Marco Furia su “La bontà animale” di Alberto Cappi

La notte nel taschino

“La bontà animale”, di Alberto Cappi, cui i raffinati disegni di Pietro Lenzini aggiungono il fascino di un leggiadro contrappunto, costituisce sequenza di brevi componimenti d’ intensità non comune, poetico frutto di coerenti ricerche svolte per via di un’ opzione linguistica intesa quale strumento evocativo anziché logico-esplicativo.

I lindi accostamenti di parole, collocate con determinazione tale da impedire di immaginarle disposte in diversa maniera, capaci di catturare energia, restituita, con sapiente lavoro, da un suggestivo svolgersi incline ad alludere alle sue magmatiche origini – l’ identica attenzione nei confronti di temi grandi e piccoli, nella consapevolezza dell’ assurdità di qualunque gerarchia istituita tra varie espressioni dell’ esistere – il richiamo, già presente nel titolo, ad una dimensione biologica considerata non limite, ma fecondo àmbito del divenire – un diffuso senso di enigmatica attesa vissuto con profonda accettazione, senza inibire, perciò, altrettanto intensi sentimenti di fiducia – un assiduo rimando, di vocabolo in vocabolo, ad alterità ritenute, piuttosto che separato altrove, parti costitutive dello stesso essere – una grazia accorta, partecipe d’ intendimenti rivolti a trattenere, a evitare anche minime, non consone, tracimazioni, secondo un’ idea di gesto poetico quale istanza dotata di spiccata, rigorosa, autonomia: questi, in sintesi, i componenti precipui di una verseggiatura in cui la mai apatica eleganza delle pronunce risulta sempre attenta, vigile, non certo ignara di come il più scrupoloso controllo sia indispensabile al fine di giungere non tanto a una spiegazione, bensì a una presa d’ atto degli ineffabili fondamenti della lingua.

Tutti, davvero, “abbiamo la nostra notte e/ la teniamo nel taschino”.

(Alberto Cappi, “La bontà animale”, i quaderni del circolo degli artisti, 2006)