Patrizia Dughero, dalla raccolta inedita "Sensibili all’oblio", nota di Giorgio Bonacini

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Il titolo di una raccolta di poesie dice molto di più della sua evidenza letterale, e Sensibili all’oblio, di Patrizia Dughero, non è solo l’ indicazione di un percorso, ma è esso stesso un cammino di ricettività e conoscenza, di richiamo a un gesto linguistico che unisce delicatezza e graffio, quando “il sussurro si trasforma in urlo”. Una scrittura che scava negli eventi che sembrano scomparire dalla memoria o che si perdono nel silenzio o che vengono oscurati da una dimenticanza. Così la lingua di questa poesia cerca di dare parola a bocche ammutolite; di trovare pensiero nell’umiltà del verbo imbiancato; di riportare al senso l’ultima foglia. E tutto questo senza descrizioni o didascalie del dramma, ma solo attraverso la voce poetica: unica in grado di superare, e forse anche di richiudere, il varco tra oblio e perdono. E’ di grande valore una scrittura che pone al centro delle sue diramazioni il recupero delle “parole delle lacrime”: per evitare che il dire vada perso in quell’amnesia duratura che appanna la mente e i sensi. Perché le figure umane, che hanno vita in questi testi, soffrono la crudeltà di un potere che maltratta e uccide, non solo corpo e mente, ma vuole annientare nell’oblio una memoria esistenziale che, precisa l’autrice, è in se stessa sconfinata. Patrizia Dughero, con grande lucidità di pensiero, voce e sentimento, ci rende partecipi di una perdita del significato: una sottrazione violenta, uno smarrimento strappato, una perdita a favore di un significante, che avrebbe consistenza di senso, se non fosse dilapidato e reso fantasma. Perché (ci dice con parole che non hanno bisogno di commento) “non c’è madre se non c’è figlio:/è il figlio che significa la madre;/.../la madre il cui figlio viene fatto desaparecido./Si getta dal significante, si trasforma/nello spettro di ciò che fu...”.


 

I Passaggio

QUESTO È UN VERO MOVIMENTO

 

I giornata

Si disse di un manipolo di persone tra poeti e artisti,

qualcuno lo può ancora raccontare, se crede; già si può

scrivere della bottega dove s’avverano trasformazioni.
 

Qualcuno ha visto bisturi e cazzuole, pennelli d’ogni misura

ordinati come i barattoli e le tele, accantonate dalla cartavana

ridipinta in bianconero, nella resa che accende la poetica stabilità.
 

Qualcuno ha deciso di non dire niente, godendo la serata come uno

spettacolo, mentre qualcuno imbraccia la propria arma, foss’anche

un cellulare spento, adattato a richiamare la memoria ai posteri
 

che forse saranno, mentre qualcuno vede già quel che è il ricordo

e vorrebbe decifrarlo, e lo fonde con quel muro crollato, all’angolo

della via che non riconosciamo più. Il falso movimento
 

porta pagine vuote, quelle di chi ci vuole bene e di chi

ce ne ha voluto. Non le accartocciamo, sostituite da tavole rosa

di legno buono, non consentiranno di cincischiare con la morte.

 

II giornata

Qualcuno decida di spargere una polvere più che cinerina, che sappia

di fumo più che di nebbia nella notte. Iniziamo dall’altalena, basterà

un po’ di polvere per intervenire. I contorni delle figure di luce, incatenate,
 

chiedono sia soave paesaggio a intervenire, coi grigi che sappiamo,

si staglierà nel sogno, un paesaggio lieve che liberi, posato con la grazia

di chi inforna il pane, dispensata la lievitazione come si conviene.
 

La delicatezza è la polverizzazione che accorre dopo i graffi dalle spatole,

a pulire, sempre pulire il senso, insieme alle grida garrule, che non ci

stupiscono più, ci vuol ben altro, quando il sussurro si trasforma in urlo e
 

risuona nella via. Dove andiamo pittore? Dove stanno andando

le tue figure divergendo dalla luce, non precipitate, ma accolte,

attendono un movimento vero, che pure la nebbia diradi.


Patrizia Dughero, di origine friulana, è nata a Trento e si è laureata in Arti visive all’ateneo di Bologna, dove tuttora risiede. È presente in numerose antologie, di racconti, di poesie e con testi di prosa poetica in cataloghi d’arte. Sette le sillogi poetiche pubblicate: nel 2010 Luci di Ljubljana e Le stanze del sale, nel 2011 Canto di sonno in tre tempi, nel 2013 Reaparecidas, nel 2015 Filare i versi, nel 2016 Canto del sale, nel 2017 L’ultima foglia. Attualmente la sua attività si concentra su articoli e progetti editoriali. Da qualche anno sta svolgendo studi sul linguaggio poetico dello haiku, culminati in articoli, progetti didattici e nella raccolta Filare i versi / Presti verze, tradotta in sloveno da Jolka Milič. È stata capo redattrice della rivista “Le voci della Luna” e collabora con l’associazione per il “Premio Giorgi”. È responsabile editoriale di 24marzo Onlus, associazione attiva sui diritti umani, sul tema dei desaparecidos e la Rete per l’Identità. Nel 2012 ha fondato con Simone Cuva la casa editrice qudulibri.