Rita R. Florit, dalla raccolta inedita "Nyctalopia", nota di Giorgio Bonacini

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Un poesia intitolata in modo diretto con un termine in cui convivono, senza contrasto, due significati che dovrebbero opporsi – vedere nell’oscurità e il suo contrario, questo significa nyctalopia – indica immediatamente una direzione di lettura verso l’esterna formazione di un mondo e, allo stesso tempo, un’idea di scrittura verso l’interiorità del dire poetico. Un fuori e un dentro che nascono e svolgono il loro cammino rivolgendo lo sguardo con reciprocità continua: lì dove il doppio motivo della luce e del buio ingloba e determina la voce e il mutismo, la vista e la cecità. L’autrice, consapevole che il fare poetico assume su di sé, e in sé produce, un dire che non è disvelamento o nascondimento, ma indicazione di uno sguardo mobile, mostra nei suoi testi un pensiero che è ai fondamenti di un reale visionario, che segna la figura profonda di ciò che sente come un vedere. E il punto di congiunzione tra il chiaro e l’oscuro è una zona che ha certamente limiti immaginativi, ma dai bordi indeterminati. Ed è proprio su quella soglia che chi guarda non si fa “sviare dall’ombra”, ma ne perlustra la trasparenza offuscata e la dimensione ondulante: quasi un luogo di deformazioni conoscitive dove le potenzialità del senso risuonando tendono a zittire e viceversa.

Nessuna preoccupazione di evidenza o chiarezza ingenue nel pensiero poetico di Rita Florit, bensì tanta occupazione di lucidità e precisione, pur tumultuosi ma in parola essenziale nel labirinto delle emozioni. Una ricerca sostanziale, stringata ma indirizzata a una multiformità sensoriale che riverbera dal fondo e sgorga nel sentimento di una voce che “è tutte le voci”. E non può essere che così: quando la necessità preme, stringendo i sintagmi e il loro sentire selettivo, la poesia lascia intravedere, e anche prefigurare, un’alternativa all’andamento ordinario delle cose: una ex-temporaneità (per usare un termine dell’autrice) che, in un’apparente contraddizione, continuamente e ricorsivamente fluisce e si consolida. E sono le cose a trasformarsi, sia nella loro apparenza sia nel loro essere, grazie a una percezione che scombina i sensi, espande vuoto e attrito e costringe la notte a rompere la sua ossessione per inalberare i bagliori della cecità che “illumina la tenebra”.

E se a questo aggiungiamo una forma di sgretolamento del corpo che, attraverso una ritmica fisica di sonorità, vibrazioni, fremiti, tremori, che ne scandagliano e ne spezzettano le parti con precisione nominale, producendo spasmi linguistici di elevata tensione, comprendiamo bene come, per l’autrice, quello che può sembrare uno squartamento porta invece a un espansione del non-silenzio (ciò che sta tra la mancanza del suono e il suo cominciamento), anche con il rischio della frantumazione e della dissipazione. Perché è così che la parola abbagliante della poesia, nella fioca luce del mondo, rende il poeta nictalope quasi veggente (precisa in una nota Rita Florit, con evidente richiamo a Rimbaud), in modo tale da far sì che la cecità esterna del momento notturno divenga essenziale per la visione ultravedente, per poter raccogliere e accogliere una nuova conoscenza del reale.

La notte invocata quasi in preghiera è mater riparatrice: presenza di luogo e tempo che riparando protegge, riparando custodisce e riparando aggiusta e ricompone. L’oscurità, allora, non è più irraggiungibile, non è più notte-mancanza,vuoto, nulla, assenza, ma inquietudine e alterazione in sonno e veglia: dove irradiano e si riversano concretezza e trasparenza, deragliamenti e scavi, bruciori e fluorescenze, in sinestesie di musiche di porpora, visceralmente guardate. Il tutto incluso in un sentire poetico proprio dell’immensa notte che qui attraversiamo e che ciecamente intravede e versa vertigine vivifica e vortica.

 

Dalla sezione “imus”

 

***

Tu misuri la solitudine ti schernisci devii dagli
specchi l’afflizione azzera i saperi non ti fai
sviare dall’ombra, la perlustri, la porti addosso,
ricevi il suo peso, la consistenza e
l’inafferrabilità. Le bilanci. Poi prudentemente
avanzi da questa distanza inanimata ti sporgi.

 

***

Sotto parola vibrazione risonante chiama da
porose profondità. Mobile srotola pseudopodi,
copre distanze infinitesimali. Snida la tenebra.
Smuove, sfalda. Detriti. Affondo ai centri
innumerevoli dell’Essere, degli esseri che siamo.
Moltitudine nell’uno.

 

Dalla sezione “corpus”

 

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Ustione interna, centrifuga dalle viscere alla
lingua uncina e stride in sabbia sete livida nel
dormiveglia. Ospitare un deserto dune articolari
in flusso, alzare la loro fiamma, ardere assenze,
allontanare lune. Sospenderne il ricordo. E
l’assetato sceglie il deserto da dove era venuto.

 

***

Privazione d’amore è deserto - tu vesti di sabbia
trasudi polveri vieni dal deserto. Una
città-silenzio rompe il cristallo notturno. La
reclusione più dura è una distanza, fortezza dalle
mura invalicabili - Die ganze Stadt - ossessione
reiterata percuote-ri-percuote stringe-co-stringe
asfissia, manca l’aria nella stanza. Fuori la notte
inalbera bagliori.

 

Dalla sezione “Memento”

 

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E altre musiche oscure più del rogo sonoro del
corpo armato, più della fosfofluorica inermità di
genere, dell’inclusione della lingua madre, del
brillìo daìmon, più dell’animale attiguo che
rivesti, della bestia silenziosa che covi, più del
bosco di braci che vai a essere.

 

Nota dell’autrice
Nictalopia dal greco nýx nyktós notte, alaós cieco, ops vista, cecità notturna, mancata o imperfetta visione di notte ed anche buona acuità visiva nelle ore notturne; questa paradossale e affascinante duplicità di significati dal tempo ereditati ora nell’una ora nell’altra accezione, fa della cecità un chiaro vedere, un intravedere, lux in tenebris, fa del nictalope quasi un veggente.

 

Rita Regina Florit ha pubblicato 'Lezioni inevitabili' (Lietocolle, 2005) e 'Passo nel fuoco' (Edizioni d'if, 2010) che ha vinto il Premio Mazzacurati-Russo IV edizione. E’ presente in varie antologie tra cui Portfolio e Registro di poesia # 2, (Edizioni d’if)‘Paraboliche dell’ultimo giorno per Emilio Villa’ (Dot.comPress-Le Voci della luna, 2013). Ha co-tradotto l'antologia poetica Ghérasim Luca ‘La Fine del mondo' (Joker edizioni, 2012). Ha tradotto Benoît Gréan per l’annuario di poesia “Punto” (Puntoacapoeditrice, 2013). I suoi videopoemi compaiono in eventi e rassegne nazionali ed internazionali. Testi e traduzioni sono pubblicati in vari siti e lit-blog tra cui Anterem, Nazione Indiana,Rebstein, Il porto di Toledo, Poeziebao, Rhuthmos, Terresdesfemmes. Sul web cura il blog di letteratura e traduzione letteraria : sottopelle.wordpress.com