Gian Paolo Guerini, dalla raccolta inedita "Un attimo prima di desiderare", nota di Giorgio Bonacini

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Gian Paolo Guerini ci presenta una raccolta di duecento paragrafi, apparentemente in prosa, chiedendoci espressamente di considerare l’opera come un poema, dove ogni paragrafo, di diversa lunghezza per numero di righe, è un verso. Dunque un’architettura unitaria, non per visibilità, ma per composizione. Certo, non è cosa infrequente, oggi, nel panorama poetico che si apre a nuove sperimentazioni formali e sostanziali, proporre testi che si staccano dalla tradizione formale e sostanziale, comprese quelle d’avanguardia, e così anche in questo caso, l’intitolazione a “poema”, ha le sue specifiche implicazioni. Intanto non ne ha la struttura, né tradizionale né in variazione codificata o anarchicamente variabile, mentre si presenta con un sottotitolo, verificabile e vero, ma fortemente ironico.

Dunque l’intenzione dell’autore sembra appartenere a una sperimentazione complessiva della struttura e del senso pensante, incarnata in un’opera che deforma la significazione, ma senza toccare la grammatica o rompere la sintassi o il lessico. Sposta invece, in direzioni inedite, il sommovimento del dire nella sua comprensione intersoggettiva. E in merito al dire – in sé, come qualità fondante il sentire della scrittura poeta, e nelle specifiche modalità in cui si snoda questa raccolta – Guerini scrive:”...a volte è come una malattia...un’ossessione che non ti lascia mai la mente libera...”. Siamo, come si vede, dentro l’ascolto profondo di ciò che la scrittura sente; quindi all’interno della percezione propria del segno poetico. Un segno, inciso e corporeo, particolarmente speciale, che disorienta e ammutolisce un lettore che vi cerchi agganci semantici nominalmente riconoscibili. E ciò perché in questa raccolta tutto il discorso è su un piano di significazione altamente dislocato e disorientante, sia nei confronti dell’ordinaria misura del discorso sia rispetto a una lingua sensitivamente mossa come quella di ogni forma di poesia.

Ogni verso-paragrafo è una particella di concretezza surreale, che dà all’insieme l’aspetto interiore di una figura deformata, senza che questo impedisca però di proiettarsi all’esterno con naturalezza. L’ordine sequenziale propone e spesso imbriglia una selettività di motivi interni di ardua lettura. Un’oscurità necessaria però: perché dal suo interno lascia filtrare una luminescente nebulosa di sensi, che punteggiano un percorso, lampeggiando in direzioni inusitate ma percorribili.

E un’indicazione precisa della poetica di Guerini ci viene dal titolo di questa raccolta: Un attimo prima di desiderare, dove la mente poetica si trova in uno stato di coscienza e di presenza autoriflessiva, ma orientata verso il bordo e in procinto di un passo ulteriore. Un avvicinamento al baratro dove la parola perde suono, ma anche un avvicinamento al vuoto, che risucchia scombina e riporta a nuova vita i tratti distintivi significanti. Guerini ci dice che la scrittura è certamente un atto desiderante, ma che, mostrando la sua incompletezza, non può risolversi nel gesto desiderato: pur non raggiunto, ma sempre in tensione congiunta. Anche là dove affronta la contraddizione, o la nevrosi, che intimamente scombina la normale, prefigurata e comunemente sentita, come vitale alla poesia, realizzazione della pagina scritta. E infatti al quindicesimo verso scrive: ”Nell’attimo in cui le parole si sentono svanire, quale disdetta per loro, incarnarsi nel testo”. Ma nonostante questo, il poema, con estrema allucinata lucidità, continua. Vi si trovano motivi parabolici, vicini all’illuminazione zen, di de-significazione, sottrazione, diluizione, dissuasione del senso; momenti che sfiorano una lirica malinconia (...una nuvola in corsa sa sempre dove vanno i corpi nudi a chiudere gli occhi); elencazioni: motti, detti, quasi proverbi epifanici e cerebrali, che contengono, per inciso, frasi che inutilmente tentano di raddrizzarne il senso (nel languore, (le mattine a letto, senza rumori per strada, solo il ricordo della risacca mentre contemplo la neve che scende) l’ordito sopito polverizza l’insolenza); la lista dei venti che in scrittura soffiano con allitterazioni e rime, fonosimbolismi assonanti, consonanti, risonanti, che improvvisamente diventa bottoni, asole, isole e relitti che dialogano fino a diradare il loro dire, “eterni con la paura di non durare e immediati con il desiderio di svanire.">

 

 

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Si prova sempre a limitare l’imitare. Per esempio, parlando del tempo: “Come
l’arsura che chiede d’essere placata, un sorso è la cucitura d’una camicia
annodata ai fianchi, d’una stesa tra il bucato in fiamme all’incrocio dei
venti: quello che si dice e quello che si tace fanno i giorni, e come i giorni
fanno la vita, gli istanti persi sono ritrovati, nei giorni andati e in quelli a
venire; qui, ora, può essere il passo che faccio verso di me; perché ogni
passo avanti è un passo in meno”. Ma ci si casca sempre: data per
definitiva la speranza, ci si arrabatta con le parole, come se potessero
parlarci.

 

O parlando di naufragi: “Nell’attimo in cui le parole si sentono svanire, quale
disdetta, per loro, incarnarsi testo. La parola scandaglia la sua cavità, in
bilico tra afasia e alienazione. Interrompe un passo e irrompe in un
sentiero inaffrontabile, gode prima di desiderare”.

 

Eppure, non posso dire di non avergli creduto, solo che ho ceduto alle lusinghe
dei libri, credendo di poterci trovare qualcosa che fosse qualcosa in più al
qualcosa che si incontra ad esempio nel tamponamento di un furgone
portavalori o a una pedalata tra la neve.

 

Per una lettura integrale dell'opera: http://www.gianpaologuerini.it/20_un_attimo_prima/pdf/un_attimo_prima_di_desiderare.pdf

Nota biografica di Gian Paolo Guerini