi.

 

***

Silenzio:

la semiosfera è collassata –

il gracidio

e questo suono senza nome

fondano la nuova città

altrove.

L’ecista nel sacello

ierofante analfabeta

velato capite

ha il lituo nella mano sinistra

e designa il pomerio e il mundus

e profferisce sottovoce

il nome segreto della nuova città.

 


Domenico Lombardini (Albenga, 1980), laureato in biologia, ha lavorato nella ricerca biomedica. È fondatore e proprietario di ASTW (http://www.a-stw.com/), agenzia di traduzione, scrittura e formazione. Si è occupato di giornalismo scientifico, filosofia, intervento culturale su quotidiani, riviste, blog letterari.

Pubblicazioni di poesia in volume:

Legenda (Fara editore, 2009 – antologia del premio; primo classificato); Economia (raccolta poetica; Puntoacapo editore, 2010); testi pubblicati nella rivista Trivio (n.1, 2013, a cura di Marco Berisso e Antonio Loreto. Antologia di poeti liguri e lombardi. Editrice Oèdipus); L’abitante (raccolta poetica, Italic Editore, 2015).

Premi:

Segnalato per la raccolta Matrici al concorso Montano 2010 di Anterem Edizioni.

Premiato con segnalazione alla XXIII edizione (2011) del Premio Nazionale di poesia “Sandro Penna”.

Premiato con Menzione d’onore al concorso Montano 2012 di Anterem Edizioni.

Premiato con Segnalazione per la raccolta inedita L’abitante al concorso Montano 2014 di Anterem Edizioni.

Marco Mioli, poesia inedita "MMXVIII", premessa di Ranieri Teti

C’è una geografia che può essere descritta solo da un poeta.

Forse è proprio la nostra, questa geografia: un luogo perduto che ha riferimenti altri.

Marco Mioli racconta la parte attiva della nostra consapevolezza, ponendo a tema da più prospettive

svariate condizioni che fondono, nel ritmo dei versi, pensiero e osservazioni.

L’autore pone a tema cose colte nel momento della loro debolezza, quando hanno ceduto le loro intrinseche certezze e sfumano nell'indistinto.

Eppure nel testo ci sono l’inverno, le nevi, le colline, l’alba, i tramonti. Ma tutto questo concorre a un poetico senza infingimenti, sotto l’impulso di un “tempo riflessivo”.

Tutto si trasforma sempre in altro, si deforma nelle metamorfosi, come ad esempio un accogliente e rassicurante lido, che diventa “il posto più lontano in cui essere”.

 

 

- MMXVIII

 

era stato l'inverno più piovoso di tutti

che non sta per vendetta

anche se ne ha la forma

 

in tempo riflessivo

il muso duro

non si scrosta

 

neanche con i saluti

niente

neanche con le grandinate

e le nevi

 

muta

ma almeno è un colpo

soffio di compressore

 

trattenere il carattere

fino a tirare dentro

quelle poche cose uscite

 

grammatica dell'omologazione

conforto dell'infinito noi

 

spruzzi di dio

 

le apprensioni materne

per i figli senza posto

 

la persistenza è una forma sghemba

una deformazione temporale

un sasso bianco pietra bianca

ricavata dalle colline vicine

 

i fori i trafori i sottopassi

le gallerie le funivie

le ovovie

 

districano rette parallele

che nemmeno euclide

che nemmeno l'alba i tramonti

le stelle

 

niente

 

cielo distrutto

per mancanza d'arcangeli

 

è come il lido

il posto più lontano in cui essere

 

l'italiano spalmato nel suolo

disperso

il passato è morto per sempre

come l'inizio di questa poesia

 


Marco Mioli (Montecchio Maggiore 1982) si laurea in Architettura presso l'Università IUAV di Venezia e successivamente studia Scienze e Tecniche del Teatro approfondendo una ricerca sulla relazione tra suono, spazio e scenografia.

Come critico d'arte ha pubblicato testi per artisti e mostre tra cui un'esposizione di arte contemporanea al Museo Archeologico di Napoli.

Le sue poesie sono finaliste al Premio Lorenzo Montano e al concorso Opera Prima.

Vive e lavora a Trissino (Vi) e Pola (Hr).

Umberto Morello, dalla raccolta inedita "Nuvolas", nota di Giorgio Bonacini

L’opera di Umberto Morello si apre fin da subito con una dichiarazione esplicita: il volo della mente è rondine che fatica a tenere a distanza la tempesta. Una scena che concentra in sé la sostanza di un attraversamento poetico verso un diverso livello di reale. In queste poesie, l’idea figurativa e concettuale della nuvola, che è simbolo di leggera pesantezza, porta senso e sensi dentro una nebulosa di microparticelle (logiche, cognitive, semantiche, emozionali, vocali) che ricadono a destrutturare e ricomporre i significati linguistici e immaginativi di chi “brilla fuori da quel nembo/impensierito”.

Lì dove contano le risonanze del sentimento che si fa amore oltre se stesso, al di là del ritmo che pure ne misura il passo. Infatti il verso, a un certo punto, si spezza e la sonorità della frase viene sostituita da una prosa distesa: non più nuvola di vapore parola per parola, sillaba con sillaba, ma di colpo in una ”pozza d’acqua”. Ma quando il racconto, nella sua piana modulazione, quasi autofigurativa, sembra andare verso l'esaurimento, la scrittura ritorna alla poesia, all’oscillazione del senso per incertezza di suoni, al vacillamento della voce, all'incostanza del corpo che scrive, in quell’altalenante esistenza linguistica a cui il poeta si affida. Perché il tempo del pensiero poetico, che ondeggia tra ciò che è stato e ciò che sarà, disaggregando il presente, riesce a far sentire la grana e l’attrito delle persone, dei pensieri, delle cose.

E’ questo lo stupore che la scrittura raccoglie in sé e dona: la meraviglia di meravigliarsi, che Morello espone e segna con precisione. Attento a ogni implicazione intima, e portando in superficie solo ciò che brilla nell’oscurità intensa. Perché l’abisso e la tenebra possono certamente essere luoghi in cui perdersi, ma trascinati non dalla paura, bensì da un desiderio speciale: il coraggio della felicità. E non per allontanare forzatamente il dolore e la tristezza, ma perchè nella mente poetica felicità e infelicità di sovrappongono per dare consistenza all’ incanto di chi sospirando salva l’infinito.

 

Nel Frattempo, la raccolta inedita “Nuvolas”, vincitrice del 32° “Montano”, è stata pubblicata nel 2018 da Anterem Edizioni.

Per un approfondimento con testi, notizia biografica e riflessione critica:

https://www.anteremedizioni.it/nuvolas_di_umberto_morello

Riccardo Olivieri, "A quale ritmo, per quale regnante", Passigli 2017, nota di Flavio Ermini

Nella poesia di Riccardo Olivieri assistiamo alla condizione di un passato che lotta per trovare vita nel presente.

Ci viene segnalato che dietro il velo del presente c’è la memoria; ci sono i ricordi da rivivere; una realtà da cambiare.

La scrittura si fa densa al ricordo del padre. Segna un confine e deborda.

Si affaccia sull’impossibilità di rendere abitabile un sorriso che si è spento, uno sguardo che si annebbia.

La morte di una persona, soprattutto nel caso che la si ami, comporta la fine non di questo o quel mondo, ma di tutto il mondo, di tutti i mondi possibili.

È una ferita aperta, lacerante. È una lingua che separa e marca un limite invalicabile.

 

 

Dalla sezione Monte dei pegni

 

13.30

Istituto Bancario San Paolo

 

A quest’ora chiude

il monte dei pegni,

 

i tuoi segreti là

celati insieme

agli altri,

 

tutto un brillare

di lacrime

 

nei loro

tiretti-caveaux.

 

 

Sgombero

smontando i tuoi scaffali, gli anni

 

Casa crollata aperta

riaperta ferita,

rivista vostra vita

in ogni istante,

 

detesto il carteggio

che ho visto – anche dell’aspirante

suicida –

 

mi è tornato in volo tutto il monte allontanato,

tutto il nostro

– e prima vostro –

quarantacinquennio insanguinato.

 

 

Dalla sezione Abisso e la parola qui

 

Per Hermann Hesse

leggendo “La nevrosi si può vincere”

 

Tutta questa pioggia viene serenamente

come un fiore che si apre

Finalmente,

salendo le scale dice questo

al male

per mano,

l’altro lo lascia,

si rimpicciolisce,

sotto le gocce di tutta questa pioggia

 

forse

sparisce

 

***

 

Perch’io sono uno

a cui è stato fatto tanto male

 

perch’io son uno

ch’è poi almeno due,

e uno è il mio nemico primo.


Riccardo Olivieri, nato a Sanremo nel 1969, vive a Torino. Le sue precedenti raccolte sono: Diario di Knokke (prefazione di Davide Rondoni, "Poeti di Clandestino" , 2001, segnalata al Premio Montale), Il risultato d'azienda (con prefazione di Stefano Verdino, Passigli, 2006 - premi Maestrale, Città di Chieri e Antica Badia di S. Savino), Il disgelo (Raffaelli, 2008) e Difesa dei sensibili (con prefazione di Davide Rondoni e una nota di Massimo Morasso, Passigli, 2012). Numerosi anche gli altri riconoscimenti ottenuti, tra i quali il Premio Dario Bellezza e, nel 2013, il Premio Lerici Pea per la sezione dedicata alla poesia inedita).

Margherita Orsino, poesia inedita "La traversata infinita", nota di Flavio Ermini

Margherita Orsino ci racconta una traversata che dal molteplice porta «fino al limite ultimo», ovvero fino all’uno aurorale. Si tratta di una traversata all’interno di due colori possibili: quelli che si vedono perché sono davanti a noi e quelli che si inventano in quanto non esistono in natura.

In questo libro tutto concorre a immaginare infiniti passaggi di un percorso che l’occhio deve saper nutrire e la voce nominare. Un percorso che coinvolge parole pronunciate in lingua italiana da Margherita Orsino, unitamente a ulteriori parole mormorate in lingua spagnola da Maria Troiano. Un percorso che affida alle immagini di José Scacco il compito di allargare la dimensione del visibile e di mettere in gioco la matrice inconscia del vedere, «pietra dopo pietra», parola per parola.

 

Nel frattempo “La traversata infinita” è diventata un libro pubblicato da Anterem Edizioni nel 2019.  

Un approfondimento, con un testo, un’immagine e notizie biografiche qui: https://www.anteremedizioni.it/margherita_orsino

Mario Pezzella, "Le nubi di Bor", Editrice Zona 2016, nota di Flavio Ermini

È martellante l’interrogare di Mario Pezzella sul secolo da poco trascorso.

È un lavoro di interpretazione e di confronto con le grandi ideologie e i drammi del Novecento.

È un collocarsi su una soglia che registra la dissoluzione di tante certezze.

C’è un’impressione di quiete in questi testi ed è resa spesso con l’impressione di un movimento, che orienta la parola poetica sul dettaglio.

Nel poema vi è l’impeto di una lingua liberatrice, trasparente, simbolo della verità, verso la quale il linguaggio del poeta naviga senza affanno;

seguendo il soffio vitale di ciò che era nascosto e ora – all’inizio di un nuovo secolo – si va facendo trasparente.

La poesia di Pezzella si situa in quel punto in cui si incrociano linee temporali di sensibilità entrate in risonanza l’una con l’altra.

 

 

Il Secolo è finito

 

Era buia

era vera

trasparenza di sangue

 

una sezione di menti

su vene scoperte

 

atridi funesti giullari sovrani

 

chi resisteva,

nel buio

nel vero.

 

 

Dalla sezione II. Padre

 

Moneta rovente –

scambio di viatico in bocca

di padre in morto

di figlio in madre

 

ciondolante capitale invariabile.

 

***

Di padre in figlio

il nome dell’assassino

si tramanda saldo

c’indebita l’Oscuro

 

tu stai;

nell’oscuro pulsare,

nell’alone di tempo.

 

 

Dalla sezione III. Frasario

 

***

Il tuo solofono8

suona – dicevi –

per tutta la notte

nella stanza in disparte,

non senti il murmure di voci

insorgere

in giardini lontani.

 

La tua voce

dialoga gli Oscuri

tra le nubi di Bor.

 

8 Le nubi di Bor è un quadro di Klee.

 


Mario Pezzella si laurea a Pisa nel 1973 con una tesi sul pensiero di Walter Benjamin. Presso la Scuola Normale Superiore diviene ricercatore di ruolo, e lo rimane fino al 2014, anno in cui la sua mediocre fortuna accademica lo induce a dimissioni anticipate. Nel 1979-1980 ha collaborato a un seminario di Jacques Derrida presso l’Ecole Normale di Parigi. Ha conseguito con la tutela di Louis Marin il Doctorat de Troisième Cycle en Philosophie nel 1984, preso l’EHESS di Parigi e il DEA in Réalisation cinématographique seguendo i corsi diretti dal documentarista Jean Rouch a Nanterre. Ha insegnato Estetica ed Estetica del cinema, con affidamenti annuali provvisori, in diverse università italiane. Ha tenuto, su invito, un seminario presso l’EHESS di Parigi, in collaborazione con il Prof. Eric Michaud. E’ attualmente redattore della rivista Il Ponte, di Altra parola e collabora col Centro per la riforma dello Stato nella sede di Firenze.

 

OPERE PRINCIPALI

  • L'immagine dialettica, ETS, Pisa 1983.
  • La concezione tragica di Hölderlin, Il Mulino, Bologna 1993.
  • Il narcisismo e la società dello spettacolo, manifestolibri, Roma 1996.
  • Il volto di Marilyn, manifestolibri, Roma 2000.
  • La memoria del possibile, Jaca Book, Milano 2009.
  • Estetica del cinema, nuova edizione accresciuta, Il Mulino, Bologna 2010.
  • Insorgenze, Jaca Book, Milano 2014.
  • -Le nubi di Bor (poesie), Zona, Arezzo 2016.
  • -La voce minima. Trauma e memoria storica, manifestolibri, Roma 2017.

 

 

Roberto Piperno, "Monitoraggio vitale", Edizioni Progetto Cultura 2017, nota di Flavio Ermini

Luce. Attesa. Esistenza. Nuovo giorno.

Già i titoli delle quattro parti in cui si articola il libro di Roberto Piperno segnalano un movimento di emersione dall’interiorità

per dissolversi in un molteplice senza identità, per disseminarsi nel mondo.

Un movimento che non induce a fermarsi alla dualità del dialogo, ma porta a comprendere (e a parlare)

le innumerevoli lingue che si rincorrono e si concatenano come se il centro fosse ovunque.

Roberto Piperno si affida a quella parola che pone in causa la quotidianità.

Dice di uno stato liminare, un interstizio, dove un’ombra appena percettibile transita sulla permanenza del tempo.

Apre a un’ulteriorità tanto imprevedibile quanto necessaria.

 

 

Dalla sezione Esistenza

 

Perplesso e disarmato

Sono seduto qui                     perplesso e disarmato

sperando di sopravvivere             a troppe risonanze

di silenzi profondi                e d’incomprensibili voci

che chiamano                            e richiamano ancora

per ritrovare la strada                una volta intrapresa

più volte perduta                     verso una terra nuova

dove volano illuminati                    uccelli del sapere

e uscire dal silenzio                                   senza echi

di un passato trascorso                alla costante ricerca

di più felicità comune                    nella soddisfazione

di aver raggiunto                        mete sempre sperate

per più bene comune                               e personale.

Ora mi giro e sfoglio un nuovo libro

stracarico di strofe e di racconti

di pensieri e parole

che cercano la strada del sapere

e l’inizio di un percorso più sano

per ritrovare il lontano piacere

d’essere ancora vivo

aspirando sempre a respirare

anche senza mondani successi

né mi accontento soltanto di bere

speranze che non diventino vere

nella realtà di un prossimo giorno.
 


Roberto Piperno è stato Docente di francese e inglese e poi Dirigente del Dipartimento Cultura della Provincia di Roma e Consulente per la Cultura dell'Unione delle Province. Ha pubblicato cinque libri di poesia (Frattali, Al Tempo stesso, Sala d'Attesa, Esseri, Andare per giomz). Ha collaborato con il Prof. Filippo Bettini per rassegne di poesia, ricerche e pubblicazioni di poesia; in particolare "Roma nella poesia del mondo". Cura da molti anni "l'Isola dei Poeti " all'Isola Tiberina e ''Bibliopoesia'' nelle Biblioteche Comunali di Roma Capitale.

Marina Pizzi, "Declini", Macabor 2017, nota di Flavio Ermini

Affondare, sprofondare, interrarsi sono movimenti che si intrecciano con un montare,

un salire, uno stare ritto su qualcosa che è ignoto.

Con Declini siamo al cospetto di una parola attraverso la quale ci congiungiamo a un’ultimità,

un fare insieme soglia ed enigma, apertura e chiusura.

La morte, ci dice Marina Pizzi, è un soffio che, a dispetto delle durezze, tiene il luogo di un io che sta declinando.

Questa ricerca poetica perpetua un logorarsi e uno spegnersi

che ci spingono a diffidare delle verità univoche e assolute, che finiscono con il rivelarsi morali di tutto comodo.

 

 

***

coprimi con l’era in forse

con le stampelle vuote

e dimmi un atrio grande come una scossa

dentro la darsena l’ingombro della rotta

questa temibile pena in foggia da ecatombe

eco del lutto torto di fandonia

nella faccenda il rogo della malia

 

***

quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda

una spada di fionda come ad intristire

senza dire ché rimanenze di senso

da abluzioni di scritture e oralità

oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo

 

***

qui si gioca di pergole e silenzi

dove balbetta il vento lo stonio

di uno qualunque arreso alla riva.

qui si perfeziona l’avanzo del superstite

l’acqua scaduta al centro della zattera

la musa in attonito che non dice più

 

***

qui si gioca di pergole e silenzi

dove balbetta il vento lo stonio

di uno qualunque arreso sulla riva

qui si perfeziona l’avanzo del superstite

lo stipite duro della tana

 

***

pentimenti del seno averti accanto

bracconiere dei sensi limite del tempo

tempo tu stesso e sillabario panico

addentro alle urla di chi lascia scia di sé

le sciorinate scosse


Marina Pizzi ha pubblicato i libri Il giornale dell'esule (Crocetti, 1986), Gli angioli patrioti (Crocetti, 1988), Acquerugiole (Crocetti, 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente, 1993: pubblicazione del Premio), La devozione di stare (Anterem, 1994: Premio Lorenzo Montano), Le arsure (LietoColle, 2004), L'acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa, 2006), Dallo stesso altrove (La Camera Verde, 2008, selezione), L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Besa, 2011) Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012), La giostra della lingua il suolo d’algebra (Edizioni Smasher, 2012); Cantico di stasi (Cantarena, 2013: edizione parziale), Segnacoli di mendicità (CFR, 2014); Plettro di compieta (LietoColle, 2015); Cantico di stasi (Oèdipus, 2016: edizione definitiva), Declini (Macabor, 2017) e Miserere asfalto. Afasie dell’attitudine, 2007-2017 (La linea dell’Equatore, 2017).

In formato digitale, on line, ha pubblicato - interamente o parzialmente - le raccolte La passione della fine, Intimità delle lontananze, Dissesti per il tramonto, Una camera di conforto, Sconforti di consorte, Brindisi e cipressi, Sorprese del pane nero, Staffetta irenica, Il solicello del basto, Sotto le ghiande delle querce, Pecca di espianto, Arsenici, Rughe d'inserviente, Ricette del sottopiatto, Dallo stesso altrove, Miserere asfalto (afasie dell'attitudine), Declini, Esecuzioni, Davanzali di pietà, L’eremo del foglio, L’inchino del predone, Il sonno della ruggine, L’invadenza del relitto, Vigilia di sorpasso, Il cantiere delle parvenze, Soqquadri del pane vieto, Cantico di stasi, La cena del verbo, Estinzione di chiarìa, Il vestitino bizantino, L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba.

Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124-Poetry Wave. Electronic Center of Arts”, coordinata da Emilio Piccolo (1951-2012), ha nominato Marina Pizzi poeta dell’anno. Fa parte - insieme a Massimo Bacigalupo, Milo De Angelis, Franco Loi, Tomas Tranströmer, Derek Walcott e altri autori - del Comitato di redazione della rivista internazionale Poesia. È redattrice del litblog collettivo "La poesia e lo spirito" e collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. Lavora presso la Biblioteca di Area umanistica Giorgio Petrocchi dell'Università degli studi Roma Tre. È stata tradotta in persiano, inglese e tedesco.

Alessandro Ramberti, poesia inedita "La presenza è un profumo che nutre", premessa di Ranieri Teti

Si presenta in modo sensoriale questa poesia.

Sensorialmente ci permette di percepire una materia.

Come l’odore di “quell’albero”. Tanto precisamente indicato, perché è proprio quello,

quanto vagamente citato solo per il suo profumo invernale. Come il sapore del cibo.

In postura di ascolto attivo, questa poesia di Alessandro Ramberti si dispiega nel crocevia delle sensazioni.

E dopo l’olfatto attraversa l’udito, che sembra evolvere in una percezione che aumenta.

In una sorta di crescendo, il testo ci conduce fino a un senso ulteriore che solo il poeta può riconoscere, solo il poeta può dire.

Un senso inedito, il sesto del poeta, quel senso che, a differenza degli altri, non ha bisogno dell’aria per essere trasmesso.

Ma solo di vicinanza, di contatto, di quello stringersi che diventa scarica, energia per proseguire un cammino, andare avanti.

 

 

La presenza è un profumo che nutre

 

Nello stare acquattati

si decantano

le sensazioni

 

infilandosi nelle teche

le immagini rilasciano

pian piano

 

le forme colorate trattenendo

il sapore di quel cibo semplicissimo

 

l’odore di quell’albero

che emana il suo profumo

quando è inverno.

 

È un’archiviazione più profonda

che sembra fare a meno

del suono – o lo condensa?

 

forse mette in moto

i liquidi vitali

 

la dinamica

dell’elettricità

non ha bisogno d’etere

 

ma solo di contatto

e vicinanza

magari con un po’ di simpatia.

 


Alessandro Ramberti (Santarcangelo di Romagna, 1960) è laureato in Lingue orientali a Venezia, ha vinto una borsa (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Animatore delle Edizioni Fara, ha pubblicato qualche saggio, Racconti su un chicco di riso (Pisa, Tacchi), La simmetria imperfetta con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson (1996) e alcune sillogi: In cerca (2004, Premio Alfonso Gatto opera prima e altri), Pietrisco (2006, premi Poesi@&Rete e Cluvium), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012, Premio speciale Firenze Capitale d’Europa e altri riconoscimenti), Orme intangibili (2015, Premio Speciale Casentino, II class. Tra Secchia e Panaro, ecc.), Al largo (2017). Con l’Arca Felice di Salerno ha pubblicato la plaquette Inoltramenti e tradotto 4 poesie di Du Fu. Con la poesia Il saio di Francesco ha vinto il Pennino d’oro del concorso “Enrico Zorzi” 2017.

Filippo Ravizza, "La coscienza del tempo", La Vita Felice 2017, nota di Flavio Ermini

Non è più tempo di distrarsi, è necessario rilanciare il potere della dissidenza. Questo ci dice Filippo Ravizza.

Le sue poesie sono insorgenze, riflessioni, nuclei erratici di pensiero, apparizioni.

Sono territorialità da condividere con il lettore.

Una disseminazione di unità spazio-temporali irrompe sulla scena dominante e mette in gioco l’apatia del pensiero.

Torniamo a noi, dice il poeta, sapendo di rivolgersi al lettore, attendendolo al varco con parole appartenenti alla sovversione.

Diciamolo con chiarezza: fondamentale nella poesia è preservare la parola da esiti smaterializzanti.

 

 

Evaporare gli anni

 

Disperdere dunque la coscienza

del tempo evaporare gli anni

così senza pietà correre correre

lontani dal qui e dall’ora non

esistere sapendolo mentre

incessante risuona tra le tempie

e queste campagne la certezza

che dice: “Tutto è impossibile,

ma tu ricordati, ricorda il desiderio

offeso del tuo pur mutilato amare”.

 

 

Dalla sezione L’enigma nell’enigma

 

Tutte le forze

 

Possedere nelle carte tutte le forze

ondulate campagne e irti annunci

le tremende canzoni l’aria calda

che investe e secca le gole aperte

come invocazioni come annunci

che dicono ti dicono è qui è qui

è adesso solo adesso è il destino

il tuo destino.


 

Dalla sezione Tutto ciò che lo precede

 

Hegel

 

Sulle alzate carezze le paratie

del mondo, le spalle alate invece

qui, dove hai potuto pensare toccando

la terra di essere dentro, stare

stare dentro le cose, essere loro,

parlare di tutti a tutti avanzare

un poco di Storia collettiva quasi

memoria, un’illusione solo amata:

che si potesse toccare, sì toccare,

spingere un poco almeno più

in là l’idea, l’esperienza terribile,

vera, della totalità.

 


Filippo Ravizza è nato a Milano, ove risiede, nel 1951. Poeta e critico letterario, è autore, prima de “La coscienza del tempo”, di sette raccolte di versi: l’ultima in ordine di apparizione è la silloge “Nel secolo fragile”, uscita nel febbraio 2014 (la seconda edizione è del novembre 2015) presso La Vita Felice Editore. Prima di “Nel secolo fragile” è uscito “La quiete del mistero” (Amici del Libro d’Artista, 2012), preceduta da “Turista” (Lieto Colle, 2008)” Prigionieri del tempo” (Lieto Colle 2005), “Bambini delle onde” (Campanotto, 2000), “Vesti del pomeriggio” ( Campanotto, 1995), “Le porte” (Schema Editore, 1987). Nella sua città ha tra l’altro ideato e realizzato, insieme al docente e critico letterario Gianmarco Gaspari, “Lezioni della Storia – Dopo un secolo quale memoria”, un ciclo di conferenze iniziato nel 2011, lettura della Storia italiana ed europea attraverso la letteratura. Tra le altre vanno segnalate le conferenze che Gaspari e Ravizza hanno tenuto su Alessandro Manzoni, su Vittorio Sereni, Eugenio Montale, Umberto Saba, Italo Svevo e Giovanni Pascoli. Nel 1995, insieme al poeta Franco Manzoni, Filippo Ravizza ha redatto il “Manifesto in difesa della lingua italiana”, oggi parte del programma orale (cours de production orale) per il conseguimento del dottorato specialistico del Dipartimento di Italianistica dell’Université Paris 8 (Paris – Saint Denis, docente Laura Fournier). E’ stato chiamato a rappresentare la poesia italiana contemporanea alla XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano (1996). Attualmente coordina le iniziative culturali di una grande organizzazione di rappresentanza economico – sindacale milanese.

Andrea Rompianesi, dalla raccolta inedita “Ermeneutica imprevista”, nota di Laura Caccia

Un’altra danza

 

Appare, a prima vista, come un potente ossimoro, che spalanca domande di senso, il titolo della raccolta di Andrea Rompianesi Ermeneutica imprevista. Induce a chiedersi come possa l’esito di un processo, che richiede metodologie razionali e sforzi interpretativi, mostrarsi in modo inatteso, quasi a sgorgare da un inciampo o da un’illuminazione.

I testi ne sono esempio. Poiché articolare il linguaggio poetico, in modo da consentire che qualcosa di imprevisto emerga dai versi, è la scelta dell’autore che ci presenta il tentativo di mettere in atto una inaspettata ermeneutica: una diversa e altra modalità di interpretazione del reale che richiede un pensiero diverso e altro, dove, nelle possibilità aperte dalla rifrazione, la lingua si deformi e assuma significati distorti e plurimi.

Una rifrazione che, nella raccolta, si mostra colma di risonanze e di forme ripetute, sia negli echi interni ad ogni testo, sia nelle duplici stesure di molti di essi, di cui alle versioni successive della seconda sezione. A partire dal rinunciare ad ogni intento, in presenza di “irti di sassi anemici adagi edulcorati armeggi /se / ogni eco discinta concede intenzione gravosa o estinta”, per abbandonarsi piuttosto alla sonorità e alla pluralità dei sensi che nei testi si rifrangono, si contrappongono e, nello stesso tempo, si riflettono e si illuminano.

Testi che escludono i modi formali di coesione, con uso prevalente di forme sostantivate e aggettivali, e che mettono in luce neologismi, reiterazioni di termini, coppie oppositive e assonanze suono-senso. Testi ottenuti attraverso un’esplicita azione di sottrazione, sia eliminando le forme grammaticali di coesione, sia riducendo le prime versioni alle scritture brevi delle seconde stesure, in entrambi i casi rimuovendo il superfluo dell’apparenza ai fini di una ermeneutica che apra all’essenza delle cose, di cui ha chiara consapevolezza l’autore: “- di altra parola ? - potrei / [ esporre diatriba affossata] / -dici nei tagli?”.

In questo modo la parola poetica può essere in grado di condurci nelle danze e nei gorghi mossi dalle speranze e dai dolori della condizione umana, in particolare “nei meandri di dolci speranzose guide cirri lasciati / del tutto opposti al quanto dobbiamo spendere per essere amati”, così come “ricercare il verso (che passion s’adira) in oltremodo fuori / non rassicura / se non esclude del quotidiano il subir dolori”.

E, soprattutto, la parola sottratta di Andrea Rompianesi può riuscire a mostrarci in tutte le sue sfaccettature, nei suoi echi franti e rifranti, nelle sue sonorità così come nelle sue riduzioni ai minimi termini, la ricerca e la messa in atto di una, accuratamente specificata in doppia parentesi, “[[ ermeneutica ulteriore e ampia / di ben altra danza ]]”.

 

 

***

[di altra parola ? - potrei

[ esporre diatriba affossata]

-dici nei tagli?-

“corrusco s’inonda l’exemplum riscossa” [ossa]

possibile anticipo in/fantile appannaggio drenaggio

l’arrota la chioma silvestre (e mancina)

[ la cima raggiunta
 

d’arrocco menaggio ] (1)

 

(1) maggio/faggio/raggio

 

***

nere le scarpe a emettere passi (di certo) in sull’uscio

e strada novella attesa di fioco sudore cartone/come

scatole tenenti buste ossidiane/vetuste echi risvolti

apportati ai tonici tolti e impressi negletti auspici

irti di sassi anemici adagi edulcorati armeggi/se

ogni eco discinta concede intenzione gravosa o estinta


 

***

se sia un sentire a)adirato

b)esteso

c)sollevato


 

[ altro passaggio ]

 

a)d’amor filiale

b)di tradizione evasa

c)d’identità lacquale


 

(dovremo passare attraverso la domanda ingenua emozionale

generando il distico che tale acconsente altro rigor formale)

 

***

forse che i tempi inverosimili di perpetua infanzia

confondono l’aromatico sentore (una zuppa inglese/

ripiena di cioccolatini) conducente impegno tarlo

domestico estenuante obliterato in seguito/sporto

nei meandri di dolci speranzose guide cirri lasciati

del tutto opposti al quanto dobbiamo spendere per essere amati


 

***

[ deriva d’epilogo ]

 

metrica: struttura strofica di dodici versi suddivisi

in distici a rima baciata con schema AA/BB/CC/DD/EE/FF.

 

quale premura tempo comporta il dato la cucitura

l’estenuata organza di fine tramite o/impalcatura

eccesso sfida di tenzon diverse le stesse agenti

coniate a corpo/setoso dramma contornato a denti

capaci a disputa di lontana voce astrusa inarca

l’abbandono il solo solitario esborso da tale barca

l’accesso oltraggio dell’acquisire servo di smistamento

riprovato/suolo calpestato occluso dal traverso vento

rimodellato l’affannato verbo contendente l’uso

solitudine a giorno e notte chiari passivo/attivo abuso

ricercare il verso (che passion s’adira) in oltremodo fuori

non rassicura/se non esclude del quotidiano il subir dolori

 

***

[[ ermeneutica ulteriore e ampia

di ben altra danza ]]

 


Andrea Rompianesi nasce nel 1963 a Modena. Già nel settembre del 1979 inizia la sua attività di scrittura in poesia. Compie gli studi presso l’Università di Bologna, laureandosi in Filosofia e approfondendo l’ambito della letteratura italiana contemporanea. E’ del 1986 il suo primo libro che ottiene riscontri da nomi come Luciano Anceschi, Paolo Ruffilli, Raffaele Crovi, Valerio Magrelli, Giorgio Bàrberi Squarotti, Cesare Vivaldi. Inizia così un percorso che incontra negli anni l’apprezzamento di molti addetti ai lavori, in Italia e all’estero. E’ presente in varie antologie. Dal 1990 svolge attività di operatore culturale; nel 1998 fonda Scrittura Creativa Edizioni, sigla editoriale impegnata sul fronte stilistico. Ha realizzato interventi di critica letteraria per il sito “scrittura nomade”. Risiede attualmente in provincia di Novara. Ha pubblicato, in poesia: “Orione”(1986), “Vascello da Occidente”(1992), “Punti cardinali”(1993), “Scendevi lungo la strada”(1994), “Momenti minimi”(1994;1999), “Apparenze in siti di trame”(1996), “I giorni di Orta”(1996), “La quercia alta del buon consiglio”(1999), “Scritti e frammenti”(1999), “Ratio”(2001), “Versi civili”(2003), “Metrò:Madeleine”(2004), “Gustav von Aschenbach”(2006), “Rimbaud Larme”(2007), “Il grido”(2008), “Fides”(2009), “Dietro tutti i colori del blu”(2013), “Quote di non proletariato”(2017); in prosa: “Il pane quotidiano”(1990), “Quella dei Beati Angeli”(1994), “Il killer”(1995;2000), “Venti e lune”(1995), “In odore di terre”(1998), “La notte dei grandi ladri”(2003), “Strada di pausa e di viaggio”(2012), “Avinguda del Paral-lel”(2014).

Irene Santori, "Hotel Dieu", Empiria 2015, nota di Rosa Pierno

I versi di Irene Santori sembrano scottare, investiti da una febbre d’amore, una visionarietà che sigilla il corpo con la memoria; meglio sarebbe dire che dissigilla la memoria; che mette in contatto l’amore per i propri figli con la storia della città, ma anche con gli dei. Alla risalita memoriale nulla si oppone. Il sentimento è un liquido che si spande e marchia. La lingua è fiato prima ancora che parola. Non c’è nulla che possa opporsi all’appropriabile. Pittura, storia, città, malattia, i versi sono un’onda che riporta tutto in superficie. Un suono persistente spira tra le poesie, rendendo la lettura un’esperienza sensoriale che travasa dal cerchio della vita e della morte (la madre, la figlia, a sua volta madre) ma che a ogni passaggio porta con sé segni, parole, oggetti, testimoni non inerti, ma attivi, quasi simbolicamente co-protagonisti: “apro una pesca e non c’è nocciolo”. Il pericolo è l’altro versante: perdere la vita, perdere le cose, le persone, ogni cosa: la mente può controllare solo anticipando gli eventi, coagulando un verso che serva a saldare materia organica e mentale assieme.

Irene Santori, Hotel Dieu

Irene Santori, Hotel Dieu

Irene Santori, Hotel Dieu

Irene Santori, Hotel Dieu

Irene Santori, Hotel Dieu

Giuseppe Schembari, poesia inedita "Un vivere alterno", premessa di Ranieri Teti

Un vivere alterno, nella visione del poeta, porta a trasformare il particolare di minimi accadimenti

in un universale che riguarda ogni vivente che abbia stilato, negli anni, nella trama della vita, un archivio degli incubi.

Parliamo, grazie a Giuseppe Schembari, di ogni vivente che conservi memoria e abbia attenzione.

In questa poesia l’alterno si materializza in maniera evidente nel passaggio da un significativo verso universale, 

“ma le ferite riscrivono la storia”, a un verso successivo molto personale “ricordo avevo ancora le ginocchia sbucciate”.

Tutto continua, e si concretizza, subito dopo: “poi un’onda ha travolto la memoria”.

Quest’ultimo verso restituisce un senso definitivo: le ferite non sono correlate alle ginocchia del poeta,

ma grazie a questo ricordo indicano un lungo arco temporale, dimostrano il troppo tempo che dura una pena nell’esistenza.

Anche se ne sono state cancellate le tracce.

 

Un vivere alterno

 

Nell’abbozzo di una cronaca taciuta

traccio l’identikit di un’inquietudine

dura a morire

che squassa e scontorna

le vere ragioni del mio folle arrancare

 

Esisto aldilà di questo gap

oltre la trincea delle cose taciute

dei tanti ritardi accumulati

dei giorni nati già malati

nascosti nella tasca del pigiama

 

Anche adesso la trama un po’ si scuce

l’archivio dei miei incubi riluce

di una paura senza età

che non lascia traccia

ma lentamente la pancia mi squarcia

 

Le impronte sono state cancellate

ma le ferite riscrivono la storia

ricordo avevo ancora le ginocchia sbucciate

poi un’onda ha travolto la memoria

 

Non la vivo come un debito la mia assenza

 

neppure un vivere alterno

in questo non luogo eterno

 

dal quale spesso riemergo sgualcito

come da un torbido sonno inghiottito

 


Giuseppe Schembari (Ragusa, 1963) ha pubblicato nel 1989 “Al di sotto dello zero” e nel 2015 “Naufragi”, entrambi con l’editore Sicilia Punto L.

Vincitore di numerosi premi, collaboratore di giornali e riviste, è compreso in varie antologie: tra queste, “Bisogna armare d’acciaio i canti del nostro tempo”, curata da Gian Luigi Nespoli e Pino Angione.

Fausta Squatriti, dalla raccolta inedita "Piccolo globo", nota di Laura Caccia

Il seme dell’etica

 

Nel movimento avvolgente, con cui si snodano i versi della raccolta Piccolo globo di Fausta Squatriti, le sequenze interroganti e le forme reiterate paiono condurci a ruotare insieme a quella sfera indicata dal titolo. E, insieme, a far ruotare il nostro pensiero sul suo stato attuale e sulle sue sorti, a partire dalla sconfortata constatazione che questo “piccolo globo soffre / contorni sfrangiati / lento progresso / voragine”, e ancora più chiaramente “tutta ferita la Terra rimargina male / nell’indifferenza”, arrivando a chiederci, insieme all’autrice: “Rimettere a posto il piccolo globo?”.

Nel loro andamento a spirale, si sviluppano continue domande di senso sulla possibilità o meno che ragione e bellezza, etica e parola possano riuscire nell’intento, come evidenziano gli stralci interroganti: “come sopravvivere / alla morte delle idee?”, cosi come “Basterà salvare il salvabile?”.

Pone semi nel terreno dell’etica l’interrogazione poetica dell’autrice, conficcando la parola, come a dissodare il terreno, sui temi del bene e del male, dell’innocenza e dell’offesa, della carità e del crimine.

Un bene visto in agonia, cercato tuttavia nel dialogo e nella pietà, il cui “seme / a fatica sgomita / nel solco stretto” e per il quale ci si interroga sulla necessità di mettere in atto un processo di ricostruzione: “ridisegnare la mappa del bene?”. Un male, invece, ben presente e che, nelle forme del delitto e del castigo, del diavolo e di Caronte, non dà tregua al mondo, così come ai versi, che non ne trascurano l’esistenza.

Così, nella compresenza di morale e amorale, la raccolta declina il piccolo globo stretto tra l’immoralità, in questo simile al pascoliano atomo opaco del male, e l’etica da far rifiorire, tra la “morte delle idee” e la “sapienza residua”.

Che non si riesca però a coltivare il seme della sapienza e del bene attraverso la parola poetica pare essere l’afflizione dell’autrice: “Rimugina aggettivi / cerca il Verbo / dove non si trova”. Non solo: i poeti vengono accomunati ai despoti, entrambi considerati incapaci, che “tracciano nuovo confine / e dell’orto secco / non si curano”, così come la bellezza che “non sa accudire / dell’emergenza / il grido”.

Chi possa essere in grado allora di coltivare l’orto, di farne fiorire il dire e, nello stesso tempo, di salvare il globo, è la domanda inespressa che cogliamo sullo sfondo di tutti i versi. E in che modo, e se, sia possibile, a partire dallo sconforto con cui Fausta Squatriti dichiara: “Nessuno ascolta le mie parole”.

Forse nel collocarsi in un grado “Quasi zero / nella ingorda civiltà del pieno”, forse portandosi oltre, oltre la malasorte e la bontà spersa e derisa, oltre il male-dire e il bene-dire, in quel liberatorio, benché disilluso, “Ridere” con cui si conclude la raccolta.

 

 

***

Nessuno ricorda

indicibile nome bestemmia

debole annaspa

nel marasma di fluidi

inciampa sui sassi più aspri.

Bellezza faticata

soverchia

marcisce nel pozzo

orba di riflesso.

Soccorso da tempo assegnato

impiega malafede

in maglie molli.

Speriamo e aspettiamo.

Della pietà il seme

a fatica sgomita

nel solco stretto.

 

Rimettere a posto il piccolo globo?

 

***

Contorni

Pochi ricordano

gloria di dono non richiesto:

piccolo globo soffre

contorni sfrangiati

lento progresso

voragine.

Anime belle

rubano spazio e misura

sull’orlo si affacciano incerte.

All’origine a mani nude

tornare.

 

Dimenticare

chi è rimasto indietro.

 

***

Desiderio fino al collo

nei debiti

per transumare aspetta

prepara ben chiuse valigie e bauli.

Dèspoti e poeti

dell’orto secco non si curano

confondono le stagioni.

Semplice Bellezza

passeggia

di rigogliosa fronda vestita

alza il capo innocente:

non sa accudire

dell’emergenza

il grido.

 

***

Si espande nella notte chiara

di nostalgia il profumo:

del Diavolo il trillo

incassa l’applauso e sviene.

Cibo della mente

smaltito come tossico rifiuto.

Malasorte

notte e giorno si prende tutto

sassi piatti belli consunti

sull’acqua

farli scivolare

seguire la corsa

con la curva del corpo.

Ridere.

 


Fausta Squatriti, nata a Milano nel 1941, è artista, poeta, narratrice, saggista. A casa della madre, la poetessa Lina Angioletti, negli anni ’50 si riunivano i più interessanti artisti e poeti che a Milano vivevano, da Lucio Fontana a Salvatore Quasimodo, e una Fausta adolescente si nutriva dei loro discorsi, appassionata fin da allora all’arte e alla poesia, i cui primi esiti compiuti risalgono al 1960, sebbene siano stati pubblicati da Book soltanto nel 2003. Dopo gli studi accademici Squatriti, tra il 1964 e il 1998, dapprima in collaborazione con Sergio Tosi e in seguito da sola, da vita a una piccola ma importante casa editrice dedicata alle edizioni numerate e multipli, realizzati con grandi maestri del '900, Man Ray, Fontana, Twombly, Nevelson, Tinguely, Niki de saint Phalle, e tanti altri. Negli stessi anni l’artista compie la propria ricerca visiva, scultura e grafica. Nel 1968 espone a Stoccolma nella storica Galerie Pierre, proseguendo nel ’69 a New York, (Barnett Newman da lei conosciuto il giorno prima presenzierà alla vernice della mostra presso la giovane Barbara Koz). Seguono mostre a Caracas, Ciudad Bolivar, Tel Aviv, Huston, Mexico City, Ginevra, Dusseldorf, Parigi, Mosca. A partire dal 1979, espone anche in Italia. Nell'85 è stata curatrice della sezione ‘Arte e scienza: colore’, alla Biennale di Venezia. Ha insegnato per trent’anni nelle Accademie di Belle Arti di Carrara, Venezia e Milano, contribuendo a diffondere l’arte del Libro d’Artista e della grafica. E’ stata più volte visiting professor alla University at Manoa, Honolulu, ha tenuto seminari e conferenze in Italia e all'estero. Ha esposto nel 2009 in una personale al Moscow Museum of Modern Art, a cura di Evelina Shatz, e nel 2009/11 a Parigi nella mostra“Elle&centrepompidou”, una piccola sala le era dedicata. Nel 2017 una mostra “Se il mondo fosse quadro saprei dove andare…” a cura di Elisabetta Longari, rende omaggio al suo percorso creativo in due importanti sedi museali milanesi, “Triennale”, “Gallerie d’Italia”, e presso la “Nuova galleria Morone”. Sue opere fanno parte di musei e istituzioni pubbliche e private.

Poesia, narrativa e saggistica sono state pubblicate in singoli libri, in antologie e riviste specializzate quali Lettere, Alfabeta, Meta, Il Verri, La Mosca, Testuale, Graphie, Kiliagono, Concertino, e altre. Per Vanni Scheiwiller ha diretto, con Gaetano Delli Santi, la rivista Kiliagono, uscita tra il '93 e il '95. Nell'85 ha vinto il Premio Montale per l’inedito, nel 2010 il Premio Scrivere donna, con la pubblicazione di Filo a piombo, nel 2017, per Olio Santo il Premio Tassoni.

Ha pubblicato poesia, dal 1979 ad oggi: Temperatura ambiente, La natura del desiderio, Della Discordia e del suo credo, Carnazzeria, Male al male, Gesto azzurro alla sua sinistra, Filo a piombo, Vietato entrare, Olio santo. Ha pubblicato in prosa: La villeggiatura, ovvero Breviario sentimentale, Crampi, La Cana. Una sua ricerca storica è stata pubblicata: Pollice verso, storia di un arazzo. Sue poesie sono state tradotte in ebraico e in inglese, queste ultime pubblicate ad Amsterdam, nella rivista internazionale Incontri. In francese presso L’Harmattan è pubblicata Anthologie1960-2012. Presso Gradiva Publications , nel 2018 è uscita un’antologia di poesie tradotte in inglese “At Pen-Point”.

POESIA E PROSA :

1979 “Temperatura ambiente”, Il Laboratorio delle Arti

1987 “La natura del desiderio”, All’insegna del pesce d’oro, Vanni Scheiwiller

1994 “Della discordia e del suo credo”, All’insegna del pesce d’oro, Vanni Scheiwiller

1999 “Male al male”, Piero Manni

2003 “Gesto azzurro alla tua sinistra”, Book

2004 “Carnazzeria”, Testuale critica

2010 “Filo a piombo”, Tracce

2012 “Vietato entrare”, La Vita felice

2015 “Une anthologie 1961/2012”, traduzione in francese di Biancamaria Altomare e Alberto Lombardo, L’Harmattan

2017 “Olio santo”, NPe Poesia

2018 “At Pen – Point “ Poems 1960-2017, traduzione in inglese di Anthony Robbin, Gradiva Publications

Prosa:

1994  “La villeggiatura, ovvero breviario sentimentale”, Terre del fuoco editore

2006 “Crampi”, Abramo Editore

2015 “La Cana”, Puntoacapo editore

2015 “Pollice verso: Storia di un arazzo”, contributi di autori vari,

a cura di Fausta Squatriti, Nardini editore

Italo Testa, "Tutto accade ovunque", Nino Aragno editore 2016, nota di Rosa Pierno

Sembrerebbe non esserci alcuna categoria utile a incasellare conoscenza: “spalanco le porte / e le immagini si annullano / fermo gli occhi / e le immagini si schiudono”, tant’è che si è costretti a verificare anche le più elementari percezioni, per fabbricarsi, caso per caso, l’ambito di riferimento. Difficile tenersi a qualcosa che sia saldo, anche ciò che si crede di conoscere è non fondato e forse, per Italo Testa, nemmeno nel gioco di famiglia wittgensteniano c’è qualcosa che possa fondare una credenza. Persino il sé è totalmente azionato dagli altri. Nessun limite da nessuna parte. Nessuna cosa uguale a un’altra. Eppure una costante inversione fra ciò che accade in un interno e ciò che accade in un esterno: “cammino nella casa / e raccolgo i rami caduti”, oppure tra immobilità e movimento, ci avvisa che è possibile ancorarsi a qualcosa, non fosse che per il principio di opposizione. Quel che si esperisce con il corpo non è stabile allo stesso modo poiché la mente è scettica rispetto al corpo o almeno sembra potersi astrarre anche da esso o volerlo disperatamente fare senza riuscirci. In ogni caso è un io bloccato, alienato che non ha un codice condiviso di comunicazione, vive nell’arbitrarietà più totale. O forse nell’adesione a sé più completa.

 

Dalla sezione La casa perfetta

 

TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE

 

sono seduta

e mi muovo verso una porta

sono seduta

e scivolo nel corridoio

 

TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE

 

la foglia dell’albero nel giardino

cade sul mio tappeto

la foglia dell’albero nel giardino

trema sulle mie mani

 

 

anche oggi ho visto qualcosa

che spero di comprendere tra due giorni

anche oggi ho visto qualcosa

che spero di arrivare a comprendere

 

 

TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE

 

le pareti bianche

si curvano sulla stanza

le pareti bianche del cielo

si curvano dentro la mente

 

TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE

 

spalanco le porte

e le immagini si annullano

fermo gli occhi

e le immagini si chiudono

 

 

Dalla sezione I camminatori

 

camminano

rasenti ai muri

sugli autobus

si siedono tra i primi

non parlano

tenendosi le mani

si voltano

di scatto a un tratto

ti guardano

gli occhi grigi

campeggiano

poi scartano di lato

si alzano

serrando i pugni

e scendono

 


Italo Testa (Castell’Arquato, 1972) vive a Milano. È cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e fatto studi nomadi tra Francoforte, Berlino, Parigi e Marsiglia. Tra i suoi libri di poesia: L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018); Tutto accade ovunque (Aragno, 2016);  i camminatori (premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013; La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), Luce d’ailanto Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2010), canti ostili (LietoColle, 2007), Biometrie (Manni, 2005); Gli aspri inganni (LietoColle, 2004). Dirige la rivista «L’Ulisse», è resident dj su «Le parole e le cose» e collabora con altri lit-blog. Pubblica la rivista/poster «2×2» in collaborazione con l’Otis College di Los Angeles e l’ArtCenter College of Design di Pasadena, e cura per l’Accademia di Brera la collana di multipli non_identità e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia. Saggista e traduttore, insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.

Liliana Ugolini, "La marionetta vivente", Florence Art edizioni 2017, nota di Flavio Ermini

L’itinerario che segue questo libro si svolge tra poesia e saggistica, mentre l’atto su cui si fonda è quello del guardare.

E ciò che Liliana Ugolini vede lo afferra fin nell’intimo. Lo coglie nelle figure che incontra, nei valori che in esse vengono realizzati o negati.

Questo libro segue itinerari che incrociano il destino dell’umano e il modo in cui tale destino si compie.

Su questo tratto di strada, grazie a un linguaggio che non maschera e non nasconde, riprende vita la teoria dell’essere umano come marionetta, guidata da un ignoto burattinaio.

Ogni momento della nostra giornata è inesorabilmente già scritto.

Accettare questo senso dell’esistenza senza sgomento, senza ambiguità, senza indecisioni e lontano da ogni dissipazione, è uno dei compiti dell’essere umano.

Liliana Ugolini, La marionetta vivente

Liliana Ugolini, La marionetta vivente

Liliana Ugolini, La marionetta vivente

Cesare Vergati, "Diòcreme in filigrana. L’umido Uomo", ExCogita Editore 2017, nota di Flavio Ermini

Protagonista di questa prosa poetica è la figura del Diòcreme (nome proprio che si costituisce come anagramma di “mediocre”).

Questa figura sta occupando una posizione preminente in questa nostra società.

E Cesare Vergati ne è consapevole. Tanto da dare vita a una vera e propria “guida” per difendersi dalla mediocrità.

Una guida che orienta il lettore tra le varie categorie di “mediocri”, accomunate dalla volontà di eliminare ogni complessità dalla loro vita.

Una guida per liberare il volto umano dal ghigno dell’ignoranza, per aprirlo al sorriso che è proprio della conoscenza.

Cesare Vergati lucidamente ci avverte che la mediocrità ci sta portando vicinissimi al baratro morale.

Cesare Vergati, Diòcreme in filigrana

Cesare Vergati, Diòcreme in filigrana

Cesare Vergati, Diòcreme in filigrana

Cesare Vergati, Diòcreme in filigrana

Maria Luisa Vezzali, "Tutto questo", Puntoacapo 2018, nota di Rosa Pierno

Più che descrittivi, sono definitori i versi di Maria Luisa Vezzali: gli elementi vi sono scolpiti insieme alla loro funzione: “mantici che pompano costanza”, “sfinge scava senza fine nel petto”. Reali o mentali che siano, tali elementi compiono un’azione che diresti eterna. Il tempo, pertanto, in questo limpido scenario, è appena la successione di tali definizioni. Un dialogo si accampa a tratti nel quadro poetico rinforzando la convinzione che si tratti di una poesia gravata da un viraggio morale che finisce con lo svelare che il teatrino ha un meccanismo e che la botola al di sotto del palco può scattare fino a imporre una completa trasformazione di ciò che è in scena: “sono senza gola / esplosa d’alba / sono / la linea / della tua ombra”. La trasformazione individuale è anche collettiva e l’autrice attraversa temi contemporanei (le stragi, l’immigrazione, le crisi economiche) adottando stili anche molto diversi, appartenenti anche ad altre culture. Ecco che ci pare perfetta la scelta di una sua chiusa: “Sfasatura obliqua dove è valore il linguaggio”.

 

 

Dalla sezione Versi di esperienza e di amnesia 

 

Della bellezza

 

bellezza è quell'armonia dolcemente

crocefissa nel rilievo dell'onda

che riconosci come un luogo

frequentato a lungo in un passato

che non è nel tempo

ma sul tetto della piramide

sfinge scava senza fine nel petto

il pozzo del dono che non fa rumore

 

 

Dalla sezione Scuola d’ossa

 

Arnaut

 

ogni giorno trovi in fiamme il percorso

del tram il gioco a nascondino

della ressa all’interno

le scale sepolte da grida la forza

centripeta del banco in prima fila

 

hai l’odore dei treni che partono

come partono le carovane

nella desertificazione della rena

radici notturne nel sangue

e un pugno che protrude dalla carta

sei così irto, brina e roccia

che il tuo sguardo arabesca il vetro

    ora preparati a vestiti diversi

    se questa è casa

    e casa devi chiamarla

    preparati a disegni diversi

    tutto smotta, cambia e si drena

 

il fiume per quanta onda lo gonfi

neppure si tende come la linea

retta della tua schiena

quando scoppiano sassi nel silenzio

sotto la pelle e un pugno che sfonda

la storia sale e scende senza luogo

corso senza riva per rimanere intatto

    ora preparati a suoni diversi

    se pure è lingua

  e lingua devi sentirla

  a diversi sapori

  sui denti strappati dall’alveo

 

e tu fermati fermati mattino

se deve avere un senso

anche in questo scarno

granaio di vento

anche contro la marea

 

 

Dalla sezione Cartoline metafisiche

 

3. (dalla lavagna)

Allo scafo appartiene il timone o alla mano, ai tendini di vento che hanno provato lo strappo delle partenze, il nuoto che stringe i denti nell’ambiente lunare estraneo che fa resistenza? Cosa parla alle foreste di bambini con gli arti arruffati, nati al volo, accucciati nel fondo muschioso del tempo, la materia smemore molle al sacrificio o la testa fresca caparbia di bellezza di un corpo non estenuato, una fame inconsumabile di cominciare imbracciare la rotta?

 

5. (da Gatwick)

Ci fosse un confine in fondo ci sarebbe un passaggio di stato un transito una dogana. Come si fa con i paesi quando si fruga la propria identità dentro la valigia e i cancelli elettronici non riconoscono i segni naturalissimi graffiati dal tempo sul volto. Ma i confini dentro gli occhi sono così fragili. Si sbriciolano al minimo impatto con la vita. Noi siamo qui fumi di fucina, poi particole gemmate dall’incendio. Non si cambia valuta, semplicemente non si spende, si è spesi.
 


Maria Luisa Vezzali

Nicola Vitale, "Chilometri da casa", Mondadori 2017, nota di Rosa Pierno

L’impossibilità di aderire alla realtà quotidiana spinge Nicola Vitale a cercare verità non effimere. É necessario perché ciò avvenga, mettere il silenziatore, spegnere monitor e cellulare, cercando dentro se stessi non il nuovo, ma il perenne: quello ad esempio di un filo d’erba che si rinnova a ogni primavera. La ricerca del sé, dei propri ricordi, dell’infanzia, porta inevitabilmente alla scoperta dell’”imponderabile” dei passaggi, a “pesare le parole”, ad aprirsi a sguardi, a sopportare il silenzio. Il mondo allora cambia radicalmente aspetto come in quelle figurine per bambini che mutano disegno per la diversa incidenza della luce. Sfuggire il caso, l’abitudine, la convenzione apre i mondi del sogno e del progetto, ci libera dal “dover scegliere tra questo e quello”. Non più illusorie soluzioni se si ha il coraggio di guardare con occhi svelanti; é con essi che Nicola Vitale indaga la pittura, la musica per raggiungere il noi comune.

 

 

***

 

Distratti da canzoni d’autore, nel dormiveglia internazionale non è che nessuno ascolta, è che non c’è modo, non regge più la figura che puoi disegnare al centro del progetto: il nome, l’ora, l’indirizzo non coincidono. Gli appassionati conviventi (anche per poco) non si incrociano, gli affari intempestivi fanno debiti. Anche le cose prescritte per riuscire, non riescono.

 

Un errore, due errori, tre errori

dovremmo con calma ricapitolare

tacere per un po’, fare il punto.

Non parlare: ascolta.

Non ci sono soluzioni sulla carta

sembra svanito il segnale,

il monitor non risponde.

Guarda nel nulla.

 

Dopo tentativi irrisolti mi chiedo

cosa potrebbe sollevarci

questa estate che non abbiamo fatto progetti

quando il calcolo delle probabilità viene meno

e non si attende altro.

Potremmo allontanarci di poco

valicare il limitare di questa corta memoria

e rivedere i luoghi dell’infanzia.

Potremmo scoprire che qui

gli stessi paesaggi

si stendono ancora nell’imponderabile.

 

Dopo secoli di menti affaticate

dopo avere scritto e dipinto

da rovinare la digestione

si vuole tornare alla vita normale

parlare dell’umano

dell’uomo in gabbia per strano malumore.

Si vuole… si vuole

insomma non ne va bene una.

E se non volessimo nulla

se smettessimo di cercare di farla franca

di spuntarla

da questa circoscritta spirale?

 


Nicola Vitale (Milano 1956) è un poeta, saggista e pittore italiano. Ha pubblicato, in poesia, Progresso nelle nostre voci (Mondadori 1998), La forma innocente (Stampa 2001), Condominio delle sorprese (Mondadori 2008); il romanzo Il dodicesimo mese (Moretti & Vitali 2016) e vari saggi.

Claudio Zanini, dalla raccolta inedita "Cronache dal limbo", nota di Laura Caccia

Pagina bianca

Dal lembo bianco e silenzioso di uno spazio sospeso e incompiuto tra la vita e la morte giungono le Cronache dal limbo di Claudio Zanini.

Sul contorno, sull’orlo: la poesia si colloca già nel limbo, nel suo significato etimologico, ma quello descritto dall’autore fa chiaro riferimento alla condizione delle anime, quale formulata dalla teologia cristiana o narrata nel canto quarto dell’inferno nella Comedia dantesca. Anche il titolo, quasi un ossimoro, pare essere posto sul bordo precario di un annuncio, anticipando una narrazione dettagliata di fatti e la loro collocazione, invece, in un luogo non fisico, un “non-luogo”.

Ci si trova sul confine tra i vivi e i morti, tra essere e non essere, dove tutto appare esangue, senza forza vitale e solo apparentemente riverberato da un lucore scolorito e insignificante, in cui presenze e assenze restano come sospese e indecifrate.

Nello stesso tempo il luogo, o meglio il non-luogo, viene descritto in modo preciso e dettagliato e, quanto più la narrazione indugia sui particolari, tanto più il senso di inquietudine emerge con forza lasciando risuonare e rimbalzare gli interrogativi che dolorosamente vengono posti con la “domanda informulata / ma fissa nella mente: perché siamo qui?” , così come: “perché tutto accade, / senza requie e per sempre ripetuto?”.

Il silenzio, il bianco dominante e un dolore appena accennato caratterizzano il limbo, generando sensi di precarietà, di incompiutezza e di attesa. E pensieri che, tra chi vi si trova collocato, così come nell’autore, generano domande di senso sull’essere e sul non essere, sull’impassibilità dell’eterno e sulla temporalità e sui palpiti dell’esistere

Le cronache, che nei vari passaggi illuminano quadri evanescenti di assenza insieme a dettagli messi a fuoco con rigorosa precisione, ci riservano però un finale tipico del colpo di scena teatrale. “Ora non c’è più, il Limbo” , scrive l’autore nell’ultimo testo, esplicitando “alfine, siamo tornati, immemori e assonnati” , per subito precisare in nota: (Tornati? Ciondoliamo in una terra di confine / …. siamo profughi in precario esilio illimitato)” . Il limbo era e non è più: quasi sul crinale tra un non-luogo e il luogo di cui non si è conservata traccia, metafora della nostra condizione esistenziale di erranza e incompiutezza.

Se il limbo però fosse anche altro? Se si spalancasse anche un diverso, implicito, colpo di scena? Se il limbo, nel suo chiarore colmo di assenza, fosse la pagina bianca di chi scrive?

Forse il luogo dell’altrove e dell’indicibile. Forse lo spazio del silenzio e di un qualche possibile, benché frammentato, manifestarsi. Su quel bianco offuscato “da macchie e segni d’indecifrabile grafia” , come abbozza Claudio Zanini, su quella pagina bianca, dove “parole ansiose” e “sillabe stridenti” lasciano posto al silenzio e a “qualcosa che, appena silente oscilla, / non l’illimitato, ma una sua scheggia / luminescente, che l’animo trafigge”.

 

 

2

Niente d’irreparabile, in questa quieta attesa;

è un luogo d'aria persa, di momentanea resa.

Ciondoliamo il capo nell'ombra della sera,

perduto lo sguardo negli occhi del vicino.

L’un l'altro accanto ci stendiamo, tarda è l'ora,

luce tersa si scolora in fuliggine sospesa.

Una cosa inquieta, tuttavia: è l'elusione

sempre presente, alla domanda informulata

ma fissa nella mente: perché siamo qui?

 

17

Il bianco non è mai benevolo, si sa.

Simula ovattata morbidezza o

dolce candore di zuccherato velo.

Può vantare un’apatica pigrizia,

una soffice apparenza, ma algida

in sostanza, e diventar spietato

quando si cerca di scalfirne appena

quell’involucro d’eleganza sopraffina

che il pallore dissimula del vuoto.

 

50

L’illimitato è enorme, curvo vuoto

su cui tracciamo delle croci, barre,

segni d’interpunzione, parentesi quadrate.

Sulla pagina bianca, parole ansiose,

di qualche vocale l’ondulazione,

leggeri nastri, sillabe stridenti.

Poi, silenzio. Rimane, tra le dita,

qualcosa che, appena silente oscilla,

non l’illimitato, ma una sua scheggia

luminescente, che l’animo trafigge.

 

52

L’eterno è impassibile, intatto,

ricurva superficie sconfinata

che al tocco suona d’echi puri.

Ci atterriscono le sue aporie

sfiorate appena col pensiero,

ma strappa gemiti l’esistere

entro quella faglia schiusa che

distilla del tempo gocce buie.

 

68

Lo si deve ammettere a malincuore:

è partecipe, il Limbo, suo malgrado

d’una metafisica minore, irrilevante.

Lo si direbbe oscillare incardinato

in un’intercapedine spaziotemporale

d’obliquità sottile e microscopica.

Apatico com’è, a nulla allude.

 

73

Vorremmo ci fosse data l’occasione,

disorientati esuli dell’espunto luogo,

d’essere ancora prossimi al non-essere,

quasi al contrarsi discreto dei non-nati,

tanto inerti, entro quelle camerate vuote

da non poterle attraversare intatti,

quanto sensibili ai lievi palpiti del cuore

nell’estrema coincidenza di inizio e fine.

 


Claudio Zanini è nato a Trieste. Finalista al Premio Guido Morselli di Varese per il romanzo, nel 2009, nel 2010, nel 2011, vincitore dell’edizione 2012 con “Il polittico della città di T” , edito per il tipi di Nuova Magenta Editrice. Ha pubblicato vari racconti, tra cui, per bambini, “Il talento di Uk” (Vita Comunicazione – Comune di Milano). Con la casa editrice Bietti di Milano, “Il posto cieco” (2009), “Nero di seppia” (2010), e “La scimmia matematica” (2013). Nel medesimo anno ha vinto il Premio Fogazzaro 2013 con tre brevi racconti. Selezionato al Premio Letterario Città di Como 2014 e terzo classificato al Premio Fogazzaro 2016. Vincitore dell’iniziativa Opera prima 2018, con la pubblicazione della raccolta di poesie “Ansiose geometrie”, Cierre grafica – Anterem edizioni . Suoi versi appaiono, tradotti in inglese da Claudia Azzola, su Tradizione/traduzione , e in altre riviste. Collabora con la rivista culturale ODISSEA

Ultima pagina: Miro Gabriele, "Fotografare Roma" e biografia

Fotografare Roma Fotografare Roma

Inseguire i colori e le ombre di una città senza tempo, perché Roma è il tempo stesso, il mutamento dentro l'eternità, un'unica multiforme visione. La luce modula i mille volti del paesaggio urbano, concedendo ad ogni luogo, ad ogni oggetto, anche il più umile, l'ora di massimo splendore. 

Per me che pratico la fotografia a fianco della letteratura, fotografare Roma vuol dire sottomettermi alle apparizioni e alle sorprese di un viaggio, un lungo viaggio fra le infinite angolazioni della luce, che passa su ogni cosa come una carezza. M.G.

 


Miro Gabriele vive a Roma. Ha pubblicato per l’editrice Ianua, Edizione del Giano Roma 1988, Odi et amo, una traduzione di poesie di Catullo, con prefazione di Luca Canali. Presso lo stesso editore nel 1992 ha pubblicato Il Gaio Verso, antologia di poeti latini.

E’ stato inserito da Luca Canali nella raccolta I poeti della ginestra, Lalli editore 1989. Assieme a Maria Luisa Spaziani ha partecipato al primo Reading di poesia contemporanea tenutosi ad Agnone nel maggio 1991, da cui è stato tratto il volume Ad alta voce, editore Enne 1992.

Ha vinto il premio Montale per la poesia 1992, e compare nell’antologia Scheiwiller Sette poeti del premio Montale, Milano 1993. Compare anche in Vent’anni di poesia Passigli Editori 2002.

Ha pubblicato il romanzo La vita incerta Valter Casini editore 2004. Ha pubblicato inoltre, con Anna Maria Giannetto, Navigare - Versioni e temi di lingua e cultura latina, Zanichelli 2006, testo di latino per i licei.

Nel 2014 è uscito Le Città Antiche ed altre poesie Ginevra Bentivoglio Editoria, con prefazione di Alessandro Fo.

E’ presente nell’antologia “Poesia luce del mondo” a cura di Francesca Farina, Bertoni editore, pubblicata in occasione della Giornata mondiale della poesia 2019.

Novembre 2019, anno XVI, numero 44

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 

Carte nel vento n.44

Tra Nadia Agustoni e Luca Vaglio sono compresi trentacinque poeti e prosatori di qualità, che si aggiungono idealmente a quanti sono stati presentati nei numeri scorsi e a quelli che usciranno nel prossimo numero che concluderà l’esperienza del “Montano” 2018. Differenti percorsi di ricerca si intrecciano in “Carte nel vento” 44, testimoniando allo stesso tempo la vitalità della poesia italiana contemporanea e l’impossibilità di una mappatura esaustiva: gli autori qui presenti rappresentano solo una validissima parte di quanto si produce oggi in Italia.

Tutte le note che accompagnano i testi proposti sono state realizzate dalla redazione di “Anterem”, a conferma dell’incessante lavoro che gravita attorno a questo Premio. Sono lieto di annunciare che dal prossimo anno la cura di “Carte nel vento” diventerà collettiva: sarà prodotto dall’intera redazione di “Anterem”, che coincide con la giuria storica del “Montano”. rt

 

In copertina: Aida M. Zoppetti, “A colpo d’occhio” (2019). Papier collé: stampa con sovrapposizione di materiali

(leggi tutto)

Prima pagina: Marco Ercolani, "L’archetipo della parola" (René Char e Paul Celan), Carteggi Letterari, 2018

Partendo dalla fine di questo libro, di questo volume che è molto più di una nuova e precisa analisi a più voci, molto più di un atto d’amore collettivo per due autori che sono fondamenta e architrave del ‘900, Celan e Char, non si può non notare come l’epilogo non ne sia in realtà la chiusura, rappresentando invece un’apertura, racchiusa in una domanda che rimane sospesa. Questa domanda finale corrisponde a un ideale frammento di dialogo, convoca il pensare, chiede un sentire ulteriore, come tutto il libro. L’opera riprende, in nuove traduzioni, non solo testi esemplari dei due autori e alcune lettere, ma anche prove di saggisti che hanno scritto pagine decisive sulla loro poetica: notevole il recupero di questi materiali, per la maggior parte irreperibili, che Maurice Blanchot, Jacques Derrida, Peter Handke e Peter Szondi hanno dedicato ai due poeti.

Marco Ercolani immagina coordinate inedite con un affiatato gruppo di visionari, saggisti (Antonio Devicienti, Giuseppe Zuccarino) e traduttori (Mario Ajazzi Mancini, Viviane Ciampi, Anna Maria Curci, Lucetta Frisa, Francesco Marotta, Pasko Simone) nella costruzione a specchio del volume, tracciando con paralleli e meridiani la mappa di un mondo irripetibile colto nel suo apice. Come scrive in premessa, “Due poeti, due amici, per i quali la percezione poetica è scheggia luminosa e disastro oscuro…”. Ecco, quando sembrava che tutto fosse stato detto e scritto su questi fondamentali poeti del novecento, una nuova luce illumina la scheggia e il disastro da diverse, e nuove, angolature.

Ranieri Teti

Nadia Agustoni, "I necrològi", La camera verde, 2017, nota di Flavio Ermini

L’essere umano ha umiliato il suo simile, degradandolo a mera cosa da possedere, sacrificandolo al profitto.

La fabbrica, così come si è rivelata nel Novecento, con le sue rigide, militaresche gerarchie, è ancora una realtà. Così com’è ancora una realtà la divisione in classi che impone agli ultimi di essere marchiati a fuoco come animali e incatenati l’uno all’altro.

Nadia Agustoni ci ricorda che vi possono essere luoghi in cui l’umano si estingue completamente, poiché nell’uomo c’è anche la possibilità di non risvegliarsi all’altro; c’è anche la possibilità del male più profondo.

Ecco una poesia che finalmente sottrae le umane esperienze all’aridità emotiva, all’indifferenza coscienziale, alla vacuità dell’estetico. Una poesia che ci invita a rifuggire da una comunità ridotta a mercato, dove gli individui sono degradati a un groviglio di interessi. Una poesia che si affida a una parola che non ha patria, né professione, né potere.


 

L’alba è coniglio

 

1

le parole sono l’alba. l’alba è coniglio. corre davanti all’auto. bestiola impaurita. manda avanti le gambe e il muso. tutto questo è qui. sono sveglio da tanto. prima le maniche del maglione alla bocca. il caffellatte. i biscotti. a volte il pane. mi arrangio l’uscita per il giorno. l’alba fredda a metà ottobre. ai morti avremo nebbia. senz’altro il vento delle montagne a tagliare il volto. 5,50 timbrato il cartellino. il cancello alle spalle. il corridoio al buio. luci si accendono di colpo. giacca e borsa nello spogliatoio. mi muovo. il corridoio al freddo. il reparto e le macchine. macchie scure cadono dal soffitto. dieci minuti. parte il rumore. il giorno è giorno tra tanti. succede in fretta quel vuoto senza parole. i gesti nel significato. non arriva nulla più in là di noi.

 

2

muovo da terra le casse. casse coi pezzi di ferro. diventano il ferro di altre macchine. pezzi lavorati. subito limati. il braccio fa gavetta da tanti anni. si impara a resistere. non più in là. la prima ora veloce. la seconda uguale. alle 8 il controllo. passano parole grosse. ingrosseranno di più. durante la mattina bisogna bollire col caffè.

 

3

le braccia abbiamo ferite. bruciature portate con magliette. siamo una pelle che ci sta dentro. alle 9 mi ricordo i mandarini la mela. il caffè lungo. o il the. nel the tanto zucchero. le macchinette del liofilizzato e quelle coi dolci. brioche a 60 centesimi di euro. al supermercato 6 con 1 euro e 20. oppure cioccolato. 1,50 il fondente di 100 grammi. la pausa dai 5 ai 7 minuti. la ritirata al gabinetto.

 

4

alle 10 le ossa. più o meno dolore. scricchiolo. il ritmo sale. calcolo dei pezzi appena fatti. il momento di accelerare. da una macchina all’altra. la fretta stringe il corpo a qualcosa. carichi e togli. ricarichi e limare. 4 per volta su una macchina. 8 su due macchine. le orecchie capiscono i rumori. le voci alte. arrivano a colpi. sentire parole intere no.

 

5

alcuni siamo italiani. gli altri non si sa sempre tutto. il pakistano non parla. si volta da un’altra parte. le ragazze berciano. alcune coi diplomi. lavorano qui contando di andarsene. una da 9 anni. veterana di tuta blu. i suoi capelli biondi. ci guardiamo. deboli per vivere. passa fino all’orlo della voce. passa e non si ferma.


Nadia Agustoni (1964) scrive poesie e saggi. Suoi testi sono apparsi su riviste, antologie, lit-blog. Del 2017 sono I Necrologi, del 2016 è Racconto Aragno, del 2015 Lettere della fine Vidya e la silloge [Mittente sconosciuto] Isola Edizioni; del 2013 è il libro-poemetto Il mondo nelle cose (LietoColle). Una silloge di testi poetici è nell’almanacco di poesia Quadernario (LietoColle 2013). Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura ancora per LietoColle, Il giorno era luce, per i tipi del Pulcinoelefante, e la plaquette Le parole non salvano le parole, per i libri d’arte di Seregn de la memoria. Del 2009 la raccolta Taccuino nero (Le voci della luna). Altri suoi libri di poesie, usciti per Gazebo, sono: Il libro degli haiku bianchi (2007), Dettato sulla geometria degli spazi (2006), Quaderno di San Francisco (2004), Poesia di corpi e di parole (2002), Icara o dell’aria (1998), Miss blues e altre poesie (1995), Grammatica tempo (1994). Vive a Bergamo.

Angelo Andreotti, "A tempo e luogo", Manni, 2016, nota di Flavio Ermini

Il nuovo libro di Angelo Andreotti ha per titolo A tempo e luogo. Un luogo dove sono accatastate ombre di parole; un tempo che ci condanna a una solitudine per cui tutto è sempre di più o di meno.

L’essere dell’uomo diventa centro di esperienza vissuta. Esperienza non propria dell’individuo, ma dell’esistenza stessa.

Il poeta ci porta al cospetto di una storia della quale noi tutti siamo protagonisti, perché la natura diventa in noi visibile.

La natura è la grande unità dell’essere, rivela Andreotti.

Accettandone le leggi veniamo coinvolti in un movimento dello sguardo e del pensiero che si fanno forti di una logica che presiede all’insieme del mondo.

 

Divergenze

 

I

A oriente nuvole livide e gonfie

prese a pugni da un sole infuocato

sfondano l’aria montando sul vento.

 

Per ogni nuvola un passaggio di ombre

un variare di luci e colori

tutto un discorrere

un disegnare inesausto il paesaggio

questa casa

un risuonare di tempo eveniente

che sconfina dai bordi di ogni istante.

 

III

Le fondamenta sanno della terra

quello che il susseguirsi dei giorni ignora

ma di quell’enigma

che la forma di una crepa nasconde

niente viene svelato

 

e d’improvviso si fa inesplorato

qualsiasi luogo

                      anche quel sentiero

che mille volte abbiamo camminato.


Angelo Andreotti è nato nel 1960 a Ferrara, dove dirige i Musei d’Arte Antica e Storico Scientifici. Scrive narrativa, poesia, saggi su arti visive e letteratura.

Tra gli ultimi libri, le raccolte Parole come dita (Mobydick, 2011) e Dell’ombra la luce (L’Arcolaio, 2014), L’attenzione (Puntoacapo, 2019) alle quali fa da corollario la riflessione Il silenzio non è detto. Frammenti da una poetica (Mimesis, 2014), e i racconti Il guardante e il guardato (Book Salad, 2015).

Dino Azzalin, "Il pensiero della semina", Crocetti, 2017, nota di Rosa Pierno

Dino Azzalin svolge i suoi testi poetici sulla falsariga di parabole in cui ogni cosa viene ordinata “ciascuno secondo la sua specie: “ove l’amore è l’ordine superiore che tutto ammanta e lega”, che dona un legante simbiotico e fulminante: la corolla, dietro la vela, dove irrompe il lampo che illumina e scuote il largo, tutto riunendo nella medesima sorte.

Se non tutto si compie, resta comunque la speranza che la perfezione si possa raggiungere. Credere che il male si fermi sulla soglia ove fascio di spighe è il viso dell’amata al sole.

L’analogia si dimostra strumento con cui decifrare le differenze esclusivamente apparenti e lacerare il velo che cela il medesimo respiro (afflato) delle cose nel mondo. Lirico e raffinato, il testo poetico di Azzalin sfiora e unisce con una parola, offrendosi in dono.



***
La corolla si aprí al riparo
della gomena, dietro la vela,
dove irruppe all’improvviso
il lampo che illuminò il dono,
scosse il lago, ne respirò la sorte.



***
L’assenza è quasi sempre una scelta precisa.
Misura la distanza del ritorno, l’assoluta stasi
di una parola o di un niente che tace.
Matura un cielo da preda o una radice
piú fertile del nostro fragile esistere,
e ci nutre con la sua ombra, che ci aiuta
a sopportare l’attesa di una stella dal mare.



***
E tana fu la voce, densa a fondersi
nel cuore dove l’uno era anche
l’altro per l’imminenza dei gesti,
per la pioggia dei campi che disfa
e dissolve i corpi con odore di fango
senza piú ossa né carne, né alibi o singhiozzi.


Dino Azzalin (Pontelongo, PD, 1953) ha pubblicato I disordini del ritmo, introduzione di Cesare Viviani (Crocetti, Milano 1985), Deserti, prefazione di Mario Santagostini (ivi 1994), Prove di memoria, prefazione di Andrea Zanzotto, (ivi 2006). Del 2010 è la plaquette di testi in forma poetica Guardie ai fuochi, Edizioni del Laboratorio (Modena).
Nel 1999 ha pubblicato il libro di racconti Via dei consumati (Edizioni Ulivo di Balerna, Svizzera); nel 2001 il volume di report-viaggi Diario d’Africa, con introduzione di Alex Zanotelli (NEM, Nuova Editrice Magenta; nel 2007 Mani Padamadan (Viaggi di sola andata), (NEM, Nuova Edi- trice Magenta. Nel 2016, ha pubblicato i racconti Nel Segreto di Lei (Storie d’amore e di buio) (Edizioni ES, Milano).
Vive a Varese, dove esercita la libera professione di medico.

Nicoletta Bidoia, dalla raccolta inedita "Finiremo per trovarci", nota di Giorgio Bonacini

Il poemetto di Nicoletta Bidoia, incentrato sulla figura di Vaslav Nijinsky, è un esempio eccellente di come si possa far poesia intorno alla biografia interiore e alla dimensione estetica di un artista, che ha disincarnato l’umano sentire arrivando a guardare fin là dove solo una poesia vivente può arrivare: a vedere “il dolore che si imbosca nelle parole”. Dunque provare il segreto dell’oscurità attraverso un patimento reso muto dalla lingua, ma con la forza di una visione impetuosa. La voce di questo poemetto ha il suono che parte non dalla musica, ma dalla visività della danza: da un corpo e un sentimento irrefrenabili, dove il sollevarsi da terra è fatto della stessa sostanza che ha un prodigio: non il balzo, ma l’ascesa verso una forma d’esistenza fisicamente e cognitivamente sempre sospesa. Ed è questa la materia che la scrittura dell’autrice riesce a far aderire a una vita, che viene resa annullando il racconto, in favore di una moltitudine di sensi che ritmano nell’intimo del linguaggio; e lì si intersecano e danno alla significazione propria della poesia il cammino plurimo che potremmo definire biografia di una danza. Arte che opera non solo con l’evidenza del movimento, ma, più profondamente, cura il silenzio come suprema forma di parola e figura. Così il senso è messo a nudo, perdendo se stesso ma ottenendo, superando il significante della fisicità, di sciogliersi in quel niente che, come precisa Nicoletta Bidoia, “resta l’enigma dolente che strema”. Perché l’essere, come la poesia, non può interpretare se stesso, non è un personaggio. Può solo (ma con grandissimo valore) mostrare ciò che è in ciò che è: senza intermediazione alcuna.

 

***

Sono in corsivo nel testo le frasi di Vaslav Nijinsky tratte dai suoi Diari, nelle traduzioni di Gabriella Luzzani e Maurizia Calusio (entrambe per Adelphi).

 

I

ho la semplicità che hanno i cieli (Osip Mandel’štam)

 

C’era mia madre e la dura fame

e Bronja e Stasik, fratello folle,

in anticipo di poco sulla mia pazzia.

E c’erano i miei occhi tartari ‘giapponesi’,

i miei zigomi derisi, le carni isolate

dai compagni che staccavano dalle loro

le mie trepidazioni. Io piango tanto.

Io piango in maniera

da non dar fastidio a nessuno.


 

Già da allievo miracolavo nel salto,

perché se parto alla volta del cielo

è per restarvi a lungo a mezz’aria.

Non conosco altro azzurro

se non quando prolungo l’incontro

là in alto

e mi sospendo, vi penso, mi calmo.

E dopo ogni indugio

ritorno a quel fuoco, plano,

scendo in me

come un perdono.
 

(…)
 

Cupo, ottuso, dicevano, spaesato.

Non parla, non sa parlare,

balbetta. Ed è vero,

tacevo e in ogni tacere scandivo

la cantilena dei timidi,

i monosillabi di Dio.


 

II

Sono accusato di un crimine contro la grazia. Credo di poter ballare ‘graziosamente’ in balletti altrui se la grazia è richiesta, e potrei comporre balletti graziosi io stesso se volessi. Il fatto è che detesto la poesia convenzionale “dell’usignolo e della rosa”; le mie inclinazioni sono primitive.

Vaslav Nijinksy in ‘Daily Mail’ del 12 luglio 1913
 

In tanti cercano di scoprire il segreto dei miei salti, non si capacitano, parlano perfino di levitazione. “Vive in aria” dice di me il basso Šaljapin, “del tutto libero dai vincoli della gravità”, insiste Cocteau, che dietro le quinte cerca una meccanica nascosta dentro le mie scarpette che spieghi l’arcano e metta il cuore in pace.

A chi mi chiede come io riesca a saltare in quel modo rispondo: “Non è difficile, basta fermarsi un po’ in aria”. Vorrei però che fosse chiaro: io non sono un saltatore, sono un artista.
 

Poi mi vedono in Petruška, il burattino che si sente oppresso e che soccombe. Quando muoio in scena il mio spirito si libera sopra il teatrino della fiera e tormenta il mio aguzzino. Petruška è uno come me, non può far altro. Così per Stravinsky sono “la maschera d’attore più potente” e per Charlie Chaplin sono “ipnotico, divino”. Dio della danza infatti mi chiamano, ma non mi piacciono le lodi, non sono mica un ragazzino.

(…)


Nicoletta Bidoia è nata a Treviso nel 1968 e ha pubblicato i libri di poesia Alla fontana che dà albe, quasi una preghiera ad Alda Merini (2002), Verso il tuo nome (2005, con prefazione di Alda Merini), L’obbedienza (2008, con prefazione di Isabella Panfido) editi da Lietocolle, e Come i coralli (2014) con Edizioni La Vita Felice.

Nel 2013 è uscito per Edizioni La Gru il racconto Vivi. Ultime notizie di Luciano D.

Sue poesie, apparse anche in raccolte e riviste e più volte trasmesse a Rai Radio3, sono state tradotte in spagnolo in Jardines secretos, Joven Poesìa Italiana, a cura di E. Coco (Sial, Madrid, 2008).

Con la cantautrice Laura Mars Rebuttini ha realizzato lo spettacolo Un piccolo miracolo, partecipando ad alcuni festival italiani di poesia.

Compone anche collages e teatrini di carta (reperibili in rete su youtube o instagram): con alcuni di questi ha illustrato il numero 41 di “Carte nel vento” https://www.anteremedizioni.it/gennaio_2019_anno_xvi_numero_41

Simone Maria Bonin, "Tratti primi", Arcipelago Itaca, 2017, nota di Flavio Ermini

Simone Maria Bonin ci parla di un cammino ignaro del principio e della fine, tanto da celebrare – grazie alla parola poetica – l’incompletezza.

Tale produzione non si collega a dispositivi gerarchici, alla figura della legge, bensì viene colta come il vero e proprio continuum dell’esistenza.

È un commercio intimo quello che intercorre tra l’avventura umana e la lingua che la custodisce, un po’ come fa la macchina fotografica con i suoi scatti.

Insomma, nell’avventura della vita non si tratta tanto di commuoversi, di gioire o di addolorarsi; quanto di capire, di consentire a ognuno di noi di attribuire una cifra – la nostra – all’intimità e alla verità delle nostre vite.

 

***

Chissà poi cosa mai saprai di noi

tesi sottopelle ed elettrici di sangue

i bronchi a pezzi per ragioni esenti

da qualsiasi stasi di se stessi


 

Dalla sezione “Voyages”

 

(Uno)

I

A riva è il nostro posto

in questa colla di salmastro

     dove

il mare aperto è corpo

distante dallo sguardo


 

Dalla sezione “Biopsie”

***

Da neurone a neurone

corre un filo elettrogeno

                  di fame

colpiscimi

se puoi, fammi male

prega altro dolore

un colpo di esistenza

tra le vertebre delle parole

 

***

Sei parole senza nome, senza

soluzione

impara la posizione del corpo

                         le cose

non torneranno più


Simone Maria Bonin è nato a Venezia nel 1993. È laureato in Matematica ed Economia all’Università di Warwick, nel Regno Unito, e prosegue gli studi specialistici ad Aarhus, in Danimarca. Ha vissuto diversi mesi, nel 2009, in Costa Rica.

Assieme a Gerardo De Stefano ha curato la collana di poesia "Rigor Mortis" di Thauma Edizioni pubblicando Atlantide: Poesie, Prose e Corrispondenze di Hart Crane, prima traduzione italiana dell’opera completa del poeta americano.

Collabora come traduttore con la rivista letteraria online 'Inkroci'. Suoi testi sono apparsi su "Nazione Indiana" e su "Poesia" (qui, con nota critica di Maria Grazia Calandrone).

Fabrizio Bregoli, dalla raccolta inedita "Logomachie", nota di Giorgio Bonacini

Fabrizio Bregoli presentando la sua raccolta all’insegna della disputa verbale, indirizza fin da subito il lettore dentro un solco metapoetico, fervido di implicazioni significanti, che portano senso emozionale e intellettivo contemporaneamente. E la lettera scientifica, che ne punteggia il percorso, è sostanza in più, intrinseca a una precisa e vasta modulazione poetica. Il dire si riempie di una voce che fa brillare “elettrodi”; portare a modulazione scelte lessicali di un sapere senza cesure; “frequenze interferenti” liberano il sintagma in una corrente che dà alla voce poetica “la pienezza del fulmine”. Ma il linguaggio è materia misteriosa, riesce a potenziare i mille canali di un significato, che vorrebbe essere univoco, anche inabissandosi nel silenzio, ma senza, per questo, annullarsi. Però ciò non toglie, rileva l’autore, che nello spazio e nel tempo del poema ci si possa perdere: in sommovimenti magmatici o scavi carsici che potrebbero far collassare la concettualità e l’ immaginazione. Ma in questi testi ciò non accade, perché il pensiero è tenuto insieme da una natura concreta: scarnificata e visionaria. E il tutto dentro un corpo che più che fare poesia della scienza, si fa scienza di poesia: dunque lingua materica. Lì dove l’andamento produce i suoi limiti e li supera in continuazione, con un moto “denso” in “compiuta curvatura”. Dentro queste poesie i numeri accadono: e così le rime e le assonanze che intrecciano visibilità, ritmo e geometria. Fabrizio Bregoli non chiede alla poesia il disvelamento di sé, ma lascia che il suo cammino errabondo inciampi, per poter scoprire anche la precisione “di ciò che non si compie.”

 

***

Sempre e solo un’ipotesi, un respingere

laterale, come fosse un intruso

a porgere la mano, osare spazio.

Esige questo, uno scendere a patti,

la sua sintassi opaca, risoluta.

Basta poco sai, quella macchia sghemba

che s’arremba alla pelle, come un fiordo

buio appeso alle labbra. O un affiorare

lento, come da una radice antica,

di un conto che non torna,

un ammutinamento delle cellule.

Perché in fondo sai, siamo quest’estrudersi

del corpo, ambire a senso, direzione

a una misura che si compie.

Ardire un passo in più, un verso oltre.


 

Dalla sezione “Apostasia di Nikola Tesla”

 

I.

Differenze di potenziali, elettrodi

come baratri tra parola e buio.

Servirebbe forse crederli grumo

materico, qualcosa

di elementare, una tavola pitagorica

un’acqua di Talete. Verbo

che solo nel non dirsi si sa dire.

 

III.

Eludere lo spazio. Ed abusarne

farne mezzo, ricettacolo d’onde.

Plasma. Elettroni come arche, globuli

minimi di campo. Eppure lo pensi

ordine questo accrescersi di formule,

quest’ambire a norma, a processo ergodico

reticolo di geometrie variabili.

Vi potresti smarrire. Potresti dirlo Dio.

 

IV.

Sinusoidi. Modulate armoniche,

frequenze interferenti in fase, fronti

d’onda che propagandosi s’assommano,

eludono zeri e vuoto. Forzieri

d’energia, vettori di significato.

Nοῦς. Limes d’un sapere antico, prossimo.


Fabrizio Bregoli, nato nella bassa bresciana, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, master in Marketing, lavora a Seregno nel settore delle telecomunicazioni.

Ha pubblicato alcuni percorsi poetici fra cui “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015 – Finalista al Premio Caproni) e “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016 - Premio Rodolfo Valentino 2016 e Premio Biennale di Poesia Campagnola 2017, Premio della Critica al Dino Campana 2017, Finalista ai Premio Gozzano, Merini, Caput Gauri). Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante la plaquette “Grandi poeti” (2012).

Sue opere sono incluse in Lezioni di Poesia (Arcipelago Itaca, 2015) di Tomaso Kemeny e in numerose altre antologie. Con il poemetto ENIAC è inoltre incluso in iPoet Lunario in versi (Lietocolle, 2018).

Il suo ultimo lavoro è "Zero al quoto" (puntoacapo, 2018) con prefazione di Vincenzo Guarracino.

Partecipa a letture poetiche, dibattiti culturali e blog di poesia. Ha preso parte ad alcuni eventi di azione poetica mito-modernista e alcune sue poesie sono state esposte congiuntamente a opere pittoriche in eventi organizzati dall’associazione Civico32 a Bologna.

Ha conseguito numerosi riconoscimenti per la poesia inedita, fra i quali gli sono stati assegnati i Premi San Domenichino, Marietta Baderna, Lino Molinario, Daniela Cairoli, Giovanni Descalzo, Eridanos, Piemonte Letteratura, Terre di Liguria, Il Giardino di Babuk, il Premio “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano, il Premio della Stampa al Città di Acqui Terme.

Sulla sua poesia hanno scritto Giuseppe Conte, Tomaso Kemeny, Ivan Fedeli, Mauro Ferrari, Sebastiano Aglieco, Vincenzo Guarracino, Laura Caccia, Laura Cantelmo, Eleonora Rimolo, Paolo Gera, Alessandro Ramberti, Gian Piero Stefanoni, Alfredo Rienzi.

Davide Castiglione, poesia inedita “Domantė”, premessa di Ranieri Teti

Quale elemento di un testo porta più con sé il piacere di leggerlo, ma soprattutto di rileggerlo?

Il senso, il ritmo, quel sapiente enjambement, la musicalità dei versi ogni tanto interrotta da voluti inciampi, l’architettura verbale, una filigrana di narrato che innerva la materia poetica, la visione, l’esattezza e l’accostamento dei termini, il “tu” che pervade l’opera dal primo verso “Sei inseparabile dai giorni freddi” all’ultimo “lucina fioca io, e tu, candela”, alcune dissonanze, l’uso del monologo?

Me lo chiedo perché sono tutte caratteristiche che ho trovato in “Domantė”.

L’uso del monologo, nella qualità del testo, è impreziosito dal passaggio da “io” a “tu”, evidenziato nella terza parte da un distico superiore, quel “lo so benissimo / che mi hai vista guardarti”: qui parla Domantė e la sua libera affabulazione corrisponde a un’ideale risposta, indiretta, alle prime due parti in cui parla l’autore.

A questa tripartita poesia di Davide Castiglione si continua a tornare volentieri; a ogni ritorno il testo offre qualcosa di inedito, come, ascolto dopo ascolto, un brano musicale.

Sembra invece cinema, con la tecnica del flashback, l’inizio della seconda parte: la neve di un oggi che ricorda la neve di un allora, con i passaggi verbali tra presente e passato che rappresentano i cambi di scena della macchina da presa.

Tutto è così tangibile e insieme così toccato da un’idea compositiva precisa: c’è una sorta di traccia narrativa, ci sono elementi quasi dialogici, scarti temporali, emergono frammenti di memoria, le situazioni sono allo stesso tempo verosimili e trasfigurate, con gli strumenti e dalla sensibilità dell’autore. Ma soprattutto non c’è manierismo, manca completamente il già sentito, la riproduzione di stilemi già conosciuti: l’evoluzione poetica di Castiglione gli ha fatto prendere le distanze dai suoi riferimenti iniziali. Ci troviamo dentro un’apertura, in un nuovo territorio.

 

Domantė

 

I

Sei inseparabile dai giorni freddi,

dal demone del modello che grava

di un rimprovero per sempre le labbra

inesplose. No, hai sorriso, ridi,

questa risacca amara la ricacci

indietro come uno scialle. Ti ho chiesto

copri gli occhi, così, scoprili adesso,

fai lo stesso con la bocca, si affacciano

a ogni giravolta del sipario

il pieno e lo stelo, la carne e il suo contrario.

 

II

Ci sono questi fiocchi in adunata,

lenti, distanziati. Come il cugino

quando spianava ai parenti la strada

che all’estero lo raggiunsero uno

per uno, s’incendiano sul cappotto,

uno scheletro ciascuno e risplende

immortale, incistato nelle pieghe,

primeggiando sul feltro che sta intorno.

Come faccio a tenerti viva se

t’investo così. Come fai, a disfarti

dei violini svenevoli di noi altri –

e di mio, dello sporco dominio di una frase.

 

III

nulla tu nulla tu nulla tu nulla

leggilo come vuoi cioè a tuo favore

questo mio osceno equilibrio il ponte

è crollato e certo, certo che sulla

questione ci hai preso, la storia dello

squarcio prospettico mentre tenevi

banco insegnando e con un pennarello

difendevo quel paesaggio di stevens

in un cuore acceso. Lo so benissimo

che mi hai vista guardarti, gli occhi fissi,

ma chi te lo dice che non ti stessi

soppesando i difetti, i compromessi

dell’aiutarsi a vicenda, ridicolo,

continua a pensarti questa radiosa

potenza nella mia vita, no dico,

calmo apollo, lucina fioca fioca,

perlina stavi per, volevi dirmi,

di una luuunga collana come la

sistemiamo ormai? forse, se ti fermi,

lucina fioca io, e tu, candela.


Davide Castiglione (Alessandria, 1985) è attualmente docente di materie letterarie e linguistiche all’Università di Vilnius in Lituania. Si è laureato a Pavia con una tesi su Vittorio Sereni traduttore da William Carlos Williams, e dottorato a Nottingham (Inghilterra) con una tesi sulla difficoltà linguistica e cognitiva nella poesia angloamericana. Ha pubblicato articoli scientifici su riviste accademiche internazionali (K. Ladygos street 5, flat 61 LT082-35, Vilnius Lithuania Semantics» e «Language and Literature»), gestisce un sito personale che ospita letture di altri «Strumenti critici», «Journal of Literary poeti e ha co-fondato il progetto collettivo di critica poetica In realtà, la poesia. Sue poesie sono state pubblicate su varie antologie e riviste, tra cui «Poesia» (con una nota di Maria Grazia Calandrone). È inoltre autore di due raccolte poetiche: Per ogni frazione (Campanotto, 2010; segnalata al Premio Lorenzo Montano 2011), e Non di fortuna (Italic Pequod 2017).

Rossella Cerniglia, prosa inedita “I miti e la Dichtung heideggeriana”, nota di Flavio Ermini

Ci sono saggi che impongono al lettore non un semplice ascolto, ma un coinvolgimento intellettuale ed emotivo tale da spingerlo verso ulteriori, inedite riflessioni.

Questo è il caso del testo filosofico “I miti e la Dichtung heideggeriana”.

L’autrice, Rossella Cerniglia pone – con Heidegger – una domanda fondamentale: «Che cosa ci chiama al pensiero?», inducendoci in tal modo a formulare una seconda domanda: «Che cosa fa a noi appello, inducendoci a pensare e, così, in quanto pensanti diventare quello che siamo?».

Porsi queste domande significa mettersi di fronte alle intemperie del linguaggio; significa portarsi in mezzo ai flutti e lì, tra le righe, rischiare il naufragio; vuol dire prendere atto che l’alfabeto non è una scialuppa sufficiente se si lascia addomesticare dalla cronaca.

Rossella Cerniglia ci invita a restituire alla parola il suo albale vigore, affinché torni in grado di nominare e farci apprendere qualcosa del mistero che circonda l’umana esistenza, della nostra sete di verità. Non assegna alla sola filosofia il compito di una costruzione necessaria del mito d’origine, bensì rimette nell’inseparabilità il compito del poetico e il dovere del pensiero filosofico.

Non basta che l’uomo apostrofi le cose con il loro nome perché esse siano afferrate nel processo della rivelazione. È necessario che il nome sia attinto dal sottosuolo della storia – dove ancora sono presenti le archai – affinché l’essenza delle cose giunga a espressione. E cosa ci dicono questi nomi? È esplicita, a questo proposito Rossella Cerniglia. In questi nomi c’è «l’essenza del linguaggio e della realtà che esso esprime, e pertanto dell’essenza stessa». Non c’è un prima – in sé uno e unitario – e poi un uscire da sé, e riversarsi nel molteplice. L’essere resta uno e unitario, fondamento dell’esserci di tutte le cose.


 

I miti e la Dichtung heideggeriana

 

I miti dell'antichità classica esprimono una condensazione di significati in immagini di rara forza e bellezza e danno testimonianza del momento aurorale della nostra riflessione in cui pensiero e canto, filosofia e poesia, vivevano un'unica vita.

É stato Martin Heidegger a prospettare l'esistenza di una struttura archetipica del nostro linguaggio, di un'archelingua, che costituirebbe la radice comune del Pensiero e del Canto. Essa ci appare come un sostrato nel quale, appunto, pensiero e canto - come avviene in qualche misura nel mito- convivono e si intrecciano tra loro inscindibilmente. In altri termini una struttura portante della nostra esistenza dalla quale dipende la nostra interrelazione e interazione col mondo.

Nella postulazione heideggeriana, Pensiero e Canto, vale a dire filosofia e poesia, si condensano in questa originaria matrice che è la Dichtung, e in essa coabitano, hanno un rapporto intrinseco, dialogante, che si esplica nel linguaggio. Nella Dichtung i due elementi vivono non scissi, e solo a posteriori sarà possibile considerarli separatamente.

Tale concetto è parte di quell'evoluzione del pensiero di Heidegger dopo Essere e Tempo, che è insieme svolta ontologica e tentativo di sostituzione di quel linguaggio con cui la metafisica aveva impostato la questione dell'essere, la Seinfrage. Ed è nel saggio Holderlin e l'essenza della poesia, pubblicato nel 1937, che Heidegger formula una nuova concezione dell'essere connessa ad una precedente impostazione del problema della verità: la concezione dell'essere come evento cui si collega il ruolo ontologico del linguaggio.

Per Heidegger, infatti, “ciò che prima di tutto è, è l'essere”. La parola evento, viene in tal modo a designare l'originaria reciproca appartenenza dell'uomo e dell'essere: l'uomo infatti non è senza l'essere e l'essere non di dà senza l'uomo. All'interno di tale originario evento sono possibili, poi, tutti gli altri accadimenti della storia umana che è, manifestazione dell'essere, storia attraverso cui l'essere, storicizzandosi, si manifesta.

“Nella dimora dell'essere abita l'uomo- dice Heidegger - e i pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è portare a compimento la manifestatività dell'essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono.”

Nel pensiero originario, cioè nel mito, i due poli della dell'archelingua heideggeriana vi si riscontrano - come abbiamo detto - intimamente connessi, e in essi si realizza quell'aprimento dell'essere che non appare mai in una luce costante. Il suo disvelarsi è, infatti, analogo a una istantanea illuminazione che subito torna a nascondere ciò che ha mostrato perché il mostrarsi della verità, quello che gli antichi greci chiamavano aletheia, si dà in un continuo nascondersi e rivelarsi che non ha fine. Per quel che concerne più propriamente la poesia, essa permette l'aprimento dell'ente “in ciò che esso è, e nel come è; e nell'opera (d'arte) è in opera l'Evento (Geschehen) della

verità. In essa, la verità dell'essere opera attraverso il linguaggio per il suo disvelamento.
In altre parole, in questa lingua originaria, archetipica, la filosofia viene a coincidere con la poesia poiché entrambe, unitamente, operano per svelare, attraverso la parola, il senso dell'essere, la sua verità. Ma tale svelamento, secondo Heidegger, non dipende dalla volontà dell'uomo. Non è, infatti l'uomo a parlare, ma il linguaggio stesso -e per suo tramite l'essere- che parla attraverso

l'uomo.
Tuttavia, nel suo stare a fondamento di pensiero e canto, filosofia e poesia, che si esplicano nel

linguaggio, la Dichtung li trascende entrambi poiché ogni pensiero e ogni canto non potranno mai ricomprenderla e riaffermarla interamente. Essa rimane – come si è detto - nel pensiero/canto e nel linguaggio che li esprime, in un Nascondimento che mostra o in un Mostrarsi che nasconde. Ed è qui l'essenza del linguaggio e della realtà che esso esprime, e pertanto dell'esistenza intera: essa vive nell'ombra di questo Nascondimento che accenna a se stesso senza mai interamente svelarsi nella sua Luce. E in tal modo ci si presenta come inesorabilità del trascendente - ma non nel senso che Heidegger aveva combattuto, di quel metafisico che apre allo sviluppo incontrastato della téchne, bensì come distanza e diversità dall'ente, cioè per la sua natura ontologica e non ontica. In tali termini esso ci appare come connaturato alle modalità di essere dell'esistenza e riconfigura il problema dell'Origine dove l'aporia insormontabile è costituita dal fatto che qualunque tentativo facciamo per raggiungerla vede l'Origine arretrare nel suo Nascondimento e porsi Oltre, sempre al di là dell'umano orizzonte.

Le grandi interrogazioni degli scienziati, al giorno d'oggi, mi pare vertano proprio su questo punto nodale, il primo e il solo punto indagato nelle lontanissime origini del pensiero stesso. Ed è questa la riprova dell'impronta teleologica che mi pare rinvenire nell'universo, come se un logos interno, un pensiero immanente ad esso ci indirizzasse all'Oltre, in un processo di Immanenza/Trascendenza che rimane la radice dell'Universo stesso. Infatti, comunque si attui questa ricerca, sia che parta da un'indagine sul suo fondamento, sia che parta dalle cose stesse, dall'essere o dall'ente, essa conduce sempre ad additare un Oltre, che si colloca, irrimediabilmente, al di là delle coordinate esistenziali, come se il fondamento dell'esistenza di fatto, e delle facoltà interpretative con le quali ci orientiamo in seno ad essa, fosse quel limite dal quale l'Essere-nascosto accenna a se stesso senza mai rivelarsi.

Inevitabile torna, perciò, il parallelismo tra Immanenza/Trascendenza e tra il linguaggio umano e l'archelingua heideggeriana, la Dichtung. Infatti, nel pensiero di Heidegger, essa appare come sostrato immanente sia al Pensiero che alla Poesia, e d'altra parte, vivendo essi nella sua luce senza mai identificarsi con essa (che rimane inattingibile e nascosta), la Dichtung sembrerebbe additare la sua stessa trascendenza.

Il rapporto Immanenza/Trascendenza, sarebbe poi, tradotto in altri termini, il rapporto che lega parallelamente e dialetticamente l'Esistenza all'elemento che la trascende e che ad essa si impone,

che per quanto ci adoperiamo a negarlo, sempre risorge, sempre accenna a se stesso in quel Nascondimento/Disvelamento che gli è proprio. Ma tale rapporto, che a noi si mostra come parallelo e dialettico, verrebbe ad esprimere una Identità, una eguaglianza fondamentale poiché, solo nello iato che è l'esistenza, l'Immanenza/Trascendenza, -ovvero il Nascondimento che si disvela e il Disvelamento che in se stesso si ritrae nascondendosi- si mostrano come distinti.


 

Rossella Cerniglia è nata a Palermo, dove vive. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei della stessa città. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo (con presentazione di Pietro Mazzamuto), ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (con prefazione di Nicola Caputo), ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon (con introduzione di Elio Giunta), ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta (con introduzione di Giulio Palumbo), Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht (con prefazione di Maria Grazia Lenisa), ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte (con nota critica di Ferruccio Ulivi), ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000; L’inarrivabile meta (con prefazione di Elio Giunta), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Mentre cadeva il giorno (con introduzione di Giorgio Barberi Squarotti), ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (con prefazione di Salvo Zarcone), ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie (con prefazione di Pietro Civitareale), ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. Nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone un breve saggio delle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi. Infine, essendo risultata vincitrice, per l'inedito, al Premio “I Murazzii” di Torino, nel 2017, le è stata stampata l'ultima sua raccolta di versi Mito ed Eros – Antenore e Teseo con altre poesie.

Per quel che riguarda la narrativa, nel 1999 ha pubblicato il romanzo Edonè...edonè, ed. La Zisa di Palermo; nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. L'ultima pubblicazione è il saggio “Riflessioni, temi e autori”, tra le tre opere premiate a “I Murazzi” 2018 “con dignità di stampa”

Collabora o ha collaborato con alcune riviste, tra cui“Vernice”, Alcyone 2000 e a giornali on line LinkSicilia, Palermomania, meridionews, e attualmente con la Casa editrice Guido Miano di Milano ed altre rivista ancora. Ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati ed è stata premiata in diversi altri concorsi letterari. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste

letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano; in Poeti scelti per il terzo millennio (2008),in Storia della Letteratura italiana (vol. IV, (2009) e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano; più recentemente in Il rumore delle parole ed. Edilet, 2014, e in Come è finita la guerra di Troia non ricordo, ed. Progetto Cultura, Roma, a cura, entrambi, di G. Linguaglossa, e più volte sulla rivista telematica L'Ombra delle parole, diretta dallo stesso G. Linguaglossa.

Maria Benedetta Cerro, "Lo sguardo inverso", LietoColle, 2018, nota di Flavio Ermini

L’esercizio della riduzione al precategoriale per giungere al primo principio è alla base della ricerca poetica di Maria Benedetta Cerro.

Inevitabili, dunque, l’abbandono dell’opinabile e la liberazione dall’incantesimo dell’ovvio.

Diciamolo: qui si tratta di superare la crisi di astinenza dalla verità.

Ci hanno fatto credere che un secondo principio non fosse fattibile.

Ebbene, Lo sguardo inverso contraddice questa credenza.

E dall’oltre di un dire sorgivo ci parla della perfezione di un incontro.

Della sacralità di un colloquio che si trasforma in canto.

 

Dalla sezione “Il dire sorgivo”

 

***

Ci ordinò di corrispondere

perché eravamo inconsolati.

E riprese a pulsare la vena

                                     dell’abbandono.

Il cielo neutro della parola

manifestò il suo dire sorgivo

                            e il lutto

fu animato dalla meraviglia.

Lui – il nodo del fenomeno

e del tutto – ci concesse il dettaglio

capitale che mutò lo sguardo.

 

***

La cucitrice di bocche

                            siede nel frastuono.

Il remoto e ciò che spera di venire

attraversano il filo che infilza le parole.

                             Tolto il senso

                             il suono

                             il sussurro

non resta che togliere il pensiero.

Allora ti sarà ridata la bocca

la cantilenante nenia dei pazzi.

 

***

Tu mi dici “terrifica e infelice”

io sono schiuma che brulica sui rovi.

Mi fu dato il conoscere

                  e il ritorno.

Dico il muto abisso

di cui posseggo chiave e profezia.

 


Maria Benedetta Cerro è nata a Pontecorvo e risiede a Castrocielo - Frosinone
Ha pubblicato: Licenza di viaggio (Premio pubblicazione “Edizioni dei Dioscuri” 1984); Ipotesi di vita (Premio pubblicazione “Carducci – Pietrasanta”, Lacaita 1987), nella terna dei finalisti al “Premio Città di Penne”; Nel sigillo della parola (Piovan 1991); Lettera a una pietra (Premio pubblicazione “Libero de Libero”, Confronto 1992); Il segno del gelo (Perosini 1997); Allegorie d’inverno (Manni 2003), nella terna dei finalisti al Premio Frascati “Antonio Seccareccia”); Regalità della luce (Sciascia 2009); La congiura degli opposti (LietoColle 2012), Premio “Città di Arce”; Lo sguardo inverso (LietoColle 2018); La soglia e l'incontro (Edizioni Eva 2018).

Gabriella Colletti, prosa inedita “Il paesaggio e lo sfondo”, nota di Rosa Pierno

Immaginare come si dia il passaggio dal nulla a qualcosa, come da esso si formino le prime note, le prime forme, larvali, ma poi sempre più tenaci, le quali, attraverso metamorfosi, si sviluppano fino a comporre un tema musicale. Sì, perché è questo il tema della prosa di Gabriella Colletti “Il paesaggio è lo sfondo”: la musica. La scrittrice indaga tale formazione, ma per far questo deve creare visivamente lo stato antecedente, quel nulla abissale che tutto sembra inghiottire. Quel nero nel quale tutto sparisce e che ci minaccia. La musica, però, la sua eternità, non si contrappone solo al nulla, ma anche alla storia umana, tanto precaria quanto infarcita di orrori. In tal senso, la storia, con il suo tempo e la morte, si contrappone anch’essa a tale sfondo infinito. Si viene, però, a formare un interregno tra la storia e lo sfondo, che l’autrice denomina ‘regno intermedio dell’armonia”, regno dell’arte, il quale consente all’umano uno sguardo neutro, privo di paura, come quello animale. Per la Colletti, l’arte è il regno della soluzione delle contraddizioni. Ecco la ragione della felicità che nasce dell’armonia.

Il paesaggio e lo sfondo

(…) nel rumore, percepito distintamente, d’ogni

singola onda che si frangeva, nella sua nitida

dolcezza, c’era qualcosa di sublime.

 

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, volume IV
 

Giustizia è tutto,” disse “giustizia è la prima cosa,

giustizia è l’ultima. Chi non lo comprende morrà”.
 

Hugo Von Hofmannsthal, La mela d’oro e altri racconti
 

Ci sono fili che vanno e tornano, elementi affini

che devono incontrarsi. Chi separa commette un'ingiustizia.

Chi sceglie una sola parte dimentica che da essa sempre

si ode imprevisto il suono del tutto.

 

Ci sono gruppi di fronte a gruppi, i congiunti sono separati,

i separati congiunti. Tutti appartengono l'uno all'altro,

e ciò che di loro è il meglio si trova tra l'uno e l'altro:

ed è istantaneo ed eterno, e qui è il luogo della musica.

Hugo Von Hofmannsthal, Il Cavaliere della Rosa

 

Già, "il suono del tutto"… come l'eterno fragore delle onde che s'infrangono sugli scogli, l'eterno mormorare del mare, il suono della conchiglia appoggiata all'orecchio. Una voce indistinta in cui si fondono altre voci, da sempre, da quando è nato l'universo, e forse prima, dal momento in cui esso era solo progetto, ipotesi, possibilità nella mente di Dio. Antico suono primordiale, respiro, ritmo, palpito sempre simile a se stesso da quando è nata la Terra. Voce di amanti in un amplesso senza tempo che continua a ripetersi. Gli amanti cambiano; l'atto, il suono, l'armonia rimangono identici. Solo la declinazione, la sfumatura, cambia. Come nella melodia, gli infiniti sviluppi del tema musicale. La dimensione fluida della musica assomiglia forse all’Eterno, indicibile a parole, eppure percepibile come suono, in certi rari istanti di grazia. L'arte della musica proviene dall’Eterno. E l’Eterno è lo sfondo. Che la musica sia, forse, il respiro che lo sfondo emana? Esso è orizzonte imprendibile, vasto, infinito per l'occhio dell'uomo, di un bianco abbagliante. Insostenibile, dolorosa, accecante, quella luce. E’ come se si fissasse il sole. Spaventato, l'uomo chiude gli occhi. Li ritrae dall'orrido baratro di quel nulla, ma esso li inghiotte da dentro. E in luogo della luce abbacinante spalanca il desolato velluto buio della notte. Così smisuratamente grande deve essere lo spazio cosmico interstellare. Silenzioso, gelido, senza tempo né Storia. Non è così per l'animale, il cui sguardo innocente e a-morale guarda nell'Aperto spazio bianco, quello sfondo musicale, e non c'è paura in lui, né gioia. Solo neutro e muto guardare. Guarda e niente si domanda, nessun perché lo arrovella. Guarda, l’animale, e cosa vede? Forse, il compenetrarsi di cose le une nelle altre senza interruzione. Cose che, se separate, potrebbero fare paura, ferire, uccidere. Cose che si compenetrano senza spazi definiti, senza contorni netti. Le disarmonie diventano armonie. Le forme si fanno sempre più fluide e mosse, fino a divenire informi, ectoplasmi, fantasmi di forme, simulacri. Figure in perenne metamorfosi. Possibilità come sviluppo di un tema musicale in molteplici, inesauribili sfumature, come solo la melodia sa fare.

L'arte della musica unisce ciò che alla ragione umana sembra opposto e inconciliabile. Davanti allo sfondo dell'Eterno, proprio lì davanti, in primo piano, scorre la Storia. E’ un corteo di orrori, di violenze e ingiustizie, la Storia. Nessuna mano d'uomo o d'angelo può fermarla. Lei prosegue, avanza da sola, e pare danzare. Esegue la propria danza brutale che è guerra. Una guerra in nome della felicità, cui spesso si è dato l’epiteto di “santa”. E si continua così ancora oggi, con gli inganni dei nomi, mentre quello esatto sarebbe solo uno: egoismo.

Lo sfondo si intuisce fuori di noi, quando non si è immersi nella routine della vita. Quando ci si ferma a riflettere su se stessi, lo spazio, il tempo e l'anima, sul passato e il suo fondamento, sul futuro e la sua meta, sul presente che ciascuno è con la propria identità. È in quegli istanti di confusione e smarrimento che lo sfondo riappare come potenza che impaurisce. Riappare dentro di noi, assumendo la forma fluida di un non-colore che in sé tutti li contiene e li annulla: il nero. Nero velluto dello sfondo, eterno nero di un'interminabile notte senza inizio né fine, senza Storia, senza il familiare susseguirsi del giorno alla notte. Lo sfondo sta dentro di noi, povere creature della Storia, che portiamo dentro l'eterno sfondo senza tempo. Esso ci appare come la morte. Quella fessura che lascia passare l'Eterno, ma in verità, come lui, essa è già tutta dentro di noi. E abbiamo un bel tapparci occhi e orecchi per non vederla, non sentirla. Allontaniamo la morte, correndo via da lei con distrazioni. Poveri illusi. Noi, che non vorremmo sentirla, le apparteniamo, e lei ci appartiene custodendoci. Occultiamo la morte e occultiamo lo sfondo. Poveri illusi.

Tanto più il paesaggio del nostro mondo e della nostra storia è piccolo quanto più ci sentiamo al sicuro, tranquilli nel nostro adorabile, meschino guscio di lumaca. Tra il paesaggio dai contorni netti in primo piano, che è la Storia, e lo sfondo infinito ed eterno che sta dietro, proprio in mezzo, si estende il regno intermedio dell’armonia. Tra il paesaggio in primo piano e lo sfondo c'è l'arte, ogni arte. Dimensione fluida in cui l'artista, come l'animale, esce da sé e guarda con occhio puro e neutro, non umano, dritto nell'Aperto. Egli non ha paura. Rapito e assente da sé, è dentro le cose. Si sente schiacciare dal peso della natura e tuttavia si percepisce leggero. Nuvola informe e cangiante, egli assume ogni parvenza. Possiede e gode di tutte le forme: onda e nuvola insieme, acqua e aria. L’artista entra con l'arte nella dimensione dell'armonia. Qui, i contrasti non sono più stridenti ma fusi insieme misteriosamente. Le contraddizioni si accordano fra loro. I separati ingiustamente dalla Storia, gli assolutamente inconciliabili, si ricongiungono nel giusto accordo. Il risultato di tale prodigio, a chi sa guardare e ascoltare, è solo felicità.


Gabriella Colletti è nata a Milano l’11 marzo 1967 e vive a Trecate (Novara). Nel '98 ha pubblicato il saggio Piccola Guida al Broletto di Novara (Millenia Edizioni, Novara). Nel 2004 ha pubblicato il volume Cento poesie del cuore (Nuove Scritture, Milano). Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo La nostalgia dei girasoli (Manni Editori, San Cesario di Lecce), grazie al quale ha ottenuto svariati riconoscimenti, tra cui: Finalista del Premio Internazionale Mario Luzi 2014/2015 – Sezione “Premio Italia”; Premiata, nella Sezione narrativa edita al Premio “Poesia, Prosa e arti figurative” Accademia Internazionale “Il Convivio” Castiglione di Sicilia (CT) 2015; Menzione di merito al Premio Letterario Sirmione Lugana 2015 Sezione narrativa. Menzione d’onore alla 41° Edizione del Premio Letterario Casentino "Sezione Giuseppe Frunzi" – Editi. Prima classificata al Premio Letterario di poesia e narrativa “Città di Arcore” – Anno 2016.

Nel 2016 ha pubblicato la raccolta di poesie L’occhio al papavero (C.A.SA. Edizioni, Saronno-Gallarate).

Silvia Comoglio, poesia inedita "Lucore", nota di Rosa Pierno

Il lucore dovrebbe essere la condizione di possibilità di un vedere diverso. Che cosa è possibile osservare in tale rarefatta condizione di visibilità? Che cosa si possa intravedere in una flebile luce, quando sia questione tutta affidata alle parole, è impresa da far tremare i polsi: la traduzione di due incertezze o, meglio, il passaggio da un’incertezza a un’altra. Il sogno, l’eco non sono tanto la marca dell’irrealtà, quanto di una dimensione altra, in cui la percezione è fluttuante, non può fissare nulla in maniera definitiva, è mobile come uno stormo. e lo stormo a sua volta “divora l’occhio / col suo mondo”. Nel testo, Comoglio opera un capovolgimento che riguarda anche la struttura sintattica. La visione trasforma radicalmente le cose e le loro relazioni: una piuma la si può vedere come un contrafforte, l’impronta può mostrarsi più integra dell’essere che l’ha generata. Il linguaggio non corre dietro alle parole, ma lo presentifica, fondendosi con uno sguardo che sprofonda.

 

Lucore

preséntami il prodigio,

il lucore ferito al mondo

dell’ultimo cristallo

a zú-folo d’argento

 

*

lucore ―

in meta di fluttuante

eco a primo sogno
 

è l’imbocco, a umana casa,

dove, lo stormo, divora l’occhio

col suo mondo, veloce,

di leggenda : asterso contrappunto
 

in cordata a finta luna

dove, è piuma, schiusa a contrafforte

l’impronta voltata intatta, rá-

 

strellata a fiore


Silvia Comoglio (1969) è laureata in filosofia e ha pubblicato le raccolte di poesia Ervinca (LietoColle Editore, 2005), Canti onirici (L’arcolaio, 2009), Bubo bubo (L’arcolaio, 2010), Silhouette (Anterem Edizioni, 2013), Via Crucis (puntoacapo Editrice, 2014), Il vogatore (Anterem Edizioni, 2015 – Premio Lorenzo Montano – XXIX Edizione - Sezione raccolta inedita), scacciamosche (nugae) (puntoacapo Editrice, 2017).

Nel 2016 ha scritto per The small outside di Gian Paolo Guerini Piccole variazioni, concerto apparso a puntate sulla rivista on-line Tellusfolio e pubblicato nel 2017 su L’almanaccone impertinente (LABOS Editrice, 2017)

Per Il vogatore è stata composta nel 2015 una partitura dal compositore e pianista Francesco Bellomi e per Via Crucis nel 2016 sono stati realizzati quindici disegni dall’artista Gian Paolo Guerini.

Suoi testi sono apparsi nei blog “Blanc de ta nuque” di Stefano Guglielmin e “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta; nei siti www.nannicagnone.eu, www.gianpaologuerini.it e www.apuntozeta.name, sulle riviste “Arte Incontro”, “Il Monte Analogo”, “Le voci della luna”, “La Clessidra”, “Italian Poetry Review”, sulla rivista giapponese “δ” e nelle riviste on-line Carte nel vento, Tellusfolio e Fili d’aquilone.

E’ presente nei saggi di Stefano Guglielmin Senza riparo. Poesia e Finitezza (La Vita Felice, 2009) e Blanc de ta nuque, primo e secondo volume (Le Voci della Luna, 2011 e 2016), nell’antologia Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo Editrice, 2012) e nell’opera di Marco Ercolani Annotando (La Biblioteca di Rebstein, 2016)

Morena Coppola, "Sgorbie e Misericordie di Fratelli Elettrici", Formebrevi, 2017, nota di Flavio Ermini

Una turbolenta scrittura riesce a esprimere compiutamente ciò che resta non detto.

Evoca l’arrivo di un ospite inatteso che ci permette di fare esperienza del rumore dei passi dell’essere stesso, seguendolo nella sua peregrinazione.

Il luogo è il sacro paesaggio nella patria stessa del linguaggio.

Il passo è di colui che è più prossimo alle origini e, dunque, all’orizzonte del destino umano: il poeta.

La cadenza del passo si ode nella fugacità del tempo, nell’angustia dello spazio, nella limitatezza delle forze.

Ci parla del futuro, delle sue possibilità e dei suoi pericoli.

 

 

Abacuc portava un cappello di rame

 

Abacuc portava un cappello di rame

All'inverno ossidava nel verde

poi, allo sguardo del caldo,

Riprendeva il rossore.

Timidezza furiosa del santo.


 

Thòlos

 

Uno scuro aleggia

fra tempi e e colonne

Buio compensa i vuoti

rastrema il niente verso il nulla

e discolora il Nihil.

Nell'arenaria il Bruno accattone s'incanala

Manca luce nel tempio

e sul monte la meteora spupilla.


 

Parabola del Cranio o del Dodecaedro

 

Testa sul tavolo
scisso corpo lasciato in ormeggio

Non trasuda la Medusa
e pure ne mangia la murena.

In atelier Giacometti
mette zampe alla testa,
la scanna nel bronzo e poi dice

Pater!

Ha cercato dodici facce
dai contorni biaccati
per tendere l'arco dell'angolo acumen: il Sogno di una Testa.

Post acuzie selvatica dentro la testa


Morena Coppola vive a Roma. Si interessa di scritture non convenzionali e di arte contemporanea. Sul crinale verbo-visuale, sperimenta linguaggi innestati nel visivo, accomunandone sguardo e lingua. Un suo testo accompagna l'immagine xilografica dell'artista Andreas Kramer per le Edizioni PulcinoElefante [2008]. Segnalata più volte al Premio Lorenzo Montano, [2013 sezione Una poesia inedita; 2014 sezione Una prosa inedita; 2017 sezione Raccolta inedita; 2018 sezione Raccolta edita]. Alcuni testi sono pubblicati in raccolte antologiche [Empiria 2013, 2014, 2016, 2017 e 2018]. Nel 2016, in occasione della pubblicazione di Avrei fatto la fine di Turing, di Franco Buffoni, uno scritto critico relativo alla raccolta è stato pubblicato sul sito del poeta. Ha curato la post- fazione de Il criterio dell'ortica di Stefano Mura, edito dall'Editore Manni nel 2016. La raccolta poetica Sgorbie e Misericordie di Fratelli Elettrici, finalista al Premio Bologna in Lettere, edizione 2017, segnalata alla XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano, è risultata vincitrice del Premio letterario Formebrevi Edizioni, 2017. Finalista al Premio letterario Bologna in lettere edizione 2018. La raccolta Psychopompï è stata selezionata alla IV edizione del Premio Elio Pagliarani, sezione Inediti, edizione 2018.

Anna Maria Dall’Olio, una poesia inedita "Homo videoludens", premessa di Ranieri Teti

Un ciak dell’autrice-regista fa azionare la macchina da presa, tutta linguistica, come se fosse in presa diretta con un pensiero: un primo piano di sibilanti e di “o” introduce il set, lo spazio generativo verbale in cui agisce l’”Homo videoludens”, dove “la sostanza non è reale”.

La sapiente regia passa a un piano americano quando introduce, in francese, l’elemento ludico del titolo. Anche se a ben guardare il testo è tutto un piano sequenza che continua a tornare su se stesso, in loop, dove a ogni ripresa o ritorno d’immagine emergono nuovi particolari.

E così si coglie nel terzo verso quel “si” insistito “sì simile simulacro” come se fosse un’invocazione o un successo del videoludens, e, in un successivo, ulteriore sguardo, quel “s’annuvola” che “s’avvolge in voluta”: da un totale a un frammento, dal celeste a una spirale di fumo; un rovesciamento di sineddoche. Anna Maria Dall’Olio produce un testo che coniuga inestricabilmente senso e linguaggi.

 

Homo videoludens

 

Sspazio

          steso lungo tempo che gocciola denso

sì simile simulacro                             librasi

libero                                          liberamente

anema e core
 

(torna a terra!)
 

la sostanza non è reale

è visivo/virtuale

pure il sistema è particolare

           reticolare!

 

Fuor da sé                jouer                 non fa per tre

                                                s’allontana

si discorsivizza

si banalizza
 

ruolo è dato

il gioco si gioca il jouer

mondo è mutato
 

loop s’avvita s’avvince loop
 

natoperfetto ora s’annuvola

s’avvolge in voluta di riflesso

pianto di luci fatto liquido

fiore petroso schiuso                                                  al dentro


Anna Maria Dall’Olio è laureata in Lingue e in Lettere, esperantista, si è dedicata alla narrativa, alla poesia e alla scrittura drammaturgica.

Ha curato una rubrica sul mondo esperantista per “Incontrosaperi” e ha collaborato al periodico “Kontakto”, con una recensione su Il dolore di Giuseppe Ungaretti.

Ha partecipato a 4 edizioni della Fiera “Più libri più liberi” di Roma e alla 1a edizione del “Festival internazionale delle Letterature” di Milano. Nel 2018 ha vinto il 3o premio del Concorso internazionale “FEI” per la traduzione in esperanto di “Su una sostanza infetta” di Valerio Magrelli. Nel 2005 ha vinto il 2o premio del Concorso internazionale "Hanojo-via Rendevuo", patrocinato dal governo vietnamita, accanto a molti altri riconoscimenti ottenuti in Italia nel corso della sua carriera.

La sua pubblicazione più recente è Segreti (Robin, 2018), preceduta da: Sì shabby chic (La Vita Felice, 2018), L’acqua opprime (Il Convivio, 2017), Fruttorto sperimentale (La Vita Felice, 2016); Latte & limoni (La Vita Felice, 2014), L’angoscia del pane (LietoColle, 2010), 20 poesie nella rivista “Calamaio” (Book editore, anni 2009 e 2011) e Tabelo (Edistudio, 2006), dramma in lingua esperanto. Recensioni e articoli di critica sono stati raccolti in Le sirene di cartone di Anna Maria Dall’Olio (Editrice Totem, 2017).

Antonella Doria, poesia inedita" In questa estate che…", premessa di Ranieri Teti

Lungo una mediterranea mappa ideale, lungo meridiani del disincanto, vivono e si affollano similitudini e forse solitudini imperlate dai colori del mare e del cielo.

In questa poesia tutti gli elementi sono compresi: acqua, aria, terra e anche fuoco, rappresentato dal sangue, dai corpi caldi.

Al di qua dell’orizzonte qualcosa rimane sospeso nella temporalità, lungo una rotta percorribile nei due sensi: il viaggio di andata dei “corpi clandestini” incrocia quello di ritorno di un “uccello migratore”, tra acqua e aria, tra paradiso e inferno, mentre tutti probabilmente cercano solo il purgatorio di “tante affioranti terre”.

Nel dolente canto del poeta, nella “pietà dei giorni”, Antonella Doria ci propone una ballata tristemente civile, linguisticamente felice.

 

In questa estate che…

(Lampedusa 2000)

 

Capita a volte

in un agosto come questo

con il cielo azzurro

corpi clandestini in

vortici di verdiblu cristalli

danzano una danza circolare

per strade d’acque poi si

perdono del grido dimentichi

di gabbiani da terre di promesse

d’esilio lontani … lontani

da corpi caldi a la deriva

dove dolore dove speranza

è spazio di paura nella

consistenza dei giorni

 

Capita a molti in questa

estate che non finisce sempre

più spesso accade a chi

portapeso di sogni assordanti

libertà infinite lascia che

lo porti un mare d’orizzonti

o una fatamorgana

sicuro s’allontana … ma

non è mare di deserto non

suono di terre d’arenaria

di pianure odorose rose

o melodia candida di

ciliegi … accade a chi

affiora a la fine dei giorni

 

Capita sempre più spesso

in questa fine d’agosto a chi

incerto dello sfolgorio del mare

sotto un cielo volubile va …

(la luna è testimone )

uccello migratore in cerca

di parole terre utili che

l’acqua muove sulla scia

di sogni … servono idee

a guadagnare il paradiso

tutto tutto l’inferno fra

le tante affioranti terre

sopra i luoghi e le cose

nella pietà dei giorni

 

Capita a volte accade

nell’assoluta evidenza di questa

estate che finisce … una via

improvvisa s’apre sanguigna

a ovest … a chi … dimentico

di quel che tiene nuvole

accese una capriola fece

leggera come da bambino

e … (lo prese al volo al petto

sua madre …) nella casablu con

la sua onda più profonda così

per ogni giorno che nasce nell’alba …

(Una corrente sottomarina

Gli spolpò le ossa in sussurri. )*

 

Domani – 31 Agosto - giorno normale

È previsto - pioverà sul mare

 

***

 

Milano – Giugno / Agosto 2013

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*T.S. Eliot, La Terra Desolata, Einaudi 1998


Antonella Doria, siciliana di Palermo, formatasi per studi a Siracusa, è laureata in Scienze Sociali. Dal 1970 è a Milano dove lavora ed elabora il suo progetto poetico. Oggi vive fra Milano e la Liguria.

Presente in riviste italiane e straniere e in diverse antologie fra cui Poeti per Milano-una città in versi, a cura di Angelo Gaccione (viennepierre ed. 2002) e Poesia a Comizio, a cura di Marcello Carlino e Francesco Muzzioli (ed. Empirìa 2008), è statavincitrice, finalista e segnalata in alcuni premi letterari, fra cui il Lorenzo Montano di Verona.

Ha pubblicato: Altreacque (Book Ed. 1998); medi terraneo (1995 -1999),Primo Premio per l’Inedito Il Porticciolo, Sestri Levante 2004 (Ibiskos Ed. 2005); Parole in Gioco (AA.VV. s.i.p. 2005); Metro Pólis (ExCogita Ed. 2008); Millantanni (edizioni del verri 2015). Il 30/4 e il Primo Maggio 1999 organizza a Milano, presso la Tenda Bianca del Comitato per la Pace, una due-

giorni di Concerto di Poesia contro la Guerra, e cura quindi l’antologia -Poesia contro Guerra - (Ed. Punto Rosso 2000, 2007 ampl.) con nota di Dario Fo.

È curatrice della sezione di Poesia della Mostra Internazionale d’Arte: Per una “Carta” visiva dei diritti civili (cat. viennepierre, 2001) organizzata da “LIBERA, associazioni nomi e numeri contro le mafie”. Condirettrice/redattrice della rivista Il Segnale – percorsi di ricerca letteraria; è stata redattrice di Inoltre (JacaBook ed.), rivista di antropologia, società e cultura.

Nell’ottobre 2005 è a Lisbona con la delegazione di poeti italiani, insieme con Alberto Mori e Andrea Rompianesi, in occasione della Settimana della Cultura Italiana nel Mondo.

Nel 2015 è invitata dalla Dott.ssa Jennifer Scappettone del Dipartimento di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’ Università della Pennsylvania (USA) a partecipare alla PennSound Italiana - Archivio della Poesia Italiana Contemporanea.

Fa parte dell’Associazione Casa della Poesia al Trotter di Milano.

Patrizia Dughero, dalla raccolta inedita "Sensibili all’oblio", nota di Giorgio Bonacini

Il titolo di una raccolta di poesie dice molto di più della sua evidenza letterale, e Sensibili all’oblio, di Patrizia Dughero, non è solo l’ indicazione di un percorso, ma è esso stesso un cammino di ricettività e conoscenza, di richiamo a un gesto linguistico che unisce delicatezza e graffio, quando “il sussurro si trasforma in urlo”. Una scrittura che scava negli eventi che sembrano scomparire dalla memoria o che si perdono nel silenzio o che vengono oscurati da una dimenticanza. Così la lingua di questa poesia cerca di dare parola a bocche ammutolite; di trovare pensiero nell’umiltà del verbo imbiancato; di riportare al senso l’ultima foglia. E tutto questo senza descrizioni o didascalie del dramma, ma solo attraverso la voce poetica: unica in grado di superare, e forse anche di richiudere, il varco tra oblio e perdono. E’ di grande valore una scrittura che pone al centro delle sue diramazioni il recupero delle “parole delle lacrime”: per evitare che il dire vada perso in quell’amnesia duratura che appanna la mente e i sensi. Perché le figure umane, che hanno vita in questi testi, soffrono la crudeltà di un potere che maltratta e uccide, non solo corpo e mente, ma vuole annientare nell’oblio una memoria esistenziale che, precisa l’autrice, è in se stessa sconfinata. Patrizia Dughero, con grande lucidità di pensiero, voce e sentimento, ci rende partecipi di una perdita del significato: una sottrazione violenta, uno smarrimento strappato, una perdita a favore di un significante, che avrebbe consistenza di senso, se non fosse dilapidato e reso fantasma. Perché (ci dice con parole che non hanno bisogno di commento) “non c’è madre se non c’è figlio:/è il figlio che significa la madre;/.../la madre il cui figlio viene fatto desaparecido./Si getta dal significante, si trasforma/nello spettro di ciò che fu...”.


 

I Passaggio

QUESTO È UN VERO MOVIMENTO

 

I giornata

Si disse di un manipolo di persone tra poeti e artisti,

qualcuno lo può ancora raccontare, se crede; già si può

scrivere della bottega dove s’avverano trasformazioni.
 

Qualcuno ha visto bisturi e cazzuole, pennelli d’ogni misura

ordinati come i barattoli e le tele, accantonate dalla cartavana

ridipinta in bianconero, nella resa che accende la poetica stabilità.
 

Qualcuno ha deciso di non dire niente, godendo la serata come uno

spettacolo, mentre qualcuno imbraccia la propria arma, foss’anche

un cellulare spento, adattato a richiamare la memoria ai posteri
 

che forse saranno, mentre qualcuno vede già quel che è il ricordo

e vorrebbe decifrarlo, e lo fonde con quel muro crollato, all’angolo

della via che non riconosciamo più. Il falso movimento
 

porta pagine vuote, quelle di chi ci vuole bene e di chi

ce ne ha voluto. Non le accartocciamo, sostituite da tavole rosa

di legno buono, non consentiranno di cincischiare con la morte.

 

II giornata

Qualcuno decida di spargere una polvere più che cinerina, che sappia

di fumo più che di nebbia nella notte. Iniziamo dall’altalena, basterà

un po’ di polvere per intervenire. I contorni delle figure di luce, incatenate,
 

chiedono sia soave paesaggio a intervenire, coi grigi che sappiamo,

si staglierà nel sogno, un paesaggio lieve che liberi, posato con la grazia

di chi inforna il pane, dispensata la lievitazione come si conviene.
 

La delicatezza è la polverizzazione che accorre dopo i graffi dalle spatole,

a pulire, sempre pulire il senso, insieme alle grida garrule, che non ci

stupiscono più, ci vuol ben altro, quando il sussurro si trasforma in urlo e
 

risuona nella via. Dove andiamo pittore? Dove stanno andando

le tue figure divergendo dalla luce, non precipitate, ma accolte,

attendono un movimento vero, che pure la nebbia diradi.


Patrizia Dughero, di origine friulana, è nata a Trento e si è laureata in Arti visive all’ateneo di Bologna, dove tuttora risiede. È presente in numerose antologie, di racconti, di poesie e con testi di prosa poetica in cataloghi d’arte. Sette le sillogi poetiche pubblicate: nel 2010 Luci di Ljubljana e Le stanze del sale, nel 2011 Canto di sonno in tre tempi, nel 2013 Reaparecidas, nel 2015 Filare i versi, nel 2016 Canto del sale, nel 2017 L’ultima foglia. Attualmente la sua attività si concentra su articoli e progetti editoriali. Da qualche anno sta svolgendo studi sul linguaggio poetico dello haiku, culminati in articoli, progetti didattici e nella raccolta Filare i versi / Presti verze, tradotta in sloveno da Jolka Milič. È stata capo redattrice della rivista “Le voci della Luna” e collabora con l’associazione per il “Premio Giorgi”. È responsabile editoriale di 24marzo Onlus, associazione attiva sui diritti umani, sul tema dei desaparecidos e la Rete per l’Identità. Nel 2012 ha fondato con Simone Cuva la casa editrice qudulibri.

Maria Grazia Galatà, "Quintessenza", Marco Saya Edizioni, 2018, nota di Flavio Ermini

L’annuncio di Maria Grazia Galatà coincide con il portare allo scoperto l’essere, ma non più al modo della metafisica, bensì come un cammino che chiama ed esige un dire finito, esiliato nella sua finitezza; anche e soprattutto quando progetta col pensiero il tratto di fondo del mondo abitabile.

Poesia come comprensione della vita, quella di Galatà. Poesia che implica una forma di vita e dà forma alla vita. Una migranza che impone una capillare analisi del mondo contemporaneo con un preciso riferimento al presente e a una sua lettura, diciamo così, socio-politica.

L’annuncio di Maria Grazia Galatà si affida qui al diario di bordo di un approdo dopo il naufragio.

 

***

che il silenzio rimanga

tra la porta della quinta

essenza o un tramite

dell’incandescente

la mira delle speranze

nella ripetizione di un

singolo respiro

 

***

la migranza dei nostri sogni

o l’affaticamento

di un silenzio ambrato

all’ora giunta

quando il ricordo era più forte

di un improbabile ritorno forse

il luogo delle ombre e un grammo

di vana fertile coscienza

la traccia silenziosa

di una città sospesa

 

***

Sospensione

non era che svilimento

del vuoto e il senso tattile

dell’abbandono

nello sradicamento del se

diverso

o tempo inverso

misericordia

ha cecità ataviche

aldilà della muraglia


Maria Grazia Galatà, nata a Palermo, da molti anni vive ed opera a Mestre Venezia; presente in numerosi siti web e cataloghi d’arte internazionali; fotografa da diversi anni sempre nella ricerca; 2002 partecipazione ad “underwood”, ad Ascona insieme ad altri nomi illustri della poesia contemporanea: Mario Luzi, Fernanda Pivano, Edoardo Sanguineti; 2003 ha editato il libro “Congiunzioni”, con fotografie di Costantino Spatafora, presentato da Francesca Brandes al “Bistrot de Venice” in Venezia; lo stesso libro è stato presentato in videoproiezione nel 2004 da Marco Nereo Rotelli all’Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia: Liliana Ugolioni e il Prof. Brunelli all’antico caffè “Giubbe Rosse” di Firenze: Gio Ferri alla galleria “DARS” di Milano; 2005 all’Istituto Romeno di Cultura di Venezia, propone una raccolta di tredici poesie “La struttura dell’ansia” accompagnata da due strumentisti, Luca Callice e Marco Agostini rispettivamente al Bendhir al Didyeridoo, con l’intento di avvicinare i giovani alla poesia; 2005 ha preso parte, in occasione della 51° Biennale di Venezia, all’evento “La notte dei Poeti” di Marco Nereo Rotelli con Ana Blandiana ed altri poeti di fama internazionale; 2005 partecipa con un’opera in collaborazione con Costantino Spatafora all’evento “Padiglione Italia” 13x17 curata da Philippe Daverio ed edito alla fine del 2007 da Rizzoli; 2006 è stata segnalata, tra le opere edite, al "Premio di Poesia Lorenzo Montano"; 2007 a giugno reading presso la fondazione Querini Stampalia di Venezia presentata da Marco Nereo Rotelli e con l’intervento di Achille Bonito Oliva; 2009 53° Biennale di Venezia, “Notte di Luce” di Marco Nereo Rotelli; 2010 con un’opera fotografico-poetica in “The last book” installazione di Luis. Camnitzer alla biblioteca di Zurigo, Svizzera; 2010 -Edita “L’altro”, poesie e fotografie con prefazione di Gio Ferri e videoproiezione; 2012 edita “Contrasti” scritture e fotografie con prefazione di Gio Ferri; video proiezione in collaborazione con Angelo Secondini; 2012 “Osservazioni Minimali” Mostra fotografica personale; video proiezioni con musica di Angelo Secondini; 2013 “Dice il vero chi parla di ombre” personale fotografica; presso la Galleria d’Arte dell’Istituto Romeno di Venezia. 2015 crea e cura “Congiunzioni Festival di poesia” 2015 “Venezia e luce” in antologia poetica di M.Nereo Rotelli 2016 “Simmetria di un’apparenza” Personale fotografica presso la Galleria d’arte dell’Istituto Romeno di Venezia; 2017 “Congiunzioni Festival Internazionale di poesia” 2° edizione.

Iria Gorran, prosa inedita "Ghoul", nota di Giorgio Bonacini

Il meccanismo linguistico che l’autrice mostra in questa prosa è straordinario: sale in superficie una scrittura che fa delle visibilità il suo centro d’ampiezza, e lo mette in evidenza senza pudore. Nello stesso tempo però, ciò che sta al fondo e che fa da propulsore, non rimane nascosto nelle profondità sorgive, ma si manifesta in quella che è la sua scrittura. Un amalgama contratto, nervoso, altamente significante nella percettività dell’esperienza di un viaggio (nelle terre dell’est europeo e turche) e di un incontro (il Ghoul: il mostruoso). Ma questo, che potremmo considerare l’aneddoto (molto interiormente e validamente dislocato) è molto di più di una scena descritta: è un dire visionario che richiama il testo alla sua funzione specifica e originale: spingere la dimensione del senso là dove il sentimento dell’esserci prova un benefico attrito concettuale ed emotivo. Infatti l’apparente slegatura (e slogatura) delle frasi ne è un esempio che avvolge tutta la tela sintagmatica delle immagini e del racconto. Dunque il “mostro” (il Ghoul del titolo) che è, nelle parole dell’autrice, “meccanismo fuori controllo, schizzato via”, è sostanzialmente la narrazione stessa, beneficata da un linguaggio che è “masnada infernale” “che si insinua nelle fibre”. Dunque un caos, per sua natura inordinato, di folgorazioni e condensazioni, che diventa però matrice vitale di apparizioni umane e bestiali.

 

Ghoul

Da Vienna ritorno più a est, appena prima della città, grandi occhi cerulei, li ho di fronte, aperti al cielo, fissi nello shock, l’uomo di Bratislava, quello steso a terra, buttato giù, come un birillo da una Lada, il suo cane pezzato, piccolo di taglia, fuggire terrorizzato, trascinarsi dietro il guinzaglio legato al collare. Sullo sfondo le baracche di legno degli operai, non ci sono più, la città è nuova. Riordinata, pavimentata, sfiora l’efficiente modello occidentale. Dal costone, a picco sul Danubio Dowina, dall’alto della sua postazione, ricorda ogni cosa, dai Celti a quel giorno, forse anche di me.

Dalla finestra la sera è subito blu, ricco freddo vellutato lunare, distante più in là, il confine ucraino in linea d’area, aleggia su di noi, come una nebbia mistica, nella cappa di cenere la Foresta Rossa l’immagino, navigare immersa ancora, nel pulviscolo radioattivo dell’ottantasei.

Da Budapest a Oradea, lungo il percorso gente a piedi, un carrozzone coperto, tirato dai cavalli. Zingari romanizzati, tarchiati, capelli stoppa, occhi da fiere, come voragini le bocche. Rallento, ci fermiamo. Vorremmo fare una foto, loro si mostrano aggressivi, muovono verso di noi, correndo.

Hanno degli orsi, al seguito, al ferro, l’anello al naso pesa, la catena breve li costringe a camminare in piedi, accanto agli aguzzini. Sono due, ne ricordo solo uno, quello a sinistra, ho fissato il suo occhio liquido che nel mio, guardava il sole velato dal pallore freddo del giorno, appena iniziato. Quando non serviranno più, li mangeranno. Inferno. E io zitta. Un buio attraversato, un mare sopra l’apnea un gioco duro. Non ho agito, non ho fatto nulla, riappare l’orso, mentre quasi sto sorridendo mi spegne sulla faccia la sua sofferenza.

Per riparare, muoio, rinasco, mostro anch’io. Non è nulla di comune un mostro, se sa di esserlo, la solitudine lo tempera, si lascia una scia, smeriglio, la mina aguzza è pronta a incidere la faccia ridisegnare i tratti, ridiventare. Intanto assente, resta distante, lasciarsi avvicinare, un lusso a cui non cedere, può precedere il tocco. Chi manca, non può essere toccato, solo avvertito, appena.

L’inferno come un ago si insinua nelle fibre, dove fa squarci, ricuce. E, se è la luce ad attrarlo, lavora meglio al buio, mi è stato accanto, poggiato sulla spalla sinistra. Installa visioni crude, si apre un varco, fa vuoto all’interno, deforma il cuore, consegna all’ossessione, rende irriconoscibile ciò che è bello, innocente, integro, ne fa scoria, e l’abbandona poi, sotto gli occhi di tutti, mostrandone la buccia impietosamente aperta, a sostenere, che era soltanto, cartapesta pitturata.

La ferrovia tagliava il bosco, balenava un’ombra, dicevano. Ingoia, quell’ombra a volte rigurgita. Stava lì accosciata, a divorarsi il conformismo, scienza dal travestimento rozzo teso all’apollineo per assicurare fedeltà, a una perfezione solo riflessa, una finzione. Un uomo funzione del regime robotico, nel subbuglio, tra un treno e l’altro, l’uomo del momento, curvo nel caos, mangiava.

La collettivizzazione delle campagne ucraine, era già stata, morte per fame inflitta, masse indefinite all’inferno. Legione il potere di contare, identificare numeri, e di numeri si nutre, il Ghoul.

Solo un meccanismo singolo, fuori controllo, schizzato via, come chiamato in causa messaggero sterminatore, preludio di nuova catastrofe, l’annientamento imminente a est. L’ingranaggio statale, non cederà per questo, ma poi andrà dritto verso il casino, in ogni bordello a ovest molte ragazze ingannate, dal mito del progresso.

Tragedia, nessuna colpa, il demone protagonista, sotto l’impalcatura della fronte, vive il suo film muto. In gabbia, libero nella camicia a scacchi, senza la moretta sembra servire, solo se stesso.

Al processo la verità, è che, non c’è uomo che riesca a sostenerlo quello sguardo, qualcosa incombe nel gregge recintato dai burocrati del diritto. L’ombra antica del mondo forse, chiede il suo conto al sostituto di Dio, che a leggi naturali, ha contrapposto il piano tracotante, sagomare materiale umano senza respiro, divino.

Deve aver visto, la masnada infernale passargli accanto, gli arde negli occhi, è rotto, è in luce, ampia la bocca come uno sbadiglio osceno il sorriso assoluto ebete girovaga per la sala caos dionisiaco quasi, sfiora il sublime quella primordiale terrificante faccia di stella accesa brucia, l’area oscura del tribunale ipocrita, che giudica un’altra identità soggetto in metamorfosi, ormai estraneo all’unione, lupo, figlio perfetto della Terra. Non resta che servire l’ultimo atto, stabilito il confine del lecito, il colpo è alla nuca. L’orchestra grida forte che è finita la strage. Dicono, andrà a occidente, Andrej, studiato dai fisiologi. Gli psichiatri smonteranno il suo cupo universo, i chimici ne estrarranno un farmaco, forse anche l’antidoto.

Da Brela a Varna, in auto sulla chiatta, il tratto d’acqua è breve, siamo diretti a Istanbul

Ai ristoranti servono gli uomini prima delle donne. Il lakké, solerte, spazza briciole al cambio dei piatti che il cameriere serve, e se chiamato per una comanda, non risponde, non è il suo ruolo.

Bambini ai semafori, puliscono i parabrezza alle auto, lire, fiorini, sorridono accettano ogni moneta, non solo marchi e dollari.

Senza identità dentro una divisa, qualcuno in una traversa, si fa capire, un mix di anglo francese bisbigliato, condito da abili ammiccamenti, procura ogni cosa dice, documenti, armi, donne al bisogno, droghe per tutti i gusti.

Al Gran Bazar, ricco di ori, spezie, veri falsi d’autore, i mercanti, sparano alto sul prezzo, mentre trattiamo, alle spalle gorgogliante dal pendio, una cascata d’acqua scorre e quasi ci investe. Riparati all’interno di una bottega, fra sacchi di curcuma, l’onda era forse ciò che aspettavo. Superato il primo stupore, ridono i turisti e le signore che hanno già fatto spese, dopo questa emozione subito ne vorrebbero un altra, e da bere, navigare il Bosforo, visitare il Topkapi. Solo dettagli sostano intorno.

Del viaggio, dei luoghi del tempo che trattengo, niente trapela da me, neanche una goccia fuori.


Iria Gorran (1957) ha origini croate e formazione classica. Fa esperienze teatrali in Sicilia; segue studi di Architettura a Roma. A Firenze frequenta l’Università Inter- nazionale d’Arte e l’Atelier di Paola Bracco. A Genova lavora al restauro degli affreschi della chiesa della San tissima Annunziata, con interventi di ancoraggio e con- solidamento. A Milano frequenta la scuola di Pinin Bram- billa Barcilon e si occupa del Cenacolo di Leonardo. A Montalto Pavese lavora al restauro di tele del Seicento nella pieve di Sant’Antonino Martire. Testi di riferimento: Il corvo e i racconti del mistero di Poe, la Commedia di Dante. Ancoraggi filosofici: la scuola ionica di Mileto e Parmenide. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra. Attualmente vive a Torre d’Isola (PV). Vince “Opera Prima”2018 Anterem edizioni con la raccolta “Corpo di Guerra”.

Mariangela Guatteri, "Tecniche di liberazione", Benway Senries, 2017, nota di Rosa Pierno

Se tutto non è analogo a tutto, ciò che appare particolare lo è solo perché estratto dall’insieme, allora bisogna minimizzare le differenze per ricondurre anche il particolare nell’albero di un fenomeno originale, che possa situarsi nel luogo in cui tutto era, appunto, indistinto. Cogliere l’epifania dell’evento e collezionarne la serie. Il testo asciuttissimo si svolge in parallelo al dispiegamento di immagini fotografiche che non si devono interpretare come un commento, ma, appunto, come un discorso visivo complementare. All’interno di questa dinamica vige sempre equilibrio perché vi è equivalenza: “Le modalità di rinuncia: “l’abolizione delle modalità umane”, oltre che trasformazione: “un punto: ferma e continua”. È abolito così, almeno nel passaggio dall’individuale all’universale, anche ciò che arresta l’azione: la morte. La memoria non deve ostacolare e il raffinatissimo dialogo tra bianco e nero rende la calma una durata senza scansione cronologica.

Tecniche di liberazione 1

Tecniche di liberazione 2

Tecniche di liberazione 3

Tecniche di liberazione 4

Gian Paolo Guerini, dalla raccolta inedita "Chiunque", nota di Laura Caccia

Il balbettio del senso

Tra visivo e sonoro, senso e non senso, apparenza ed equivoco, la costruzione poetica Chiunque di Gian Paolo Guerini appare pensata appositamente per depistare. O, meglio, per lasciare che qualcosa riesca a manifestarsi nel semplice accadere del testo.

Testimoni di un originale disperso, forse mai stato”, ci indica l’autore, sono Chiunque, che “non è detto che sia”, e Nessuno, che “non è detto che non sia”, che si rispecchiano, lungo i sedici duplici scritti che compongono la raccolta, di volta in volta in una stessa trama poetica, diversamente interrotta da cesure nei due testi bifronte e resa irriconoscibile nelle sue strutture grammaticali, sintattiche e semantiche.

Una rifrazione simmetrica e asimmetrica nello stesso tempo, tra le tante contraddizioni disseminate: poesie apparentemente illeggibili nel loro balbettio sonoro, una lingua franta e spezzettata non parlata da nessuno, l’originale che è e, insieme, non è disperso.

L’originale sarebbe infatti facilmente ricomponibile: basterebbero atti di paziente razionalità per rendere leggibili e comprensibili i testi, ma, seguendo le indicazioni dell’autore che richiede “un lettore che rinunci, fin dall’inizio, alla propria capacità di intendere. Accettante l’incompiutezza e abbandonato alla résonance de la langue e alla magia del terzo suono di Tartini”, è proprio nel lasciarci cullare dalla duplicità del balbettio sonoro che potremmo essere in grado di percepirne uno ulteriore. Come nel captare gli armonici sonori, dove nell’ascolto di due suoni ad un determinato intervallo, si produce la percezione di un terzo suono, che in realtà non esiste, così l’autore ci chiede di muoverci nelle duplici sonorità, contrapposte e sovrapponibili, al fine di cogliere quanto di assente e di oltre si celi.

Salvo poi farci scoprire, nel glossario al termine della raccolta, che l’originale in realtà non è disperso e che una nuova contraddizione ci attende al varco: poiché la trama poetica è colma non solo di risonanze, ma di un senso specifico che ci conduce ai testi sanscriti, ai loro principi e ai termini che li caratterizzano. Sono termini che fanno riferimento al principio e al trascendente, alle divinità vediche e alle realtà sensibili, al respiro e alla forza vitale. Così come alla sillaba sacra, alla parola creatrice.

Allora pare che Gian Paolo Guerini nella sua raccolta, insieme strutturata e colma di contraddizioni, lacerata e assetata di senso, non intenda tanto mettere in atto una ricerca sull’incompiutezza della lingua e sul valore dell’abbandono alla risonanza sonora, quanto piuttosto, diremmo, una narrazione inconscia dell’assoluto per suono e cesure. Protesa a far emergere quanto di unitario nasconda la frammentazione, quanto di profondo si celi nell’indicibile.

Del resto, cosa sarebbe la poesia se non accogliesse la contraddizione che la anima? E cosa se non contenesse in sé l’indicibile, l’inconscio, l'assente, riuscendo a parlare per frammenti, a fronte dei nostri vani tentativi di ricostruzione, e tentando di condurci, se pur umanamente votati allo scacco, verso il principio?

 

Nota dell’Autore: CHIUNQUE (voce a sinistra) e NESSUNO (voce a destra) sono i due testimoni di un originale disperso, forse mai stato. Si atteggiano a sordidi e adiafori personaggi di una commedia che tradisce le mute parole intese dall’occhio, per ridarcele in un balbettio implacabilmente e irrimediabilmente coniato e revocato. Non si può rimanere fedeli all’originale (in quanto disperso) né accontentarsi dell’ultima stesura (in quanto difficilmente decifrabile). Incurante delle attese della filologia, la commedia inarca una desinenza equivoca a sostegno di una cattedrale ormai in rovina: chiede un lettore che rinunci, fin dall’inizio, alla propria capacità di intendere. Accettante l’incompiutezza e abbandonato alla résonance de la langue e alla magia del terzo suono di Tartini.

 

1 CHIUNQUE

ciso no trat

tidina tura lezza

chen onposson o

esse reequi voca ti

si spe gneu nastel

lasi scuri sceuns ole

maun pas soè unpas so

chesi aav antiche

siaindi etro

no nhalas tessa

im portan zad

isa pere do

veanda re

mipo trai

trova requi

sene vica osene

vicaf orte

an cheinven tar

sidire mare

con troven tonel

labo naccia

 

1 NESSUNO

cis onot rattidi

natura lezza

cheno npos sono

esse re e

qui voca tisi

speg neu nastel

la si scuri sce un sol

e ma unp as soè unp

as soches ia avan

ti ches ia

indi e trono

nha las te ssai

mporta nzadi sa

pere do veanda

re mi potr ai

trov are qui se ne

vicao se ne vicafo

rte anche inven

tar si di re ma

recon troven tonel

la bonac cia
 


Gian Paolo Guerini è nato toro verso la metà del XX secolo in una piccola città equidistante da Milano, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia. Dopo studi disordinatissimi, non ha voluto laurearsi in teologia con una tesi su Þe Clowde of Vnknowyng. Si batte da sempre, estenuamene, per liberare l’arte dalla cultura. Non ha mai ufficialmente pubblicato, tranne sporadici quaderni autoprodotti destinati ad amici, per la maggior parte in 10 copie (ma alcuni, in un impeto di presunzione, fino a 30 copie). Qui si trova tutto: www.gianpaologuerini.it (o quasi).

Stefano Iori, poesia inedita "Ultimo stato d’animo di Didone", premessa di Ranieri Teti

Stefano Iori dedica un omaggio a Giuseppe Ungaretti, prendendo spunto da uno dei suoi testi più rappresentativi, tratto da La terra promessa.

Sembra una mimesi stilistica, un omaggio che richiama in maniera naturale il pre-testo.

I “Cori descrittivi di stati d’animo di Didone” sono in tutto 19, e Iori, con il suo gesto fedelissimo ci consegna il ventesimo, l’ultimo: l’”Ultimo stato d’animo di Didone”, che comprende i precedenti, talora quasi citandoli, pensato come un riassunto, l’appendice a un capolavoro.

Il distico finale di Ungaretti “Deposto hai la superbia negli orrori, / Nei desolati errori” viene ripreso da Iori in “Lascia la terra dei desolati errori / Cerca novizie gemme di stupore”.

L’omaggio è ardito e risolto dal poeta contemporaneo con un verso finale di notevole intensità: tutto rinviene e si sospende, dove le cose “aspettano, là dove non ti trovi”.

Sottesa al testo ungarettiano c’è la nitida presenza di Virgilio, conterraneo e sicuramente amato da Iori (tanto che gli ha dedicato un festival): possiamo pensare a un doppio omaggio.


 

Ultimo stato d'animo di Didone

Omaggio a Giuseppe Ungaretti

 

Nella tenebra, attonita e muta

traversi campi vuoti d'ogni grano

Al tuo fianco più nessuno aspetti
 

Tremore sottile in vele d'indugio

t'accoglie e avvolge, antica notte

dove vagheggi con occhi opachi

senza più nebbia a soffiar sogni
 

Incerta, furtiva, in dormiveglia

trarresti dal buio un'ala enorme

a ricoprirti di quiete sperduta
 

È città desolata la tua memoria

macerie perdute, fetori d'ansia

pronti a svanire nell'ultima viltà
 

Lascia la terra dei desolati errori

Cerca novizie gemme di stupore

Chiamano il nome tuo, le senti?

Aspettano, là dove non ti trovi
 


Stefano Iori è nato a Mantova nel 1951 e ha studiato Giurisprudenza all'Università di Parma. Dal 1979 al 1985 ha svolto un'intensa attività teatrale e televisiva, in Italia e all'estero, come attore e regista. Debuttò come saggista nel 1992, firmando il volume Scritture del teatro (edizioni Provincia di Mantova). Iscritto all'Albo dei Giornalisti Professionisti, è stato redattore del quotidiano La Voce di Mantova dal 1992 al 1999. Si è rivelato al pubblico e alla critica con la filmografia ragionata I Grandi del cinema - Tinto Brass (Gremese Editore, Roma 2000). Ha collaborato con vari editori in qualità di curatore, fra questi anche Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato quattro libri di poesia: Gocce scalze (Albatros Il Filo, Roma 2011), Sottopelle (Kolibris, Ferrara 2013, con prefazione di Gio Ferri) e L'anima aggiunta (Edizioni SEAM, Roma 2014, con prefazione di Beppe Costa e traduzione in inglese a fronte – ristampa per i tipi Pellicano, Roma 2017), Lascia la tua terra – Sinfonia del congedo (Fara Editore, Rimini 2017), con brevi note di lettura di Flavio Ermini, Giò Ferri, Rosa Pierno, Ida Travi). Nel 2015 ha pubblicato il romanzo La giovinezza di Shlomo (Gilgamesh Edizioni, Mantova). È direttore responsabile della rivista di poesia Versante Ripido e dei Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi. È direttore artistico del Festival Internazionale di Poesia Virgilio e del Sirmio International Poetry Festival, nonché coordinatore del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. È studioso di cultura ebraica.

Raffaele Marone, dalla raccolta inedita "aprile (‘a morte mmò mò e po’ torna a nascere)", nota di Laura Caccia

Della fine e dell’inizio

Appare in tutta la sua tensione, nella ricerca di una lingua autentica e il più possibile vicina alle origini, la raccolta aprile di Raffaele Marone che, di stesura in stesura, approda alla versione presentata nel dialetto della piana vesuviana.

Se la prima stesura, in lingua italiana, puntava, a quanto ci dice in nota l’autore, sull’emozione e sulla seduzione attraverso il lirismo e la riproduzione del noto e la seconda, sempre in lingua italiana, sull’apertura e sulla mobilità, attraverso una forma impura e incompiuta, la terza, divenuta “traduzione (traslazione?)” in dialetto, trova espressione nella lingua lavica dell’infanzia.

Quasi, potremmo, dire un passaggio dall’eruzione esplosiva vulcanica, insidiosa e attrattiva, all’eruzione effusiva, con le sue colate mobili e impure, e infine alla sedimentazione magmatica non ancora sopita, dura e rovente. Perciò “scrivere oggi il dialetto”, dichiara in nota l’autore, “spezza le unghie, fa sanguinare le dita”.

C’è come un ritorno all’inizio, anche se perso, anche se introvato, nel ribadire in continuazione la fine e l’origine nel loro contraddittorio mostrarsi.

Il completamento del titolo tra parentesi (‘a morte mmò mò e po’ torna a nascere), una morte in diretta e poi una rinascita, ci indica in sintesi la poetica della raccolta: un continuo morire e rinascere, una metamorfosi ininterrotta del testo come del pensiero che lo anima.

E cosa muore? Cosa rinasce?

La scrittura che, nel descrivere morte e rinascita, si fa anch’essa morte e rinascita nelle sue varie stesure, trovando ogni volta motivi di sofferenza e stupore. Il senso che da logiche fisse e chiuse passa a sviluppi mobili e moltiplicanti, nei “pensieri che diventano quattro / quattrocento un pensiero diventa / due una forma e un’altra e poi un’altra”. Il corpo che dalla sensazione di “ancora paura e paura / e i salti e il pugno chiuso contro / del morire ora solo” si apre alla percezione della linfa vitale. Il passato che, con il suo finire statico, spalanca il perennemente nascere del presente: “il passato è morto solo per questo / la morte ferma / di sé / risorgerà dalle ceneri”.

Tra figure emblematiche, quali “la signora paura” e la “zia conoscenza”, tra il senso di smarrimento quando / tutto torna al vuoto di nulla” e la fiducia in una possibile rinascita, infine in una relativa consonanza, poiché se ne ravvisa non tanto la crudeltà quanto la speranza, con l’aprile eliotiano che genera lillà da terra morta, nel suo aprile Raffaele Marone ci porta, attraverso la lingua lavica, magmatica e fertile, che gli appartiene, a percepire il vitale del morire, propriamente a “sentire le singole gocce d’oceani come sanno / e sa il fossile che porta la vita segreta della polvere in sé”.

 

I

perduto era inizio il tepore

puro infinito

e vissuto come unico

perenne assoluto.

una

conoscenza di una forma solo

e sola
 

I

perz’ s’era ‘o calore ‘e l’accummiencio

puro e senza fine

e campato comm’a un’ sulo

sempe llà assuluto.

una

ne sape, na forma sulamente

e sola
 

IV

del padre nelle sue biforcazioni

seguire la giustezza della strada dettata, labirinto

dei muri dove la testa

moltiplicata dai giorni fino a fare

perde sette frammenti duri infissi. poi

batte forte e il cuore per questo

nella mente che s’incrina per questo
 

IV

d’o pate dint’e vich’

appriess’a via giust c’a dittat’, ‘o labirint’

d’e mur’ addò ‘a capa se fa

mill’ cape, juorn’ pe’ juorn’, fin’a cché

aropp’ perde pa’ via sett’ scarde toste ‘nfizzate. po’

batt’ forte e ‘o core pe’ chest’

dint’a capa ca se senga pe’ chest’
 

e rinasce

un grand’uomo, perché la polvere

sa “chiedi alla polvere” disse

senti le gocce di linfa nella foglia come sanno

i suoi grani sanno sentire come sanno

sentire le rocce di vetta inviolata e i grani

di un sauro morto sentire le singole gocce d’oceani come sanno

e sa il fossile che porta la vita segreta della polvere in sé
 

e torna a nascere

“addimann’ a povere” ricette

nu grand’omm, pecché ‘a povere o’ sape

ca ‘e gran’ suje sapeno sentì comm’ sapeno

sentì ‘e gocce d’a linfa dint’a foglia comm’ sapeno

sentì una a una ‘e gocce ‘e l’oceano comm’ sapeno

sentì ‘e prete ‘mpizz’a muntagna sulitaria e ‘e gran’ ‘e nu sauro

fossile ca se porta aind’ ‘a vita segreta d’a povere


 

Nota dell’Autore

La raccolta è la terza scrittura di un testo, ultimo (per ora) passaggio di una metamorfosi in atto.

La prima scrittura lasciava emergere delle forme di lirismo che offuscavano la natura dell’espressione esatta. Aleggiava ancora l’atto di sedurre attraverso l’emozione, cercata ancora come riproduzione del noto. L’atto di conoscere deve abbandonare tutte le scorciatoie della seduzione (o bisognerebbe almeno provarci!).

La seconda scrittura, per spezzare le funi della seduzione, non è altro che il frutto di un riposizionamento dei versi all’interno dello spazio di ogni singola poesia. Così il senso si è liberato della logica del passato per fare la logica del presente, che è in atto, è mobile, è forma nuova. Impura e leggermente insensata, laddove si apre. Forma comunque incompiuta nel dire quel che è da dire ora.

La terza scrittura, qui presentata, è traduzione (traslazione?) in dialetto.

Tornare al dialetto è uno di quegli strani viaggi di ritorno al futuro, a ritroso verso il domani.

Tornare all’infanzia, a quella lingua dei suoni negati (dovevamo parlare italiano per diventare moderni?).

Quel desiderio di emettere suoni così è rimasto. E poi arriva la voglia, anzi la necessità spinta dall’urgenza, di scriverla quella lingua, per dire il tempo in atto, il presente (che è futuro allo stato perennemente nascente) con possibile esattezza, in forma che si senta compiuta proprio nel presentarsi con l’ambiguità del farsi o disfarsi.

La scrittura permette di far riemergere quei suoni antichi rimbombanti che vivono in un mondo cavernoso di acque esistenziali, carsico. Quei suoni, uscendo all’aria aperta si mescolano; oggi sono impastati con i suoni della strada, anche se questi, il tempo li ha in molta parte impoveriti e arricchiti, comunque cambiati (è la vita di una lingua viva).

La traduzione (traslazione?) in dialetto napoletano contemporaneo della piana vesuviana è materia grezza, ruvida; sarebbe bello se ancora risuonasse di echi di osco, perché li cerca.

Ma scrivere oggi il dialetto spezza le unghie, fa sanguinare le dita, è faticoso e a volte fa anche leggermente male: scrivere ogni parola è come staccare, a mani nude, un pezzo di roccia da una terra dura. Chissà perché. Forse la vita naturale di quelle parole in dialetto è nel mondo del suono e dei rumori.

O perché quella roccia è dura e scotta: forse è materia magmatica mai raffreddatasi, o è calda del calore di una stella che, lo sappiamo, non c’è più eppure sembra bruciare ora.


Raffaele Marone (Napoli 1960) è architetto e ricercatore universitario.

Sue poesie sono state pubblicate su “Le Voci della Luna” e, in rete, su “Blanc de ta nuque” e “Carte nel vento”.

Ha pubblicato libri, progetti e saggi di architettura.

Scrive il blog www.ilfattoquotidiano.it/blog/rmarone/

Gabriella Montanari, dalla raccolta inedita "Anatomie comperate", nota di Laura Caccia

Nel corpo del sentire

È impregnata di corporeità, nei suoi aspetti fisici correlati alla percezione di sé e del proprio stare al mondo, la raccolta Anatomie comperate di Gabriella Montanari. Lo evidenziano, già a prima vista, i titoli delle quattro parti di cui è composta, nell’intreccio degli elementi corporali e di quanto essi richiamino sul piano esistenziale, tra ricordi e messe a fuoco dei grovigli del vissuto.

La memoria del corpo pare non dare scampo. E quando riguarda l’esperienza corporea ed esperienziale diventa motivo di sofferenza e di disincanto, in cui la parola deve fare i conti con le abrasioni del vivere e del morire, imbrattandosi con quanto di torbido e di venefico venga a contatto. Parola di corpo e di sangue, di strappo e ferita, che apparentemente sembra giocare sui tasti del sarcasmo e dell’ironia, ma che in realtà riesce a dar luogo ad una spietata messa a nudo: “Un boato e un silenzio / mi fecero di carne lirica. / Salata in superficie / acre nei risvolti del sentire”.

Di carne lirica”: potente ossimoro di quanto di più materico e lacerabile si possa esprimere e insieme di più visionario e tendente all’unità si possa lasciar risuonare.

E se l’elemento carnale, il vissuto corporeo ed esperienziale, non lascia adito a speranze future, “Per quella maledizione / che ci riempie la bocca di ma sì, sì, dopo. / Dopo, però, è solo la lisca”, ciò che la parte lirica pare essere in grado di difendere è la fiducia nell’oltre-realtà della creazione poetica: “Sento che le tue iridi mi sfogliano, / cercano radici, non sanno cosa pensare. / Scusami, ma io ho occhi solo per un roseto inventato”.

E se, ancora, le parti anatomiche indicano sofferenza e sforzo, propriamente una conquista, dovendo essere acquisite a fatica, come ci indica l’autrice, “Mia prima e ultima dimora, / corpo che mi guardi, / covo di anatomie comperate coi risparmi”, ciò che la parola esprime è la gratuità del suo dono:“Il divino è nelle tue meccaniche, / sacro è il rigore con cui profani l’anima. / In cambio di tremiti e disfunzioni / ti rendo questi versi perché sono tue visioni”.

Una parola sempre impregnata del corpo che la esprime, colma di immagini e di visioni e, insieme, di tagli e dissezioni, come fosse un’indagine anatomica del vivere, a partire dalla vivisezione stessa del dire, da quel “torbido dei nondetti”, quando “madrelingua era l’incomprensione”, fino alla limpida e netta dichiarazione: “odio uccidere le parole, è immorale”. Una parola soprattutto impregnata del sangue che la anima, come Gabriella Montanari evidenzia, con la sua parte carnale, chiedendosi: “Non siamo forse gengive / che blaterano storie / di cui si è perso il sangue?”. E come sottolinea chiaramente, con la sua parte lirica, quando riesce, in una prospettiva positiva sul futuro, a fare sbocciare ”il sangue canterino”.

 

Dalla sezione Ippocampo sempreverde e ciuffi di memoria
 

NEURONI E SANTO PATRONO 

I nervi delle strade di Romagna

s’infiammano per un nonnulla,

le indoli carburano a spergiuri.
 

             Dio non c’è e non torna subito.
 

Quando i campi si strusciano al vespro

gli uomini tracannano sangue di giove

e le donne s’apparecchiano:

sughi e orifizi per bocche miscredenti.
 

Nella mia terra strozziamo i preti

con budelli di acqua e farina,

sacrifichiamo rane ai festival democratici

mettiamo lucciole nei boccali

per fare luce ai sogni.

Siamo teste calde di sole

spaccato tra le onde e i castelli.
 

           Di cosa odora la memoria?

           Quanto misura una meta?
 

Alla guida dell’esistenza

assomigliamo a bambini interrotti,

la patente rosa peonia

le tasche piene di tappini

e gettoni per le giostre.

 


TRONCHI E CORTECCE

Lo zio addestrava cagne da tartufo

la zia sbollentava cuori di pollo

la cugina era il mio doppio in biondo.


La loro dimora sopravvisse alla nostra diaspora.


Succhiavo ossa di sambuco

in cima al cachi pericolante,

ero un seme in fuga dalla potestà del frutto.


Istruivo bambole compìte

imparavo la non-famiglia.

 

M’innamorai di un fiore di nome Filadelfo:

deflorò la mia infanzia

in cambio di due stami.

 

GERIATRICAMENTE VOSTRA

I nonni coi nipoti al guinzaglio

passeggiano lungo i margini

di storie sfigurate da semolino e trame senili.

Curvi, ormai appallottolati

nel cestino delle grandi imprese.

La loro canizie è morbida, di un azzurro pietoso,

sono pulcini che hanno smarrito il domani.
 

L’ippocampo arranca, poi sciopera.

Chi sei tu? Ti conosco?

La demenza conosce i nomi latini dei frutti dimenticati,

si scorda delle voci e dei visi abitati.
 

I nonni ignoti

sono sfere di naftalina conficcate nella distanza.

Conservo vecchie foto

del loro non essere stati.


Gabriella Montanari, italo-francese, laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna e diplomata in Pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, è poeta, scrittrice, critica d’arte e fotografa. Ha insegnato Lingua e Letteratura Italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi (India), Tecniche pittoriche e Storia dell’arte presso il Lycée Français de New Delhi. Ha condotto laboratori di poesia con gli allievi del Lycée Français de Lomé (Togo).

Traduttrice di poesia e narrativa dal francese e dall’inglese, collabora con riviste letterarie, d’informazione, di viaggio e d’arte italiane e internazionali.

È stata co-fondatrice e direttrice editoriale della casa editrice WhiteFly Press (Lugo). Attualmente è docente di lingua francese e Presidente dell’Associazione Culturale WhiteFly, con sede a Torino. È curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali/festival letterari e consulente editoriale.

Esordisce in poesia con Oltraggio all’ipocrisia per le edizioni Lepisma di Roma (2012, Prefazione di Dante Maffia), a cui hanno fatto seguito Arsenico e nuovi versetti (La Vita Felice, Milano, 2013, Prefazione di Lino Angiuli), Abbecedario di una ex buona a nulla (Rupe Mutevole Edizioni, Parma, 2015, Prefazione di Enrico Nascimbeni ) e Si chiude da sé (Gilgamesh Edizioni, Mantova, 2016, Prefazione di Davide Rondoni). Pubblica per Supernova di Venezia (2016, Prefazione di Carla Menaldo) il suo primo romanzo, Donne di cose e per Danilo Montanari Editore (Ravenna), il libro d’arte Reattivo di Valle (poesie e fotografie) con acquarelli di Sergio Monari (2017).

Tra i riconoscimenti: Premio Internazionale R. Farina 2012: 2a classificata con Oltraggio all’ipocrisia; Premio Torresano 2016 : 1a classificata sez. Raccolta poesia inedita con Si chiude da sé; Premio Torresano 2016: 3a classificata sez. Narrativa edita con Donne di cose; Premio Montano 2017: Segnalazione sez Poesia edita con Si chiude da sé; Premio Guido Gozzano 2017: 3a classificata sez poesia inedita con « Cerulea » (da Anatomia comperata), Premio Don Di Liegro 2017: Medaglia d’onore con « A maggio » (da Anatomia comperata).

Romano Morelli, dalla raccolta inedita "Un difficile partire", nota di Giorgio Bonacini

Se la poesia è un dono che non desidera reciprocità, lo è ugualmente anche quando arriva al poeta dal poeta stesso, e si offre all’altro: non solo per dire la parola, ma a volte e ben più, per dare una parola che aderisca a sé, in quanto cosa significante e molteplice. Ed è proprio con questa consapevolezza che il poemetto di Morelli si avvia e fluisce aprendosi il varco necessario “dall’orlo di un limite”. La scrittura e la lingua, che sono il fare e l’essere della poesia, per l’autore sono indiscutibilmente sostanza per respirare: dunque per vivere. Allora la parola, sottratta alla sua superficiale funzione ordinaria, è una peregrinazione senza meta precisa, anche in una direzione attenta al perdersi. Ciò vuol dire, un’occasione per trovare senso e ritrovarsi ricreando il mondo. Il linguaggio, dentro la voce che dice vibrando in ogni sillaba, può anche scomparire dalla visuale, ma i versi lo recuperano tra pause e interstizi muti, punteggiando i suoni e i sensi. Lì dove il dentro e il fuori sono vocalità ed eco. Morelli è attento a concepire la poesia nel tempo e nello spazio, dove “la presenza di un altrove” si innesta all’origine di un apparire sempre iniziale, sempre in continua diffusione. Perchè nella voce poetica il conflitto fra dicibile e indicibile è il segno che fonda il disegno (anche impossibile) del senso. Anche dove l’annuncio è oscuro, precisa senza nessun timore, l’autore. In questi testi, dunque, la significazione oltrepassa il significato, perché forma, direzione e percezione del sentimento hanno come unica valenza un pulsare inarrestabile.

 

Dalla sezione “Lasciare traccia”

 

***

Tu non sei qui con noi: allora

per chi, perché, da dove parli?
 

                                              Dall’orlo di un limite,

                                              - varco e precipizio –

                                              da dove si vedono antiche latenze squarciarsi,

                                              le inquietudini ritrarsi nell’ombra,

                                              inaridirsi le domande

                                              e disperdersi a spettri le misure,

                                              relitti che si spengono su larghi abissi di futuro,

                                              aspettando nel crepuscolo che scompare i giorni mancanti.

 

 

Dalla sezione “Un difficile partire”

 

***

Giunti alfine al bilico,
 

nella sosta costretti soffocanti d’attesa,

accecati e senza più voce,
 

non riconosciamo i resti avulsi

della nostra muta

che la terra accoglie e trasformerà in enigma,
 

mentre ci realizziamo ostaggi

rapiti dai tirannici compagni di viaggio

che abbiamo creato e nutriti.

 

***

Di questo trepidare

mentre ti senti andare

traccio ricordo,
 

del momento in cui s’estinguono le memorie

e non concepisci un avvenire.
 

Di questo difficile partire.
 


Romano Morelli è nato a Liegi, Belgio, il 13 giugno 1953.

Vive e lavora a Padova.

Ha pubblicato:

  • E’ non è, Rebellato, San Donà di Piave, 1988. Poesie
  • Questo essere. Poesie 1988-2010, Mimesis, Milano-Udine, 2013. Poesie (segnalata al premio Montano 2013).
  • Su Hölderlin e il sacro, nel volume collettivo “Teologia della follia” a cura di M. Geretto e A. Martin, Mimesis, Milano-Udine, 2013. Saggio critico.
  • Ancora una riflessione sulla poesia e sul nostro presente (finalista al Premio Montano, 2014). Riflessione critica.
  • Possedere stretto un non avere: una lettura di “Entrata nel nero” di Ranieri Teti. La Clessidra, 1-2 2015 (numero pubblicato nel settembre 2016). Nota critica.

Alberto Mori, "Direzioni", Edizioni del Verri, 2017, nota di Flavio Ermini

 

 

 

Con questo libro Alberto Mori ci indica quattro delle mille e mille direzioni che può prendere il linguaggio: la Strada, l’Immagine, la Carne, la Migrazione.

 

Vi è nella poesia di Mori una continua alternanza tra identificazione e distacco.

Identificazione con le cose nominate e distacco dal soggetto che le nomina; anche se non è poi così facile qui distinguere l’oggetto dal soggetto…

È anche su questa ambiguità che Mori cerca una strada personalissima per la scrittura, sottoponendola a una sperimentazione incessante, al fine di liberare la potenza rivelatrice della parola poetica, qualunque sia – tra le quattro direzioni individuate – la direzione presa.


 

Dalla sezione “La Strada”


 

***

Veduta piena

Parabrezzata tutta al sole

fin dietro alle spalle

ad inquadro del lunotto termico

Nel baglio argenteo acceso dal retrovisore

la sequela spezzata della mezzeria

in mattinata allontanante


 

***

L’illuminazione delle intermittenze

nastra e rifrange il sovrappasso notturno

Chiama auto a saliscendere

Delinea nel rettilineo successivo

la luminescenza dello sfondo

Scritte tutor per limiti di velocità


 

***

Tramonto inquadrato flussivo dallo schermo sottopasso

Rettangolo scarlatto brevissimo

acceso dallo iodio dei fari abbaglianti

Finisce il controllo elettronico del limite

Il piede riaffonda acceleratore

Alza la dinamica della strada

nel profumo viaggiante delle tempie


Alberto Mori (Crema,1962), poeta performer e artista, sperimenta una personale attività di ricerca nella poesia, utilizzando in interazione altre forme d’arte e di comunicazione.

Dal 1986 ha all’attivo numerose pubblicazioni.

Nel 2001 Iperpoesie (Save AS Editorial) e nel 2006 Utópos (Peccata Minuta) sono stati tradotti in Spagna. Per Fara Editore ha pubblicato: Raccolta (2008), Fashion (2009), Objects (2010), Financial (2011), Piano (2012), Esecuzioni (2013), Meteo Tempi (2014), Canti Digitali (2015), Quasi Partita (2016).

Nel 2017 Direzioni (edizioni del Verri). La sua produzione video e performativa è consultabile nell’archivio multimediale dell’Associazione Careof / Organization for Contemporary Art di Milano.

Dal 2003 partecipa a Festival di Poesia e Performing Arts fra i quali: V Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (Lisbona, 2005), Biennale di Verona (2005 e 2007), IX Art Action International Performance Art Festival (Monza, 2011), Bologna in Lettere (2013, 2014 ,2015 ,2016, 2018).

Negli ultimi anni più volte finalista del premio di poesia “Lorenzo Montano” della rivista Anterem di Verona.

Website: www. albertomoripoeta.com

Clemente Napolitano, "Fluxus", l’arcael’arco edizioni, 2015, nota di Flavio Ermini

Clemente Napolitano ci porta con questo libro nel flusso della vita quotidiana, nel suo farsi e disfarsi nello spazio di un libero agire proprio di un’anima che ha compreso il destino cui è assegnata.

Un destino che coinvolge il linguaggio e la coscienza, in un rinnovamento lungo e incerto, in un rituale che ha bisogno di essere continuamente ripetuto.

Qualcosa è già successo. Ma c’è ancora posto per l’emozione di un rapporto che svela tentazioni non dette, segrete, incalcolabili.

Il messaggio è questo: si cerchi di rinascere continuamente, ci si impegni incessantemente in imprese nuove, risorgendo come ogni volta fa il sole al mattino.

 

***

Perché quest’involucro

non è mai stato

corazza imbattibile

fragile e scosso

da un colpo di vento

lasso ti accoglie

scherno dolente

alla tempesta

solletichi il verso

garrisce la presa

le maglie allargando

rivolta lo sguardo

come una scolta

le spine di Cristo

hanno foglie brunite

 

***

Hai visto la mano era distesa

il palmo aperto

a mezz’aria sospeso brancolava

il corpo stava dietro

l’angolo teso oscillava perplesso

tra dare e avere

mostrarsi per donare o nel frattempo

tirare il busto

indietro nascondendo l’appetito

ripugnante

 

***

E della vita godo

la vita stessa

irrefrenabile flusso privato

di separati pezzi


Clemente Napolitano nasce a Caserta, il 2 giugno 1965. A Bologna si laurea col massimo dei voti al D.A.M.S.

Allievo di eminenti maestri della scena teatrale italiana (Leo De Berardinis, Claudio Meldolesi, Carlo Merlo) frequenta, durante e dopo gli anni universitari, numerosi corsi di specializzazione in arti sceniche con particolare riguardo al settore dell’interpretazione e della regia.

Dai primi anni ’90, generalizza l’attività teatrale a stimolo di rinnovati impulsi creativi e culturali: assume supplenze di Storia dell’Arte nei Licei di Napoli e provincia; promuove seminari, dibattiti, progetti interartistici per la costruzione di nuovi spazi orientati ad arginare indifferenza e degrado; è interprete delle sue messinscene e di progetti musicali; realizza reading di poesia; collabora con riviste locali e nazionali; conduce seminari, dirige spettacoli nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione Campania e nelle Università di Bologna e Salerno; svolge attività di Teatro e carcere.

Come attore ha collaborato con Leo de Berardinis: Macbeth di William Shakespeare; Carlo Merlo: Cristoforo Colombo di Michel de Ghelderode, Filosoficamente di Eduardo De Filippo; Renato Carpentieri: La serra e Party time di Harold Pinter.

Pubblicazioni più recenti:

  • Clemente Napolitano, FLUXUS, Nola, L’arca e l’arco, 2015.
  • Clemente Napolitano, Oggi è “ancora più lacerante il suo silenzio”, in LA TERZA VITA DI LEO Gli ultimi vent’anni del teatro di Leo de Berardinis a Bologna, riproposti da Claudio Meldolesi con Angela Malfitano e Laura Mariani e da “cento” testimoni, Corazzano, Titivillus, 2010.
  • Clemente Napolitano, La fenice e il thanatos, in “Annuario Liceo Classico <<A. Rosmini>> Palma Campania”, 2007, n° 7.
  • Clemente Napolitano, ‘O compagno, in AA.VV., La Madonna del Latte 10 racconti per 10 anni, Palma Campania, Michelangelo Communications, 2007.

Mario Novarini, "Radiazione del rosso", Book editore, 2017, nota di Rosa Pierno

Con una poesia tutta aderente alle sottili percezioni non tanto della materia quanto dell’atmosfera, delle fonti luminose, dei riflessi e delle percezioni, Mario Novarini insegue il gioco infinito delle loro variazioni alla ricerca di una geometria sottesa e di relazioni che, sui binari dell’analogia, leghino l’inorganico all’organico, il corporeo all’incorporeo: “seguono la piramidale / spiraliforme geometria / ch’è imposta dalla loro / ineludibile natura”. Più spesso, però, il passaggio da un elemento all’altro si attua attraverso un salto, una discontinuità, ove la luce è il viatico principale. Il tempo traccia anch’esso una via nella quale è possibile attraversare differenti stati, ma resta sempre la metafora visiva la chiave analogica, quando presente. Il sogno unitario non è disgiunto dalla consapevolezza della sua illusorietà. Una vera e propria girandola di luce investe il lettore, letteralmente illuminandolo.


 

Tempo

Si inquadra

attraverso la sua lente,

che si allontana a poco a poco

dal piano geometrico

su cui ognuno di noi si muove

come per gioco,

la nostra figura,

visibile per un giorno solo,

per un irripetibile

limpido momento solo

perfettamente a fuoco.


 

Litopoiesi (Genova – Salita Carbonara al Carmine)

Arido grigio lichene

disteso come un’erosa

incrostazione del suolo:

è un vivo fossile la città

racchiuso entro un guscio di pietra,

grumo di pittorica pasta

oleosa che resta fluido

a lungo al suo interno

dopo che in superficie

si è solidificato.
 

Sotto il piano stradale

la vita si dirada si riduce

a geometrica configurazione:

delle pietre squadrate

l’ortogonale precisione

è il segno e l’unica inorganica

residuale evidenza

di un ingegno la cui gelatinosa

fisica consistenza

è scomparsa da tempo.
 

Dove il mare immobile delle argille

rovescia gli spruzzi marnosi

delle sue onde pietrificate

su dorsali calcaree

e detritiche coltri alluvionali

di instabili depositi ghiaiosi

si allungano nell’alveo di acque

che un tempo risuonavano al cielo

e ora scorrono per buie vallecole

sotterranee, sprofondano
 

millenarie basi di pietra

calate nel sottosuolo:

umano atto fondante

che sembra uguagliare

della natura il lapideo

effusivo parto di roccia,

al manufatto accomunato

da simile tettonico

destino di compattezza, usura

e disgregazione.


Mario Novarini (Genova, 1962) è laureato in Lettere con una tesi in Glottologia. Ha pubblicato Inventario (Book Editore, 2002), Con gli occhi della materia (Book, 2008) con cui è stato finalista al Premio “San Domenichino – Città di Massa” 2009 e ha vinto il Premio “Alessandro Manzoni” 2011.

Giovanni Parrini, poesia inedita "Ai Margini", premessa di Ranieri Teti

Il poeta vive sul margine, sull’orlo. Da questo limite acquista centralità, anche se il mondo pare non accorgersene.

Come ha scritto Brodskij, “l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza”: in questa poesia infatti una maceria viene aggettivata, allo stesso tempo, “intima”, “inutile”, ma “irrinunciabile”.

Una maceria, un classico elemento residuale, per il poeta diventa costitutiva e fondamentale. Sicuramente non scarto ma pietra su cui costruire. Portando con sé echi lontani di grande e indimenticabile poesia, Giovanni Parrini ci conduce in un luogo che viene sì descritto, ma allo stesso tempo interiorizzato.

Le descrizioni, precise, si trasformano in pensiero, in “sangue inquieto”.

Solo il poeta, dai margini, può ad esempio riconoscere, all’interno di un paesaggio, un’enclave.

In una scena aperta, vedere il recinto. Può farlo perché è un abitatore di bordi, di spazi ristretti, di riserve. Solo il poeta ci può dire che la vita, di noi umani e di tutti gli altri esseri ed elementi, è “solo destino senza arrivo”.

 

Ai Margini

 

Di questa intima maceria così inutile

mia

irrinunciabile

 

e di te prato asfittico che gli olmi condannati proteggono se resterà

qualche testimonianza non saprei

ma non importa, infine

ora che mi parrebbe di comprendere

 

che la tua terra indurita da pezzi di mattoni

e le rime cercate per ridarti la beltà uccisa

sono un solo destino senza arrivo

tensione a qualche altro numinoso dettato.

Tu resistita enclave d’una forza di margherite e corse io, sangue

inquieto, incapace a cantarti

 

a darti l’infinito:

noi eguali

già scordati e vincibili

mentre ci passa accanto la tramvia hi-tech coi fari miti inondati di nebbia.


Giovanni Parrini è nato a Firenze, città in cui vive.

Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Nel viaggio (Lietocolle, Faloppio, 2006); Tra segni e sogni (Manni, Lecce, 2006); Nell’oltre delle cose (Interlinea, Novara, 2011 - Premio Mario Luzi 2011; finalista Premio “Il Ceppo” di Pistoia 2013); Valichi (Moretti&Vitali, Bergamo, 2015 - Premio Viareggio-Giuria 2015; Premio Pisa 2015); Le misure del cielo, rivista Poesia n° 284, a cura di M.G. Calandrone (Crocetti Editore, Milano), Tra poco, nell’aurora, in Nuovi Argomenti n° 73 (Mondadori, Roma, 2016). Quindici poesie sono presenti nell’Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, Milano).

Una selezione di quattro poesie da Valichi, tradotte in inglese da Dominic Siracusa (University of California, Los Angeles), è stata pubblicata sulla rivista internazionale Equipeco, n° 43 (a cura di Flavio Ermini).
Una lettura pubblica di Valichi è stata fatta dall’attore Leo Gullotta, nell’agosto 2015, presso il parco naturale del Conero.

Suoi lavori poetici sono ospitati in riviste, fra cui “Atelier, gli artigiani della parola” (Ladolfi Editore, Borgomanero), “Bollettino 900” (Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna), “Specchio” (mensile del quotidiano La Stampa), oltre che essere pubblicate in siti web.

È uno dei collaboratori della rivista di arte e cultura Caffè Michelangiolo (Polistampa, Firenze) in cui pubblica poesie e brevi saggi su poeti contemporanei, italiani e stranieri.

Gabriele Pepe, poesia inedita "I sing the body electric", premessa di Ranieri Teti

“I sing the body electric” è il titolo di un lungo poema di Walt Whitman che è stato ripreso, per il loro secondo album, dai Weather report.

Tra le due, sembra essere più quella musicale l’accezione preferita da Gabriele Pepe.

Partendo dalla coda del lungo testo leggiamo “e questo è il blues del tempio risanato / che atomo per atomo rinnova la promessa: / spiga nuova, futura resistenza…”.

Finisce così la poesia, con quei puntini di sospensione che sembrano amplificare l’apertura a un futuro in cui ripromettersi almeno la resistenza, dalle particelle costitutive rappresentate dagli atomi e con l’immagine della “spiga” che porta con sé tutto il suo carico simbolico.

Proprio perché prima c’erano stati “corrotte fecondità del seme e dell’ovaio” e, in generale, un cosmico declinare. Questo mondo che muta nell’instabilità di ciò che potrà accadere può contare nella strenua resistenza di un simbolo universale.


 

I sing the body electric

Se, di slancio, da un tempo non ancora diramato:

(strepitio di verbi di vago declinare fuori e dentro

i respiri di questo castello senza torri

né muraglie, ma di sole feritoie)

staremmo ancora qui, nel mondo affastellati,

di organismo nuovo a decantare:

vertiginosi approdi e intrepide crudezze,

quali interpreti, quali voci,

quali immagini, quali incanti se non per dire:
 

“...mai più vicario era:

al palio siderale di tutte le contrade

umane e sovrumane,

al combattivo inganno di una volontà di carne

caduta e dilaniata al centro di questa muta guerrq

che soltanto esiste nel breve ingaggio

della sua dissipazione;

mai più vicario era:

alle corrotte fecondità del seme e dell'ovaio,

ai margini discreti delle indotte consuetudini,

al gorgo tumultoso delle correnti alluvionali:
 

saldo scoglio al centro di ciò che ovunque scorre

fieramente stava:

(eroico continente dell'umane meraviglie).
 

E non più soggetto era:

al rigoroso sfinimento dell'indagine perenne,

al gelido sbiancare dell'ennesima parola pronunciata;

e non più soggeto era:

al peso insostenibile di esser freccia e mai l'arciere,

al ristagno dei fluidi, all'estradizione delle cose morte,

al ripiegamento delle vertebre sul cuore dell'abisso:
 

incompatibile al gergo dell'antico transitare,

senza timore alcuno, massiccio e puro,

sull'orizzonte degli eventi, superbo, andava...”
 

Questo è. Fu. Sarà: il secolo inderogabile

del corpo nuovo che ibrido

riassume, nel buio e nell'azzurro,

la risacca modulare delle intere percezioni

organico-inorganico

variabili circostanze di realtà aumentate

segmenti di corteccia replicante

che trasuda un'ambra di pensieri del tutto originali

e intrappola concetti inclini all'esatta taratura..
 

Saccenti e osceni quanto basta, ancora cantavamo:

“...questo è il blues del pianto elettrico a lacrime di cromo;

del sangue color dell'argentoro che,

da un polo all'altro reclamato, più veloce

del lampo cellulare, come una tempesta scorre;
 

e questo è il blues del tempio risanato

che atomo per atomo rinnova la promessa:

spiga nuova, futura resistenza...”


Gabriele Pepe, finalista, segnalato e vincitore in diversi tra i maggiori concorsi di poesia, ha pubblicato: “Parking luna” edizioni Arpanet, Milano 2002; “Di corpi franti e scampoli d’amore” e “L’ordine bisbetico del caos” con le Edizioni Lietocolle libri, Faloppio (Como) 2007. Figura nelle antologie: “Ogni parola ha un suono che inventa mondi”, edizioni Arpanet, Milano 2002;

“Fotoscritture”, edizioni Lietocolle libri Faloppio (Como) 2005; “Poesia del dissenso II”, a cura di Erminia Passannanti – Edizioni Joker ( Collana Transference) 2006; “Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea”, Edizioni Le Voci della luna (2006-2011), a cura di Sergio Rotino, Collana Segni, volume n. 7, pp. 272; “Forme concrete della poesia contemporanea”, studio critico a cura di Sandro Montalto, Edizioni Joker.

Suoi testi, recensioni e segnalazioni sul suo lavoro sono apparsi in rete e su carta.

Ivan Pozzoni, poesia inedita "La malattia invettiva", premessa di Ranieri Teti

Nel fantastico, ironico, enorme, visionario, dilagante mondo di Ivan Pozzoni c’è spazio per l’apparentemente minuscola attenzione a una lettera. Ce lo dice il titolo di questa poesia: “La malattia invettiva”. Un cambio, tra la “f” e la “v”, che connota la storia del testo.

Siamo di fronte a un uso potente della lingua, a un’invettiva che diventa infettiva per come, tra ritmo travolgente, rime inaudite e lessico adeguato, riesce a portare il lettore in un vortice.

Non è facile il verso lungo: richiede un superiore controllo della musicalità, e nel genere Pozzoni è maestro.

In questo vortice tutto si mescola e non casualmente si incontrano Zulu e afrikaner, Hitler e Leonida, addirittura Mazinga e una donna bionica.

Dopo una ridda di esattissimi termini medici, che suonano bene in questa poesia (che d’altronde, da una malattia trae spunto), sul finire della poesia l’autore ci intima di salire tutti a bordo del testo, persuasivo, convincente e intransigente. Partendo dalle nostre periferie, anche “in comitiva”.

Buon viaggio, sembra dirci, beffardamente suadente.

 

 

La malattia invettiva

Per scoprire le cause del mio vivere ogni evento come in dissenteria,

hanno versato inchiostro, enorme svista, nella cannula della gastroscopia

i medici anatomopatologi, e mi hanno diagnosticato la malattia invettiva,

associata a reflussi letterari, dilagati dall’esofago, a ossidarmi la gengiva.
 

Quando, cane cinico al collare, fiuto odor di malcostume o lezzo d’egopatia

non riesco a tollerare l’altro-nel-mondo, vittima d’abuso di xenofobia

dimentico ogni forma di fair-play, calo nella nebbia del Berserker,

incazzato nero come uno Zulu costretto a sopportare un afrikaner,

dico rom al sinti, sinti allo zingaro, zingaro al rumeno, rumeno al rom

non riuscirei nemmeno a trattenermi dall’urlare a Hitler aleikhem Shalom.
 

Se non vi digerisco sento dentro «uh, uh, uh» come Leonida alle Termopili,

identificando i vermi, che mi stanno intorno, coll’acuirsi del valore dei miei eosinofili

emetto, in eccesso, acido cloridrico e smetto di disinibire la pompa protonica

con la disperazione di un Mazinga mandato in bianco dalla donna bionica,

sputando, con l’accortezza del Naja nigricollis, ettolitri di cianuro

in faccia a chi, dandomi noia, sia condannato a sbatter la testa al muro.
 

Per comprendere l’ethos del mio vivere in assenza d’atarassia

barbaro che incontra un cittadino nella chora dell’anti-«poesia»,

sarete tutti, nessuno escluso, costretti a inoltrarvi in comitiva

nei meandri labirintitici della mia malattia invettiva.


Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2016 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni e Cherchez la troika con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2016 ha curato una trentina di antologie di versi. Tra 2008 e 2016 ha curato cinquanta volumi collettivi di materia storiografico filosofica e letteraria; tra il 2009 e il 2016 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina Mentis), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press), Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e politica (deComporre) e Il pragmatismo analitico italiano di Giovanni Vailati (Limina Mentis). È con-direttore, insieme ad Ambra Simeone, de Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è direttore de L’Arrivista; è direttore esecutivo della rivista internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

Giuseppina Rando, prosa inedita "Alla caduta", premessa di Mara Cini

Un testo che ripropone la riflessione sul potere/non potere della relazione lingua/realtà: Di fronte alla realtà la lingua diventa parola ingannevole.

I consueti tentativi di costruire l’invisibile dimora dell’essere e la consueta mortificazione nel constatare che le sillabe distanti non colmano il vuoto.

Come è stato detto, nella scrittura di Giuseppina Rando c’è la consapevolezza di un linguaggio che non risolve e nel contempo contiene i semi originari dell’esprimersi.

Così si continua, tentativo su tentativo, a tessere strutture linguistiche, a cercare di mettere ordine nell’universo dei significati per trovare un orizzonte di senso.

E’ come un cammino di passi attenti, in modulazione di preghiera.


 

Alla caduta

Nell’andare a cauti passi, attenti all’ordine comune delle cose, si costituisce il sistema

 

declinando le ore in tonalità di pianto o in modulazioni di preghiera, protesi ad agganciare il compiuto al ritmo dell’infinito che pure s’ode aleggiare intorno alla struttura.

 

 

Alla caduta nel mondo dell’Ignoto

è rimasto impresso in tutto l’essere

l’ardente desiderio di uscirne.

Debole la forma con radici nella melma su cui è stato costruito

il muro dell’indifferenza e da cui hanno origine i cespugli della

 

discriminazione e della violenza.

Sferzate di vorticoso frastuono ne costituiscono la sostanza vivente del tempo.

Le voci di tutte le discordanze si riproducono

in parole nel movimento delle riflessioni fluttuanti,

nella dialettica incessante di forze contraddittorie.

 

Nell’andare a piedi scalzi per luoghi dalle sillabe distanti, quasi impronunciabili, nel vuoto si dissolvono le strade della magia e del disordine:

 

si annulla la Parola, il Sapere che dice

 

Di fronte alla realtà la lingua diventa parola ingannevole, un gioco che irretisce sbarrando la strada verso la pura elevazione.

 

Terrore del nulla.

 

Nell’andare tra la nebbia diradata altra parvenza avanza: un’immensa spianata ove alla necessità di pensare la finitezza corrisponde l’invenzione che apre all’ascolto del sovrumano.

 

Fruscio di chiome nel silenzio; trasalire al ritmo dell’attimo infinito e nello sfiorare il sublime, svanisce il terrore del nulla.

 

Spazio immaginario: ciò che si credeva morto, vive qui sparso tra filari di alberi carichi di frutti, maturati al desiderio di trovare un orizzonte di senso, aneliti-filamenti di travature atti a costruire l’invisibile dimora dell’essere, della propria incorporea sostanza.

 

In chiarità di cuore

distillato di rose selvatiche

alla caduta

nel mondo dell’Ignoto


Giuseppina Rando, poetessa, scrittrice e saggista, è presente in numerosi volumi di poesia, antologie e saggi. Collabora con diverse riviste. Ha pubblicato testi di Poesia tra i quali: Spuma di mare. Poesie (1970-1981), Statue di gesso (1982-1995), Duplice veste (2001), Immane tu (2002), Figura e parola (2005), Cierre Grafica Verona, Vibrazioni (2007) Noubs Chieti, Bioccoli (2008) Anterem Edizioni, Verona; Geometria della Rosa, Aletti editore, 2017. Saggi: Profili di donne nel Vangelo (2001) Bastogi, Foggia, Chiara. Una voce dal silenzio (2002). Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, Le belle parole (2013) Scrittura Creativa Edizioni, Borgomanero (Novara). Nel Segno, Racconti, (2011) Pungitopo, Patti Marina (Messina) ha ricevuto il Premio di narrativa - Sesta edizione - Joyce Lussu, Offida (Ascoli Piceno)

Massimo Rizza, poesia inedita "Costellazioni ferite", nota di Rosa Pierno

Tra l’immagine di pietra e lo sguardo della storia vi è una ferita aperta che l’essere umano desidera ricucire. La fenice è il simbolo che sembra richiudere la forbice tra esistenza e morte, quasi un filo che ricucia. Alle coppie oppositive, che mostrano l’abisso che le accomuna, appartengono sono anche Dio e il nulla, il foglio bianco e la scrittura, la mente e il corpo. La parola viene in soccorso, aiuta a credere alle visioni unificanti. Tra le pieghe del dire si trova la forma del mitico uccello, che si può intravedere tra “le ombre mute” e “le crepe del muro”. La figura emblematica, che racchiude in sé il sole che sorge e che tramonta, è, nella poesia di Rizza, associata alla stella Cassiopea, punita per la superbia con la quale ha considerato la sua bellezza. Tuttavia, la bellezza è mezzo. Questa volta è la notte e non il cielo diurno a delineare una scenografia gravida di silenzi primordiali, la quale ancora lascia da soli gli esseri umani sul percorso dove vanamente essi cercano di afferrare segni. Ma è proprio nel “perdersi” e nel “rincontrarsi”, la spinta alla rinascita o almeno la spinta a proseguire.

 

Costellazioni ferite

Immergersi di nuovo per cercare la bestia

lei ferma indifesa dorme, l'occhio è dolce

il suo respiro è il ritmo del tempo che vive

di quel ritrovarsi soli e insicuri sulla carta

tra l'antico sale e la sua immagine di pietra

nello sguardo la storia di una ferita aperta
 

si scrive Fenice notturna velata sull' acqua

vita di passioni e visioni di pesci volanti

di quell'odore denso, misto di nascita e morte

luci di corpi abbracciati che cercano il senso

di parole dai bordi umidi, liberate nell'aria

con ago e fili d’oro ricuci la ferita del cielo.
 

Nei loro occhi di ragazzi un deserto buio

nuove costellazioni mescolate alle vele

di quel vuoto che riflette i pensieri freddi

nel disperdersi sabbia, sulle parole ferme

tra il nuovo Dio e la loro prima ferita vera

venuta dal nulla, figlia della sospensione

luce tremolante di una lacrima trasparente,

Idra caduta nel silenzio di un punto bianco

osso lucido al sole: antica memoria di carne
 

in superficie la cerchi tra le pieghe del dire

immagini la forma del suo essere corpo

stendersi nel divenire, misura dell'abitare

la senti vicina dalla luce che precede ogni

nascita, senza conoscere le sembianze di chi

ormai trasformata, si cela tra le ombre mute

bestia ferma, sospesa tra le crepe del muro,

Lucertola dalla coda a metà, malata d'amore

attesa piegata dal sole che le muore dentro.
 

Tra i corpi di pietra si allunga Cassiopea

sofferta si nasconde la regina sfigurata

maschera di notte offesa che scivola via

la trama gravida di silenzi primordiali

apre le labbra di carta, lascia l'impronta

di un procedere nella carne viva del testo

striscia tra le statue amputate di memoria

in fondo l'urlo finale prima del giorno

profumo di bianco, colore di sole parole
 

la sua carne lacerata, dimòra e figura

di una sembianza che ti lascia di nuovo

disperso tra gli amanti del solo andare

procedere a tentoni, a cogliere i segni

di quel vivere a misura del suo passo,

Orione che si fa luce e rinascita rosa

rincorsa e presa sulle labbra, pronuncia

il nome di quel perdersi e incontrarsi

dove l'anima sente ancora il soffio vivo.


Massimo Rizza è nato a Sesto San Giovanni e vive a Segrate (Mi). E’ laureato in pedagogia e ha operato nel campo dell’istruzione in qualità di dirigente scolastico. E’ condirettore della rivista letteraria Il Segnale. Ha pubblicato la raccolta poetica Il veliero capovolto, Ed. Anterem (2016).
Nel 2017 ha vinto il Premio Letterario Interferenze, Bologna in lettere, per la sezione poesie inedite. Suoi testi narrativi sono pubblicati in antologie e on line sul sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Testi di poesia, critica e saggistica sono apparsi su riviste letterarie italiane, tra le quali: “Anterem”, “Capoverso”, “Erba D'Arno”, “Il Segnale”,“ l’immaginazione”, “ Pagine”, “Scibbolet”,

Lia Rossi, poesia inedita "Principio di Rivoluzione. Poesia in otto tempi", nota di Flavio Ermini

Il canto che intona Lia Rossi ha la melodia irrequieta delle cose liberate dall’ombra. Richiama antiche voci, intese come forze primordiali e come ambiti di uno spazio terrestre che riunisce l’alto e il basso, il cielo e la terra.

Lia Rossi chiede alla poesia cose che solo dalla poesia è dato di sapere. Perché solo la poesia sa in quale rapporto l’essere umano si pone verso il principio e verso la fine.

L’autrice traccia una partizione netta, precisa tra la scrittura essoterica (che immaginiamo a tutti destinata) e la scrittura esoterica (rivolta solo a chi è disposto a prepararvisi adeguatamene). Per raggiungere queste due modalità di espressione e per darne conto sulla pagina, Lia Rossi evidenzia in ognuno degli otto tempi una cesura, uno spazio bianco, verticale; forse una forma di silenzio che in sé trattiene l’urlo arcaico.

Il suo regno è un regno di parole che abbraccia le profondità dei mondi abissali, dei culti misterici di stirpi ormai estinte. È un altrove che impone una domanda di verità e di senso.

Avviene qui qualcosa di molto simile a quello di cui ci parla il rapporto amoroso, rapporto che impone agli innamorati di mettersi in gioco attraverso una terza figura che è l’amore: l’amore come sogno, come impossibile fusione.

In "Principio di rivoluzione" sono da Lia Rossi raccolti i frammenti di un insistente tumulto, di un costante discettare; tanto da indurci a fare i conti con le mille schegge dell’interminabile dilaniarsi di un’anima così vasta da assomigliare all’infinito.
 

I

La leggenda                  del patto di fame

del pane della brocca del tetto della casa

danno chiaroveggenza                le catene

impetuosa                                eloquenza

verso il coronamento              di emozioni

corso maestoso                           di rivolte

per l’essenza                               del pane

prima                                    la sommossa

dai       fabbricanti         di carte da parati

e in fabbriche                            di salnitro

all’ombra                              di un mistero

avevano avuto origine         i diritti feudali

 

II

Diritto esclusivo di caccia di pesca di colombaia

bannalità di mulino        di frantoio       di forno

la proprietà eminente                       dei terreni

sulle terre                           il diritto di giustizia

il diritto di suite                                   sui servi

sui soggetti                                alla manomorta

al tramonto del secolo                      ai contadini

gravami regi                        gravami ecclesiastici

la decima                         sui quattro grani grossi

avena      segale      grano                             orzo

il diritto                                      di seconda erba

di spigolatura                                       di stoppia


 

III

Non v’è borgo o città           immune

dal contagio      dell’empietà eterna

e          da ogni fatale ineguaglianza

la chimera                di manifatture

di cotone                     nei   castelli

compie                        in abito nero

con mantello                        di seta

e cravatta                        di batista

l’effetto sublime        delle filosofie

la sovranità nazionale        si stende

sugli       assolutismi            vigorosi

il sale del dovere            e la saliera
 

 

IV

I ferrai forgiano picche       i delitti

immaginari secolari            l’eresia

la lesa maestà            si aboliscono

non si congela           il libero gioco

sul voto                  non prevedibile

della sospensione                   regia

la  grande     memoria della collera

divide                   il vecchio ordine

disordine nel canto     dalle officine

sui cappelli              rami di quercia

ha un solo cuore                il ricordo

e                                   una felicità

 

V

Ha gli orecchini  di lancia                  lei

presa all’amo della fedeltà  e della virtù

scivola  la chioma            sotto un panno

a tre colori      le labbra    dei punti rossi

di pittura    la gonna ruota   sulle gambe

madreperle illuminate               evocate

adorate                            messe a fuoco

nei riflessi   di  gocce                     di blu

il desiderio di guardare riscrive l’illusione

le convinzioni e                 le fonti di luce

sguardi fulminati seguaci        si muovono

amanti dei diritti               e delle libertà

 

VI

“Non  sono un leone alato che dorme

i simboli nel momento  d’oro crollano

le figure non incatenate        si rifanno

branco di gazzelle                     in corsa

nella grazia                   dell’idillio civile

una lettera                               un corpo

tra braccia                             conosciute

corrispondenza                            egregia

la memoria                      sventa il futuro

custodisce             nel calare delle storie

dei fogli di mare salato            nelle spire

delle conchiglie                        ritrovate”


 

VII

“Non voglio mai più negare                    il  volto

il canto di gloria trovato                     nel sangue

nelle onde profonde                         nella cenere

nei bordi lampanti dei cuori                nella legge

di linee lontane                       delle ali mai sorte

le viole vicine le lezioni delle acque e delle terre

attraversano      piedi   costati                     occhi

le parole su parole                  come rame infilato

cherubini                                verso la redenzione

della corte dei savi                   estraggono l’anima

a distinguere il bene dal male               al principio

e alla fine nell’immagine       dell’ordine perfetto”

 

VIII

“Hai le labbra chiare come arancia            in spicchi

singolarmente vera   intinta nell’argento e  nel ferro

parliamo in gran segreto            dell’amore più forte

sulla bocca di tutti               ridiamo dei capelli fulvi

che  sfiorano      la schiena             alzati come raggi

gli anelli fermi nella mano guerriera  serpi di bronzo

 

non si sospende la pace                     con le bandiere

velluto                  rosso canone rilucente di bellezza

fanfara  luce tenera                    demone confidente

speciale autoritratto                 liberamente di fuoco

anello eterno sfaccettato      grande  rubino la poesia

innamorata                    rivoluzione ti ho conquistata”


Lia Rossi, insegnante di lingue e letterature straniere, vive a Reggio Emilia. Ha partecipato a rassegne internazionali di poesia visiva e fonetica.

Le sue poesie sono state pubblicate su riviste letterarie, quali Tam Tam, Steve, Squero, O/E, e nell’Antologia Geiger. E’ coautrice dei cortometraggi sperimentali Una scena da rifare (1980) , E’ colpa di Sara(1983) e Au revoir le langage (2016)

Ha pubblicato Versare con garbo (Ed. Tracce, ), Mail-non mail (Ed.Zona, 2013), Verso il gabbiano (Ed.Tecnograf, 2014), La stanza nella stanza (Ed.Tecnograf, 2015) .

Libri d’artista :Gioconda, 2016, Terno dei castelli, 2016 (per i gioielli-spilla di Elisa Pellacani), L’idea del drago, 2017(stampato sui torchi a mano presso il lab.Manfredi con incisioni di Stefano Grasselli), Carta Luna, 2018 (stampato sui torchi a mano presso il lab.Manfredi con incisioni di Elisa Pellacani).

Le opere Mail-non mail, Verso il gabbiano, Stanza nella stanza sono state premiate nell’ambito del Premio Lorenzo Montano 2012 , 2013, 2014, indetto dalla Rivista di Ricerca Letteraria Anterem.

Gianni Ruscio, "Proliferazioni", Eretica, 2017, nota di Flavio Ermini

Gianni Ruscio ci intima di riporre le armi, consapevole com’è che lo sconfinamento, la migrazione, la diaspora, l’esilio, l’esplorazione mediante percorsi impensati caratterizzano la poesia.

Non è certamente la significazione univoca a definirla.

Non è la regola, con le sue armi, a definirla.

La poesia cerca un altrove e un altrimenti effettivi; aspira a ciò che è radicalmente altro.

La creazione poetica è la voce terrena di una creatura che non può liberarsi dalla struttura interrogante dell’esistere umano, attraverso un ascolto in cui è impegnata ogni parte del nostro corpo. Inesauribilmente.

 

***

Il dorso del corpo del tempo sia

il raccolto del nostro intrecciare. Rispettiamo

questa narrazione - slacciata e riallacciata

da stralci di noi nel cordone spaziale,

e riponiamo le armi. Ripuliamo il corso

della superficie che da cardini antichi ci sorregge

in questa carne del luogo, angolo senza destino.

 

***

Pelle spiegata a ridosso del tempio,

tempo gemello, e in fronte il colore del vento.

Sensibile crosta di premonizione, sei sotto la pelle

di questa risonanza il motivo

della lotta, il colombo nel nido

che si accovaccia nel vento. E nel vento

tinge un sospiro, placa il suo alito,

riprende fiato, sterminato rinfresco.

 

***

Fammi la tua verità. Fammi inorganico. Rendimi

opaco. Cieco. Sei tu la sconfitta

dei miei occhi. L’unica. Sconfitta che genera

ritorsione del nulla dentro al nulla... unico sbocco

che in me vede senza guardare. Guardami,

guadami e per i tuoi demoni fammi libro

e costellazione.

 

***

Corri a ritroso per ritornare

verso la fine di ogni sedimento,

di ogni rottura. Sii finalmente lo scempio

della ruota. Del singhiozzo

il confine ultimo prima del dirupo.


Gianni Ruscio nasce a Roma il 7 dicembre 1984, dove vive tuttora. Ama Anna, Jago, il buon cibo, l’arrampicata e la vela. Pubblica il suo primo libro di poesie nel 2008, a 23 anni. Continua la sua ricerca e nel 2011 esce il canzoniere Nostra opera è mescolare intimità per le edizioni Tempo al Libro. Nel 2014 esce Hai bussato? per le edizioni Alter Ego, con prefazione di Roberto Gigliucci. Nel 2016 pubblica con la casa editrice Ensemble Respira, che si aggiudica una menzione al Premio Lorenzo Montano XXX edizione, e vince il premio di poesia italiana indetto dall’editrice Laura Capone. Interioranna, pubblicato dalla casa editrice Algra nel 2017, è la sua quinta pubblicazione, con prefazione di Gabriella Montanari. Il libro viene premiato con segnalazione al Premio Lorenzo Montano 2017. Proliferazioni, Eretica edizioni, è la sua sesta opera edita.

Patrizia Sardisco, prosa inedita "Disdire", premessa di Mara Cini

Una telefonata. Un filo lega due donne. Un flusso di pensieri uguali e contrari scorre da un capo all’altro, dal mondo senza saliva della madre ai lunghi corridoi vuoti nella testa della figlia. E’ il cordone ombelicale delle consuetudini, delle relazioni famigliari. E’ una comunicazione che ripete giorno dopo giorno il non detto.

Ci sono due monologhi che non riescono a farsi dialogo.

Nel pensiero un po’ inerte della figlia, si intravede la possibilità nascente di piccole energie (tiro su la cornetta…mi tiro su i pantaloni…tiro su col naso) innescate dalle richieste materne di cura e attenzione, da un innegabile “discorso amoroso”. Ma presto tutto è ricacciato, tirato giù, nella stagnante terra del non so più che dirle.

Dall’altra parte c’è una donna che si svuota… della sua voce in prevedibili ma inquietanti fiotti d’acqua fredda. Che dice e disdice. Ma il disdire del titolo a cosa si riferisce? Quegli accenni a un suicidio presunto (credo che morirò) sembrano ritrattati con motivazioni che rimandano alle parole di Dorothy Parker (autrice di un memorabile racconto che si intitola appunto “Una telefonata”): I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi; l’acido macchia; i farmaci danno i crampi. (…) Tanto vale vivere.

 

 

Disdire

Lo so che è lei dal primo squillo lo so che è lei squilla da un altro mondo senza saliva quando chiama mia madre mi tiro su dal divano e penso che so che è lei e che è assurdo che mi prenda il panico però è così e non so che dirle non so più che dirle da quando mio padre se ne è andato in quel modo un pomeriggio di gennaio di una sfarinata di secoli fa una sfarinata di secoli fradici fa e infatti nemmeno oggi so cosa dirle oggi che potrei dirle semplicemente buon natale Catia anzi forse oggi è persino peggio è peggio perché so che oggi avrei dovuto telefonarle io avrei potuto telefonare io chiamare per dire anche soltanto ciao Catia ciao ma’ oggi è natale ma’ e io non vengo no ma’ non ce la faccio a passare e allora niente buon natale e poi cose del tipo cosa mangi oggi la fai una tombola con gli altri vecchi mia sorella è venuta a trovarti con i bambini c’era quel cazzone di suo marito o altre cose così cose da figlio ma il fatto è che io non mi ricordo che è natale cioè sì mi ricordo che è natale ma non ho nessuna voglia di accorgermi che me lo ricordo che è natale e nessuna voglia di accorgermi che non ho voglia di parlare con te ma’ però la tiro su la cornetta e l’appoggio precaria e fredda tra la faccia e la spalla e con le mani mi tiro su i pantaloni e non dico niente tiro su col naso e non dico niente aspetto in un angolo buio in uno dei lunghi corridoi vuoti che ho dentro la testa aspetto che la voce di mia madre cada come sempre come un capotto fradicio di neve perché lei si svuota sempre così della sua voce sempre così mia madre gelata e fradicia gravida come la madre di tutti i sensi di colpa l’ha sempre mollata così la sua voce dove capita come un pestaggio al buio e se non smette di nevicare in questo modo credo che morirò dice mia madre lei non dice mai pronto lei non si annuncia mia madre è un fiotto d’acqua fredda che aspetta l’apertura della valvola dice credo che morirò mia madre mi stendo con un flacone di pillole e buonanotte ma poi aggiunge buon natale mia madre e il tono è uguale dice buon natale con lo stesso tono che usa quando deve dirmi che le fa di nuovo male la gamba lo stesso di quando dice che perde di nuovo il cesso in quel cesso di posto dove è costretta a stare lo stesso con cui sta dicendomi che lo sapeva che non andavo a trovarla neanche oggi e almeno oggi una telefonata sì almeno oggi è vero? gliela potevo fare


Patrizia Sardisco è nata a Monreale, dove vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un Liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano. Sue liriche e alcuni racconti brevi compaiono in antologie, riviste e blog letterari. Nel 2016 è stata pubblicata la sua raccolta poetica Crivu, prima classificata al premio “Città di Marineo”. Nel 2018 si è classificata al 2° posto al Premio città di Ischitella – Pietro Giannone con la raccolta inedita di poesie in dialetto Ferri vruricati (arnesi sepolti). Ha inoltre pubblicato Eu-nuca (Edizioni Cofine, 2018) e Autism spectrum (Arcipelago Itaca, 2019), entrambi con prefazione di Anna Maria Curci.

Ambra Simeone, prosa inedita "Provare a salvarsi", premessa di Mara Cini

Scrittura vs vita, è la costante che troviamo, palese o sottotraccia, nel lavoro letterario femminile. Abbiamo gli esempi laceranti e altissimi di Woolf, Cvetaeva, Plath…e gli esempi non pervenuti di tutte quelle pagine mai scritte, quando per partorire un racconto non c’è tempo.

Anche per le giovani donne dei nostri giorni si tratta spesso di scegliere se investire nei sogni o nella vita. La creatività richiede tempo e spazi e cervello libero. Dopo una giornata dedicata ai “normali” impegni famigliari ci si addormenta sulle pagine di un libro o davanti alla televisione, svuotate di ogni energia. L’ autostima sembra dover attraversare prima di tutto le necessità e i luoghi comuni della quotidianità: lavoro, casa, famiglia, cura dell’aspetto fisico…soldi, cibo, vestiti.

Siamo forse noi stesse a dirci vabbé i racconti non sono riusciti a farmi sentire migliore.

Ma provare a salvarsi è talvolta necessario, se non sarà letteratura sarà almeno un ritaglio d’autenticità.

 

Provare a salvarsi

scrivere aveva avuto la sua importanza, ora non più, non c’entra il blocco dello scrittore, ci sono altre cose che entrano in ballo, quando devi fare da cucinare, devi spolverare casa, la polvere, che non c’è da scherzare con l’allergia, dopo i trent’anni, dopo il trasloco è stata tutta una discesa con l’allergia, e non c’è più la mamma a impiattare la cena, a tenere casa pulita, ci sono altre cose che entrano in ballo, e ballare per scrivere è fuori discussione, no, non c’entra il blocco dello scrittore, devi pensare a fare la spesa, vedere il tuo conto in banca che scende a fine mese, e poi che si rialza, un pochino alla volta, non dobbiamo far prendere il sopravvento all’allergia, bisogna pensare a cosa fare di questa vita, che così come gira con un lavoro part-time a seicento euro al mese, proprio rischia di non girare più, eppure una volta scrivere aveva avuto la sua importanza.

adesso voi direte, una donna potrebbe fare tutto, siamo le wonder woman del nuovo millennio, lo dicono in tv, siamo tutte lavoro, passioni, palestra, stress da psicoterapeuta, un giorno forse figli, e mani che si allungano in qualunque direzione, afferrano, accarezzano, ammoniscono, addolciscono i visi, mentre poi c’è chi se ne sta a vegetare sul divano, senza motivo, ferma come un broccolo a pensare che forse sono sei mesi che non riesce a scrivere una parola, se non l’elenco della spesa sui post-it, cercare la calma, un solo attimo di pausa, adesso è meglio conservare le energie per qualcosa che ne valga la pena, tipo: soldi, cibo, vestiti, una casa decente senza muffa sulle pareti per sei mesi all’anno e senza polvere che entra sotto le porte per i restanti sei mesi, un lavoro decente, e poi crescere, crescere, crescere, finalmente, adesso, assolutamente, non puoi pensare al critico letterario che deve analizzare il tuo ultimo libro, non c’è da pensare all’editore che non ti pubblicherà mai il prossimo, ammesso che tu lo scriva veramente, un altro libro.

noi abbiamo le bollette da pagare, che partorire un nuovo racconto e sperare che si classifichi ad un concorso, non c’è tempo, non c’è più tempo, ora è il tempo di centrare la tua vita per qualcosa di vero, non la stupenda, magnifica finzione che vai digitando sul computer, hai la tua nuova raccolta pronta in pdf. e non hai ancora trovato qualcuno che speri in te, e perché dovrebbero farlo, ci sei già tu che non speri neppure più in qualcosa in cui credevi, è un ricordo vago, e allora ti aggrappi a tutto il resto, nella costante attesa che prima o poi non ne avrai più bisogno, forse non avrai più bisogno di sognare, che adesso abbiamo da pagare l’affitto di una casa rispettabile, tra sei mesi trovar- si un nuovo lavoro e poi perderlo e poi ritrovarlo, è una gran guerra, a dire la verità, ma chi ci pensa alla tua raccolta poetica, cresci una buona volta, c’è chi investe nei sogni, perché non investi nella tua vita, si tratta di una questione di scelta, questione di scelte.

io a non sapere neppure se questa storia ho voglia di raccontarla, invece meglio liberarsi, piuttosto iniziarla di punto in bianco e non sa- pere dove andare a parare, finirla non mi sembrerebbe giusto, forse sarebbe ora di fare un figlio, proprio adesso, prima che scada il contratto con il padre eterno, prima che l’utero ti dica no, noi a non sapere come va a finire questa storia, figuriamoci a capire la tua vita o a rendersi conto che il tempo sta per scadere, come sarebbe a dire, rinunciare a lottare è diventata la scommessa della tua vita, e intanto i quiz in tv non si fermano mai, non dai mai le giuste risposte o meglio hai imparato a non darle, perché non ti interessa di vincere, né di perdere, sei lì a chiederti se domani convenga comprare il ferro da stiro per le camicie, quelle non puoi proprio metterle addosso così stropicciate, neppure se le asciughi con l’asciugatrice, ma forse piuttosto che comprare il ferro da stiro, piuttosto che stirare, butto via tutte le camicie, faccio un repulisti, lancio l’assedio all’armadio, metto a morte il guardaroba, nuovo look all’outlet che con poco te la cavi, cambiare, cambiare, cambiare sempre, non è questo il motto del momento?

sì, scrivere poteva aver avuto la sua importanza, avere abbastanza ore che sembravano comunque poche, ora sono perfettamente distribuite, così tante, così perfettamente ordinate e pulite: colazione al mattino (10 min), chiacchierata col barista (15 min), spesa al supermercato (3 quarti d’ora), pranzo (dai 20 a 30 min) compresa la digestione, dai 5 a 10 per il lavaggio piatti, 5 min in macchina per arrivare in ufficio, 4 ore che diventano 6 per il turno part-time che durerà ancora per poco, cena come per il pranzo compreso il lavaggio dei piatti, 3 quarti d’ora in palestra, amici e socializzazione 15 min, doccia 10 min e poi tv fino allo svenimento, eccola lì, un’altra giornata senza aver scritto neppure una frase di senso compiuto.

quando l’io diventa noi, c’è poco da fare, il ballo a passo doppio costa a tutti, ma guadagni una ventata di sesso, soddisfazione, apprezzamento, sostegno, dolore, amore, un prezzo alto a cui non puoi rinunciare, voi mi direte, sarà solo il blocco dello scrittore, vedrai, ma poi a bloccarla lì per qualche anno, tutta quella finzione, tutto quel sogno, dove farla galoppare tutta quella fantasia, attendere magari che un’altra vita sia per essere vissuta meglio, quella che hai abbandonato prevedeva solo parole messe in fila che nessuno avrebbe mai letto, non vuoi certamente finire come quei depressi, quei maniaci, che stanno lì a contare quante copie del loro libro hanno venduto o a tenere corsi in scuole di scrittura creativa, come la maggior parte di quelli che hai avuto il coraggio di leggere e la fortuna di non conoscere, davvero non sarà la tua fine, ecco il problema è sempre stato quello, non avere in mente un finale migliore, adesso effettivamente, non ave- re un piano B è da stupidi, non c’è nulla di geniale, questo è un consiglio da chiedere a qualcuno, prima o poi, un giorno, dato che a noi stessi non ci riesce facile una risposta, che ci rimane lì in canna d’esofago e pur venendo su dallo stomaco, ti lascia solo l’acido in bocca.

altro che depressione, ve la farò vedere, venderò caro il mio talento, lasciate che io scelga le parole adatte per tenere una conversazione al bar, che quella vale più di mille racconti, e poi ad accorgersene solo nei momenti in cui non vorresti neppure alzarti dal letto, scambiare due chiacchiere con uno sconosciuto ti è stato più utile di quei mille racconti non scritti, che ne sarà di critici ed editori, ora che di libri non se ne leggono più, sono rimasti solo quelli che li scrivono allo stile di Calvino, Bukowski, Fante, a chi vuoi che interessi, a me non di certo, neppure quando spreco i miei quindici minuti al giorno a leggere la home di facebook, ti propongono poesie su facebook, ce ne sono in gran quantità, loro che se ne stanno lì a leggere, invece di stare in mezzo alla gente durante la movida del sabato sera, resistenza annunciata, resistere e non comprare niente, resistere e non far finta di non essere su una passerella, resistere in mezzo a tutta quella gente con tutta quella roba addosso, che a vederla dall’alto sembrano formiche con un sacco pieno di niente sulla schiena, tutte intente a portare le loro malinconie in giro per le strade, altro che mille racconti, altro che ottomila caratteri su un foglio bianco, sì, è vero, scrivere aveva avuto la sua importanza, ma non eccessivamente.

altro che sogni, niente racconti, non sono stati mica loro a consolarmi, quando per la prima volta ho guardato un padre e una madre negli occhi, il giorno che l’ho scoperto che anche loro possono morire, anche loro un giorno non ci sorrideranno più, la realtà è una donna che dovrebbe riuscire a fare tante cose, la società che te lo chiede, dovrebbe portare i pantaloni, mascherarsi, fare figli, lavorare, occuparsi della casa e magari di tanto in tanto fingere di fare l’amore per non dimenticarsi di essere viva, per evitare che il compagno la rimpiazzi troppo facilmente, invece di scrivere, puah, a tutti critici letterari, a tutti gli editori, a quei lettori invisibili, non sono stati i libri, né i racconti, né le poesie a farmi andare avanti, non sono certo serviti, quando li ho cercati, non mi hanno asciugato le lacrime nei giorni bui, niente consolazione da parte loro, quella la ricevi solo dalle persone, i racconti non sono riusciti a farmi sentire migliore... e allora adesso, perché piangi, stupida?


Ambra Simeone si è laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi dal titolo Lingua e varianti in “Ritorno a Planaval” di Stefano Dal Bianco. Ha pubblicato: Lingue Cattive, Come John Fante... prima di addormentarmi, Ho qualcosa da dirti - quasi poesie. È co-curatore con Ivan Pozzoni de Il Gustatore - quaderni Neon-Avanguardisti. Ha curato il volume antologico Scrivere un punto interrogativo. Suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali: Kuq e Zi, Il caffè, Italian Poetry Review. Sue poesie sono apparse su antologie tra le quali: Il Quadernario Blu a cura di Giampiero Neri e Il rumore delle parole a cura di Giorgio Linguaglossa. Sono stati pubblicati saggi brevi tratti dalla sua tesi di laurea specialistica su riviste letterarie e in volumi: Rassegna storiografica decennale II e Frammenti di filosofia contemporanea XXII. La sua ultima raccolta è Opinionistica con prefazione di Claudio Damiani. Ha vinto il premio italo-russo Raduga come giovane narratore italiano. Sta lavorando ad una serie di saggi su Charles Bukowski.

Carlo Tosetti, dalla raccolta inedita "Parigi e tempi altri", nota di Laura Caccia

Lo splendore del vero

Poliedriche e rammemoranti, eterogenee e in sé concluse, ciascuna sospesa nella sua dimensione naturale o letteraria, le visioni che emergono dalla raccolta Parigi e altri tempi di Carlo Tosetti paiono somigliare ad una raccolta di inquadrature diversificate, fotogrammi fermati nel loro spazio-tempo, quasi un museo personale dell’autore.

Simili a quegli oggetti, quadri, fotografie, tra cui frugare nelle bancarelle del Marché di Paris, come nella poesia che dà titolo alla raccolta: “Poi che cerchi? / Dove frughi passate / le gravi meraviglie / dei musei ed incontri …?”. Simili anche a fondali, vari e disparati, che vengono di volta in volta scelti e illuminati con tocchi spesso pittorici, nel riverbero stratificato di echi di spazi e tempi lontani.

Sono spazi che richiamano luoghi naturali e urbani: ciascuno descritto nei suoi forti richiami alla presenza umana e, insieme, al pensiero che vi si affaccia. E sono tempi che costituiscono un richiamo a quanto il passato ha lasciato depositare e arricchire, rispetto alla “bolla d&#39;inerte / presente dove attorno / procombe ed insorge / nuovamente ogni cosa”, come scrive l’autore, nel suo stile senza artifici e lontano dalla retorica, attraverso sguardi nitidi sulle cose e richiami pensosi alle presenze umane.

Gli spazi e i tempi richiamati nei testi non restano in tale modo neutri contenitori, ma si colorano di incontri, presenti e passati, reali e letterari. Sono filosofi, registi, scrittori e poeti a cui l’autore dedica i suoi versi o di cui richiama i luoghi scelti per le loro sceneggiature.

Come le piscine termali di Bagno Vignoni, sulle quali aleggia lo spirito di Andreij Tarkovskij “il respiro suo, / l’assimilare il genio / delle Naiadi che spande / il fumo vaporoso e guaritore”, oppure il parco parigino des Buttes-Chaumont, scelto dalla regia di Éric Rohmer “che vi pinse gli acquerelli / della lieve nouvelle vague”, o ancora il luogo immaginario della fortezza di Dino Buzzati nella poesia ispirata a Il deserto dei Tartari che conclude la raccolta, dove luoghi e tempi si rarefanno nell’attesa, in quell’indugio “palesato dal nulla lontano, / dal siderale niente remoto”.

La nostalgia, lo sguardo, l’attesa: quadri, anch’essi, come i testi che Carlo Tosetti delinea via via, nel tentativo, forse, di far emergere quello splendore del vero, indicato da Jean-Luc Godard come elemento caratterizzante la cinematografia della Nouvelle Vague.

Accostando visioni delineate nelle loro precise dimensioni spazio-temporali a elementi di partecipazione umana e di riflessione, dove la parola agisce da macchina da presa in grado di mettere a fuoco simultaneamente i campi lunghi e i primissimi piani. Quasi un effetto straniante, in una poesia che si fa luogo di raccolta di paesaggi e momenti dello stupore e della riflessione, della meraviglia e del quotidiano.


 

Due cimiteri militari
 

I
 

Si apre sconfinata,

dei gusci la distesa

di bivalvi scardinati:

il caos, le cappelunghe,

alcune le inquadra

in laconiche righe,

l’omaggio minerale

al cimitero americano.

 

L’altre che i gorghi

dell'onde l’incrocia,

infinite, frantumate,

creano giustapposte

orazioni del mare,

a mezzo miglio dalla costa

risucchiato per prodigio

e planetaria congiuntura.


 

Al Glicine

 

Figuro tutti bambini,

nella bolla d'inerte

presente dove attorno

procombe ed insorge

nuovamente ogni cosa,

ma sempre indifferenti,

a sfiatare noi s'andava

su per la china, al Glicine fino,

ansando per succhiare

l'ambito ghiacciolo.

A lasciare che affacci l'idea

(di sotto romba la Bova)

che poco ne abbasti

e ci soffochi un rivo,

s'opponeva il tritone,

che viscido sguscia

dalla mano nell'acqua

e poi, fluttuando, si posa.


 

Tarkovskij

 

A ristorarci nella Piazza

delle Sorgenti gustammo

vino rosso e pici,

e meglio avremmo fatto

credo ad emulare

non le penitenze

di Santa Caterina

ma il respiro suo,

l’assimilare il genio

delle Naiadi che spande

il fumo vaporoso e guaritore;

immobili e cotti,

nella piscina rispettosi

del voto al matto di Gorčakov.
 


Carlo Tosetti (Milano, 1969), vive a Brivio (LC).

Ha pubblicato le raccolte: Le stelle intorno ad Halley (LibroItaliano, 2000), Mus Norvegicus (Aletti, 2004), Wunderkammer (Pietre Vive, 2016).

Suoi scritti e recensioni sono presenti su:

Nazione Indiana, Poetarum Silva, Larosainpiu, Paroledichina, Words Social Forum, Versante Ripido, elvioceci.net, Il Convivio, Lankenauta, Interno Poesia, www.giovannicecchinato.it, Poesiaultracontemporanea; Atelier.

È stato ospite della trasmissione Percorsi PerVersi, in onda sulle frequenze di Radio Popolare, il 30/01/2017.

Collabora con Poetarum Silva.

Blog personale: musnorvegicus.it

Luca Vaglio, "Il mondo nel cerchio di cinque metri", Marco Saya Edizioni, 2018, nota di Flavio Ermini

Quando un essere umano nasce, con lui nasce un mondo. Esordisce un paesaggio entro il quale l’uomo e la donna vivono senza consapevolezza.

Nel corso della nostra breve storia evolutiva non abbiamo ancora imparato a pensare.

Si va dall’ininterrotto al balbettio della vita di tutti i giorni.

Entriamo nel perimetro della nostra esistenza come dentro un paesaggio dipinto, un paesaggio artificiale.

Eppure anche là dove la natura si fa apparente, più avventuroso e sofferto diventa l’esistere nel mondo; in particolar modo nello sperimentare il proprio corpo; nel sentire noi stessi; nel rapporto con l’altro, che è rapporto con la parola e con il tempo.


 

***

considera sempre il commiato

le persone al tempo dell’addio

quello che succede, che cosa fanno

prima di fare a meno di te


 

***

si comprende una città soltanto

quando non si ha nulla da fare


 

***

alla radice dei pensieri

dentro il segreto interno

dietro la materia che si vede

si vive sempre

come in attesa

prima dell’inverno

fuori dall’inferno

nell’infanzia delle cose


 

***

molto più di quello che dici

sulle grandi cose del mondo

conta per me l’uomo che sei

nel cerchio di cinque metri

se e come mi saluti e come

mi sento a pochi passi da te


 

***

guardare la luce degli altri

e niente volere rubare

nulla distruggere mai

alla fine non uccidere

essere appena parte lontana

osmosi di una sola passione

è sempre qui il tutto

che dice, il significato

la rivolta, l’etimologia

della rivoluzione


Luca Vaglio vive a Milano, dove lavora come giornalista. Il mondo nel cerchio di cinque metri è il suo terzo libro di poesia. In precedenza, ha pubblicato Milano dalle finestre dei bar (Marco Saya Edizioni, 2013), La memoria della felicità (Zona, 2008), il saggio-inchiesta Cercando la poesia perduta (Marco Saya Edizioni, 2016) e il racconto In riva al Lario (Lite Editions, 2013). La sua ultima pubblicazione è il romanzo Il vuoto (Morellini Editore, 2019).

Ultima pagina: Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Dalla prefazione di Massimo Gualtieri a “Una coltivazione di forme”:

[…] “Una coltivazione di forme” fa parlare, o meglio, è parlata, da tutto un catalogo di enti minori, di marginali assenti. Qui, più che leggere, siamo letti: facciamo esperienza. Fare esperienza di un libro di poesie – coltivarne, appunto, le forme – comporta un agire e implica dei rischi. A questo insieme di asimmetriche aiuolette va rigorosamente anteposto il verbo praticare. Perché questo non innocuo paesaggio necessità sì di una certa attrezzatura, ma soprattutto sta a indicare quanto laboriosa e meticolosa sia ogni trasformazione del fare. La poesia si dà nel fare, gli è contemporanea. Fare esperienza di una poesia che si dà nel fare è già un ritorno all’originario contenuto delle parole greche logos e legein , quando non significavano ancora discorso, dire, e le parole non avevano alcun immediato rapporto con il linguaggio. Logos e legein sono parole care ad Heiddeger che, richiamandosi ad Eraclito, ridarà ad esse un senso molto particolare, un senso che abbiamo già ritrovato: quello di “raccogliere”, di “porre a fianco”, di “mettere in ordine”. La coltivazione, insomma. […]

 

Aida M. Zoppetti è nata a Bergamo, dove risiede. Alla fine degli anni ’70 ha fondato e diretto con Massimo Gualtieri e Ugo Pitozzi la rivista di poesia e sperimentazione visiva “North”. E’ apparsa in numerose antologie di letteratura contemporanea. Suoi testi figurano in Tracce, Tam Tam, Lettera, Anterem, Aperti in squarci, Salvo Imprevisti, Théâtre du silence, El Bagatt, L’area di Broca, Thesis, Risvolti, Il Verri.

Ha pubblicato “Una coltivazione di forme” e “Di Lama e di Luna” per Anterem, “Generation of Vipers” per Signum Edizioni d’Arte, la plaquette: “Piume, poesie visive e volatili” per Dialogo Libri, “Messieurs, mettez du blanc dans l’ombre” e “Blu biscotto” per le Edizioni “Alla pasticceria del pesce” dirette da Claudio Granaroli, “Ora che tutto il tempo è notte” per la raccolta “Lavoro dopo” della CGIL. Ha illustrato “Frisbees della vecchiaia” per Giulia Niccolai.

In questo momento si dedica alla poesia visiva.

ps Le note contrassegnate dai numeri 3 e 5 sono di Tiziano Salari


 

Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Aida M. Zoppetti, due libri, frammenti critici e biografia

Aprile 2019, anno XVI, numero 43

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 

Aprile 2019, anno XVI, numero 43

Prosegue in questo nuovo numero la pubblicazione degli autori che hanno caratterizzato l’edizione 2018 del Premio Lorenzo Montano, tutti presentati dall’intera redazione di “Anterem”: una bellissima istantanea scattata a una significativa parte di recente poesia italiana.

Il lavoro del Premio intorno alla poesia e alla prosa, attraverso opere edite e inedite, pone un’altra pietra nell’edificazione di uno spazio che continuerà a rimanere disponibile e aperto a tutti: la sua dimensione, in continua evoluzione, è testimoniata dall’ultima pagina di questo numero di “Carte nel vento”.

Andiamo avanti, con la 33^ edizione del “Montano” che scade il 15 aprile: scarica il bando

In copertina: Giorgio G. Adami, a sinistra “Astract”, a destra “Pittura paesaggio”; olio e smalti su carta.

(leggi tutto)

Viola Amarelli, da “Il cadavere felice”, Edizioni Sartoria Utopia, 2017, nota di Flavio Ermini

 

L’impossibilità di mettere a fuoco le cose, e definirne i contorni e i particolari, si rivela come luogo d’incontro con il sé.

Si esplicita in un peculiare gioco di specchi e di cornici mobili. Impone al lettore di abbandonare lo stato d’immobilità e di lanciarsi in avanti, perché la chiave del pensiero va sempre trovata nella fluidità dell’erranza.

Quella che Viola Amarelli propone è una poetica che ha trovato la sua filosofia in quelle forme che, proprio per la loro indeterminatezza, richiedono parole assolutamente precise.

Sono parole su cui si fonda un poema scandito in due momenti: uno sguardo sull’esterno che preannuncia lo sguardo verso il proprio interno; e uno sguardo sull’estraneo che anticipa lo sguardo sul familiare.

 

 

Dalla sezione “Cronache”

 

*** 

le belle parole

le giuste

le sufficienti

quelle necessarie

finiscono nello stesso

punto dove nascono.

il silenzio – sipario


 

Dalla sezione “Dèmoni”

 

***

vi vedo dietro il vetro,

non vi tocco, un lucido delirio

l’urlo muto, pesci:

chi è il morto

morto morto morto

fare il morto sull’acqua

vivo

passa il sale

sale le scale avvolge il suono

emette e squaglia

gioia

per poco

siate siate

gioiosi

l’intento tenace
 

non s’ulcera più

lo sbrego, diruto
 

l’io spiritato,

arso, scomparso


 

***

aveva cuore, il sufficiente

ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi

perfino in bocca

perfino tra le cosce

pallida l’evanescenza,

ammalorata.


 

***

uno sciame di mediocrità

ronzanti sulla polpa - quel che resta –

sull’osso, ma

il cadavere - dicono - felice
 


Viola Amarelli, campana, ha esordito con la raccolta di poesie “Fuorigioco” (2007, Joker), seguita dal monologo “Morgana” (2008, Vico Acitillo e-book), dal poemetto “Notizie dalla Pizia” (2009, Lietocolle), “Le nudecrudecose e altre faccende” (2011, L’arcolaio), i racconti di “Cartografie” (2013, Zona), le poesie di “L’ambasciatrice” (2015, autoprodotto) e di “Il cadavere felice” (2017, Sartoria Utopia), le prose in prosa di “Singoli plurali “(2016, Terra d’ulivi) e, in veste di co-autrice, “La deriva del continente” (2014, Transeuropa) e “La disarmata”(2014, CFR). È presente in numerose antologie, riviste cartacee e on line, suoi testi sono stati tradotti in Germania.

Daniele Barbieri, dalla raccolta inedita “cuore amore dolore”, nota di Giorgio Bonacini

La poesia e l’amore da sempre intrecciano i loro cammini e si potrebbe anche pensare che siano nati insieme: quando la parola ha sentito che quel sommovimento psicofisico ha avuto necessità di dirsi. E da qui, il sovvertimento del comune senso di intelletto ed emozione, verso una trasformazione mai fissata e spesso sfuggente, si è legato alla sua pronuncia significante. Così, leggere in queste pagine versi come “voglio restare acquattato/nelle pieghe del tuo amore” come una mistica tenia/che si nutre di dolore”, non può non far scattare nella mente del lettore, la sensazione di essere dentro una meravigliosa turbolenza. Nella scrittura di Daniele Barbieri il dibattersi dei turbamenti produce un andamento ritmico punteggiato da scansioni sillabiche che risuonano al ritmo di un’ondulazione, che si inarca verso se stessa e allo stesso modo dentro una dissoluzione del senso, non mortificante ma rigenerante in “nome dell’amore”. La lingua poetica è gesto vocale fatto di una sostanza che, nella dimensione del sentimento, si fa materia: esistenza che configura lo stupore anche nella perdita d’amore, con una tensione netta, lì dove “il cuore piange nero grida bianco”. Dunque nessun sentimentalismo, neanche il più lucido o freddo. L’autore muove i suoi testi dentro un reale divorante: esattamente così com’è. Non tutto però, nell’impeto d’amore, può dirsi. C’è una pronuncia che resta lì, chiusa, nemmeno balbettante, più che muta. Per poi improvvisamente esplodere e trascinare con sé la trappola della passione: con una versificazione stringente, battente a rima alternata, in un galoppo fluido e spedito. Fino al paradosso più doloroso, dove “l’assenza di qualsiasi patire/è il patire più vero”.

 

 

Dalla sezione “Fiore”

 

è quello che voglio dire

è quello che voglio fare

è così che voglio incidere

è così che voglio amare

come un silenzio che grida

voglio entrare nel tuo cuore

come un grido nel rumore

voglio restarci invisibile

voglio restare acquattato

nelle pieghe del tuo amore

come una mistica tenia

che si nutre di dolore


 

Dalla sezione “Calore”

 

niente magia niente fate in questa storia, solo un grande

deus-ex-machina a sancire questa impossibilità

di separarli, e la tragica necessità di unirli

nel loro ultimo viaggio, ma, santo dio, e se avessero

continuato da lontano a vagheggiarsi, e lungo tempo ancora,

non sarebbe stato meglio, o è proprio l’amore quello

che consuma sino in fondo?


 

Dalla sezione “Rumore”


il frastuono della moto entra in mezzo alle note di

John Coltrane, passi giganti e le mie cose preferite,


quasi i Pink Floyd della madre atomo cuore, non l’ascolto

quasi la musica forse quasi la guardo composta


com’è di frammenti di memoria, frammenti di cose

che si chiamano tra loro, o si chiamano come me


hanno il mio nome, lo giocano in mezzo alle note di

qualsiasi musica, come un modulato ritornello


dove i fatti della vita sono voci di una fuga

di cui il pianista da molto tempo ha perduto il controllo



Daniele Barbieri vive quasi da sempre a Bologna, pur essendo nato non molto lontano, e insegna presso l’Accademia di Belle Arti.

Ha pubblicato, oltre a tanti articoli, diversi libri di carattere teorico sulla semiotica, sul fumetto e la comunicazione visiva, sulla musica e anche sulla poesia: Valvoforme valvocolori (Idea Books 1990), I linguaggi del fumetto (Bompiani 1991), Questioni di ritmo. L’analisi tensiva dei testi televisivi (Eri/Rai 1996), Nel corso del testo. Una teoria della tensione e del ritmo (Bompiani 2004), Tensioni, interpretazione, protonarratività (a cura di, numero monografico di VS, 98-99, 2004), L’ascolto musicale. Condotte, pratiche, grammatiche (a cura di, LIM 2008), Breve storia della letteratura a fumetti (Carocci 2009), Il pensiero disegnato. Saggi sulla letteratura a fumetti europea (Coniglio 2010), Guardare e leggere. La comunicazione visiva dalla pittura alla tipografia (Carocci 2011), Il linguaggio della poesia (Bompiani 2011), Maestri del fumetto (Tunuè 2012), Semiotica del fumetto (Carocci 2017). Ha pubblicato due raccolte di poesie: La nostra vita, e altro (Campanotto 2004) e Distonia (Kurumuny, 2018). Un’altra silloge, Canzonette, è apparsa nel volume collettivo Emozioni in marcia (Fara Editore 2015). Le sue poesie si possono leggere settimanalmente sul blog ancoraunaltrome.wordpress.com.

Altre info su di lui, e sue riflessioni sul mondo, all’indirizzo www.guardareleggere.net.

Simone Burratti, da “Progetto per S.”, Nuova Editrice Magenta, 2017, nota di Flavio Ermini

Questo libro rappresenta un uscire sbattendo la porta. Un piegare con la forza i propri pensieri nel tempo e nel luogo della poesia, così distante dall’autismo omologato che caratterizza l’età moderna fin dal suo inizio.

È necessario un sempre più vigile senso di responsabilità nei confronti dell’essere umano.

Ma, attenzione, da questo lavoro non nasce un’astratta opera concettuale, bensì una casa imponente che consente un abitare che tanto assomiglia a un vivere poetico; un’acquisizione che non pone termine a una ricerca, ma al contrario le dà un senso e un impulso nuovi: descrivere quelle modalità della vita che rendono vivibile il nostro percorso terreno.


 

Quarti della notte

 

1.
Il cielo deve essere nuvoloso. Per il resto, può accadere in un momento qualsiasi della giornata. Lo sguardo si fissa su un punto imprecisato e le voci non sono piú importanti.

Allora c’è un salto nel tempo, e ci si ritrova già lungo la strada. Il passo è solenne e trascinato. Si procede a testa bassa, sotto un cielo minaccioso, nascondendosi il lampo negli occhi.

2.
In camera, sulla scrivania, il cervello si espande. Sotto la lampada si esibiscono le mani bianche. I polpastrelli provano il vetro del bicchiere, punto di ancoraggio di tutto il corpo; gli occhi si stringono con una sofferenza.

Ogni qualche minuto lo si porta alle labbra con la giusta, calibrata trascuratezza. Il liquido scivola lungo il sangue, fa rovesciare la testa all’indietro: in questo modo è possibile stiracchiare il collo e, nello stesso tempo, interrogare il soffitto.

3.
Voglia di uscire a cercare la notte. L’inquadratura si allontana, rivelando una spalla contro la colonna, mentre si resta attoniti col naso all’insú: il cielo si è liberato.

L’odore degli alberi, le stelle fisse: tutto torna a significare qualcosa. Ci si sente di nuovo bambini e si immaginano cose.


 

In a Landscape

 

Il cielo si trasforma sotto gli occhi di chi guarda,

è piú veloce degli alberi che crescono,

piú lento dello sguardo che lo passa in rassegna

cercando qualcos’altro, ma che sia sempre al di qua,

da questa parte concava del cielo,

e quindi facce, progetti, ombre, ricordi

di appuntamenti persi con il tempo, e ancora sagome,

aerei, dita puntate, sogni, proiezioni – nuvole:

la piú insulsa forma d’intrattenimento,

perché il cielo si trasforma continuamente,

e si spegne, di regola, e delude

come sempre le cose che si amano.


 

True Ending

 

È una mattina dopo un temporale senza tracce – un balcone troppo in basso, un’incapacità di intenti, una catastrofe avvertita e mai avvenuta. O forse qualcosa è avvenuto ma solo una mattina dopo l’altra, dietro le tapparelle degli occhi, lo stesso di quando i piedi hanno sentito il materasso troppo corto, e poi troppo usurato, e poi nessuna mamma o donna è piú comparsa sulla soglia della stanza, come un presentimento che si avvera. Comunque c’è il sole. Fili invisibili si tracciano e riflettono nella luce entro il paesaggio di una casa, un cortile, un appartamento residenziale collocato al limite con la campagna. L’uomo sorride con disinvoltura. In certi momenti la sua vita è stata come una cascata, adesso i lineamenti sono rilassati e netti, espressioni trattenute sul viso molto a lungo. Nessuna sensazione, nessuna paura umana, soltanto una presenza fuoricampo. Fuoco: una di quelle cose di cui non sente la mancanza. L’azione perduta di chi non rientra nell’inquadratura, di chi è già andato altrove, eclissando la memoria, senza lasciare altro che un’espressione di rimando, una storia o un’immagine. Nessuna sensazione, nessuna paura umana, soltanto una mancanza fuoricampo. C’è il sole, co- me se niente fosse. S. lo nasconde con l’icona del Cestino.
 


Simone Burratti (1990) studia e vive a Padova. È stato redattore del sito formavera. Sue poesie e traduzioni dall’inglese sono uscite su vari blog e riviste. Questa è la sua Opera Prima.

Rinaldo Caddeo, una prosa inedita “Il silenzio dei deportati”, nota di Davide Campi

Quando il poeta entra nella storia, da poeta, con tutti i sensi aperti, con tutte le parole portatrici di pensiero, con la conoscenza, riesce in un sussurro penetrante a dire con forza di tremendi silenzi.

Quasi sottovoce, in un lascito testamentario.

All’attenzione di questo coinvolgente saggio breve c’è il silenzio, qui analizzato e sviscerato come effetto del contatto con il puro male dell’esistenza. A questo proposito Rinaldo Caddeo inizia e chiude il suo testo con riferimento alle drammatiche testimonianze di Liliana Segre; e ne coglie inedite analogie (letterarie) e differenze (storiche, antropologiche, morali) con i versi inerenti Ugolino della Divina Commedia dantesca e con quelli delle poesie del periodo bellico di Ungaretti.

 

 

Il silenzio dei deportati

 

È dagli anni ‘90 che Liliana Segre fornisce una testimonianza orale della persecuzione degli ebrei (dopo l’emanazione delle leggi razziali fasciste) e dell’internamento nei lager nazisti dopo l’8 settembre ’43. Nel 2018 questa testimonianza ha trovato un’articolazione biografica scritta con La memoria rende liberi (BUR) e con Fino a quando la mia stella brillerà (PIEMME).

Fin da subito la sua testimonianza di tredicenne sopravvissuta ad Auschwitz risulta nitida e puntuale, aderente a un vissuto unico ed esemplare. Sul numero del 4-5-94 del quotidiano La Repubblica, nella rubrica milanese la città della memoria (p.VII), questa testimonianza offre un angolo visuale interno su di una fase, la deportazione, di solito trascurata.

Dice nell’intervista: “I vagoni vennero sprangati e piombati. Ci guardammo intorno, c' era solo un po' di paglia per terra e un secchio per gli escrementi, che ben presto si riempì debordando. All'inizio si sentiva piangere, gridare, alcuni chiedevano aiuto, i più fortunati pregavano. Nei giorni seguenti, invece, ci fu un silenzio solenne, si sentiva soltanto il rumore del treno, che implacabile ci avvicinava all' inferno a cui eravamo destinati e che ci allontanava sempre di più dalle nostre vite. Io e mio padre trovammo un angolino di parete a cui appoggiarci e, stretti una all'altro, non avevamo più bisogno di parlare: fu silenzio per sei giorni, gli ultimi della nostra vita insieme.

La mattina del 6 febbraio, il treno si fermò definitivamente alla rampa di arrivo di Auschwitz”.

Consegnata a Dante e a noi da Ugolino stesso, la "straordinaria umanità ed inumanità della storia di Ugolino", (Attilio Momigliano), non ha perso di intensità. Anzi, dopo sette secoli, riverbera un nuovo stigma euristico paradigmatico.

Entrambi i testi scandiscono le tappe di un viaggio nell’aldilà nella dimensione di una discesa agli inferi. Sia nella narrazione dantesca, sia in quella di Segre, si possono riconoscere quattro fasi: 1) l’atto della reclusione definitiva, 2) lo sguardo della fine, 3) il pianto, 4) il silenzio:

1) l'atto di una separazione ermetica e reclusione definitiva dal consorzio umano civile. In Segre: "i vagoni vennero sprangati e piombati".

In Ugolino: "e io senti' chiavar l'uscio di sotto/ a l'orribile torre".

2) L'atto di un guardare-guardarsi che identifica l’irreparabile.

In Segre: "Ci guardammo intorno".

In Ugolino: "ond' io guardai/ nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto".

3) il pianto della disperazione, l'invocazione dell'aiuto:

In Segre: "All'inizio si sentiva piangere, gridare, alcuni chiedevano aiuto, i più fortunati pregavano."

In Ugolino: "Io non piangea, sì dentro impetrai:/ piangevan elli”.

4) il silenzio. In Segre: "Nei giorni seguenti, invece, ci fu un silenzio solenne, si sentiva soltanto il rumore del treno, che implacabile ci avvicinava all'inferno a cui eravamo destinati e che ci allontanava sempre di più dalle nostre vite."
In Ugolino: "Queta'mi allor per non farli più tristi;/ lo dì e l'altro stemmo tutti muti;/ Ahi dura terra, perché non t'apristi?"

Silenzio sillabato dal rintocco meccanico delle rotaie nel carcere mobile del vagone piombato. Scandito, nella torre della muda, dall'alternarsi impassibile del giorno e della notte. Non è soltanto un silenzio provocato dall'esaurimento delle forze, c’è un silenzio più profondo. Un silenzio abissale che avvolge tutto e tutti. Un silenzio che toglie l'ultima parola rimasta in gola. Il silenzio dell'implacabile. Dante, con la bocca di Ugolino, dice: stemmo tutti muti. Nel mutismo c'è il sigillo di una chiusura senza scampo. Nella testimonianza della Segre il silenzio assume un senso ulteriore, che apre un'altra possibilità: “Io e mio padre trovammo un angolino di parete a cui appoggiarci e, stretti una all'altro, non avevamo più bisogno di parlare: fu silenzio per sei giorni, gli ultimi della nostra vita insieme”. Un silenzio ambivalente. Quando tutto diventa segno di morte e annuncia morte, ogni grido o parola consumati, non resta che la rinuncia a ogni segnale, il ritrarsi in un guscio interiore, in un ultimo, concavo, ricettacolo di sopravvivenza: il silenzio di un risparmio vitale, avvolto da un tutto fatto di morte, ultimo barlume di speranza. Silenzio della soglia tra vita e morte. Sigillo dell'assoluto, da salvaguardare nello scrigno più remoto e profondo di sé. Silenzio solenne, lo definisce la Segre. Silenzio auto-difensivo e sacro-rituale, rito di passaggio da un mondo a un altro mondo, con altre regole, altre segnaletiche, altri significati. Ne parla anche De Benedetti: "Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il «treno piombato», da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l'ultima parola, l'ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro." (Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Sellerio, Pa. 1993, p.63).

 

Di silenzio ci parlano altri capitoli della testimonianza di Liliana Segre sia in La memoria rende liberi, sia in Fino a quando la mia stella brillerà. C’è il silenzio dell’indifferenza degli spettatori, di chi si volta dall’altra parte, c’è il silenzio dell’angoscia senza scampo degli internati nei lager. È il silenzio nullificante degli uomini fantasma di cui si parla nel film Shoah di Claude Lanzmann e di cui parla Levi, all’arrivo ad Auschwitz: “Tutto era silenzioso come in un acquario e come in certe scene di sogni. “ (Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, To. 1958, p.26).

C’è il silenzio, dopo la fine della guerra, di chi non vuole più sentir parlare di atrocità.

C’è il silenzio dell’ebreo errante come un tacere, di cui Celan in Conversazione nella montagna dice: “nessuna parola è stata soppressa e nessuna frase, è semplicemente una pausa, è una lacuna di parole, è un vuoto, tu vedi tutte le sillabe sparse intorno” (Paul Celan, La verità della poesia, Einaudi, To. 1993, p.43).

C’è il silenzio di Ungaretti.

Poesia: "[...] Quando io trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavata è nella mia vita/ come un abisso". Veglia: "Un'intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d' amore// Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita": è nel silenzio interiore che la parola poetica attinge nuova linfa di amore e vita.

 

Ugolino è un personaggio della Commedia, collocato da Dante-autore nel lago di Cocito dei traditori a divorare per l’eternità il cranio del suo carnefice, l'arcivescovo Ruggieri. Davanti al Dante-attore del viaggio nell' oltretomba, Ugolino racconta, mosso da pietà e da vendetta, la sua storia che termina con l’ambiguo endecasillabo: "poscia, più che 'l dolor, potè 'l digiuno”. La vivida testimonianza di Liliana Segre, invece, risarcisce anni e anni di silenzio, con carità, senza spirito di vendetta.

 


Rinaldo Caddeo ha pubblicato quattro raccolte di poesie (Le fionde del gioco e del vuoto, Narciso, Calendario di sabbia, Dialogo con l’ombra), una raccolta di racconti (La lingua del camaleonte) e una di aforismi (Etimologie del caos). Ha inoltre pubblicato Siren’s Song, selected poetry and prose 1989-2009, una raccolta antologica di testi in italiano con testo a fronte in inglese.

I suoi aforismi sono apparsi sulle antologie: Nuove declinazioni (2005) e, tradotti in inglese con testo a fronte, The new italian aphorists (2013).

Ha pubblicato saggi critici, recensioni, racconti, aforismi, traduzioni e poesie su diverse riviste.

I suoi due saggi più lunghi sono stati Ombre e impronte intertestuali in Buzzati e Gli animali e il mimetismo in Giampiero Neri, apparsi in due volumi di critica: L’attesa e l’ignoto su Buzzati, e Memoria, mimetismo e informazione su Neri.

Maria Grazia Calandrone, da “Il bene morale”, Crocetti, 2017, nota di Rosa Pierno

Un ago che serra i bordi di cose distanti come il “cuore molto bianco che in realtà rimanda alla nostra mente” lavora alacremente nei testi poetici di Maria Grazia Calandrone per ricondurre ciò che è sparso disordinatamente in un medesimo insieme. L’unione è nel cuore delle cose, ecco dunque che bisogna cercare l’essenza di ogni oggetto naturale per trapassare, tramite analogia, al corpo umano e in tal modo inserirlo - non più dunque visto come corpo estraneo alla natura - nel ritmo pulsante di un onnicomprensivo elemento. La ruggine diviene “scia emorragica”, “l’arancione” diviene sole, alla ricerca dell’unità perduta. Per tale via il corpo stesso diviene altro, si fa ombra, “un minerale bianco” o, ancora, “superficie”. La Calandrone cerca dovunque l’unità, anche nei forni crematori, a Fukushima, a L’Aquila: cerca ovunque vi sia dolore, poiché l’unità non ne viene distrutta, ma anzi insegna a reclamare ancora più fortemente il bene.


 

Le metafore dell’amor perduto

 

Io avevo solo detto: tagliami i rovi e quello mi ha buttato davanti alla casa tutti quei tronchi decapitati, una scena di muscoli combusti, l’ossario nero e contorto dell’abbandono. Ma ogni volta tutto il mondo va a capo dopo la morte, è cosí che succede.


 

1. Frutti dell’abbandono

 

Questo è il mio corpo

un minerale bianco

illuminato – vera

misericordia della materia

accesa come un cero

che ricorda soltanto la tua bocca.
 

Questa è la luce cieca del frutto

una esalazione di particelle

indispensabili alle sequenze di sole

su ovari bianchi.
 

La materia celeste della scomparsa

tra i fiori del giardino.

Qui tutto è colmo di benevolenza e le turbine

ronzano a mezzacosta.
 

Questa è la vigna delle mie ossa

la colonna che torna

alla calma iniziale,

ma uno sguardo

non ha ancora la pace della maceria,

nell’oggetto qualcosa si apre: un filo

di silenzio, una passione, l’ultima

esitazione.


 

L’idiozia o lo splendore della bellezza

 

Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta. Con la stessa innocenza di Cristo. Con la medesima mortalità elettiva. Abbandoniamo tutta la speranza e tutta la sapienza come il Cristo di Hans Holbein – radice appunto immaginaria de L’idiota dostoevskiano – che nemmeno ha interesse a risorgere, che non ha piú interesse a essere divino. Che non ha piú interesse. Ma che, compiuto il dovere di riaprire una strada a suo modo esemplare tra i rovi del mondo, abbandona se stesso – non il suo corpo: se stesso – alla manomissione che una morte completamente umana farà della sua carne. Diventiamo la bellezza perfetta del dio morto, perché solo la fine è infinita e su di essa sola la bellezza si accampa. Assumiamo la bellezza campale del dio morto. Ovvero del perfetto idiota dostoevskiano, che non ha piú la ferita e la nostalgia del risorto di Rilke per l’esperienza regale della finitudine che, nonostante tutto, costruisce imperi di parole. L’idiota agisce come agirà il Cavaliere di Hughes. Egli è il suo stendardo e di quello stracci. Essere stracci della propria gloria. Essere coscienziosamente carne. Carne mortale. Niente. Dante che sviene continuamente. Mostrare la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra. Carne completa. L’idiozia della pietra e dell’osso, l’idiozia della cosa, ovvero la piú acuta tra le intelligenze, la piú radicale bellezza e la bontà piú radiante, la bontà idiota che Dostoevskij definiva appunto attraverso la parola prekrasnyj, a dire “lo splendore della bellezza”.

luglio 2011
 


Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964) vive a Roma. Poe- tessa, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice per RaiRadio3, scrive per “Corriere della Sera” e cura una rubrica di inediti per il mensile internazionale “Poesia”. Tiene labora- tori di poesia in scuole, carceri, DSM, con i migranti e presta servizio volontario nella scuola di lettura per ragazzi “Piccoli Maestri”. Libri: La scimmia randagia (Crocetti 2003, premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier 2005), La macchina responsabile (Crocetti 2007), Sul- la bocca di tutti (Crocetti 2010, premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture (sossella 2011), La vita chiara (transeuropa 2011), Serie fossile (Crocetti 2015, premi Marazza e Tassoni, rosa Viareggio), Per voce sola (ChiPiúNeArt 2016), raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd allegato di Sonia Bergamasco e Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (pordenonelegge 2016, premio Dessì); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012). Dal 2009 porta in scena in Europa il videoconcerto Senza bagaglio. Nel 2012 vince il premio “Haiku in Italia” dell’Istituto Giapponese di Cultura e nel 2017 è nel docufilm di Donatella Baglivo “Il futuro in una poesia” e nel progetto “Poems With a View” del regista israeliano Omri Lior. Ha collaborato con Rai Letteratura e Cult Book. Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di nu- merosi Paesi. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it.

Riccardo Deiana, dalla raccolta inedita “La bellissima fanciulla”, nota di Laura Caccia

A distanza d’amore

 

Si muovono tra la leggerezza e il dolore i versi della raccolta La bellissima fanciulla e altre poesie di Riccardo Deiana. Tra armonia e ustione, incanto e strazio, bellezza e pena.

Sono versi interlocutori, la maggior parte rivolti alla persona cara, menomata dall’infermità, racchiusi tra i due testi riflessivi di apertura e di chiusura, in cui la parola si fa interrogante sul senso del vivere e del dire, come a contenere, nella distanza emotiva, tutta la sofferenza che viene invece, all’interno della raccolta, sempre più ravvicinata, in una lenta e inesorabile messa a fuoco sulla malattia osservata per non morire, / e per la forza che da sola è venuta”.

Una leggerezza inattesa muove ogni verso: nel trattare una materia dolorosa, l’autore si pone, da un lato, a distanza, come a osservare dall’alto e a spostarsi lontano nel tempo, dall’altro, invece, vicinissimo alla sofferenza, alla rabbia e alla fatica quotidiana, in entrambi i casi proteso a far sbocciare motivi di tenerezza e di incanto.

E in tale lievità emergono figure potenti, che non riusciamo a considerare solo metafore: la madre che del frutto ha “la grandezza / la misura / per stare nel palmo aperto di un figlio”, il pupazzo di neve dal sorriso storto, simile a quello deturpato dalla malattia, da raddrizzare poiché “ridere allinea la bocca, / fa vivere di più la felicità”.

Una lievità che riguarda anche il buio, accolto nel suo respiro universale, nel battito che affratella: “Non è il buio il colore del dubbio / perché di notte è uno il respiro di tutti / più del giorno… / Il colore del dubbio è il colore del mondo”. E, se il mondo riserva crudeltà e amarezze, vi è altro in cui cercare note di pacificazione e di vero: “Sei: in attesa che volgano le stelle a inverare / tutto, come solo si può: / a puntini / dal buio”.

E in tutto questo la parola? Come può riuscire a sorvolare il dolore per avere uno sguardo più ampio e, nello stesso tempo, a immergersi profondamente in esso, toccarne il respiro?

La distanza, evocata più volte dall’autore, appare come il desiderio personale di trovare, attraverso una visione più ampia, i contatti con le cose e con le vicende terrene, attraverso una parola in grado di mostrare ciò che non si palesa facilmente.

Una visione utile soprattutto a creare vicinanza e cura, per la terra e per le sue creature, per la persona cara e per l’umanità, e che, da un punto di vista sociale, si pone come esigenza di osservare con più lucidità il mondo e la vita e di farne oggetto di condivisione: “perché laggiù distanti, così distanti dalla riva / (sono molte miglia in / miglia, ma neppure un anno luce in anni / luce) / sussurreremo agli amici che si vede il mondo, / la nostra natura dissolta”, come scrive Riccardo Deiana. Che, come poeta, si sente emarginato da chi non tiene conto del valore dei versi, ma eticamente chiamato, insieme alla comunità dei poeti, a invitare tutti, anche chi inganna, anche chi commette atrocità, a confrontarsi sul senso e sull’enigma del vivere.

 

 

- L'armonia -

 

... Certo, lo capisco il discorso

dell'equilibrio eterno dei classici,

ma solo al modo in cui sette stelle appaiono

all'occhio seminudo uno scorpione;

ho un dubbio di precedenze, un cruccio

di forma, e zodiacale: è frutto

l'animale del tuo mitico indicare che illumina

in questa notte spudorata la figura,

o è da prima nella mente ma timido a brillare?

(L'armonia ce la inculcano a scuola

e mai un delatore che ne spifferi l'anima storica:

non è innocuo, abbiamo le ustioni

dei loro freddi alari,

abbiamo storpiato i ventanni a furia di imitare,

senza inventare mai formine

per la nostra dismisura).
 

Come si può dimenticare l'uncino velenoso

che limita la costellazione e

sbucando furtivo becca intimorisce uccide?

Se puoi, non girare le pagine con l'indice ma

lascia che il vento le sbrighi,

e quando non ti verranno la voglia le parole

santifica il giorno come la pasqua o il natale,

e dopo

soltanto dopo torna a allineare le stelle.
 

Ci assomiglieremo

soltanto nel giorno in cui ci vedremo diversi,

finalmente, tutti,

ghignando in un pieno di pietà.


 

XI.

 

Guardatemi tutta, pensavi

ché tutta sono

anche se una spalla mi pende come avessi uno zaino,

anche se il mio saluto è sempre a metà

se striscio le scarpe.

Tutta, vi dico, guardatela
 

come di notte dall’alto l’autostrada di Orte:

dove le macchine sono

un unico fluido che luccica bianco

luccica forte.


Riccardo Deiana, etrusco del 1988, si è laureato a pieni voti e con diritto di pubblicazione all’Università di Torino nel novembre del 2016 con una tesi di ricerca sulla storia delle pubblicazioni di poesia dell’Einaudi dal 1938 al 1964. I suoi interessi sono rivolti principalmente alla poesia italiana contemporanea e alla storia dell’editoria. Si è occupato di Vincenzo Cardarelli e di Amelia Rosselli. Nel 2017 ha partecipato in qualità di relatore ai convegni «Franco Fortini: leggere e scrivere poesia (1917-2017)» tenuto all’Università degli Studi di Torino e «Sandro Penna (1977-2017): quarant’anni dopo» tenuto all’Università degli Studi di Perugia (presto il suo intervento verrà pubblicato da San Marco dei Giustiniani). Suoi articoli sono usciti sulla rivista viterbese «Biblioteca & Società» e sull’ «Indice dei Libri». Contemporaneamente all’attività letteraria, ha lavorato con i disabili, come corriere in bicicletta e come operatore notturno presso un dormitorio per senza tetto. Si diletta come cantautore.

Sono in preparazione dei suoi studi sull’attività di Franco Fortini e di Angelo Maria Ripellino come consulenti dell’Einaudi.

Lella De Marchi, dalla raccolta inedita “Bianca”, nota di Giorgio Bonacini

Se il bianco è il colore che li contiene tutti, allora il nome eponimo che agisce in queste pagine, non può non contenere in sé tutte le moltitudini di senso che la poesia riverbera in una voce. Infatti, nella dichiarazione di poetica che apre il poemetto, Lella De Marchi ci informa su tutto ciò che Bianca è e non è, riassumendo ogni metamorfosi nel progetto e nel desiderio di un’opera che “parla come parla un’intenzione, al fondo di tutto le cose, prima di tutte le cose”. Ecco, una lingua che dà corpo al suo significato, non con un movimento o una direzione stabiliti da un principio, ma costruendo con la sua vocalità una struttura mossa, dalle fondamenta foniche, sempre imprevedibili. Perché la parola dell’autrice svolge i suoi tratti distintivi nel mare di una sonorità concreta che fa della poesia una materia fluente, che scava se stessa con lacerazione o accarezza il sentimento del reale e del vero. Lì dove non basta trasgredire norme consumate, ordinarietà comunicative svuotate di significanza “se poi il mondo/ non lo inventi”, scrive con un cenno di giusto ammonimento. Bianca smonta le consuetudini con una scrittura che dice come sia inafferrabile e molteplice la natura della poesia: che è natura umana intonata in una melodia. Anche nell’errore, anche nel dolore il centro propulsivo deve sviare dal conforme, fino all’estremo della dissomiglianza verso ciò da cui prende o dà vita: “il mio cuore è/l’unica cosa che non mi assomiglia”. Così parla Bianca: dal fondo della sua presenza di corpo in essere, quale libertà e unicità di poesia con poesia. Perché questo è il passo, distorto ma necessario e incomparabile, del poema che oltrepassando se stesso e la pagina bianca si avvia prima dell’inizio per terminare dopo la fine.

 

 

Incipit

 

Bianca è la pagina bianca, che fa paura e che seduce chi sa che deve o che può provare a riempirla, chi si trova a giocare o lottare col vuoto, senza bucarlo o ferirlo.

Bianca è la somma di tutti i colori, il colore che non esiste che non vedi ma c’è, prima di ogni colore. Bianca è un’aspirazione al contrario, il sentimento in ogni contrario.

Bianca non ha una forma predefinita, è un po’ dappertutto è in tutte le cose, Bianca ha la forma che nel mondo hanno le cose, prima di tutte le forme prima di tutte le pose.

Bianca non è una donna perché il suo nome finisce per a.

Bianca, se la trovi, la trovi soltanto ad Ibiza, in questa terra c’è solo una terra che possiamo che dobbiamo abitare, che sia solo la nostra, che ci concede il diritto di cittadinanza, nel breve spazio tra l’inizio e la fine.

Bianca non è una poesia, non è un romanzo, non è una canzone, Bianca è un’intenzione, e parla come parla un’intenzione, al fondo di tutte le cose, prima di tutte le cose.

Bianca non sono io.

 

 

Bianca non è un santo, non lo è stato

 

Bianca non è un santo non lo è stato,

Bianca fa l’amore o forse sesso un po’

con tutti, Bianca è tipo-indipendente,

un po’ ricordi di classe operaia un po’

aperitivo trendy post-lavoro, un po’

nullafacente un po’ sé stessa-facente,

Bianca non è un santo non lo è

stato, Bianca fa l’amore o forse sesso

un po’ con tutti e pensa, Bianca

pensa che un cuore solo non ha occhi per

vedere e gli occhi non hanno un

cuore solo per vedere la nostalgia

 

 

Bianca volentieri cederebbe alla tentazione di parlare senza dire niente

 

Bianca pensa che in ogni tempo volentieri

cederebbe alla tentazione di ritrovarsi

immutata superando l’effetto serra e

il tempo più ostinato, Bianca

pensa che in ogni tempo volentieri

cederebbe alla tentazione di riuscire a

non pensare per poter parlare senza

dire niente, senza aggiungere

al rumore altro rumore, senza

diventare una spiegazione, senza

diventare necessaria, necessaria

come una spiegazione

 


Lella De Marchi è poeta, scrittrice, performer.

E' laureata in Lettere Moderne indirizzo storia dell'arte contemporanea all'Università di Bologna. Ha seguito laboratori di scrittura creativa e sceneggiatura cinematografica con Andrea Camilleri, Ugo Pirro, Tonino Guerra, corsi di lettura ad alta voce e teatro. E' diplomata al CET, la scuola di Mogol, come autrice di testi.

Ha pubblicato tre libri di poesia: "La spugna" (Raffaelli, 2010, prefazione di Renato Martinoni, "Stati d'Amnesia" (LietoColle, 2013) con un saggio di Enzo Campi, "Paesaggio con ossa" (Arcipelago Itaca, 2017) postfazione di Caterina Davinio e finalista al Premio Pagliarani 2016 ed un libro di racconti "Tutte le cose sono uno" (Prospettiva Editrice, 2015), vincitore del Premio Braingnu 2013.

Ha ottenuto molteplici riconoscimenti, nazionali ed internazionali, sia con l'edito che con l'inedito. Suoi testi compaiono in antologie di poesia contemporanea, riviste e blog su internet.

Unisce alla scrittura un'intensa attività performativa, partecipando con suoi testi e come attrice a festival, reading, poetry slam, eventi teatrali, in collaborazione con poeti, artisti, musicisti.

Collabora come recensionista di libri di poesia contemporanea con la rivista "Versante Ripido".

Raffaele Floris, dalla raccolta inedita “Senza margini d’azzurro”, nota di Laura Caccia

Il profumo dell’ombra

 

Se potessimo sospendere il tempo, di fronte alle perdite di stagioni e di affetti, quando mancano le leggerezze che in passato spalancavano la vita in una profusione di profumi e colori, potremmo tentare di fare delle parole il cielo che manca, seguendo Raffaele Floris in Senza margini d’azzurro.

Sia nei temi che nell’attenzione formale, lungo i versi che si distendono nei loro endecasillabi, la raccolta appare mossa dall’esigenza di ritrovare quei margini spaziali e temporali, confinati ora nella lontananza, che hanno segnato il vissuto dell’autore.

Sono margini di cielo, legati all’infanzia e alla presenza degli affetti familiari, che mancano. E sono margini di un tempo che resta come sospeso, trattenuto nel tentativo di far permanere e rivivere quanto è stato emotivamente significativo ed ha cessato di esistere.

Nel chiedersi “Che ne sarà di noi, del nostro cielo? / Non ci è rimasto niente fra le dita”, nell’ombra che pervade ogni cosa e nel buio dell’assenza della persona cara, l’autore è consapevole che non si tratti tanto di ritornare indietro nel tempo, seguendo le tracce della memoria, quanto di percorrere dolorosamente la strada della mancanza che si è spalancata; così, scrive, ripensare “non è sfogliare il libro dei ricordi / ma spingere anche il cuore in fondo al nulla”.

Così in fondo che il dolore ne viene quasi deterso, purificato: simile ad un bucato fatto con la cenere, anche la scrittura ne esce come mondata, dopo il contatto con il fuoco della sofferenza e con i residui di ciò che prima ardeva. Riuscendo, in questo modo, a mantenerne intatta una parte, a trattenere qualcosa, a profumare l’ombra rimasta: “Il paradiso / dei lini ripiegati nei cassetti / racconta di un giardino che non muore”.

Restano così memorie sensoriali, soprattutto olfattive, legate dell’assenza: profumi di bucato e di teli negli armadi, di fiori e di giardini, di mirto e di rugiada: “Lenzuola che profumano i cortili / gonfie di primavera. A mani piene / lavanda per il lino dei bauli, / e la cenere spenta è come neve”.

E come tra il bucato appeso ai fili l’autore fa comparire la persona cara scomparsa a cui si rivolge, “Vorrei vederti, quel giorno, tra i panni / stesi in cortile”, così ci rammentano visivamente i panni stesi anche le due serie di haiku, ispirati ad opere artistiche, che separano e chiudono le parti della raccolta e che sembrano costituire, nei loro lampi di ombra e di luce, un modo per trattenere e lasciare vagare in essi l’assenza. I teli come le pagine sono impregnati di ciò che manca: come in quel “Conserva un foglio bianco: / ti lascio l’ombra delle mie parole”, con cui Raffaele Floris ci ricorda che anche le parole possono vivere d’ombra. E che l’assenza è il cuore pulsante della poesia.

 

La porta

“Signore: è tempo. Grande era l’arsura.

deponi l’ombra sulle meridiane,

libera il vento sopra la pianura”.

(Rainer Maria Rilke, Giorno d’autunno)

 

Le tenebre mai più, non più l’abisso
dell’ora nona e il cielo che si oscura:
la porta è spalancata e sulla soglia
la luce irrompe ai margini del tempo.
Marchio potente, vita che ha bruciato
il sudario, spezzando le catene
della notte. La porta è spalancata:
libera il vento che ravviva il fuoco.

 

 

XXII maggio

 

Nel solaio dei giorni ho rovistato

a lungo: oggi cercavo una rosa.

Era nei Malavoglia! Tra le pagine

gonfie di spine e l’ombra del silenzio,

polvere amara che ha graffiato il tempo.

L’incenso di una sera. Poi l’estate

nel bicchiere, e la fragranza svaniva

tra le pagine e i roghi di novembre.

 

 

Haiku ispirati alle opere artistiche di Mario Fallini (1947, Alessandria)

 

(Sempre)

 

mesi e stagioni

nel vortice del tempo:

sempre è per sempre.

 

(La quinta stagione)

 

stagione amara

scoria di un tempo ostile,

vita non-vita.

 

(Corda d’arco e di lira)

 

tenebre e luce

nell’arco che dispensa

l’arte e la guerra.

 


Raffaele Floris. Pubblicazioni: Il tempo è slavina, ed. Lo Faro (Roma) 1991 – silloge poetica; L’ultima chiusa, ed. Joker (Novi Ligure) 2007 – silloge poetica; La croce di Malta, puntoacapo ed. (Novi Ligure) 2013 – romanzo breve; L’òm, l’aşi e ‘r pulóu, PiM ediz. 2016 – detti, proverbi e filastrocche in dialetto pontecuronese; Mattoni a vista, puntoacapo ed. (Novi Ligure) 2017 – silloge poetica

Adelio Fusé, una prosa inedita “La parola è l’immagine che si stacca dalle cose”, nota di Mara Cini

La parola è l’immagine che si stacca dalle cose vere.

La parola è essa stessa una cosa, naturalmente. Il segno alfabetico, con la sua pelle di grafite, d’inchiostro, di pixel, ha una sua storia in ambito estetico. Tutte quelle modalità di lavoro sulla parola che si riappropriano del circuito mano-pensiero (o voce-pensiero) trovano le loro motivazioni nella consapevolezza che la parola è luogo privilegiato della produzione ideologica e simbolica ma consiste anche di autonomi valori visuali o fonetici.

Fusé si sofferma sull’ambiguità dei significati: la parola designa, la parola allude, la parola “osserva”. E quando nella sosta osserva e indugia lo scarto cresce.

Fusé dice che si può scrivere (di qualcosa) dopo molto, quando le cose sono ombre.

O molto prima, quando ancora fa buio. Come Emily Dickinson possiamo scrivere Buongiorno – Mezzanotte.

 

 

La parola è l'immagine che si stacca dalle cose

(dai Taccuini di Aldous Canti)

 

Talvolta penso di sopprimerla. Lei sa quello che mi passa per la testa. è la prima a saperlo. Rinuncia allora a inseguirsi. Si arresta e contempla le poche parole, sue consanguinee, sparse fra buffi segni che non coprono mai abbastanza. Il misfatto non si cancella.

Lei – la parola – simula la vittima che nel gioco implora il carnefice. Ne ha uno tutto personale. E lo sfida in una terra esposta ai venti, dal clima mutevole. Cerca una via di fuga e si camuffa, forse meschina, forse scaltra. Tutto questo per salvarsi la pelle. “Ma quanto vale la tua pelle?” le chiedo. “E la tua?” mi fa lei, pronta. L'autore è in sua balia.

Desiderare le prove peggiori pur di avere materia prima per la mano che sgrezza e tritura. Sei cinica, o parola. Insensibile alle ragioni. Perché raccontare questi avvenimenti e non altri? Qui o là, io o un altro. Non ti curi delle differenze. Qualità alta o melmosa, personaggi virtuosi o assassini, autore zelante o inaffidabile. Il tuo stomaco ospita qualunque cosa e chiunque e il suo contrario. Lì dentro ha casa la coincidenza degli opposti. Affamata come sei, reclami nutrimento. Il resto è chiacchiera, neppure da servire come stuzzichino.

La parola che si fa scrittura è porto franco o discarica?

Ma con quali parole sfamare – sfamarmi? La mia dispensa è senza provviste. Sì, c’è scatolame, poca roba, quasi niente. Cristo, siamo oltre la soglia del consumo. Cibo alla partenza già deprezzato, ora avariato.

 

Sempre la domanda, oziosa: “Che ne è delle cose?” Le cose sono laggiù, lontane. Fingo di non sapere e proseguo. La regola del gioco è questa e io la rispetto. Ma la scrittura, lei, viaggia separata dalle cose. E quando nella sosta osserva e indugia lo scarto cresce.

La parola è l'immagine che si stacca dalle cose vere.

Dovrei raccontare. Il racconto come dovere n. 16.790 (non ridete: ho conteggiato con scrupolo). Le parole, narcise onaniste, aprono la bocca e si divorano. Sanno come mangiarsi. In mancanza di cibo la bocca si fa cibo.

Fare presto. Le cose si scrivono hic et nunc o partono con il loro saluto (bye-bye: vedi – proprio tu, che sei l'autore –, come agitano delicate manine e candidi fazzoletti?). Anzi, neppure ti inviano un segnale. Non ne hanno il tempo. E tu alzi le spalle. Che sia pure così. Sai che puoi poco. Si perdono comunque, le cose. Forse che ritornano? Andiamo, signore e signori, siamo gente di mondo. Il nostro uovo si è schiuso parecchio tempo fa, e parecchio tempo fa la nostra testolina, chiedendo al collo lo sforzo massimo, ha fatto la sua capatina fuori. Come recuperare la prima occasione? Non recuperandola. Non ci sono macchine del tempo. Le occasioni svanite hanno il sesso degli angeli. E le parole, soverchiate dal mistero, annaspano spente.

Puoi odiare l’orologio, caro autore. Non curartene. Non possederne uno. Metterlo fuori uso. Spedirlo alla gogna. Quello ha modelli simili: fratelli, cugini, un largo parentado. Puoi fare incetta di ogni modello in commercio, distruggere tutti i depositi, tutte le fabbriche. Avrai pur sempre l’orologio che è il tuo corpo. In forma di segnatempo interiore o bene in vista sulla tua pelle. (Anche noi abbiamo i nostri anelli, come gli alberi.) O In forma di mano che scrive, certo. C’è sempre una lancetta che scatta in avanti, anche se il tuo orologio susperstite non la prevede. In ogni caso il tempo balza in là. E a ogni suo balzo, visibile oppure occulto, tu rimani al palo. Scrivi, presto, se non vuoi regredire all’alba del mondo, mentre il mondo va oltre. Oh, si può scrivere dopo molto, quando le cose sono ombre. Ma come restituire spessore, sapore? La polvere compromette la visione e ti fa tossire. Croste sommate a croste e il tuo raschiare che non si arrende. Quando ti spiani la strada, risaltano le cicatrici. E le residue parti ancora intatte sono spaiate: i compagni di vita sono ormai di morte. Nessuna sostanza per il gusto, solo i danni del rimpianto.

 


Adelio Fusé (1958) vive a Milano e lavora nell’editoria. Ha pubblicato saggi su Sade, Kafka, Sartre, Handke, Eno (Materiali Sonori-Auditorium, 1999), i romanzi North Rocks (Campanotto, 2001) e L'astrazione non è la mia passione principale (Manni, 2018), i libri di poesia Il boomerang non torna, Orizzonti della clessidra distesa, Canti dello specchio bifronte, L’obliqua scacchiera (Book Editore, 2003, 2005, 2009, 2012, segnalati al Premio “Lorenzo Montano”), La veglia del sonnambulo(Book Editore, 2016; candidato al Premio “Camaiore” e finalista al Premio “Lorenzo Montano”, 2016). Scritti critici, testi in prosa e in versi sono apparsi su riviste (“alfabeta”, “auditorium”, “Atelier”, “Il Segnale”, “La Ginestra”, “Legenda”, “Lengua”, “Sonus”, “Tratti”) e online in siti letterari (“Carte nel Vento/Anterem”, “Poetarum Silva”, “Vico Acitillo 124-Poetry Wave”). Ha fatto parte della direzione di “Legenda” (Tranchida, 1988-1995). Collabora con artisti e musicisti.  Ha ottenuto un riconoscimento al Premio “Riccione per il teatro” (1981). Cura una rubrica di musica e poesia sul sito altremusiche.it. 

 

Carmen Gallo, da “Appartamenti o stanze”, Edizioni D’if, 2016, nota di Rosa Pierno

Apparentemente una narrazione oggettiva, asettica, se non fosse per alcuni segnali che aprono squarci nella carena poetica. Azioni spesso compiute da personaggi silenziosi, che hanno il raggiungimento della staticità come scopo: i personaggi sono non in attesa, ma volontariamente isolati, ritagliano in realtà uno spazio impenetrabile intorno a loro. A volte, le azioni risultano paradossali: "donne si infilano lettere" una a una "nella bocca", sollevano il soffitto. Ma sempre c'è la misurazione della distanza tra i rispettivi vuoti. Irrompono però i ricordi a rompere la continuità spaziale con salti temporali. Nello spazio, il tempo va avanti e indietro, ma il soggetto è capace anche di diventare "incrostazioni sull'intonaco". A dimostrazione che nulla può essere mai veramente oggettivo.


 

***

La donna bianca annuisce o trema.
Vista di profilo annuncia
tempesta, giudizio, concordanza
difficile della parola al senso.
Le donne si alzano e la guardano.
Si appannano vetri dietro respiri.
Noi spegniamo la luce perché ora è notte.

 

*** 

L'uomo si sveglia sul balcone
e preferisce non guardare
dietro i vetri che gli fanno da schienale.
Il buio intorno è alto. L'uomo si tiene le ginocchia
misura con gli occhi la resistenza all'urto
in base alla distanza.
La donna nella parete di fronte dorme.
Solo le labbra continuano a guardarci e a domandare.

 

*** 

L'uomo in tangenziale fissa il vuoto
e l'auto rovesciata. La gente intorno
è agitata. Le donne sono arrivate
a raccogliere le sue cose.
Ogni tanto qualcuna è stanca
si ferma e fuma, seduta sul guardrail.

 

*** 

L'uomo in tangenziale si guarda intorno
e comincia a camminare. Fa pochi passi
barcolla, si stende sull'asfalto.
Le donne intorno all'auto adesso
dimenano le braccia, fanno cenni
ai fanali inchiodati. Noi ci mettiamo in fila
con gli occhi degli altri a guardare.
 

*** 

Da quando siamo finiti nella stanza più lontana abbiamo
cominciato a sparire, uno a uno. Se non possiamo guardarla
non siamo più sicuri di esistere. Alcuni non ce la fanno, hanno
paura, scompaiono. L'uomo che vive con lei ogni tanto apre la
porta e prova a farci uscire. Ci chiede di nascosto di tornare, ma
noi siamo soltanto incrostazioni nell'intonaco e non sappiamo
come fare. Se lei non viene qui scompariremo. Ad aspettarla
siamo rimasti solo in due. Non so se ci siamo scelti, so soltanto
che mi somiglia. L'altro sente quello che sento io, vede quello
che vedo io. Presto diventeremo una cosa sola e spariremo.
 


Carmen Gallo vive a Napoli dove insegna Letteratura inglese. Nel 2014 ha pubblicato Paura degli occhi, per L'Arcolaio, Forlì, tradotto in parte in francese da Clement Lévy per Remue.net, già finalista Premio Montano 2015. Nel 2016 è uscito Appartamenti o stanze (Edizioni D'If), una parte del quale sarà tradotto in Germania nell'ambito del progetto "Poesie der Nachbarn. Poets translated by poets" diretto da Hans Thill. Alcuni testi e sue traduzioni sono stati pubblicati su blog (tra gli altri Poetarum Silva, Formavera, Nazione Indiana, Nuovi Argomenti, Leparoleelecose ), in antologie e su rivista (Argo, Smerilliana, L'Ulisse).

Dal 2015 cura, con altri colleghi, il Seminario di poesia comparata presso l'Università di Napoli "Federico II", e nel 2016 ha partecipato al Laboratorio di poesia in carcere promosso dalla Fondazione Premio Napoli. Ha curato la nuova edizione e traduzione di Tutto è vero, o Enrico Vili di Shakespeare e Fletcher (Bompiani 2017) e ha da poco pubblicato un saggio dedicato ai poeti metafisici inglesi, L'altra natura. Eucarestia e poesia nel primo seicento inglese (ETS 2018).

 

Vincenzo Mascolo, da “Q. e l’allodola”, Mursia, 2018, nota di Rosa Pierno

È la poesia, il soggetto dell’ultimo libro di Vincenzo Mascolo Q. e l’allodola, Mursia, 2018. Mascolo, tra versi e prosa poetica, delinea il campo assordante delle pretese e delle aspettative che rendono la contemporaneità una sorta di Moloch a cui sacrificare il proprio impulso o le proprie scelte poetiche. Il problema resta non il modo di versificare, ma il manifestarsi stesso della poesia. Vi è, dunque, la necessità di liberarsi da quelle pastoie che finiscono con il depositare un velo, per cogliere alfine nuovamente, quasi fosse una nuova prospettiva, il dono della poesia. Dono che non può ottenersi senza l’esercizio dello stile e della tradizione.

Tuttavia, non solo stile, non solo dato esistenziale, non solo bellezza, la poesia per Mascolo attinge a fonti di ben altra natura, di metafisica portanza. La poesia deve travolgere il sé profondo, deve essere esperienza di vita che avvicini all’uno, al creato, che sia cioè quell’unico sentire in grado di forgiare e di trasformare, rendendo inique tutte le mere questioni che non abbiano a che vedere con questa verità, deve essere poesia-salvezza, l’unica che abbia un senso. Persino la ricerca della bellezza diventa una chimera, infatti, se non ci si approssima alla verità del proprio cuore, a quel canto che è la purezza sorgiva dell’origine.

 

 

***

 

Oh, Queneau

non basta più esercitarsi nello stile

come tu sapevi fare inanellando

notations, hellenismes, le contre-pettéries

e tutte le altre tue diavolerie

che aprivi come nuove fioriture

nelle terre inaridite che solcavo

con strumenti quasi umani zolla a zolla

per offrire a Cerere il raccolto

generato in primavera dai miei semi.


 

***

 

Oh, Queneau

Queneau

parlavo seriamente della bile

perché stanno esaurendosi le scorte

delle anime ridotte al lumicino

e per nutrire ancora una speranza

che adesso si fa sempre più sottile

ai poeti non resta che affilare

parole sulla pietra per raschiare

il fondo limaccioso del barile.


 

***

 

Oh, lo so

Queneau, lo so

potresti allora dirmi che il reale

per i poeti è cosa ben diversa

da questo affaccendarsi quotidiano

che loro riconoscono i confini

dell’anima costretta nella forma

che muta, evolve, vira

si trasforma

cambiando il punto dell’osservazione.

 


Vincenzo Mascolo è nato a Salerno e risiede a Roma. Ha pubblicato Il pensiero originale che ho commesso (Edizioni Angolo Manzoni, 2004), Scovando l’uovo (appunti di bioetica) (LietoColle, 2009), Q e l’allodola (Mursia, 2018). Per la casa editrice LietoColle ha curato le antologie: Stagioni (con Stefania Crema e Anna Toscano), La poesia è un bambino, Quadernario – Venticinque poeti d’oggi (con Giampiero Neri). Dal 2006 è il direttore artistico di Ritratti di poesia, manifestazione promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo.

Francesca Monnetti, una poesia inedita “(s)onde”, nota di Ranieri Teti

C’è una realtà che si disfa a poco a poco, verso dopo verso, senza riparo, nel poemetto di Francesca Monnetti.

Già il titolo anima una dissoluzione, in “sonde” si attenua la S, posta tra parentesi, lasciando le onde fluttuare nel vuoto. Come foglie che danzano “nel lessico del vento”. Come un corpo che diventa “carne in fuga”. Fino alla fine si perdono tracce, tutto si dissolve e allo stesso tempo si radica nel linguaggio che ben rappresenta la compostezza formale dell’autrice.

Il testo si incide nelle rime interne, nelle consonanze di uno “(s)finito gridare”, in una limpida e strenua esattezza.

 

 

Precipitati

la caduta dei gravi

 

polvere e roccia glabra il mondo

grama la linea di sola terra

per i messi a nudo

i raminghi corposi

 

in piena luce

senza un riparo

 

assorbita dal peso dei passi

all’ombra della forma

del peccato… della sostanza

s’è persa la traccia

 

vuoto di consistenza

… il corpo s’è fatto

carne in fuga

che esonda, che suda

 

del tutto adatto

al proprio carnale calvario

 

premeditazione

innocenza presunta

gesto inconsulto

ravvedimento

menzogna

espiazione

vergogna

fittizio… reale

senso doloso

rimosso… senso di colpa

 

fa fatica

(s)fugge in fretta

si confonde

l’impronta

vagare è grave

fuori dall’eden

 

tra candore

tentazione

e caduta

 

sul suolo brullo

senza una fronda

il segno resta

del danno… del reato

dell’onta

 

a distanza d’azzurro

in assenza di foglia

 

la coscienza s’annebbia

muta s’adonta

si fa… monda

 

impresso

un malcelato sudario

 

orbite livide

incise sul volto

…madida e calva

la testa… si piega

all’indietro

 

ex virgo

venus impudica

con la mano

il sesso comprime

il sesso nasconde

 

a lato

il primo uomo

con le dita

s’occulta il volto

curvo… s’inarca il busto

 

in lui

il sesso si fa forte

il sesso si scopre

 

cava e pesta

sgomenta

resta aperta

la bocca

 

afono e devastato

il suo (s)finito gridare.

 


Da sempre io, Francesca Monnetti, vivo a Sant'Ellero, una frazione in provincia di Firenze, città dove sono nata e dove ho studiato Filosofia. Da venti anni insegno nella scuola primaria e da altrettanti, più o meno, scrivo poesie. Al 2009 risale la pubblicazione del mio primo volume di poesie, In-solite movenze (Cierre Grafica, Verona, collana "Opera Prima", diretta da Flavio Ermini); tale raccolta è risultata opera finalista nell'edizione 2008 del "Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano", sezione "Raccolta inedita". Nel 2017 è stata pubblicata la mia seconda raccolta di poesie, Pen-insul-aria (Edizioni Helicon, Arezzo), che, in una versione ridotta, era giunta finalista in occasione della I edizione del Concorso di Poesia e Narrativa "L'Erudita", i cui membri di giuria erano Cristiano Armati, Paolo Febbraro, Giorgio Manacorda, Walter Mauro, Matteo Lefèvre, Giorgio Nisini, Cinzia Tani. Nel 2010 una mia silloge ha vinto la IV edizione del "Premio Letterario Sergio De Risio" dedicato al pensiero poetante, la cui giuria era composta da Renato Minore (presidente), Flavio Ermini, Filippo Maria Ferro, Giuseppe Langella, Cesare Milanese, Giancarlo Quiriconi, Maria Cristina Ricciardi, Jacquelin Risset, Marco Tornar e Raffaele Saraceni. Una mia poesia singola inedita (contenuta in Pen-insul-aria) è stata premiata come vincitrice nella sezione omonima della I edizione del Concorso di Poesia e Narrativa "L'Erudita" ed appare nel volume antologico dedicato al Premio (Giulio Perrone Editore, Roma, marzo 2012). Nel 2018 una mia silloge inedita, Secondo-genitura, ha conseguito il primo premio nell'ambito della XVIII edizione del Premio Letterario Castelfiorentino, sezione inediti. Nel 2016 una mia raccolta inedita, (S)oggetti a (s)comparsa, è stata inclusa nella rosa dei dieci finalisti della seconda edizione del Premio nazionale editoriale di poesia "Arcipelago itaca". Quattro poemetti inediti sono giunti in finale in edizioni diverse del "Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano" (2012, 2015, 2016 e 2017). Miei testi poetici, finalisti e segnalati in edizioni precedenti e recenti del Premio Montano e in occasione della seconda edizione del Premio editoriale di poesia "Arcipelago itaca", compaiono on-line sul sito della rivista di ricerca letteraria "Anterem", su "Blanc de ta nuque" di Stefano Guglielmin e sul blo-mag "Arcipelago itaca" di Danilo Mandolini. In seguito a segnalazioni, con altre poesie sono presente in volumi antologici e siti legati a concorsi organizzati in Toscana: Premio Firenze, Premio Internazionale di Poesia San Domenichino, Premio Arno Fiume di Pensiero, Premio Letterario Castelfiorentino - edizioni 2011, 2014 e 2018 -, Premio Alpi Apuane 2014, Premio Casentino 2015 (doppia segnalazione), 2016 e 2018 (segnalazione con menzione d'onore), Premio Nazionale di Poesia Borgognoni 2016. Sulla mia poesia hanno scritto Mauro Barbetti, Giorgio Bonacini, Lia Bronzi, Silvia Ferrari, Marco Furia, Giancarlo Quiriconi, le giurie del premio "L'Erudita", del "Premio Letterario Castelfiorentino" e del "Premio Casentino", presiedute rispettivamente dal compianto Walter Mauro, da Marco Marchi e da Silvio Ramat.

Daniela Pericone, da “Distratte le mani”, Coupd’idée, 2017, nota di Rosa Pierno

Strategie di avvicinamento sostenute da un’attrezzatura razionale, a tratti geometrica, non prive di lusinghieri inviti a una realtà che già si sa essere menzognera, vengono a tessere la trama poetica di Daniela Pericone. Ogni cosa viene localizzata, misurata, se ne coglie la distanza rispetto al sé, mentre ci si ripete la lista di precauzioni a cui attenersi per evitare spiacevoli conseguenze: “Non cedere a lusinghe / di paesaggi, / sciogliere nodi / è mestiere da penelopi / la tentazione è nelle forbici”. Una giusta distanza fa valutare ciò che è nel campo visivo e dà il tempo di elaborare l’azione necessaria. Ma è anche testimonianza di un’attitudine allo sguardo non priva di passione che inevitabilmente brucia le distanze, rendendo sonanti le parole e fusi il soggetto percipiente e il referente. Ma di questo ci aveva dato già certo indizio l’uso di un’aggettivazione sensuale e mobilissima.

 

 

Dalla sezione “Lucori”

 

2.

Davanti a voi sospesi

d’inerzia e dolenti

traveggo un guado alle cime

d’assalto cavalco un volo

un calco di volto

in assolo.

 

11.

Scrivere accresce lontananza

da mani disutili e nomi inceneriti

- inesperta di vanità che distoglie.

Nostro soltanto è conoscere

e non dirne vanto o privilegio.

Non turbare la luce che covi,

forgia un accordo di fuochi.

Verrà il torchio dei dolori

del corpo e in quelli adoprarsi

per non dare la resa o invelenire.

Se c’è un rivolo, un cielo uguale

ai deserti, accogline l’empito

la vampa improvvisa

nel cavo del gelo.

 

 

Dalla sezione “Disertori”

 

4.

È ora che suono

si plachi a scuotere via

ogni eccesso un gesto

in levare un lavare le scorie

osso d’un tempo a scucire

vertigine di varianti.

 

14.

Da temperamento

ed esperienza nasce dirittura

di viaggio, incisa fisionomia.

Non stupire se insorge deviazione,

la mente duttile non teme incoerenze

respira affetti, riconosce occhiali e mani

sul cuore, avanza d’alta ebbrezza

l’agire, l’eresia.
 


Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia Passo di giaguaro (Edizioni Il Gabbiano, 2000, con una nota di Adele Cambria), Aria di ventura (Book Editore, 2005, prefazione di Giusi Verbaro), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’arcolaio, 2015, prefazione di Gianluca D’Andrea e nota di Elio Grasso). Cura, con enti e associazioni, eventi e incontri culturali.

Alfredo Rienzi, una poesia inedita “Qui i verbi rinunciano, i presagi non dicono”, nota di Ranieri Teti

Cosa resta, quando anche i verbi rinunciano e i presagi non dicono?

Per fortuna rimane una figura, vigile anche se colta in un passo simile a uno smarrimento, in un passo che affonda.

L’atto di resistenza poetica è memoria del sottosuolo, terra estrema, fertile per un seme o per un rizoma che si diffonderà.

Il valore della parola vive nella poesia, che registra, oltre le apparenze, il vero.

Alfredo Rienzi infatti resiste con alcuni verbi fossili, criticamente e con lucidità resiste senza cedere all’idea di catastrofe. Nel silenzio, nell’anfratto dove la storia ha deportato le idee, in questa notte nera, le parole necessarie per ridefinire il mondo saranno portate da chi può nominarle.

 

 

Qui i verbi rinunciano, i presagi non dicono

 

Dicono questi versi

di nulla che succede,

non descrivono fatti.

Resiste qualche raro verbo fossile:

sta, aspetta, disperde.

 

Questo vuole l’ebbra superficie:

al troppo dire, al morso dei ragni

opporre silenzî di arenili

boccheggii di meduse.

 

Sotto, dentro, diffidiamo delle albe:

ci serve notte, ancora

di radice e di seme

ci serve buio, dentro,

la sua morente schiera.

 

Qui, in superficie, i verbi rinunciano

 

i presagi non dicono.

 


Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico.

Poeta e saggista. Nel 1993 ha pubblicato Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, 1993); i successivi volumi sono Oltrelinee (Dell’Orso, 1994) e Simmetrie, Pref. di F. Pappalardo La Rosa, (Joker, 2000), entrambi segnalati al Premio Montale sez. Editi, eCustodi ed invasori(Mimesis-Hebenon, 2005). I volumi citati sono in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, pubblicata da Puntoacapo Ed., Novi L., 2011, in quanto opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia (con pref. di G. Linguaglossa e postfazione di M. Marchisio).L’ultimo volume in versi è Notizie dal 72° parallelo (Joker Ed., 2015, con pref. di D. Gigli e postfazione di S. Montalto), Premio Civitella-Pelagatti, tradotto in alfabeto Braille, e Premio Metropoli di Torino.

Ha all’attivo collaborazioni e/o contributi creativi e critici con numerose riviste e siti di poesia e letteratura nazionali ed è inserito in varie Antologie critiche sulla poesia contemporanea (tra cui: G. Linguaglossa, La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, 2002, e La nuova poesia modernista italiana, EdiLet, Roma, 2010; S. Montalto, Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, 2008; L. Benassi, Rivi strozzati – Poeti italiani negli Anni Duemila, 2010; G. Lucini, Poeti e poetiche-I, 2012; G. Linguaglossa, Critica della Ragione Sufficiente, 2018).

Ha partecipato alla traduzione di OEvrepoétiquedi L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuitnoire – Notte d’Africa mia notte nera, Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004, a cura di A. Emina. Suoi testi sono tradotti in rumeno ed in inglese.

Come saggista ha pubblicato Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Dell’Orso, 2011, Finalista al Premio Soldati-Pannunzio 2016 e Premio per la saggistica Metropoli di Torino 2016.

Attualmente collabora con i comitati di redazione delle collane di poesia di Joker Editore. È tra i collaboratori e sostenitori di Amado mio, foglio letterario torinese fondato nel 2014 da Marcello Croce e Luca Borrione.

Francesco Vasarri, dalla raccolta inedita “Rerum Creatarum Pavanae”, nota di Giorgio Bonacini

Leggendo queste pagine la prima osservazione è quanto, in queste poesie, lingua e suono siano soggetto e oggetto, selezione e combinazione, paradigma e sintagma intrecciati in un unico significante che include la natura in un ritmo e il ritmo in natura. La parola poetica si carica di materia organica in osservazione concreta, quasi primordiale. Cantare larve bastevoli disfatte e arse può sembrare un azzardo sperimentale, ma è invece una necessità sostanziale che nasce dalle cose che ci sono e che nel loro movimento devono essere dette. Vasarri, in questo modo, porta la scrittura fin dentro il corpo della nominazione, dove la carne spoglia respira e ne sente l’odore. Perché solo una lingua poetica che si sviluppa e si insinua in un reale pastoso e contorto, è capace di tanto. Il senso che ne emerge è un rivolgimento continuo, alla ricerca del vero che sta nel poco: nella incommensurabile e fondante povertà della voce iniziale: ouverture creaturale al di qua e al di là del principio. Il fare di questi testi sembra così scaturire da un conglomerato di segni che vanno sciogliendosi in musica: un canto vocalico che rimescola la distinzione tra fonia e grafia, andando a prendere ciò che sconcerta; non per stupire il lettore, ma per dare nuova riconoscibilità alla “crosta muta”, al suo generarsi in un dire quasi fosse “un ultimo soffio di fiato”. E questa è la conseguenza estrema in cui la poesia può riprendersi ciò che le spetta: fossero anche solo “poche sillabe”, o una larva di senso in proteiforme materia, in tensione oltre se stessa affinché “avanzi la vita”.

 

 

Falso esergo del lupo

 

Non c’è.

Non l’abbiamo

mai visto.

Confitto

nella lisca del male.

Per generosa confisca.

 

[E anche se ce l’avessimo…

o se lo fossimo noi…

correi, rodendone l’osso…

Domesticarlo. Mai.]

 

 

Da “Fioretti e variazioni”

 

Tutto quel gergo di anime.

 

Almeno servisse a qualcosa.

Almeno potesse decidersi

che dopo le spine,

la rosa.

 

 

 

Da “Diminuendo”

 

***

 

Consèrvati dovunque

levigato in miriade,

scheggia, spina e prepuzio.

 

Per tornare a chiudere il cerchio,

a riattizzare l’inizio.

 

[Ma quanto perdi, mantice fioco, fiato.

 

Come non s’è infuocato, non prende fiamma

nella sua solitudine il rovo.]

 

 

***

 

Io c’ero. In culto. In fissità d’immagine.

Lacrima d’io, voce travolta, fronda

contro la quale battere in rivolta.

E con che diligenza vi battevo.

Decisamente io vi andavo a sbattere,

vi ci sbattevo, sì, io lì sbattevami.

 

Che dio manchi in vertigine.

E faccia fuoco vergine.

 


Francesco Vasarri è nato a Bagno a Ripoli (FI) nel 1987. Vive a Firenze, in Oltrarno. Dottorando in italianistica presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi dedicata all’entomologia nella letteratura italiana contemporanea, ha pubblicato, su rivista, in atti di convegno e per volumi collettanei, diversi saggi sulla poesia del secondo Novecento (Caproni, Cavalli, Lamarque, Merini, Parronchi, Valduga, Zanzotto). Ha tenuto, nell’ambito dei corsi universitari di Anna Dolfi ed Ernestina Pellegrini, lezioni di didattica integrativa sulle poetesse del secondo Novecento, su Caproni, Sereni, Gadda e Landolfi.

Ha partecipato, con suoi testi o letture commentate, a manifestazioni pubbliche (Giornata della Poesia, Fiorano Modenese – MO, 2008 e 2014; Perché poeti in tempo di povertà, Firenze, 2016 e 2017). Dal 2017 collabora al Festival internazionale di poesia Voci lontane, voci sorelle, Firenze.

Nel 2008 si è classificato secondo al concorso Ottottave; nel 2014 primo per la sezione Inediti (ex aequo con Antonella Ortolani) al XX Premio nazionale di poesia Alessandro Contini Bonacossi.

Ha esordito nel 2016, per la collana «Opera Prima» di Anterem, con il libro di versi Don Giovanni all’ossario.

Giorgio G. Adami, nota biografica e altre opere

 

Giorgio G.Adami è nato a Verona il 7.8.1935.
Autodidatta , dipinge dal 1950. Ha seguito stages tenuti da qualificati maestri: A.Tavella, G. Celada, R Licata, R. Da Lozzo, N. Sene, per verificare e perfezionare le tecniche personali già acquisite.
Dopo l'esordio consueto m mostre provinciali, partecipa a varie rassegne nazJonah e mternazionati:
Roma, Venezia, Milano.Trento, Bolzano, Salisburgo, lnnsbruck, Rosario-Argenuna, Mexico, Parigi, Osaka, Monaco m Baviera, Sao Paulo(Brasllc), WashingtOn (USA).
Mostre personali in ltaha e all'estero.
Nel 1992 è invitato alla 3" edJZ1one di " Pittura a Verona" ( 1975-1991 ), curata da A.Mozzamban1 e L. Meneghelli, a Sona (Vr)
Il Comune di Verona,Assess.alla Cultura gli dedica nel 2006 una vasta antologica presso il Palazzo della Gran Guardia a Verona, a cura di Luigi Mencghclli . E' il riconoscimento di una attività durata oltre 50 anni, segnata dalla continua ricerca di purificazione dei mezzi e delle intenzioni.
Parallelamente alla pittura ha compiuto lo studio del canto, perfezionandosi nel repertorio classico antico, che lo ba portato a collaborare con diversi art1st1 e istituzioni mus1cal1
Segue Biografia di Giorgio G.Adami:
Sue opere in collezioni pubbliche:
Galleria d’Arte Moderna A.Forti,Verona - Young Museum, Revere (MN)

Piccolo racconto

Pdue paesaggi

Sue grafiche sono state inserite nelle seguenti pubblicazioni:
ANTEREM – Rivista di ricerca letteraria n.42-1991 – Verona
ELDORADO – Romanzo di Nereo E.Condini, ed.Anterem, 1991
LETRAS ABIERTAS, Rivista de Comunicacion Creativa, Madrid, n.2 e n.3 – 1992
BOUQUET – 110 frammenti in prosa di Marco Furia, ed.Anterem, 1992
CODICI - Poesie di Aldo Ferraris, ed.Anterem, 1993
IMPROVVISO E DOPO – Poesie di Giuliano Mesa, ed.Anterem, 1997
GRAMMI – 40 disegni di G.G.Adami, ed.Anterem-Verona 1997
MM’S Revolution, a Menippean Satire - di Madison Morrison. Ed.East & West,1998
VENTAGLIO, Poesie di Cinzia Ferro, ed.Cierregrafica, Verona, 1999
SCENES FROM THE PLANET, Prose di Madison Morrison, ed.Sterling Publisher ltd -New Delhi, 2001
CONTRASTI D’AMORE – poesie di Gilberto Antonioli – 2012
METROPOLIS –303 incisioni di 303 artisti, in un libro rilegato a leporello – ed.Centro Internaz.della Grafica, Venezia,2014. Il volume è stato esposto in musei e biblioteche pubbliche in Italia,Germania, USA, Brasile.
VARIE – Opera Prima, poesie di Massimo Stirneri - Ed.Cierre Grafica/Anterem, Verona

Dall'alto in basso, le opere sono "Piccolo racconto", "Due paesaggi", "Racconto d'autunno". La tecnica dei dipinti è olio e smalti su carta, solo "Due paesaggi" è un olio su tela, cm 70x50.  
 

Ultima pagina: Autori presenti in “Carte nel vento”

 

 

Sebastiano Aglieco, Nadia Agustoni, Alessio Alessandrini, Pietro Altieri, Viola Amarelli, Angelo Andreotti, Marcello Angioni, Cristina Annino, Gian Maria Annovi, Lucianna Argentino, Davide Argnani, Giuseppe Armani, Alessandro Assiri, Daniela Attanasio, Dino Azzalin

 

Luigi Ballerini, Paola Ballerini, Daniele Barbieri, Bianca Battilocchi, Maria Angela Bedini, Daniele Bellomi, Primerio Bellomo, Mario Benedetto, Dario Benzi, Riccardo Benzina, Pietro Antonio Bernabei, Armando Bertollo, Giorgio Bona, Leonardo Bonetti, Doris Emilia Bragagnini, Silvia Bre, Fabrizio Bregoli, Alessandro Broggi, Roberto Bugliani, Simone Burratti, Giusi Busceti, Antonio Bux

 

Laura Caccia, Rinaldo Caddeo, Nanni Cagnone, Maria Grazia Calandrone, Giovanni Campana, Mario Campanino, Enzo Campi, Giovanni Campi, Martina Campi, Emanuele Canzaniello, Maddalena Capalbi, Michele Cappetta, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Lorenzo Carlucci, Anna Maria Carpi, Peter Carravetta, Alberto Casadei, Mauro Caselli, Guido Caserza, Paola Casulli, Alessandro Catà, Alessandra Cava, Roberto Ceccarini, Giorgio Celli, Alessandro Ceni, Rossella Cerniglia, Marilina Ciaco, Viviane Ciampi, Gaetano Ciao, Laura Cingolani, Gabriella Cinti, Domenico Cipriano, Roberto Cogo, Osvaldo Coluccino, Tiziana Colusso, Silvia Comoglio, Federico Condello, Nicola Contegreco, Antonino Contiliano, Morena Coppola, Giorgiomaria Cornelio, Marina Corona, Marcella Corsi, Elena Corsino, Erika Crosara, Albino Crovetto, Lia Cucconi, Miguel Angel Cuevas, Vittorino Curci

 

Mauro Dal Fior, Anna Maria Dall’Olio, Chetro De Carolis, Alessandro De Francesco, Enrico De Lea, Chiara De Luca, Lella De Marchi, Evelina De Signoribus, Riccardo Deiana, Silvia Del Vecchio, Fernando Della Posta, Pasquale Della Ragione, Stefano Della Tommasina, Aurelia Delfino, Tino Di Cicco, Danilo Di Matteo, Vincenzo Di Oronzo, Stelvio Di Spigno, Letizia Dimartino, Edgardo Donelli, Paolo Donini, Antonella Doria, Patrizia Dughero, Giovanni Duminuco

 

Marco Ercolani, Franco Falasca, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Roberto Fassina, Silvia Favaretto, Francesco Fedele, Federico Federici, Annamaria Ferramosca, Paolo Ferrari, Aldo Ferraris, Luca Ferro, Paolo Fichera, Massimiliano Finazzer Flory, Zara Finzi, Raffaele Floris, Rita Florit, Ettore Fobo, Giovanni Fontana, Luigi Fontanella, Valentino Fossati, Biancamaria Frabotta, Kiki Franceschi, Tiziano Fratus, Mario Fresa, Lucetta Frisa, Adelio Fusè

 

Gabriele Gabbia, Miro Gabriele, Tiziana Gabrielli, Marinella Galletti, Carmen Gallo, Gabriella Galzio, Guido Garufi, Paolo Gentiluomo, Mauro Germani, Fabia Ghenzovich, Alessandro Ghignoli, Gianluca Giachery, Anna Maria Giancarli, Lino Giarrusso, Andrea Gigli, Patrizia Gioia, Carolina Giorgi, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Lorenzo Gobbi, Marcello Gombos, Llanos Gomez Menéndez, Giuseppe Gorlani, Alessandra Greco, Angela Greco, Cesare Greppi, Lino Grimaldi, Maria Grimaldi Gallinari, Giovanni Guanti, Ermanno Guantini, Vincenzo Guarracino, Mariangela Guàtteri, Gaia Gubbini, Gian Paolo Guerini, Stefano Guglielmin, Andrea Guiducci

 

Giovanni Infelìse, Maria Grazia Insinga, Carlo Invernizzi, Stefano Iori, Francesca Ippoliti, Gilberto Isella

 

Ettore Labbate, Michele Lamon, Marica Larocchi, Vincenzo Lauria, Alfonso Lentini, Laura Liberale, Tommaso Lisa, Oronzo Liuzzi, Andrea Lorenzoni, Francesco Lorusso, Ghérasim Luca

 

Loredana Magazzeni, Marianna Marino, Emanuela Mariotto, Attilio Marocchi, Raffaele Marone, Francesco Marotta, Giulia Martini, Giulio Marzaioli, Vincenzo Mascolo, Stefano Massari, Mara Mattoscio, Alessandro Mazzi, Luciano Mazziotta, Daniele Mencarelli, Manuel Micaletto, Emiliano Michelini, Marco Mioli, Francesca Monnetti, Daniela Monreale, Gabriella Montanari, Emidio Montini, Romano Morelli, Sandra Morero, Alberto Mori, Alessandro Morino, Renata Morresi, Gregorio Muzzì

 

Luigi Nacci, Paola Nasti, Giuseppe Nava, Stefania Negro, Davide Nota, Marco Nuzzo, Francesco Onìrige, Cosimo Ortesta

 

Luca Paci, Marco Pacioni, Alessandra Paganardi, Carla Paolini, Alice Pareyson, Paola Parolin, Angela Passarello, Giuseppe Pellegrino, Camillo Pennati, Gabriele Pepe, Daniela Pericone, Roberto Perotti, Luisa Pianzola, Antonio Pibiri, Renzo Piccoli, Antonio Pietropaoli, Pietro Pisano, Stefano Piva, Daniele Poletti, Gilda Policastro, Chiara Poltronieri, Giancarlo Pontiggia, Nicola Ponzio, Michele Porsia, Stefania Portaccio, Claudia Pozzana, Chiara Prete, Loredana Prete, Maria Pia Quintavalla

 

Jacopo Ramonda, Giuseppina Rando, Andrea Raos, Beppe Ratti, Luigi Reitani, Vittorio Ricci, Jacopo Ricciardi, Alfredo Rienzi, Giuliano Rinaldini, Alfredo Riponi, Massimo Rizza, Gianni Robusti, Marta Rodini, Cecilia Rofena, Andrea Rompianesi, Stefania Roncari, Silvia Rosa, Sofia Demetrula Rosati, Lia Rossi, Pierangela Rossi, Giacomo Rossi Precerutti, Greta Rosso, Enea Roversi, Paolo Ruffilli, Gianni Ruscio

 

Luca Sala, Tiziano Salari, Luca Salvatore, Rosa Salvia, Lisa Sammarco, Massimo Sannelli, Marco Saya, Viviana Scarinci, Antonio Scaturro, Evelina Schatz, Giuseppe Schembari, Fabio Scotto, Massimo Scrignòli, Loredana Semantica, Luigi Severi, Sergio Sichenze, Ambra Simeone, Stefania Simeoni, Maurizio Solimine, Lucia Sollazzo, Marco Sonzogni, Pietro Spataro, Fausta Squatriti, Giancarlo Stoccoro, Maria Paola Svampa

 

Antonella Taravella, Gregorio Tenti, Italo Testa, Matilde Tobia, Maria Alessandra Tognato, Silvia Tripodi, Luigi Trucillo, Guido Turco, Giovanni Turra Zan

 

Liliana Ugolini, Tonino Vaan, Roberto Valentini, Camillo Valle, Sandro Varagnolo, Francesco Vasarri, Matteo Vercesi, Maria Luisa Vezzali, Ciro Vitiello, Annarita Zacchi, Simone Zafferani, Paola Zallio, Claudia Zironi

Febbraio 2019, anno XVI, numero 42

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 

Febbraio 2019 anno XVI, numero 42

Il nuovo numero di “Carte nel vento” esce un mese prima degli eventi finali del Forum Anterem legato al 32° Premio Lorenzo Montano (edizione del 2018); il prossimo sabato 16 marzo al mattino verrà inaugurata la mostra dei ragazzi del Liceo Artistico di Verona, mentre al pomeriggio si terrà “Editoria e poesia”: venti poeti segnalati e finalisti all’ultimo “Montano” che leggeranno alcuni testi, introdotti da Flavio Ermini e Rosa Pierno, e dieci editori di poesia che racconteranno la loro attività e le loro esperienze.

Abbiamo il piacere di presentare qui i progetti preliminari dei ragazzi dell’Artistico, attraverso le anticipazioni che hanno espresso il 20 ottobre scorso: la loro passione, guidata dalla competenza dei docenti di riferimento, preannuncia anche per quest’anno una mostra ricca e importante sul tema del Forum, “Oltre le apparenze”. Prova ne sono i bozzetti che corredano gli interventi.

Il corpo di questo numero è rappresentato dalle prose e dalle poesie di alcuni degli autori che hanno animato a ottobre scorso la prima giornata del Forum Anterem: Doris Emilia Bragagnini, Giusi Busceti, Martina Campi, Paola Casulli, Enrico De Lea, Fernando Della Posta, Ettore Fobo, Fabia Ghenzovich, Vincenzo Lauria, Giulia Martini, Alessandro Mazzi, Stefania Portaccio, Enea Roversi e Sergio Sichenze, presentati dalla redazione di “Anterem”. L'apertura è dedicata a Franco Ferrara, grazie al contributo di Giorgiomaria Cornelio.

La nuova edizione del “Montano” ha preso il via: scarica il bando della 33^ edizione

In copertina: immagini di Emma Teti dal Forum Anterem, sabato 27 ottobre 2018

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Giorgiomaria Cornelio, “Come il primo giorno del mondo. Un ritratto di Franco Ferrara”

Come il primo giorno del mondo

Casa di Franco Ferrara e di sua moglie Raffaella, Settembre 2017

 

Sebbene ogni presenza oscilli nel vento breve di una foglia
E ogni parola disperda la propria luce
Nel letto deserto di un’assenza
E nel gelo di chi ha donato a tal punto
Da credere di non aver mai donato
Franco Ferrara, Questo intendevo dire

Incominciare, perciò, nell’osservanza della parola, facendo l’inventario delle carte in esilio. Insistere a far nascere la ferita del senso. Accertare, in anticipo, l’equivoco, l’inadeguatezza di ogni resoconto, e il filo d’oro del legare insieme i postumi del transito: “questa mia mano, che è della stessa terra della memoria*”. Franco Ferrara (16 marzo 1935 – 23 gennaio 2014) è stato poeta di versi “senza mendicherie di plauso o pitoccando governi, potentati, costanzesche adunanze d’osti, mimi, parolai, orchesse leste al calappio di con buche genitali, o lisciando elisiri di letterari menestrelli o cori di castrati”, e tanto basta a riparare la debile definizione di poesia come pura regione di circostanze: semmai l’enigma all’opera, il fuoco sopra ogni segno.

In una lettera all’editore a proposito della seconda edizione dello PseudoBaudelaire, Corrado Costa scrisse che per “il poeta non c’è nessuna biografia – a tutela della sua immagine.” Per Ferrara parliamo allora d’immemoriale, come se la definizione continuasse a ritrarsi, ad opporsi al certificato d’esistenza che lo volle, allo stesso tempo, docente, critico letterario, esploratore, fondatore di riviste letterarie ed autore televisivo. Prendendo poi a sbrecciare un poco la compagine dei resti, i “cinque continenti strappati al midollo dell’anima”, i quasi 40.000 volumi appigliati ovunque nella sua casa così irrecintata (avendo allora concentrato il nubifragio in unico auto-de-fé: esoterismo, alchimia, letteratura, religioni orientali…), il greto del testo reclama lo studio combinatorio, la vigilanza, il volgersi e il rivolgersi nell’altrove del viaggio e del deserto: non solo quello dell’Africa Sahariana, dove pure Franco Ferrara è stato nel corso delle sue spedizioni seguendo le piste carovaniere utilizzate dai Romani, ma anche quello scavato e innervato
nel corpo delle adunanze, delle reminiscenze fossili, del silenzio che trattiene “l’alba di due eternità”, e custodisce il canto d’amore d’un violino (Imzad, Edizioni Ripostes, poemetto legato alla lingua parlata