Arte moderna come tradizione?

Versione stampabilePDF version52° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Pensa con i sensi senti con la mente

Il Secolo XX ci aveva abituati bene! Partito dal Cubismo, dal Futurismo e poco dopo dal Dada quel secolo non finiva di coinvolgerci in inaspettate avventure: tanto è vero che la novità e l’originalità (sempre rivoluzionarie e trasformatrici) divennero per l’arte (come per la poesia e la musica) un valore assoluto, e quasi inderogabile per il giudizio critico, persino oltre il giudizio di qualità. A partire dal 2000, e  forse anche  prima, la convinzione che “ormai sia stato detto già tutto” ha cominciato a privare il fruitore dell’affascinate (e folle)  piacere di una metamorfosi da considerarsi (biologicamente) perpetua. Da più di una decina d’anni perciò le Biennali veneziane (ma ciò vale anche per altre grandi esposizioni, per esempio Kassel), sono sommerse da un eclettismo quasi ossessivo: ma perso il valore della novità, questa non è poi una valenza disprezzabile, se si tien conto del confuso (nei casi migliori con-fuso) contesto globalizzante nel quale viviamo. Il dinamismo del segno è stato travolto dal dinamismo della vita. Forse questo momento, paradossalmente di conservazione almeno nel campo dell’arte, riferibile a quella che potremmo chiamare la tradizione del Novecento, ci obbliga a districarci nel labirinto asistematico delle idee e dei segni ritornando all’antica misura della qualità di ogni singolo artista.

Robert Storr, critico e organizzatore famoso, direttore di questa 52° Biennale, cosciente del coinvolgimento di ogni progetto creativo nella globalizzata e multietnica realtà del mondo presente, ha voluto dare largo spazio all’arte africana e asiatica (Cina e India in particolare). Questa scelta, oggi indubbiamente doverosa, ha tuttavia sacrificato, o emarginato, alcuni progetti segnici più strettamente formali e poetici. I paesi, in numerosa quantità presenti, secondo il criterio adottato da Storr sono, in gran parte, tragicamente tormentati da vicende sociali e belliche che sembrano lontane da un’arte che venga dall’intimo e primigenio senso (nel senso di sensuale) dell’origine e della essenzialità. Vale a dire che una forte necessità ideologica (per altro pure assai confusa) sollecita ricerche piuttosto sociologiche se non addirittura politiche. Cosicché l’arte passa dalla visione del profondo, alla accettazione della superficalità della comunicazione, sovente retorica e talvolta mistificante. L’operazione artistico-poetica rischia di ridursi a manifesto, a bandiera, mimando infine proprio la metodologia che dovrebbe avversare: il dominio dei media.

Prova di ciò, per esempio, è la scultura concettuale dell’argentino León Ferrari, dal titolo “La civilización occidental y cristiana”: cristo è crocefisso alla croce di un jet carico di missili. E’ vittima, oppure diviene simbolo asservito a una violenza – il continente afro-americano vive da secoli questa tragica dismisura - che “non può non dirsi anche cristiana”? Numerosissime sono le opere (su tela, su pannelli, in scultura, in installazioni e video-tape) che seguono questa strada, ovviamente legittima a livello etico e sociologico: Paolo Canevari (italiano, uno dei pochi italiani presenti) con il suo filmato di un ragazzo che fra le macerie gioca al calcio con un teschio umano; Nedko Solakow (bulgaro) che espone un campionario di armi da combattimento; Kara Walker (statunitense) racconta con ombre cinesi la storia di una violenza su di un bambino; Tomer Ganihar (israeliano) rappresenta la feroce e scientifica tortura di manichini antropomorfi; Emily Prince (statunitense) con foto e schedari, con nome cognome età origine, ‘informa’ su una immensa parete della tragedia dei giovani americani uccisi in Iraq; e così via.

Non mancano comunque opere più meditate e affidate ad ambiguità segniche pregnanti, pittoriche e concettuali. Adel Abdessemed (algerina) ripete più volte lungo i padiglioni dell’Arsenale la scritta al neon blu “Exil”: suggerisce con un mezzo semplicissimo la tragica condizione di molti popoli, e di molti individui. Svetlana Ostapovici (della Repubblica di Moldova) con l’installazione “Identificazione” fa uscire una maschera, che via via diventa un volto, da un muro infuocato.

 Svetlana Ostapovici (della Repubblica di Moldova) con l’installazione “Identificazione” fa uscire una maschera, che via via diventa un volto, da un muro infuocato.

Svetlana Ostapovici, Identificazione, 2007. Mosaico pittorico, particolare.


Nalini Malani (pakistana) dipinge metamorfosi favolistiche fra mito e dramma… Ma qui ci si deve fermare… Vanno comunque citati alcuni maestri della generazione degli anni ’30: Gerhard Richter (tedesco) con i suoi musicali pannelli a olio dedicati a John Cage; Herbert Brandl (austriaco) con i suoi enormi pannelli dai dinamici, gestuali, impasti colorifici. Per questa strada (nostalgica?) si reincontra affascinati Emilio Vedova, al quale la Biennale, e famosi artisti, dedicano grandi spazi (fuori sede, all’Isola di Sant’Erasmo).

Gerhard Richter (tedesco) con i suoi musicali pannelli a olio dedicati a Cage

Gerhard Richter, Cage (6), 2006. Olio su tela, particolare.

Dopo anni di assenza assurda e ingiustificata torna il Padiglione Italiano. Anche qui nessuna novità, Due artisti. Giuseppe Penone, scultore, ormai un ‘maestro’ dell’arte povera del secondo Novecento: oltre quarant’anni di coerente ricerca sulle piante, il bosco, il ruscello, nella fluenza della linfa, nel calco della materia naturale. Il più giovane Francesco Vezzoli, invece, cede sì alla maniera, ma non a una sua esclusiva maniera: riprende – espressività rivisitata ormai da decenni – l’accumulo ripetitivo di immagini in movimento ossessivo, di frastuoni, il tutto (ovviamente) simbolico della nostra globalizzata perdita di identità individuale.

Naturalmente non è tutto qui. C’è molto d’altro. Va invece segnalato per la sua lapalissiana banalità il titolo dato a questa 52° edizione: Pensa con i sensi / senti con la mente. D’accordo per lo sguardo alla tradizione, ma l’ingenuità di questo obsoleto riferimento psicologico-sensitivo poteva esserci risparmiato!

Gio Ferri

Gio Ferri è poeta, poeta visivo, grafico, critico d’arte e letteratura. Fondatore nel 1983 e condirettore, con Gilberto Finzi e Giuliano Gramigna, della rivista “Testuale, critica della poesia contemporanea”. Fra le sue opere poetiche più recenti, per Anterem Edizioni, il primo e il secondo libro de L’assassinio del poeta.