RicercaBando della XXIV edizione del Premio Lorenzo Montano
ANTEREM Regione Veneto Assessorato alla cultura della Provincia, del Comune di Verona e della prima Circoscrizione, Università degli Studi e Biblioteca Civica di Verona Premio di Poesia V E N T I Q U A T T R E S I M A Il Premio è dedicato al poeta Lorenzo Montano Le sezioni del Premio sono: Scarica il bando [pdf 225KB] Nuovo numero telefonico Claudia Francesca Gorgoglione
Antiterra e antipensiero: dimensioni parallele nell'opera di Flavio Ermini
relatore prof. Daniele Maria Pegorari anno accademico 2008-2009 Tesi di laurea su AnteremIniziative per il cinquantenario della morte di Lorenzo Montano
Evidenza
Carte nel Vento on-line Gennaio 2010, anno VII, numero 11 Un viaggio nella poesia contemporanea, nelle sue tendenze, attraverso le opere di alcuni poeti che hanno scritto importanti e recenti pagine del Premio Lorenzo Montano, con i commenti degli stessi autori. Inoltre saggi, recensioni e la quarta parte dell'inchiesta poesia e internet. Contenuti più vistiChi è on-lineCi sono attualmente 0 utenti e 1 visitatore collegati.
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Flavio ErminiNumero 73 (dicembre 2006) Rivista Anterem Numero 73
EditorialeL’esperienza della percezione Gli uomini sono ossessionati dall’opinione che hanno delle cose, più che dalle cose stesse. Epitteto Tra le molteplici dimensioni in cui siamo gettati, e a cui non ci possiamo sottrarre, c’è quella dell’essere destinati a fare esperienza. Ciascuno di noi è gettato nel tempo ed è condannato a crescere. Il che vuol dire riconoscere che siamo solo un punto tra i tanti, una particella impersonale in un universo sterminato. Il soggetto non appare più come identità, ma come limite mobile. Si estingue come principio costitutivo del sapere per scoprirsi correlativo ai confini che esplora e alle scelte che compie. L’esperienza della percezione: ne danno conto i poeti a cui si apre questo numero di “Anterem”. Accompagna i loro testi un nucleo di riflessioni che modula lo stesso tema dal punto di vista filosofico: sotto il profilo del tempo, della parola e della memoria. Ne sono autori Carlo Sini e i collaboratori della cattedra di filosofia teoretica della Statale di Milano. Le cose sono nel raggio dell’attenzione. Ma, come ci dicono i poeti e i filosofi, non se ne coglie mai con esattezza l’essenza. L’uomo conosce soltanto segni vuoti, non le cose in se stesse. Per conoscerle sono necessari all’uomo una mediazione (il linguaggio), delle leggi (quelle della ragione), l’osservazione (attraverso i sensi). Va da sé che l’uomo può conoscere solo la propria ombra (data dal linguaggio, dalle leggi, dai sensi) che lui stesso frappone tra sé e le cose. E con la parola può esprimere solo la propria opinione. La parola non si aggiunge alla parola per dare estensione allo spazio delle cose, ma per modificare la situazione che si era venuta a creare tra le parole precedenti. Ci segnala che qualcosa si aggiunge a quanto già sappiamo. Parola dopo parola, la mutazione del punto di vista linguistico introduce una mutazione del punto di vista psichico, infrangendone la fissità. Queste incessanti variazioni ci fanno capire che l’io narrante va subendo una crescita. La successione verbale non genera architetture, né dona alle cose luce maggiore. L’io narrante ne è consapevole: non mira al possesso scalare dell’oggetto: lo dà semplicemente come irraggiungibile. In un certo senso, egli è un interprete del principio di variabilità. Il tempo dell’aggancio alle cose diviene un gioco interminabile di avvicinamenti e allontanamenti. E di scoperte minime, che, pur raggruppate, forniscono una somma solo parziale di dati. O una somma totale insensata; essendo l’ingrandimento di un solo addendo: quello più evidente per l’occhio che si muove sul mondo. Il risultato ultimo, ammesso che ci possa essere, è sempre aleatorio. E quando circoscriviamo quello che ci sembra essere prossimo al vero, avvertiamo ancor più che il nostro calcolo richiede una revisione, che quasi sempre richiede il congedo dall’abituale modo di vivere e pensare. Eppure, quando l’io narrante arriva a mettere a rischio i fondamenti del proprio sapere, a sfasciarne la logica, a distruggerne i più ovvi punti di riferimento, riesce a mettersi in contatto per un momento con l’essenza delle cose. Ma attenzione, non la cosa, dunque, ma l’essere di questa nel modo in cui di volta in volta si dà. Per cui, non di ridondanza dobbiamo parlare, ma forse di balzi percettivi. La poesia, quindi, non acceca l’intelletto per consolare il cuore… «La vera via» scrive Kafka «passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa». Ma è la via più aderente alle cose. E l’io narrante non si stanca di ricercarla. In direzione di un nuovo “qui” e di nuovo “adesso”, lo spazio indagato torna a esplodere interamente allo scattare di ogni istante. Fa intuire un altrove che non si sa mai dove sia. Chi guarda, comprende che è fragile, smarrito: sul punto di essere soltanto nell’atto di scrivere. Chi scrive mostra la sua terra insicura, il suo cuore incerto. L’opera poetica si costituisce propriamente come un disegno del pensiero. È formata da parole la cui successione evidenzia che il cielo circoscrive solo se stesso e che sulla terra la desolazione è compiuta. Ma in pari tempo delimita un habitat in cui, sia pure con disagio, è possibile vivere. Come può accadere? Un costante diniego letterario – il divieto di esistere, se non come linguaggio – trattiene questi lembi di vita fantomatica in un mondo di frammenti e di cose disperse. Qui l’io narrante avanza con tanta ignoranza. Ma solo qui può cadere la sua scelta, anche rischiando che la sua azione resti illeggibile. Ogni sforzo di comprensione totale non può emergere che da questo sfondo abissale, dal caos, quale apertura, spalancamento, disponibilità per tutti i sensi; nell’estremo tentativo di attingere un’ulteriorità di senso nel fluttuare dell’indeterminato. Ne è ben cosciente Spinoza quando scrive: «La perfezione delle cose deve essere valutata soltanto in base alla loro natura e potenza; le cose non sono più o meno perfette perché dilettano o offendono i sensi degli uomini, o perché favoriscono la natura umana o la avversano». Dentro la costante dell’inaffidabilità in cui si trova ad agire, l’io narrante cerca un’ossatura. Se non c’è, la inventa, in quel fondo di mistero che è la cosa; soprattutto perché vuole andare oltre gli oggetti imitati, oltre la loro fattezza esteriore, il loro fenomenico darsi secondo questa o quella modalità. Nel forte ramo dell’esistenza, egli mette un incavo dove collocare o nascondere il tempo della nostra esperienza; consapevole che la scelta non è più tra verità e menzogna, ma tra parola che si spaccia per realtà e parola che si dà come tale, l’unica che sulle cose gli procuri una piccola garanzia di ancoraggio. Ma noi fuggiamo senza posa da una cosa all’altra soltanto per farcene un’opinione e ci distruggiamo da soli. Non facciamo che scappare, fino a quando cessiamo di vivere. Questo concetto è di tale importanza che (tratto da: Épictète, Enchiridion, X. Traduction de Montaigne, livre II, chap. XIV) lo troviamo tra “Les sentences peintes dans la ‘librairie’ de Montaigne”: «Les hommes sont tourmentés par l’opinion qu’ils ont des choses, non par les choses mêmes». Flavio Ermini
Numero 71 (dicembre 2005)EditorialeEppure dalla china dell’orizzonte ultimo del monte il viaggiatorenon porta a valle un pugno di terra, a tutti indicibile, ma una parola conquistata […] Noi forse siamo qui per dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, al più: colonna, torre… Ma per dire, capisci, per dire così, come nell’essenza le cose stesse mai hanno inteso d’essere. Rilke L’OSPITE E LE COSE Mettersi su ogni strada offerta dal mondo significa accogliere tutto del mondo. Significa non scartare alcuna possibilità e riconoscere l’oscillazione di senso propria dei fenomeni di cui viene fatta esperienza. Quando osserviamo un fenomeno, noi possiamo con pazienza enumerarne i molteplici aspetti e sentirli interdipendenti. Ci è concesso, entro un certo perimetro di sicurezza, di attribuire a esso un carattere che lo preservi dall’incomprensibilità e dall’insidia del nulla. Entro questo limite, possiamo godere di una sufficiente tranquillità. Dice Socrate: «Le cose hanno ciascuna un suono, una figura, e molte anche un colore». Ebbene, quel suono, quella figura e quel colore sembrano rappresentare proprio la trasparente prossimità a noi delle cose, nello spazio e nel tempo del loro apparire. Eppure quando cerchiamo di gettare ponti tra fenomeno e fenomeno, tra fenomeno e cosa, tra cosa e cosa, vediamo accumularsi sulle nostre operazioni dubbi che ci sconfortano e questioni che minacciano la validità dei procedimenti adottati. Se sono accettabili i singoli termini e qualcuno dei risultati conseguiti, ci appare errata o quanto meno manchevole la conclusione. «Noi forse siamo qui per dire», scrive Rilke, «… per dire così, come nell’essenza le cose stesse / mai hanno inteso d’essere». La parola poetica porta avanti questo compito con estrema precisione. Il suo è uno sguardo appassionato sulle cose e sulla loro luce oscura. È un approssimarsi alla loro figura, al fine di percepirne anche il più lieve movimento, tra suoni e colori. È una ricognizione per tendere un agguato alla loro lingua. Ma non c’è simmetria nel rapporto tra parola e cosa. Quest’ultima, infatti, tende a occultarsi alla parola che chiede di coglierne l’essenza. Nel suo celarsi, la cosa sottopone i fenomeni che la manifestano a metamorfosi rapidissime, di cui la parola non può afferrare che gli effetti più evidenti. Proprio per questo tenace negarsi, i nostri margini di libertà nel dire diventano ridottissimi e mostrano quanto sia illusorio il nostro crederci vicini al cuore delle cose, delle quali alfine dobbiamo imparare a vedere anche l’ostilità. Il carattere di ogni procedura cognitiva – che abbia per oggetto, oltre che la parola «conquistata», l’ospite che la pronuncia e le cose – conduce al tema dominante: il desiderio di decifrare il mondo con sufficiente chiarezza pur nella precarietà degli equilibri su cui contare. L’OSPITE E L’OPERA Creare un’opera significa disporsi a un’attesa, dopo essersi incamminati su ogni strada offerta dal mondo. Nell’opera, a un’accensione interna corrisponde un’accensione esterna di pari intensità. L’opera parla senza interpreti con la stessa voce del luogo segreto che deve portare alla luce. È la bolla d’aria che da un fondale buio va a esplodere in superficie: una pellicola sensibilizzata da immagini contrastanti: una membrana ricevente che non può arginare né selezionare gli stimoli che la investono. Scrive a tale proposito Musil: «Il pensiero non è qualcosa che osservi ciò che è accaduto interiormente, ma è questo stesso accadere interiore. Noi non ci mettiamo a pensare su qualcosa; al contrario, qualcosa è emergente in noi pensanti. Il pensiero non consiste nel fatto che vediamo chiaramente ciò che si è sviluppato in noi, ma nel fatto che uno sviluppo interno si estende fino a questa zona chiara». Nel mondo, la presenza è costretta a muoversi sul terreno dell’assenza, a lasciarsi disvelare dal suo stesso sottrarsi. Questo andare verso è anche un permanere… un continuo offrirsi all’aperto che Heidegger chiama Inständigkeit, insistenza… Creare un’opera significa dunque dare continuità a questa procedura creativa; perfezionarla; sospingerla in zone ancora più spettacolari e spericolate; negarle qualunque possibilità di assestamento; affondare le mani nel serbatoio di un magma profondo in perenne mutazione. Ecco perché il poeta aderisce a quel pensiero che è un rispondere a quanto si annuncia prima che l’indagine conoscitiva inizi la sua azione di discernimento. E fa sua una concezione instabile della forma, estranea a ogni sorta di controllo sulle emozioni. Ecco perché l’opera diventa il prodotto di un’esposizione e, insieme, di un ascolto nei confronti del mondo. Il poeta conosce il distacco dalla conoscenza piena; sa di essersi incamminato verso quel mondo che dà ospitalità a tutte le strategie di percezione dell’essere. O forse sta inventandone di nuove. E torna a lasciarsi sopraffare dalla lingua muta delle cose, a subire la minaccia del silenzio, mettendo in conto manualità elementari, imperfezioni tecniche, automatismi. Il problema dell’unità di espressione, come fedeltà a se stessi e come riconoscibilità, viene emarginato. Al monolitismo di una sigla il poeta cerca di sostituire la frantumazione dello sguardo. L’opera che non passa attraverso il controllo delle emozioni assume il carattere d’involontaria bellezza e impone una diversa logica del rapporto tra parola e senso. Accetta che qualcosa sia Inständigkeit, ma anche Haíresis. E si dà alle cose, e consente che abbia voce quanto alle cose è più proprio: il loro tempo: il presente. La pluralità espressiva promuove una situazione precaria ma esaltante: creare un’opera affrancata da ogni schiavitù a un ordine manifesto del sentire. Il poeta si avventura su quel suolo originario dal quale nascono sequenze di suoni affini, grumi disordinati di sillabe, balbettii, afasie. E domanda a sua volta: cosa significa pensare quando il pensare si rivela come qualcosa di molto diverso dal possedere? In questo numero, “Anterem” disegna una cartografia di questo arduo intendere. Flavio Ermini
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XXIV Edizione (2010) - Una poesia ineditaANTEREMRIVISTA DI RICERCA LETTERARIA Con il patrocinio di Regione Veneto, Premio di Poesia
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Tutti i tag di AnteremEventiIl 24 settembre 2009 scorso è scomparso Franco Verdi, poeta e artista. EventiLa questione dell'Altro
Seminario di studio Autori di riferimento Per le edizioni di Moretti&Vitali è uscito il volume di Ida Travi, Neo/Alcesti, Canto delle quattro mura, Poesie per la musica, pp.140, euro 11,00 Novità editoriali
INSIEMI NON DISGIUNTI è un libro che si colloca all'incrocio tra scienza, arte, poesia. L'opera, ideata e curata da Rosa Pierno, ha un punto preciso di riferimento: l'omonima mostra inaugurata il 10 dicembre 2009 a Roma, presso la galleria La Nube di Oort. Ristampe
Il volume, già alla sua prima ristampa, si trova nelle migliori librerie oppure può essere ordinato direttamente a ordini@morettievitali.it Novità editoriali
Nella collana "La ricerca letteraria" curata da Ranieri Teti per Anterem Edizioni, viene pubblicata l'opera di Stefano Salvi, Primizia di creature, risultata vincitrice della sezione"Raccolta inedita", patrocinata dalla Biblioteca Civica di Verona, nell'ambito del Premio Lorenzo Montano, XXIII edizione. Accompagnano il testo le riflessioni di Giorgio Bonacini e di Flavio Ermini. Novità editorialiPENTAGRAMMI L’ultimo libro di Marco Furia ha per titolo Pentagrammi (Edizioni L'Arca Felice, 2009). È accompagnato da disegni di Bruno Conte e da una nota critica di Mario Fresa. Novità editoriali
Premio L. Montano 2009
Il vincitore del Premio Speciale della Giuria “Opere scelte – Regione Veneto” per il 2009 è Alberto Folin, per i preziosi esiti raggiunti con il suo lavoro di saggista. Novità editoriali
Critico e Testimone di Daniele Maria Pegorari è un libro che si propone di raccontare la storia militante della poesia italiana dal 1948 al 2008 [pdf 46KB].In questo suo "raccontare", l'autore non assume un atteggiamento assertivo o classificatorio, bensì curioso sia dei percorsi autoriali più consolidati nella tradizione critica, sia di quelli più insoliti. Il volume ha 592 pagine e costa 25 euro. Può essere ordinato direttamente all'editore: ordini@morettievitali.it Novità editorialiNella collezione “Convergenze” dell’editore Moretti&Vitali In nome della Grande Madrea cura di L’opera raccoglie testi di autori provenienti dalla più diverse discipline. pagine 204 euro 16,00 Per informazioni e richieste |