Enrico De Lea, dalla raccolta inedita “Anacoretico cartiglio”, nota di Laura Caccia

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Rosario laico

Si snoda per tappe di memoria e di pensiero, nel suo percorso dedicato a persone e luoghi cari, la raccolta Anacoretico cartiglio di Enrico De Lea. Un percorso intriso di meditazioni e di cammino, attento all’alterità e alla pluralità del sentire, poiché “Ci sono versi, / Ed anche versi della bocca, / Che vogliono il sentiero / La pietra che si tocca e il passo / Ed un "noi" sempre, / Almeno sottinteso”. Dove la parola cerca, nello sgranarsi del pensiero, di riprendere la rotta di un dire in movimento verso il proprio senso.

Quasi un rosario laico, in cui brevi testi datati scandiscono ricordi familiari, paesaggi, figure poetiche e letterarie incontrate realmente o vissute attraverso intense letture, nello scorrere della ghirlanda dei nomi di Raboni, Sciascia, Cattafi, Sereni, Carducci e nel susseguirsi di passi e ancora passi, come grani, orazioni.

Che si tratti di sgranare il movimento in piccole parti, quasi una necessità di concentrazione chiaramente espressa dalla brevità dei testi, come viene esplicitato anche da un titolo interno ripetuto “tre passi sgranati di un rosario”, o che si tratti di un atteggiamento di devozione e contemplazione che accompagna la memoria di paesaggi e di affetti, come indica l’autore: “mi recito e dico, invano / forse, per le mie mute, inesauribili orazioni”, la raccolta ci mostra le due azioni complementari, di cui necessita il pensiero: l’erranza e la meditazione, il moto e la riflessione.

Il verso è già, in sé, movimento, vertigine di suono e di senso. E questi versi in rima, spesso endecasillabi, mettono a fuoco, nell’illuminare ogni tappa del cammino, il loro moto inesausto in cerca di senso. Forse un senso che è stato sottratto, celato. Forse il mistero che si cela nell’esistere. Che richiede un percorso di riflessione su come possa la parola, quella poetica soprattutto, essere in grado di avvicinarne l’enigma, di arrivare all’essenza del tutto.

Da un lato, per l’autore, la parola resta all’estremità, sul ciglio della sua solitudine: “A margine freddamente si tratteggia / La parola che c'è, il finto foglio, / La rinuncia schizzata, in una scheggia / Di estremo anacoretico cartiglio”. Dall’altro, è forse nell’astenersi dal pronunciare i nomi dell’apparenza, nel rinunciare a nominare la molteplicità che le è possibile giungere all’essenza delle cose: “Così, senza nominare, senza evocare, scendere / alla dimensione dei muri a secco, con le mani”.

Dove si trovino allora i nomi del vero, possiamo chiederci con l’autore, che, insieme alla ricerca del senso esistenziale, non cessa di farne inesausta domanda. E in quale luogo straniero o sommerso, in quale significato maiuscolo o minuscolo si nasconda il loro segreto. Forse possiamo dire che il mistero che racchiude il rosario laico di Enrico De Lea consista proprio nell’ignoto che li cela, come emerge dalla potente interrogazione: “e se tutto in minuscolo il mondo / tutti celasse i Nomi, in fondo in fondo?”

 

(amabili mezze)

dire a metà l'intero
della vita, a misura del vero

fino a metà saperla definire,

la mezza birra o la mezza

con panna, per la granita,

arrivo di magi, ma senza

oro incenso mirra

(26 Dicembre 2015)


 

(prova per silenzio)

il silenzio di mio padre nascondeva la diserzione –

dal mondo, dalla vita quotidiana, financo
dalla storia, con una battuta al solito banco
del caffè – una sorta di vittoria per omissione,

una passeggiata per lenta sottrazione

(6 Luglio 2016)


(palinsesti filiali)

giorni che resteranno palinsesti da raschiare

ove scoprire riscrivere i padri andati
i loro nomi le loro parole nel camminare
da un versante all’altro delle contrade;

sarà sempre un’opera filiale, si voglia o no,
una parola sfuggita, un detto sfuggito all’oblìo,

ovunque ci sia tempo e lentezza dell’occhio,
sulla terra dei loro passi, nel resto che non è addìo

(28 Marzo 2017)

 

(a margine)

A margine freddamente si tratteggia

La parola che c'è, il finto foglio,
La rinuncia schizzata, in una scheggia

Di estremo anacoretico cartiglio.

(07 novembre 2017)

 

Enrico De Lea (Messina, 1958), originario del territorio tra Casalvecchio Siculo, nella Valle d’Agrò, la riviera jonica, Messina e lo Stretto, vive e lavora in Lombardia.
Ha pubblicato le raccolte di poesia Pause (1992, Edizioni del Leone), Ruderi del Tauro (2009, L'arcolaio ed.), Dall'intramata tessitura (2011, Ed. Smasher), la sequenza- poemetto Da un'urgenza della terra-luce (2012, Ass. La Luna, nella collana diretta da Eugenio De Signoribus) e la raccolta La furia refurtiva (2016, Vydia editore).

Suoi testi sono apparsi sulle riviste Wimbledon, Specchio (de La Stampa), Sud, Atelier, Tuttolibri, Registro di Poesia (Editore D'If), Caffé Michelangiolo.
E’ presente nell’antologia “Poesia di strada 2010- Licenze Poetiche” – Vydia editore, 2011, Macerata, e nel volume collettaneo Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – per Emilio Villa – a cura di Enzo Campi – DotCom Press edizioni, 2013.

E' stato finalista o segnalato al Premio Licenze Poetiche- Poesia di strada – Città di Macerata (vinto nel 2010), al Premio Miosotis-D'If editore (Napoli), al Premio Lorenzo Montano (Verona), al Premio Tirinnanzi (Legnano), al Premio Interferenze – Bologna in Lettere.

Ha pubblicato in rete in vari siti e blog, tra cui Rebstein, Nazione Indiana, La poesia e lo spirito, Compitu re vivi, Poetarum silva, Carteggi Letterari, Arcipelago Itaca, Atelier, Carte nel vento- Anterem, pubblicando anche su un proprio blog, da presso e nei dintorni.