n. 88, Per crescita di buio

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Si potrebbe dire che abbiamo due destini:
uno mobile e senza importanza, che si
compie; e un altro, immobile e importante
che non si conosce mai.

Musil

Da tempo l’essenza della verità ha subito nella sua determinazione un mutamento radicale. Da evento inerente all’essere – di cui esprimere l’alétheia, la “non-latenza” – la verità è diventata un carattere che l’essere assume in rapporto all’intelligenza umana. Tanto che diviene legittimo domandarci: è ancora possibile tornare a esporci all’essere prima di volgersi a qualsiasi altra destinazione? E, come volevano i più antichi pensatori, è ancora possibile considerare il problema dell’essere prioritario rispetto a quello del conoscere?

L’ambizione di “Anterem” è di corrispondere all’essenza della verità – nel suo occultarsi come nel suo manifestarsi – ponendo il testo poetico nelle condizioni di aprire la parola all’essere e di renderla a esso disponibile.

Questo numero della rivista non fa eccezione. Presenta poesie e saggi che non percorrono i consueti cammini del pensiero; non si accontentano di quanto a noi si mostra; vogliono andare oltre l’apparire: verso l’arché, verso l’oscuro fondamento originario di quanto vive e respira nella luce.

L’arché è l’oscurità della notte da cui sorge il sole e in cui il sole si spegne. Diradare la velatezza dell’origine stessa: ecco il senso del nostro cammino.

Il movimento del disvelare – per mostrare ciò che l’essere è in verità – fa del pensare qualcosa come un cogliere e un vedere. Ma nella nostra contemporaneità cosa cogliamo? cosa vediamo? Ecco la domanda che incalza ogni riflessione che abbia a cuore la comprensione dell’essere, soprattutto se si muove in una distinzione tra essere e apparenza.

Viviamo nel tempo dell’affievolirsi della luce. Il vincolo tra terra e cielo è infranto. La parola non scaturisce più dall’altezza di un assoluto per scendere nel grembo di un antro. Non si precisa più come la vitale mescolanza di azzurrità e humus, ma ricade sulla pietra. Oggi la terra non è più la «sala delle feste» nominata da Hölderlin. La terra non è più la patria di un processo in cui arrivano gli dei e trasformano ogni cosa con la loro presenza.

Molteplici mondi si levano verso la luce e altrettante eclissi di luce rientrano nella terra. Ma un’immagine è sempre incombente alle fondamenta di entrambi i movimenti: l’urgere del pericolo per un lutto invincibile. Ed è qui – nel pericolo – che si delinea il darsi della scrittura. Qui, il poeta e il filosofo abitano presso il limite dell’abitabile, dove sono sempre prossimi all’evento dell’essere, ovvero alla dinamica propria del suo duplice manifestarsi: principio e divenire.

Qui la parola, memore del suo stato aurorale, torna a muoversi per iniziativa dei propri tratti. Qui la scrittura torna a decidere dei propri tracciati, ponendosi al servizio unicamente del proprio accadere.

Ecco perché i testi che “Anterem” pubblica su questo numero sono in rapporto con il loro retro-mondo: con l’eclissi, con la rudezza della quale sono stati testimoni. Assistiamo a un movimento che testimonia – tra lampi ed epifanie – una deriva di cielo. Partecipiamo a un venire essenzialmente alla presenza, a un accadimento che ha rotto i patti con la latenza.

L’oscurità da cui nasce il dire può inabissarci a tale profondità da produrre smarrimento. «Si va facendo la frattura fonda» annota Ungaretti. In tale frattura le parole sono le compagne lacerate di un pensiero non ancora formulato, che vive nell’unità spezzata, aperto all’aperto. È un pensiero che non conosce il proprio posto, non trova pace. È spaesato ed estraneo a tutto. Eppure è l’unica esperienza di pensiero che può portare alla svelatezza l’essere nella sua essenza.

Di fronte a questa tenebra che è la vita; di fronte a questa disgregazione che è il mondo sensibile, il poeta tiene gli occhi bene aperti: non si ritrae inorridito davanti al crollo delle illusioni, non si affida a nuovi mascheramenti per occultare il vuoto.

La scrittura segue il processo lungo il quale le forme si dissolvono, fondendosi tra loro; la parola vede la vita culminare nell’abbandonarsi alla caduta, e assiste al trionfante elevarsi della lacerazione su tutto. L’essenza di questo processo è l’intrico in cui s’irretisce l’esistenza: il caos di tutte le possibilità del perire incessante. «Tutto si mischia / senz’ordine e torna / l’originario groviglio» osserva Hölderlin, ricordandoci che la verità è un evento: lo svelarsi stesso dell’essere, in cui l’uomo è coinvolto e messo in questione.

In relazione alla sostanza dell’essere, la parola si mette alla prova; vuole dire il proprio accadere e, con esso, l’accadere di ciò che sempre si ripete: il fuggevole istante che porta a una progressiva caduta.

La parola vuole dire i limiti della condizione umana e la precarietà delle sue edificazioni. Gli dei sono lontani e probabilmente mortali. Esattamente come siamo noi, com’è il mondo, com’è la volta celeste che nel buio comincia e finisce. Quel buio è l’immagine dell’esistenza.

In questa malinconia umbratile e lacerante, dopo il crollo di ogni certezza, il dire poetico si fa carico del problema dell’«immobile e importante» fondo di noi stessi – ovvero dell’essenza dell’essere e del suo evento – dal punto di vista di una finitudine radicale, che si configura come un vero e proprio tramontare verso una notte che appare interminabile.

Flavio Ermini