Ettore Fobo, prosa inedita “La sapienza degli erranti”, premessa di Davide Campi

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Questa scrittura si sviluppa come una continua corrente di parole che mirabilmente dispiega la coscienza del nostro comune destino: il vuoto, la dissoluzione, la fine, mediante tutti i simboli che ne caratterizzano la percezione e il pensiero. La prosa poetica di Ettore Fobo ha il dono di unire la precisione della scrittura in versi con le possibilità narrative della prosa, in un ritmo incalzante che rende ancora più intenso il senso di tutta l'operazione. Per mezzo "di una parola che illumina, moltiplica, ama il silenzio", dice l'autore. Tra distanze percorse e vicinanze del sentire, possiamo camminare al fianco di sogni e segni, tra citazioni chiare e crittate, tra conoscenza e idealità. In una scrittura che si rinnova a ogni passo del vagare nomade su questa terra.


 

La sapienza degli erranti

 

I

Per ora siamo coloro che abbinano il deserto alla sua eco ma quando saremo polvere, chi agiterà i nostri nomi, come gli stracci di un’antica gloria, troppo nascosta per suscitare invidia, ma fiabesca e cara agli dei, che nessuna lingua più nomina? Quando il nostro passo avrà esaurito il suo viaggio e la nostra voce sfiorato la danza fino a dissolversi in essa, chi saprà evocare un sogno dai nostri zeri e vedrà cifrato l’urlo che un verso paziente ha tessuto? Vittoria dionisiaca o squarcio di Munch, riecheggiante vastità; ora chi disseppellisce il canto, vanto del vuoto? Da quale anima sarò sfiorato quando la mia voce di polvere avrà detto il suo ultimo, e dunque più intimo, deserto? Quale sguardo congelerà le mie ossessioni in materia incandescente da spartire con le notti più enigmatiche?

Non potrò mai sapere quanta luce avrò sparso dentro il buio secolare, dove una magia maledetta dispone il suo caos, nel cuore disumano dell’ordine, io sveglio eternità dissolte nel tempo e celebro il vento che onora la pelle arsa dal sole e la sapienza dei vagabondi. La loro meta è la sfida della libertà, talvolta l’incantesimo di una parola che illumina, moltiplica, ama il silenzio, venera la notte che ti nomina poeta, il signore del labirinto, che sogna le lacrime di un dio che cadono nel mare di tutti gli attimi. Perché poesia è il nostro modo di sentici eterni, perché poesia è il nostro modo di sentirci, perché poesia è il nostro modo.

Vagare sì in cerca dell’attimo, in cerca del sogno o del segno; sotto un sole infernale che ci benedice, nell’atmosfera che riecheggia il fiume che stupì Eraclito.

 

II

Così se tutto scorre e non ritorna, il mare saprà accogliere anche la sorgente del nostro primo grido nella fase rem di questa esplosione, quando feti si galleggiava nell’enorme, apeiron di galassie vegetali, minerali, nimbo di un fulmine inespresso, sobillando attimi senza aggettivi, esplorando vertigini, monopolio del Tempo, si scavava in cerca del fiume carsico di tutta l’ebrezza, lontanando spazi, evacuando memorie quantiche di impressioni e misteriosa filogenesi di anfibi, illuminati da dentro da una forza cosmica abissale, formulando frattaliche epopee e chissà cosa; si navigava oltre le colonne d’Ercole dell’ Io sono io.

Molto prima che il pensiero imprimesse le sue orbite e la parola immaginasse il mondo ma non prima del tempo, del divenire e di tutta la cenciosa apparenza, la Maya dei tumulti e la paura. Prima che Dio unificasse il corpo e il pensiero ci esiliasse nella Dualità e la paranoia scrivesse il suo elogio funebre alla vitalità e alla gioia, prima che il carnefice umiliasse la nostra infanzia e la Grande Macchina imponesse il suo Tempo senza speranza. Prima che la parola dettasse la Legge dell’Automa e configurasse il labirinto di Babele e prima che il Programma Uomo fosse installato.

Cosa si era? Se non la grandiosa frase non scritta nel libro del destino, il maestoso silenzio che nella cattedrale sfida i ghiacci, il monologo senza pensiero di un viandante che segue solo il movimento di una musica terrestre, il vulcano segreto del sangue e dei nervi, il basalto inviolabile di un’ombra senza codici, un niente, soprattutto, impossibile da raccontare. Così, sarà stato come udire una musica e il frastuono d’acciaio dell’epoca.

Dentro la carezza senza mano il tuono che fortifica. Dentro l’incomprensibile tutte le risposte.

 

III

Ora che la fugacità insegna a tramontare, tramontiamo con un’ebrezza in fondo nuova.

Noi, che abbiamo ereditato la luna, non sappiamo più ritrovare là la nostra follia.

Lo specchio dove ci inoltriamo è una terra deserta. Il deserto è uno specchio che raddoppia il vuoto. La nostra maschera tradisce un volto assente. Dove non c’è più volto, il deserto regna. È il momento di disfarsi di maschere che troppo hanno atteso. È ora che il grido che gettammo alla nascita trafigga il cielo. È ora che il cielo si accorga di noi che siamo il suo specchio. La solitudine riconquistata è la prova che non hai sognato.

Sia fatta la volontà degli specchi!

 

IV

Soffio via i marosi del sentimento, mentre sbuffa il vento della redenzione, secco come terra arsa, lucido come la mezzanotte in cui l’altro ci appare in tutta la sua estraneità di sfinge. Poi scavo, forme esatte, le parole, per un teorema da scagliare nel tempo. Divengo la pietra e miagolo di notti mal spese, di rotte inclini al naufragio esistenziale, di attimi di sangue sparsi nel fango, di suole arroventate dall’asfalto.

In questa periferia in cui il mondo si decanta, per un momento sembra che ai margini della visione l’occhio mappi una strada non tortuosa, che le sillabe rincorrano aquiloni, proprio in questo cielo di seconda mano, intravisto danzare tuttavia al metro giambico, al sussulto dell’endecasillabo. Nella sfarzosa metropoli, la vita continua ad accadere, incerta; ora fragile, ora brutale, sempre contradditoria, mentre la spazzatura della Storia si riempie di idoli di plastica, farmaci scaduti, cieli vuoti, dei dal profilo di fuoco, ombre di vaghi e sognanti crepuscoli. La mezzanotte è irta di nascite, è il momento in cui la solitudine diventa sacra e il silenzio apre la mente per accogliere la musica esaltante dell’universo in espansione.

Siamo tra sogni e tra segni in quel luogo dove lo specchio ha mille occhi. Attendo la rivelazione che muove il mondo e so che ogni stella è una ferita di luce e che ogni ombra è un inno in cui il lamento degli esseri viventi è dissolto come l’essenza di un profumo.

Così ho abbandonato la mia faccia e sono maschera. Me stesso rimane sullo sfondo a interpretare sul palco la parte assegnata dell’assente.

Lo specchio sa che mi rifletto in lui per conoscere il mondo delle ombre. E con questo? Non sarò mai ombra abbastanza per partorire un dio, un labirinto, o una stella danzante. Torniamo allora all’oggettività della musica, alla sua ritmata odissea in cerca dell’origine riconquistata a ciò che smisurato ci eccede.


Ettore Fobo è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato tre libri di poesia con Kipple Officina Libraria: “La Maya dei notturni “ (2006), “Sotto una luna in polvere” (2010), “Diario di Casoli” (2015). Alcune sue poesie sono apparse in diverse antologie, fra le quali la raccolta connettivista “SuperNeXT”(Kipple Officina Libraria, 2011). Dal 2008 gestisce un blog di letteratura “Strani giorni” (www.ettorefobo.it). Collabora con la rivista multilingue “Orizont literar contemporan” e con il portale di critica letteraria e dello spettacolo “Lankenauta”. Una sua silloge, “Musiche per l’oblio”, è stata tradotta in romeno, in francese e in inglese.