Daniela Monreale, da una raccolta inedita, nota critica di Giorgio Bonacini

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Biografia di Daniela Monreale

 

da Ascoltare vento

 

***

Ascoltare vento/ ascoltare pioggia/ ascoltare
sguardo muto dal finestrino/ canzone ultima
corona dell’amore/ e dirti il filo rosso che
ricama le cadute/ dirti gli eccessi e le ansie
premature/ il finale della mossa non è regina/
non è torre bastione muro dentato in cima/
fino a quando vivrò, vorrò essere parola

 

***

Vorrò tessere la ragnatela del mio dire/ per
catturare volti dall’eco metropolitana/ e voglio
una parola che mi attraversi tutta/ che faccia
amore e condivisione/ che faccia differenza/
prodigio e ribellione

 

***

Spezza i copioni e la dura maschera /
l’invenzione del mare / la duna del braccio /
che ribelle ti chiude/ ti stringe nel piacere del
poi/ dell’immagine folle di un’impronta /
calco di sale e di lingua/ la friabile pelle si
perde/ si perde nell’acqua

 

 

Per entrare dentro la voce poetica di questa raccolta, possiamo partire dal titolo e da una piccola, ma molto importante particolarità lessicale: l’assenza di determinazione nella mancanza dell’articolo il. Ben diverso sarebbe stato “Ascoltare il vento” che suggerisce e precisa, seppur in modo astratto, quel determinato vento. Mentre “Ascoltare vento” concretizza, anche in una paradossale aleatorietà, il suo essere che permea tutta la dimensione intenzionale, sia intima sia esterna, più necessaria che voluta, di questa scrittura di parola in ascolto.

Per l’autrice, infatti, prima dello scrivere c’è l’ascolto a trasformare l’esistenza in una voce che, finché vive, vuole “essere parola ”. Ascoltare poesia, dunque, diventa l’essenza di un desiderio totale: un attraversamento nella condivisione di un dire lieve ma preciso, evocativo ma centrale nella prodigiosità dell’atto poetico. E questo è il dato reale, che si scontra con una realtà fatta di lingua pensierosa e veritiera, ma non pensante e vera, non nella leggerezza infinita di una mente quando sta nella poesia. E se questa ha una ragione d’essere, è proprio nella natura tutta umana, interiore, sognante del sentimento a cui dà forma e da cui prende sostanza. Ma ben più determinante è la volontà per cui nasce e in cui si trasforma, una lingua fortemente individuale che si oppone, senza sforzo, alla banalità delle emozioni ordinariamente emotive. Quelle che percorrono il tracciato di una norma che parla ma non sente “l’urto dell’indicibile...la ferita della carezza”.

Perché è al cuore delle parole che bisogna andare: tagliarle, aprirle, svuotare il loro sembrare qualcosa per cercare l’essere della cosa che è, che portano in sé e trasportano con sé. Ed è sufficiente anche solo il loro suono per comprendere, in una sospensione che può a volte essere dolorosa, anche la loro oscurità. Daniela Monreale ci dice che la poesia concentra un mare di significazioni in un battito che sfugge alla frase: un’epifania, un frammento di senso che, se anche semplicemente sfiorato, è percepito come una direzione offerta ai pensieri e agli sguardi. Un dono che rende consapevoli di ciò che si cerca con la scrittura: non un oggetto di sollievo, “non la primavera”, ma un segno che ci accompagni e diventi segnale per una semina della parola, e anche un precipizio nella stessa. Chi pensa in poesia sa che non si esce indenni dalla sua pratica costante: perché la materia che in essa fluttua è continuamente trasformata e può affiorare in trepidazioni o dilagare in festa, in ogni caso è il portento di una mente che ascoltando anche le piccole cose vive, i baffi di una gatta ad esempio, invogliano un sorriso e alleggeriscono tristezze.

E ancora più, possono portare a ridere e a desiderare un sonno gelido o infuocato, perché la fantasia e l’immaginazione “fanno muovere brividi”, fanno “fare farfalle”. Così si arriva con la poesia a dimenticare il sé per essere parte ed essere tutto. Essere il movimento che la parola crea con una vibrazione fisica, un’ondulazione che ha percorsi immensurabili e sembra perdere la visione, per poi ritrovarla reinventandola in una multiformità che l’autrice designa con piccoli gesti, accenni, profili che portano, con meraviglia e grandezza della semplicità, anche a chiacchierare con Dio. E dove i reticoli di conoscenza, anche se ignoti, anche se altrove conducono, con la severità del silenzio, alle delizie del poco: dove nient’ altro si è, negli interstizi del senso, che “una particella che muove l’incanto”. Giorgio Bonacini