Dicembre 2006, anno III, numero 5

Marco Zulberti, ricordo di Franco Brioschi

Un anno fa, il 15 febbraio, scompariva improvvisamente il Prof. Franco Brioschi, docente di Critica e Teoria della letteratura all’Università degli Studi di Milano e autore di saggi come la Poesia senza nome (1978), La mappa dell’impero (1983), Un mondo d’ individui (1999) e la Critica della ragion Poetica (2002) destinati a segnare una svolta nello studio della poesia e della letteratura italiana.

Laureatosi nel 1970 sotto la guida del Prof. Gaetano Trombatore e Vittorio Spinazzola, fin dagli esordi i suoi studi si orientarono verso la poesia intesa come modo d’essere "finzione" in letteratura, e "funzione", nel linguaggio. Dopo aver dedicato i suoi primi interessi a poeti come Vittorio Sereni, che giovane studente va a trovare con un registratore a nastro Geloso e con cui poi condividerà la direzione della collana “Le Silerchie” per il Saggiatore di Alberto Mondadori, e a maestri della critica come Giacomo Debenedetti, le cui lezioni intorno al romanzo pone sempre al centro dei suoi corsi universitari, i suoi interessi s’indirizzano all’opera di Giacomo Leopardi con cui esordì nel 1972 con il saggio Politica e metafisica nel Leopardi.

Massimo Mori, Performer

a cura di Stefano Lanuzza, Giubbe Rosse, Firenze, 2005, pp. 64, s.i.p.

Si tratta di una lunga, esauriente intervista (meglio, di una serie di interviste) che Stefano Lanuzza “porge”a Massimo Mori, poeta performativo, “da oltre un trentennio sperimentatore solista della poesia visiva e fonetica”, “cultore della dialettica fra scienza e arte, laico evocatore dei creativi demoni dell’analogia” (come scrive Lanuzza); dagli anni ’80 direttore artistico degli “Incontri letterari” presso le fiorentine, storiche “Giubbe Rosse”; ideatore e curatore (negli anni Ottanta), a Firenze, del circuito di poesia “Ottovolante”, “felice connubio tra associazionismo culturale, movimento della poesia e una diffusa creatività” (ancora Lanuzza). Né si dimentichi la pratica di esperto conoscitore e maestro di T’ai Chi Ch’uan. Un profilo, dunque, intenso, ottimamente delineato nelle proprie specificità, questo che Lanuzza traccia ed espone.

Album feriale. Impressioni di lettura.

“… e sparire. Ha parole il tempo, come l’amore” (P. Eluard)

La terza e ultima parte del nuovo libro di Maria Pia Quintavalla, Album feriale, Archinto, 2005, ha come interlocutore un’anima che si protende a un volontario colloquio “per cenni e suoni” con altra anima. I “legami del mondo” sono accantonati mentre appaiono l’immagine e l’immaginazione che rendono “più viva dei viventi” la madre defunta. Ma il “rumore dei vivi” minaccia l’interruzione dell’incanto che vede la madre-aria farsi il luogo stesso in cui la figlia la accoglie; e sono rumore “spemi e rimorsi”, “gesti che mai avrebbero cessato di comandare sui cuori”. E’ invece fatto di silenzio il conversare delle due essenze che si toccano “col pensiero, e desiderio tutto, a lasciare sprigionare gli incontri che sarebbero fluiti.”

Il ‘Transrealismo’ emblematico di Giampiero Neri

Una riflessione su “Armi e mestieri” di G. Neri, collana Lo Specchio, Ed. A. Mondadori, aprile 2004.

di Andrea Giuseppe Graziano

La Poesia oggi è quell’affacciarsi all’abisso, lotta tra inferno e salvazione, tra danno e ‘protrusione’ in vita.

In questo essere ‘in limine’ di cui consta propriamente la condizione del Poeta, l’autore lombardo vive momenti di tensione e dis-tensione, ma ‘sussume’ quelle contrapposizioni di forze, tali -finalmente- da indurre l’animo a esperire la realtà attraverso uno sguardo complesso, proprio perché complessivo, autentico proprio perché in grado di abbracciare con una intelligibile consapevolezza esistenziale le ramificazioni delle dinamiche contrarietà e finanche delle barbarie vissute a proprio danno (Giampiero Neri infatti, di Erba, Como, classe 1927, vive drammaticamente il secondo conflitto mondiale, l’uccisione del padre nel periodo di guerra civile dopo l’8 settembre del 1943, quindi l’affanno per il dissesto finanziario, e le amarezze degli obblighi ai quali la vita lo spinge, taglieggiato da urgenze che impongono il cambiamento e talora la rinuncia allo studio -che però tornerà in forma di ricerca autonoma, parallela ai disbrighi pragmatici e lavorativi- il suicidio della sorella Elena, ventenne, nel 1947, quindi le insolenze impiegatizie, come pratica falsificata della comunicazione -dall’una e dall’altra parte dello sportello bancario- che egli evidenzia da un punto d’osservazione privilegiato, qual è quello interno al luogo dell’inganno, come consuetudine utilitaristica).

Combinati spazi

Prosatore e poeta, più volte ospitato sulla spatoliana “Tam Tam”, Giorgio Terrone, con “Dodici”, propone calibrati versi tesi a richiamare entità ulteriori rispetto all’ ordinario meccanismo linguistico.

Suggerite da non ambigui cenni tratti dal quotidiano, rese sulla pagina con singolare accortezza, vengono a crearsi, come per necessaria germinazione, suggestive aree dalla peculiare enigmaticità radicata nella stessa determinazione espressiva. Forse, come, non a caso, suggerisce uno dei titoli, del trompe-l’oeil l’ autore mira a richiamare l’affascinante intento, consapevole di quell’ ineffabile àmbito in cui l’ immagine si lega a quanto rappresentato e, nel conferire astrattezza al gesto della riproduzione più “oggettiva”, risulta capace d’ intense evocazioni.

Estranee arie

Un’ aria “ estranea ”, peculiare, genera dense atmosfere sotto il cui influsso brevi cenni, con scrupolo annotati, si alternano a repentine immagini, offerte secondo limpide cadenze idiomatiche non in obbligo rispetto ai canoni ordinari, ma esigentissime quanto a coerenza interna.

Nitidi, i luminosi risuoni di Michele Fogliazza, contraddistinti, a tratti, da ( composto ) espressionismo, non mancano, così, di quella precipua coesione, scaturente dal non ignorare impegnative sfide, senza dubbio foriera di fecondi sviluppi.

Molto promettente opera prima.

Geometrie trasversali

Nell’adoperare precisi schemi linguistici rispettosi delle comuni regole, Rosa Pierno, con “Trasversale”, suggerisce, anche per contrasto, un quid che trascende il reticolato proposto.

Ma non di semplice “non detto” pare trattarsi, lo svolgersi dell’ ordinata procedura formale sprigionando valenze evocative tali da escludere ogni contingenza, per richiamare dimensioni in cui le sorti stesse degli umani stili di vita si rivelano coinvolte.

Proprio quanto è ineffabile risulta, in effetti, protagonista: ovunque presente, sotteso a ciascuna unità sintattica, “espresso” con intensità ìndice d’ intima consapevolezza di vitali sensibilità, oltre e origine nel contempo.

Ironiche felci

Già dall’ inizio di “La materia del mondo”, Domenico Cara, con  “il mio idioma s’ accosta ai senza/ idioma”, rende espliciti intenti espressivi rivolti verso un quid confinato ai margini del reticolato logico, se non proprio caduto nell’ oblio: spetta al poeta “avvicinarsi alla primavera” (non, soltanto, al segno che la contraddistingue) e renderne testimonianza.

Attento ai “possessi minimi”, il Nostro percorre, assiduo, non usuali tragitti lungo i quali suggestivi incontri, accostati a repentine immagini di notevole impatto linguistico, nonché offerti, talvolta, secondo timbri lirici dalla rigorosa misura, prendono luce da contesti ampi quanto concentrati, tenuti assieme da non labili scelte poetiche.

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