Alessandra Greco, da una raccolta inedita, nota critica di Giorgio Bonacini

Versione stampabileSend to friendPDF version

(continuum) Prima luce terrena

 

Pulì i canali e iniziò la
separazione delle mani
eventualmente a loro volta
allo stesso tempo
una parte del peso del corpo minima o
nulla.

L’attenzione visuale.

Il corpo continua la rotazione
lo spirito visuale parzialmente
simultaneamente
progressivamente sulla spinta.

Fino all’altezza delle sopracciglia
vicino all’orecchio
allora disse: Cadi tra le mie mani e
(che lo rese umano) quanti capelli

a mostrare sposta la parola al lato in ombra
l’altro di sé posseduto.

In seguito si lega (e quadra) il cerchio.
Si comunica il nome.
Si infonde altro tempo.

 

Alessandra Greco, Crachée de neige dans l'eau pour faire des ronds

da La memoria dell'acqua_ studi inediti _2012/2013

Per parlare dei testi di Alessandra Greco, partiamo (in modo certamente inusuale, ma aderente alla poesia stessa, che non dà concessioni e conoscenze usuali) dalla dichiarazione dell’autrice che vede nella didascalia di una teca dedicata agli squali in un museo, uno dei motivi che ha ispirato la nascita di queste scritture. Ma cosa c’è, o pensiamo che ci sia, di meno evocativo per l’immaginazione, per il pensiero, per la ricerca che correla e comprende in sé direzioni non visitate di conoscenza e metamorfosi del senso, di una didascalia, che normalmente non è fonte di stupore? Ebbene una didascalia come questa (e se l’autrice vuole, mi piacerebbe che fosse lei stessa a leggerla) è così poco didascalica da rappresentare, per via letterale e insieme metaforica, un preciso segno intellettivo di poesia in atto.

E da lì si può cogliere l’esperienza significante di questa poesia così poco allineata, anche con la poesia stessa, nelle forme in cui esplora e va a rovistare nei motivi del suo nascere e del suo essere: la materialità dell’acqua che si presenta in trasformazioni che investono e si insinuano dentro “la cosa sconosciuta” e oltre. Verso un divenire, altro da sé, nella voce del poeta e fuori, nell’estensione di un’eco dalle sonorità a cui la scrittura cerca di dare un corpo di calore, densità e colore. “Punti di un volgimento tridimensionale” vengono definiti, con precisa identificazione, nel corso delle pagine: che sono proprie di una scienza poetica emozionalmente indagatrice. Perché questa scrittura è alimentata da una lingua che proviene da ogni luogo dell’intelletto: cognitivo, esistenziale, descrittivo, lirico, percettivo e ogni altra modalità in cui il senso multiforme disegna il mondo interno e il mondo esterno.

L’esperienza della parola che parte dall’interiorità si spinge a fondo nell’intimità e da lì esce per generare un’emozione in grado, se non di trovare, almeno di cercare una comprensione che sleghi ciò che appare indifferenziato, che faccia risalire il sommerso, che ricongiunga le origini, ma senza le semplificazioni dell’ordinario particolarismo che avvolge la realtà. E l’elemento cardine (insieme alla luce), andamento di questa raccolta e suo fondamento, è l’acqua. Non semplicemente una metafora esemplificativa di uno studio poetico, ma una cosa che agisce nel reale, mobilita memoria ancestrale nell’ universo molteplice e singolare, diffonde percezioni e prospettive, unifica mantenendo illimitate le distinzioni segniche che parlano nel vero, rivelato in “una forma elicoidale/.../chiamata ascolto o linguaggio”.

Ed è lì, nell’origine liquida della nostra nascita, che la parola concentra in sé le potenzialità fisiche che la fanno essere sonorità, voce, sollecitazione uditiva e scrittura: gesto e propagazione cognitiva. Sono i “versetti non verbali” che caratterizzano la lingua embrionale come vera e iniziale respirazione poetica; sono le lacrime e gli sguardi originari che proiettano il movimento pensante (non ancora pensiero) verso l’aperto; è lo stupore da cui non si può prescindere se si vuole imprimere immaginazione, ma anche sconcerto, nel vedere come e in cosa “si mostra la natura”. Che è un traboccamento, un’uscita, un’immissione che non si possono rifiutare se si vuole veramente tracciare “un atto di senso” su ciò che vediamo, pensiamo, tocchiamo.

Ciò però non significa un’esposizione neutra o assillante, ma portare con discrezione, e allo stesso tempo con fermezza, luce sulle cose del mondo, avendo consapevolezza anche di sottrarsi e non lasciare che un destino ineluttabile viva per noi. L’autrice ci dice, in modo

perentorio, “vivi nascosto”, come fonte di saggezza: la stessa che ci lega alla lentezza del percorso naturale della chimica del carbonio. Una natura che per fare nasconde i suoi procedimenti, così come la parola crea il suo nascondimento per completare il senso: che è sempre non finito, che evolve involvendosi continuamente fino a quell’enorme poco che è “la temperatura del punto di rugiada”. Lì dove la scrittura emozionale sporge dall’ombra e compone, anche in una sola lacrima, il suo significato. Ma questo vuol dire spostare il dire verso una forma di lirica senza lirismo, lucida, straordinariamente precisa “sul confine...di una visione niente affatto intangibile”. Una fisicità, dunque, che la voce cattura nella percezione sensibile di un’onda di sguardi che dilatano il proprio sentire. Giorgio Bonacini.

 

Biografia di Alessandra Greco