Armando Bertollo, da una raccolta inedita, nota critica di Giorgio Bonacini

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da Coordinate di galleggiamento

 

Testi 1 + 2 + 3

 

Dare visibilità ai movimenti del pensiero che emerge in scrittura, vuol dire avere una precisa idea di ciò che la propria poesia desidera o è in grado di fare e, nello stesso tempo, mostrare, pur in forma di metafora segnica, i modi in cui il percorso sintetizza i suoi sentieri. L’opera di Bertollo, alla terza prova di questa sua visualizzazione pensante, sembra proprio avere consapevolezza che la sua non è un’arte rappresentativa e nemmeno una poesia espressiva, ma una voce che fonda in sé le sue parole e la direzione dei suoi gesti. E lo fa inseguendo i fili del pensiero, del sentire, del dire e del vedere, con la leggerezza che viene dalla sostanza del respiro. Il fulcro di questa prova d’arte e di parola è l’evento primigenio, che dà origine a ciò che l’essere è e diventa: l’acqua. Qui è possibile ondulare il pensiero e trovare la coordinazione poetica che dilata i sensi: sia quelli del sentire fisico sia quelli del significare, nella “mappatura della presenza galleggiante”.

Questo significa dare sonorità e visività all’atto poetico gestuale e meditativo, per realizzare sulla pagina ciò che dall’interiorità dell’autore affiora. E la registrazione di ciò che dal fondo ritorna, con profili e spezzettature, prende fiato e segnala, non solo un’aderenza al movimento poetico che incessante si fa sulla pagina, ma un’adesione esistenziale che qualifica la scrittura e la vita che sta nella scrittura “attraverso l’esperienza”, andando anche oltre quello che sembra possibile solo vedere. Ed è così che l’autore lascia emergere le figure che stanno all’inizio della concretezza umana: quella materna che ha cura della nascita e quella infantile che ha nuova voce. Due figure che a un certo punto si condensano nella lingua dialettale, nella filastrocca che porta ritmo al nostro essere parlanti e scriventi, e prima ancora nel pianto della nascita: ma all’inizio di tutto c’è il silenzio, che è la via da cui prendono corpo i segni. Ma non un segno che incide, che lascia solchi e a volte lacerazioni, ma un segno sorgente, che nasca, che gorgogli dal fondo e che sia anche fonte vocale per una terra libera di accettare.

Ma questo lasciare e far crescere segni deve avvenire, precisa l’autore, con la forza di un soffio, circoscrivendo il vuoto in leggerezza, “per dire qualcosa appena appena”. Per far sì che il reticolo e il percorso abbiano la possibilità di esplorare anche la sospensione, la pausa che prende la voce col respiro, l’insorgere lento di relazioni che procedono anche e specialmente per contemplazioni. E qui notiamo come, in questa ultima opera, la scrittura e il dinamismo visivo riducano il loro impatto a un’essenziale presenza, sgombrando la partitura con equilibrate aperture, in coerenza formale e sostanziale con quanto nella partitura è detto. Sembra quasi che il percorso fatto da Bertollo da una piena bellezza ribelle del primo libro, passando sul bordo scenico del teatrino nel secondo libro, fino a quest’ultino galleggiamento di vita inaugurale, sia andato man mano ad asciugare le circonvoluzioni della sua parola viandante. Ma non per evocare un di più attraverso la parola-segno precisa, ma più per imprimere la giusta sintonia: che sta anche nel vuoto all’interno del reticolo, nell’invisibile dentro la struttura, nel ritrarsi dall’insorgere.

Quello che ci lascia allora in queste pagine è dunque una sorta di coreogramma fatto di tracce che si sfiorano e si accarezzano, si toccano accogliendo e lasciando vicendevolmente il passaggio, nel poco e nel giusto di un’esperienza linguistica. Giorgio Bonacini

 

Biografia di Armando Bertollo