Maria Grazia Calandrone, una poesia inedita, nota critica di Marco Furia

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Creatività e creazione

“dal paesaggio”, di Maria Grazia Calandrone, è intenso componimento che sembra trattare della creazione del mondo.

Una creazione non remota, bensì presente, continua.

Il lettore è coinvolto in un fitto susseguirsi d’immagini che presentano un divenire inarrestabile, privo di soluzione di continuità.

Il mondo, per Maria Grazia, fu ed è creato nello stesso tempo.

Forse, guardando in direzione del mare, potremmo scorgere l’Arca di Noè ancora in navigazione e, forse, certi episodi biblici si stanno ancora verificando.

Non siamo dinanzi a un gioco di gusto surrealista, bensì a un vivido sguardo sulle origini intese quali energie che continuamente si rinnovano.

La cronologia perde importanza quando ci si rivolge al fenomeno dell’esistere puntando a renderne evidente l’intima natura.

Siamo, sempre, le nostre stesse origini?

Sembra, a prima vista, che la risposta della poetessa a simile quesito sia positiva.

Dico “sembra a prima vista”, perché il sincero atteggiamento dell’autrice non è assoluto e, pur gettando luce su certi aspetti, non intende eliminare tutto il resto.

Il trascorrere del tempo è presente, ad esempio, quando vengono proposti precisi riferimenti alla storia sacra e, in ogni modo, non appare estraneo alla stessa sequenza di nove brevi sezioni ciascuna contraddistinta dal proprio titolo.

È presente, poi, una pronuncia davvero chiara:

“chi entra in possesso di un oggetto eversivo come la parola non può limitarsi a usufruire della sua mera funzionalità”.

Pronuncia che non si può non considerare specifica dichiarazione in cui la “mera funzionalità” del linguaggio è ritenuta insoddisfacente, non sempre adatta alla bisogna, inadeguata.

Talvolta occorre allontanarsi dagli usi idiomatici consueti, come “dal paesaggio” insegna. Marco Furia

 

Biografia di Maria Grazia Calandrone