Flavio Ermini

Numero 73 (dicembre 2006)

Rivista Anterem Numero 73Rivista Anterem Numero 73

Editoriale

L’esperienza della percezione

Gli uomini sono ossessionati dall’opinione che hanno delle cose, più che dalle cose stesse.

Epitteto

Tra le molteplici dimensioni in cui siamo gettati, e a cui non ci possiamo sottrarre, c’è quella dell’essere destinati a fare esperienza.

Ciascuno di noi è gettato nel tempo ed è condannato a crescere. Il che vuol dire riconoscere che siamo solo un punto tra i tanti, una particella impersonale in un universo sterminato.

Il soggetto non appare più come identità, ma come limite mobile. Si estingue come principio costitutivo del sapere per scoprirsi correlativo ai confini che esplora e alle scelte che compie.

L’esperienza della percezione: ne danno conto i poeti a cui si apre questo numero di “Anterem”. Accompagna i loro testi un nucleo di riflessioni che modula lo stesso tema dal punto di vista filosofico: sotto il profilo del tempo, della parola e della memoria. Ne sono autori Carlo Sini e i collaboratori della cattedra di filosofia teoretica della Statale di Milano.

Le cose sono nel raggio dell’attenzione. Ma, come ci dicono i poeti e i filosofi, non se ne coglie mai con esattezza l’essenza.

L’uomo conosce soltanto segni vuoti, non le cose in se stesse. Per conoscerle sono necessari all’uomo una mediazione (il linguaggio), delle leggi (quelle della ragione), l’osservazione (attraverso i sensi). Va da sé che l’uomo può conoscere solo la propria ombra (data dal linguaggio, dalle leggi, dai sensi) che lui stesso frappone tra sé e le cose. E con la parola può esprimere solo la propria opinione.

La parola non si aggiunge alla parola per dare estensione allo spazio delle cose, ma per modificare la situazione che si era venuta a creare tra le parole precedenti. Ci segnala che qualcosa si aggiunge a quanto già sappiamo.

Parola dopo parola, la mutazione del punto di vista linguistico introduce una mutazione del punto di vista psichico, infrangendone la fissità.

Queste incessanti variazioni ci fanno capire che l’io narrante va subendo una crescita.

La successione verbale non genera architetture, né dona alle cose luce maggiore. L’io narrante ne è consapevole: non mira al possesso scalare dell’oggetto: lo dà semplicemente come irraggiungibile. In un certo senso, egli è un interprete del principio di variabilità.

Il tempo dell’aggancio alle cose diviene un gioco interminabile di avvicinamenti e allontanamenti. E di scoperte minime, che, pur raggruppate, forniscono una somma solo parziale di dati. O una somma totale insensata; essendo l’ingrandimento di un solo addendo: quello più evidente per l’occhio che si muove sul mondo.

Il risultato ultimo, ammesso che ci possa essere, è sempre aleatorio. E quando circoscriviamo quello che ci sembra essere prossimo al vero, avvertiamo ancor più che il nostro calcolo richiede una revisione, che quasi sempre richiede il congedo dall’abituale modo di vivere e pensare.

Eppure, quando l’io narrante arriva a mettere a rischio i fondamenti del proprio sapere, a sfasciarne la logica, a distruggerne i più ovvi punti di riferimento, riesce a mettersi in contatto per un momento con l’essenza delle cose. Ma attenzione, non la cosa, dunque, ma l’essere di questa nel modo in cui di volta in volta si dà. Per cui, non di ridondanza dobbiamo parlare, ma forse di balzi percettivi.

La poesia, quindi, non acceca l’intelletto per consolare il cuore…

«La vera via» scrive Kafka «passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa».

Ma è la via più aderente alle cose. E l’io narrante non si stanca di ricercarla.

In direzione di un nuovo “qui” e di nuovo “adesso”, lo spazio indagato torna a esplodere interamente allo scattare di ogni istante. Fa intuire un altrove che non si sa mai dove sia.

Chi guarda, comprende che è fragile, smarrito: sul punto di essere soltanto nell’atto di scrivere. Chi scrive mostra la sua terra insicura, il suo cuore incerto.

L’opera poetica si costituisce propriamente come un disegno del pensiero. È formata da parole la cui successione evidenzia che il cielo circoscrive solo se stesso e che sulla terra la desolazione è compiuta. Ma in pari tempo delimita un habitat in cui, sia pure con disagio, è possibile vivere.

Come può accadere?

Un costante diniego letterario – il divieto di esistere, se non come linguaggio – trattiene questi lembi di vita fantomatica in un mondo di frammenti e di cose disperse. Qui l’io narrante avanza con tanta ignoranza. Ma solo qui può cadere la sua scelta, anche rischiando che la sua azione resti illeggibile.

Ogni sforzo di comprensione totale non può emergere che da questo sfondo abissale, dal caos, quale apertura, spalancamento, disponibilità per tutti i sensi; nell’estremo tentativo di attingere un’ulteriorità di senso nel fluttuare dell’indeterminato. Ne è ben cosciente Spinoza quando scrive: «La perfezione delle cose deve essere valutata soltanto in base alla loro natura e potenza; le cose non sono più o meno perfette perché dilettano o offendono i sensi degli uomini, o perché favoriscono la natura umana o la avversano».

Dentro la costante dell’inaffidabilità in cui si trova ad agire, l’io narrante cerca un’ossatura. Se non c’è, la inventa, in quel fondo di mistero che è la cosa; soprattutto perché vuole andare oltre gli oggetti imitati, oltre la loro fattezza esteriore, il loro fenomenico darsi secondo questa o quella modalità.

Nel forte ramo dell’esistenza, egli mette un incavo dove collocare o nascondere il tempo della nostra esperienza; consapevole che la scelta non è più tra verità e menzogna, ma tra parola che si spaccia per realtà e parola che si dà come tale, l’unica che sulle cose gli procuri una piccola garanzia di ancoraggio.

Ma noi fuggiamo senza posa da una cosa all’altra soltanto per farcene un’opinione e ci distruggiamo da soli. Non facciamo che scappare, fino a quando cessiamo di vivere.

Questo concetto è di tale importanza che (tratto da: Épictète, Enchiridion, X. Traduction de Montaigne, livre II, chap. XIV) lo troviamo tra “Les sentences peintes dans la ‘librairie’ de Montaigne”: «Les hommes sont tourmentés par l’opinion qu’ils ont des choses, non par les choses mêmes».

Flavio Ermini

Numero 71 (dicembre 2005)

Editoriale

Eppure dalla china dell’orizzonte ultimo del monte il viaggiatore
non porta a valle un pugno di terra, a tutti indicibile, ma una parola conquistata […]
Noi forse siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra,
al più: colonna, torre… Ma per dire, capisci,
per dire così, come nell’essenza le cose stesse
mai hanno inteso d’essere.

Rilke

L’OSPITE E LE COSE

Mettersi su ogni strada offerta dal mondo significa accogliere tutto del mondo. Significa non scartare alcuna possibilità e riconoscere l’oscillazione di senso propria dei fenomeni di cui viene fatta esperienza.

Quando osserviamo un fenomeno, noi possiamo con pazienza enumerarne i molteplici aspetti e sentirli interdipendenti. Ci è concesso, entro un certo perimetro di sicurezza, di attribuire a esso un carattere che lo preservi dall’incomprensibilità e dall’insidia del nulla. Entro questo limite, possiamo godere di una sufficiente tranquillità. Dice Socrate: «Le cose hanno ciascuna un suono, una figura, e molte anche un colore». Ebbene, quel suono, quella figura e quel colore sembrano rappresentare proprio la trasparente prossimità a noi delle cose, nello spazio e nel tempo del loro apparire. Eppure quando cerchiamo di gettare ponti tra fenomeno e fenomeno, tra fenomeno e cosa, tra cosa e cosa, vediamo accumularsi sulle nostre operazioni dubbi che ci sconfortano e questioni che minacciano la validità dei procedimenti adottati. Se sono accettabili i singoli termini e qualcuno dei risultati conseguiti, ci appare errata o quanto meno manchevole la conclusione.

«Noi forse siamo qui per dire», scrive Rilke, «… per dire così, come nell’essenza le cose stesse / mai hanno inteso d’essere». La parola poetica porta avanti questo compito con estrema precisione. Il suo è uno sguardo appassionato sulle cose e sulla loro luce oscura. È un approssimarsi alla loro figura, al fine di percepirne anche il più lieve movimento, tra suoni e colori. È una ricognizione per tendere un agguato alla loro lingua. Ma non c’è simmetria nel rapporto tra parola e cosa. Quest’ultima, infatti, tende a occultarsi alla parola che chiede di coglierne l’essenza. Nel suo celarsi, la cosa sottopone i fenomeni che la manifestano a metamorfosi rapidissime, di cui la parola non può afferrare che gli effetti più evidenti. Proprio per questo tenace negarsi, i nostri margini di libertà nel dire diventano ridottissimi e mostrano quanto sia illusorio il nostro crederci vicini al cuore delle cose, delle quali alfine dobbiamo imparare a vedere anche l’ostilità.

Il carattere di ogni procedura cognitiva – che abbia per oggetto, oltre che la parola «conquistata», l’ospite che la pronuncia e le cose – conduce al tema dominante: il desiderio di decifrare il mondo con sufficiente chiarezza pur nella precarietà degli equilibri su cui contare.

L’OSPITE E L’OPERA

Creare un’opera significa disporsi a un’attesa, dopo essersi incamminati su ogni strada offerta dal mondo. Nell’opera, a un’accensione interna corrisponde un’accensione esterna di pari intensità. L’opera parla senza interpreti con la stessa voce del luogo segreto che deve portare alla luce. È la bolla d’aria che da un fondale buio va a esplodere in superficie: una pellicola sensibilizzata da immagini contrastanti: una membrana ricevente che non può arginare né selezionare gli stimoli che la investono. Scrive a tale proposito Musil: «Il pensiero non è qualcosa che osservi ciò che è accaduto interiormente, ma è questo stesso accadere interiore. Noi non ci mettiamo a pensare su qualcosa; al contrario, qualcosa è emergente in noi pensanti. Il pensiero non consiste nel fatto che vediamo chiaramente ciò che si è sviluppato in noi, ma nel fatto che uno sviluppo interno si estende fino a questa zona chiara».

Nel mondo, la presenza è costretta a muoversi sul terreno dell’assenza, a lasciarsi disvelare dal suo stesso sottrarsi. Questo andare verso è anche un permanere… un continuo offrirsi all’aperto che Heidegger chiama Inständigkeit, insistenza… Creare un’opera significa dunque dare continuità a questa procedura creativa; perfezionarla; sospingerla in zone ancora più spettacolari e spericolate; negarle qualunque possibilità di assestamento; affondare le mani nel serbatoio di un magma profondo in perenne mutazione. Ecco perché il poeta aderisce a quel pensiero che è un rispondere a quanto si annuncia prima che l’indagine conoscitiva inizi la sua azione di discernimento. E fa sua una concezione instabile della forma, estranea a ogni sorta di controllo sulle emozioni. Ecco perché l’opera diventa il prodotto di un’esposizione e, insieme, di un ascolto nei confronti del mondo.

Il poeta conosce il distacco dalla conoscenza piena; sa di essersi incamminato verso quel mondo che dà ospitalità a tutte le strategie di percezione dell’essere. O forse sta inventandone di nuove. E torna a lasciarsi sopraffare dalla lingua muta delle cose, a subire la minaccia del silenzio, mettendo in conto manualità elementari, imperfezioni tecniche, automatismi. Il problema dell’unità di espressione, come fedeltà a se stessi e come riconoscibilità, viene emarginato. Al monolitismo di una sigla il poeta cerca di sostituire la frantumazione dello sguardo.

L’opera che non passa attraverso il controllo delle emozioni assume il carattere d’involontaria bellezza e impone una diversa logica del rapporto tra parola e senso. Accetta che qualcosa sia Inständigkeit, ma anche Haíresis. E si dà alle cose, e consente che abbia voce quanto alle cose è più proprio: il loro tempo: il presente. La pluralità espressiva promuove una situazione precaria ma esaltante: creare un’opera affrancata da ogni schiavitù a un ordine manifesto del sentire. Il poeta si avventura su quel suolo originario dal quale nascono sequenze di suoni affini, grumi disordinati di sillabe, balbettii, afasie. E domanda a sua volta: cosa significa pensare quando il pensare si rivela come qualcosa di molto diverso dal possedere? In questo numero, “Anterem” disegna una cartografia di questo arduo intendere.

Flavio Ermini

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XXXII Edizione (2017)

ANTEREM
RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA
 
Premio di poesia e prosa
Lorenzo Montano 
 
T R E N T A D U E S I M A  E D I Z I O N E  ( 2 0 1 7 )

“Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”
“Una prosa inedita”, “Opere scelte”.


È disponibile il bando del Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano, giunto quest’anno alla XXXII edizione.

Promosso e organizzato dalla rivista “Anterem”, il Premio si articola in cinque sezioni: “Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”, “Una prosa inedita”, “Opere scelte”.

Locandina del Premio Lorenzo Montano XXXII edizione

Gli autori segnalati, finalisti e vincitori leggeranno i propri testi nel corso del Forum Anterem 2018, manifestazione che coinvolgerà critici letterari e filosofi, musicisti, esponenti di case editrici, di riviste specializzate e di siti web. Sono in programma eventi di grande rilievo.

Per ogni sezione sono previsti rilevanti riconoscimenti sia editoriali sia in denaro.

Scarica il Bando del Premio

Premio Lorenzo Montano - Trentaduesima edizione

Locandina Bando Montano 32

 

È disponibile il bando del Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano, giunto quest’anno alla XXXII edizione.

Promosso e organizzato dalla rivista “Anterem”, il Premio si articola in cinque sezioni: “Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”, “Una prosa inedita”, “Opere scelte”.

Gli autori segnalati, finalisti e vincitori leggeranno i propri testi nel corso del Forum Anterem 2018, manifestazione che coinvolgerà critici letterari e filosofi, musicisti, esponenti di case editrici, di riviste specializzate e di siti web. Sono in programma eventi di grande rilievo.

Per ogni sezione sono previsti rilevanti riconoscimenti sia editoriali sia in denaro.

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Il nuovo libro di Marco Furia

Copertina del libro Tratteggi di Marco Furia

Il nuovo libro di Marco Furia ha per titolo Tratteggi ed è edito da Anterem Edizioni nella collana Limina.

A proposito di questo volume, Silvia Comoglio scrive:

“È con molta partecipazione che si seguono le umanissime vicende delineate in Tratteggi, l’ultima raccolta di prose poetiche di Marco Furia edita da Anterem Edizioni. A coinvolgere è soprattutto il modo in cui di volta in volta l’autore si muove e fa muovere su un terreno noto ma non privo di fascino il loro protagonista. Un protagonista la cui identità prende forma nel dialogo continuo con oggetti e situazioni con cui si misura e confronta. Dialogo continuo, ho detto, ma anche duplice perché due, almeno due, sono i piani in cui questo dialogo si snoda. Da un lato, infatti, ci si incontra e scontra con trilli di campanello manopole pulsanti e apparecchi elettrici e, dall’altro, con l’indeterminatezza l’inaffidabilità e quell’“avverso quotidiano” di cui tutti abbiamo e facciamo esperienza”.

Anticipiamo per i nostri lettori le prime pagine dell’opera.

Segnaliamo un'intervista di Rosa Pierno all'autore su "Trasversale"

Recensioni di: Silvia Comoglio, Angelo Andreotti, Antonio Devicienti

Forum Anterem 2017 – Premio Lorenzo Montano

 Un grande Forum di poesia, filosofia, musica, arte

Hanno dato la propria adesione: 45 poeti e 15 relatori

300 studenti di 4 Istituti superiori, guidati da 10 docenti,
si misurano con un’affascinante tematica: l’immaginazione
 

Locandina Forum Anterem 2017 – Premio Lorenzo Montano

Come ogni anno, in coincidenza con le cerimonie conclusive del Premio Lorenzo Montano, la rivista “Anterem” promuove – in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona – un Forum di poesia curato da Agostino Contò, Flavio Ermini e Ranieri Teti.

Sono in cartellone molti appuntamenti nel corso dei quali la poesia incontra la filosofia, la musica, l’arte. Tali eventi si svolgono da sabato 11 novembre a sabato 18 novembre 2017 negli spazi della Biblioteca Civica di Verona, via Cappello 43.

La finalità è di far emergere – grazie a momenti di forte intensità e con interventi di grande rilievo – l’intima relazione che unisce la poesia e le complesse problematiche del nostro tempo.

L’ingresso è libero fino all’esaurimento dei posti.

Guarda il servizio di TV7 Verona Network

Scarica il programma del Forum

Flavio Ermini alla Biblioteca Nazionale Braidense

Sabato 14 ottobre 2017, ore 11

Biblioteca Nazionale Braidense
Via Brera 28 - Milano

Poeti in Sala Lalla Romano

Flavio Ermini


La poesia non è un genere letterario

Introduce e coordina Antonio Ria

La poesia non è un genere letterario


La parola non è il medico che corre in aiuto delle verità logorate dall’uso. È il dolore per la mancanza di un linguaggio adeguato a dire l’essere. La parola poetica è il modo in cui c’è l’essere umano.

In questa prospettiva si comprende che la poesia non è tanto un “genere” o una “categoria letteraria”, non è un mero ornamento dell’esserci e della sua finitudine, bensì una forma di vita che mette in relazione essere umano e mondo, soggetto e fondamento; una forma di vita che svela una natura probabilmente indefinibile, ma sulla quale non possiamo non riflettere.

Dobbiamo abbandonarci all’essere. Farne parte di nuovo. Abbandonare le apparenze. Sostare a un passo dall’al di là. Abbandonarci a una vita rispettosa del mistero.

Davanti a questo crepaccio che si spalanca d’improvviso là dove la vita sembrava proseguire piana, come si può ancora parlare di “genere letterario” per definire la poesia?

Nell’occasione dell’incontro, Flavio Ermini presenterà il suo ultimo libro: Il giardino conteso. L’essere e l’ingannevole apparire, recentemente edito da Moretti&Vitali.

Ingresso libero, fino a esaurimento posti – Non si entra in Sala a incontro iniziato

Sirene, il primo volume di Caterina Pardi

Sirene di Caterina Pardi

 

Viene in questi giorni distribuito il trentaseiesimo volume di poesia della collana editoriale Opera Prima.

È pubblicato da Cierre Grafica in coedizione con Anterem Edizioni.
Ha per titolo Sirene ed è di Caterina Pardi. La postfazione è di Giorgio Bonacini. Anticipiamo per i nostri lettori le poesie che aprono il libro.

Opera Prima è una collana di poesia diretta da Flavio Ermini e dedicata ad autori che ancora non hanno pubblicato i loro testi poetici in volume. È sostenuta da un Consiglio editoriale formato da note personalità della critica letteraria e della filosofia, da poeti e artisti. Nessun contributo viene richiesto all’autore.

Al link http://www.anteremedizioni.it/opera_prima_9  si trovano tutte le indicazioni per aderire all’iniziativa proponendo la propria opera prima.

Per ulteriori informazioni e per richiedere questo volume di Caterina Pardi: flavio.ermini@anteremedizioni.it

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