Alessandro Catà, da “Continenti persi”, Moretti & Vitali, 2013, nota critica di Rosa Pierno

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I testi di Alessandro Catà sono caratterizzati in maniera preponderante dalle marche temporali e dai luoghi. Naturalmente lo spazio implica il tempo e anch’esso è definito dalle direzioni: avanti e indietro, eppure, una spola mentale tenta di tessere fra gli oggetti una continuità che resta in ogni caso difficile a reperirsi. “Sei troppo avanti / o indietro, ma non ricordi / più, strana lingua di frasi / dette al contrario, cerchio / sull’acqua che non viene da / un sasso, ma si restringe”. L’andare e il venire riguarda oggetti concreti e astratti: la lingua, gli stati interiori, la posizione nello spazio, la variazione della forma. Dunque, non lo spazio e il tempo in quanto essenze, ma entità registrate nel vissuto dell’io lirico, impregnate di sé, formulate in un linguaggio polito e come disossato. Ed è in questo senso che il moto denuncia immediatamente la sua prossimità con l’immobile. Da tutti questi movimenti si evince che nulla al fine cambia: “Invoco il punto più lontano dall’acqua / ma scopro le imperfezioni / della desolazione, quel rivelarsi / in fondo solo un intreccio / di frenesie”. Il mondo è affetto da frenetico, disordinato moto, si vive per vedere le cose cambiare e allo stesso tempo che mai nulla cambi, in un insensato gioco che però viene comunque compitamente registrato dall’autore. Gli oggetti vengono assunti come simboli e dunque se gli alberi sono grandi come fiammiferi, ciò comporterà una variazione in qualche altro oggetto o stato (nessun senso essendo univocamente isolabile se non in ambito scientifico). L’autore non può non esserne il testimone e non certo un testimone che non alteri la scena percepita! La consapevolezza che la scena si modifichi senza che comunque ciò comporti un diverso esito nella vicenda non ferma l’autore (e qui apriremmo un inciso sulla ricerca di un senso locale anche in mancanza di un senso finale). La coppia senso / non senso è lo spazio di libertà entro cui il testo viene giocato, ciò con cui si costruisce lessicalmente una rete che ha lo scopo di catturare l’io. Tale cattura non potrebbe darsi se ogni oggetto non trascinasse con sé anche il corrispettivo astratto: “l’estetica di un lamento”, “la scultura del peccato, “il significato notturno dell’oro”. La caccia al corrispettivo prosegue fino a sfidare l’accostabilità, ma in fondo non è ancora e sempre che un muoversi all’interno del linguaggio. Persino la funzione mnemonica non consiste che in un riportare alla mente parole. E la memoria, è per Catà, forse, la sola la macchina che tutto muove e che nondimeno produce anche il nulla: “La verità / fuori mano / lontana dalle voci dove / finisce un paese”. (r. p.)

 

Dalla sezione “Il punto più lontano dall’acqua”

 

***

Ti parlo dal carbonio,

da uno scempio di me

che ha decapitato serpenti

e binari e la mia voce

ha un’estensione di polvere

e macchine senza volere.

 

Per la tua lealtà

soldato io mi avvicino

al linguaggio di ferro:

le travi... la carne lassù

ovale dei piccioni.

Dieci ore dopo.

Cento anni dopo.

 

 

Dalla sezione “L’aria che tu chiamavi cielo”

 

Giant steps

 

Cosa vai a pensare

le pietre parlanti

il giovane mercurio

che salta

appare e scompare nei

boschi

 

se avesse un suono sarebbe

di campanelli

un agitarsi di metalli minimi

che lasciano le ombre

indietro

ferma la stanza delle

voci pallide

 

e sopra i giorni sta

la domenica

acuta è la mattina

il latte rotondo di una perla

si è perso tra le pieghe

è rotolato nella sintassi

delle cose sparse

 

sembra un’allegoria

e invece

è la pressione

di tutta la casa

un forte getto d’acqua

perpendicolare al disordine.

 

Alessandro Catà (1951), è autore dei libri di poesia Blocco riassunto (1991) e L’ordine del respiro (2007). Ha pubblicato la prosa Ascoli nel 2008, con foto di Mario Dondero.