Flavio Ermini: La civiltĂ  della parola e del segno

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1. La distrazione
Da tempo l’uomo è privato del suo centro. Le risorse tecniche gli hanno oscurato lo spirito e lo hanno abbandonato in un mondo gremito di oggetti. Qui l’uomo è costretto a coprire il ruolo ambiguo di chi simultaneamente rifiuta con desiderio e accetta con timore.
Da tempo, per effetto di una minacciosa inversione di valori, l’oggetto si anima, mentre l’uomo, reso inerte, ne subisce il potere. Fuorviato dagli allettamenti delle cose, l’uomo si muove in una nebbia che offusca il profilo della realtà. Mai come oggi corrisponde al vero la riflessione che Marx registrava nel 1849: “Il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso sembra essere un’esistenza umana avvilita a forza materiale”.
È questo oggi il modo di esistere: il soggetto si circonda di cose per un se stesso che sta sempre più in là, in punto centrale sì, ma di una sfasatura; un soggetto che non è la copia dell’io, ma il suo progressivo annichilimento. La nostra epoca è matrice di un’immensa distrazione. Di conseguenza, il nostro fragile equilibrio si trova esposto a tutti i pericoli.
Torna di attualità l’incipit del Contratto sociale di Rousseau: “L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene”, tanto che la civiltà dell’accumulazione e della competizione appare oggi come l’unico generatore simbolico dell’ordine.
Eppure l’uomo non possiede esclusivamente la realtà esterna, ovvero il campo della sua azione, ma possiede anche una realtà interna: il campo dei suoi sogni. A una realtà conosciuta e uniforme fa riscontro una realtà sconosciuta e multiforme da svelare in continuazione.
Poesia e arte ci parlano dell’elemento totalmente alieno in cui ci imbattiamo nel labirinto della nostra immaginazione.

2. Il poeta
In questo scenario, il poeta è una guida spontanea. Si assume l’impegno di sottrarre le parole al sistema della significazione per aprirle alla dimensione del senso. Un processo inevitabile se si vuole ricominciare a pensare in una scena tormentata come la nostra.
È per questo che leggendo un’opera poetica non si è più invitati a estasiarsi, entusiasmarsi, ma a fare esperienza del suo senso. Quando ciò accade possiamo parlare di esperienza di verità, tanto che l’incontro con l’opera produce nel soggetto un’effettiva modificazione, fino a trasformare la coscienza, spostandola, dislocandola.
L’opera vuol essere il luogo di convergenza di quelle voci che ritengono necessario rimuovere la negatività che ci circonda. Possiede il soffio impercettibile che sa animarle.
Il fecondo “disagio” che le varie testimonianze poetiche riusciranno a suscitare nella coscienza dell’osservatore, una volta oltrepassato l’orizzonte puramente emotivo, rappresenterà l’iniziale sconvolgimento di quell’indifferentismo che corrode progressivamente la nostra esistenza.
Vi è opera poetica solo là dove c’è invenzione dell’imprevedibile e interruzione della storia ed essere poeti vuol dire affidare alle parole ciò che è rimasto non formulato. L’inesplicabile, che è un incidente per gli spiriti razionali, è un’abitudine per il poeta. Il quale sta sempre dalla parte di ciò che è a venire. Nel farlo avvelena la quiete che gli uomini cercano negli oggetti, dissolve la stabilità che la società cerca nel profitto. Non spegne nella malinconia quel dolore che prende quando ci si sente inadatti a qualsiasi stato conosciuto. Racconta agli uomini “adattati” quel residuo di speranza che viene dal non-adattamento.
L’altrove è la vera ossessione che anima il poeta.

3. L’artista
Allontanarsi dalle forme che l’occhio vede è l’infrazione a cui l’artista comunemente si abbandona, osando rovesciare il tavolo delle forme note.
Per questo l’arte sempre di più parla di sé. E non di qualcosa che sia estraneo. L’arte non guarda, ma si guarda. Non scava altrove, ma nella propria carne. Non interroga, ma si interroga. Le pupille di gran parte dell’arte contemporanea sono rovesciate verso l’interno.
L’artista fa esperienza di ciò che non saprà mai: l’ombra del vero. Non c’è pace nella ricerca, ma solo tregua. E dopo ogni tregua la ricerca ha bisogno di uno sguardo ulteriore: per far comprendere che la realtà non è a un solo strato. E che ammetterne almeno un secondo, dopo quello gremito da oggetti, vuol dire aver compiuto il primo passo dentro un vasto orizzonte.
Un’arte che s’imponesse ancora come sintesi non farebbe che riprodurre la falsa totalità dell’ideologia borghese. “La mia ricerca dell’unità” scrive Benn “si limita a quel foglio di carta che si trova tra le mie mani per essere lavorato”. Gli fa eco Gargani: “Siamo stati così vecchi per lungo tempo che forse non è così avventato restituirci a una giovinezza senza sicurezza e senza certezza”.

4. La critica
L’opera si è svincolata da una critica tendente a imporre regole geometriche per rinchiuderla dentro perfezionati paretai di concetti.
Siamo orfani del padre, abbandonati a noi stessi e ai nostri criteri interpretativi.
Abbandonata l’intenzione di dare forma compiuta a ciò che deve restare un semplice profilo, oggi la critica non è più fondazione di unità di misura e si accosta all’opera scalarmente; assecondando le molteplici interrogazioni che le parole e i segni non cessano di promuovere, impedendo ai significati e ai risultati raggiunti di solidificarsi e irrigidirsi.
Ciascuna indagine concorre a dare un contributo e tutte insieme forniscono la massima penetrazione dell’opera. In questa complessità, ogni esito critico non può che costituire un nuovo inizio, una pietra di un compatto edificio.
I testi interpretativi si fanno congegni per ripetere il respiro della luce e talvolta per rimodularlo, pur con la consapevolezza che tutto ciò che si può dire sulla poesia e sull’arte è altra cosa rispetto a quanto vi è in esse.
Chi opera rimane un navigatore senza compagni.

Flavio Ermini è direttore di “Anterem”. Per la sua biobibliografia vedi “Chi siamo” nel sito.