Marco Furia su “Quantum poem” di Shigeru Matsui

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Quantum Poem

“Quantum Poem”, di Shigeru Matsui, si presenta già a prima vista quale linguaggio: i segmenti, uniti o meno, formanti, talora, strane figure geometriche, disposti secondo un andamento simile a moti ondosi scomposti in schemi lineari, inducono a pensare a un idioma.

Un linguaggio, dunque: ma non veicolante significato nel senso comune del termine.

La lingua quotidiana, certo, nulla pare possedere di arcano: tutto sembra filare via liscio nell’àmbito di normali processi comunicativi condivisi da una comunità attenta al rispetto di regole.

Ma, a chiedersi come questo complesso reticolato si sia andato formando, come taluni impulsi ne provochino l’assiduo uso, quale sia la sua, non soltanto storica, origine, cioè quale energia induca ogni parlante a rompere, più o meno spesso, il silenzio – a porsi, dicevo, tali (e altri) quesiti, compaiono in risposta vivide entità del tutto enigmatiche.

Troviamo tali entità alle radici del gesto di Shigeru Matsui?

La risposta è positiva.

Non si tratta, nel caso in esame, di successioni originate da un autocompiacimento fine a sé medesimo o, peggio, della caduta in sterili intenti decorativi, bensì della messa in atto, della costruzione secondo fattezze non certo ordinarie, di espressioni articolate.

L’ esclusivo uso di tratti (segmenti rettilinei), dissimili soltanto nelle dimensioni, rende lecito pensare a elementi costitutivi non casuali, frutto di precise scelte tese a porre in essere griglie idiomatiche complesse e unitarie, capaci di attrarre proprio in virtù delle loro affascinanti strategie compositive.

La nostra comunità, senza dubbio, non parla quella lingua, ma questa è caratteristica che accomuna tutta la poesia: il poeta opera sempre uno scarto, la cui mancanza annullerebbe la versificazione stessa.

Quanto, poi, ai 347 testi, risulta impossibile resistere alla tentazione di osservarli concentrandosi su ciascuno o anche scorrendoli velocemente, di seguirli secondo l’ ordine numerico o per salti, come sollecitando i meccanismi di uno strumento poco conosciuto per verificare se sia affidabile.

Un’ affidabilità che, alla fine, scaturisce proprio dall’ avere così operato, ossia dall’ essere divenuti consapevoli di un’ originale consistenza espressiva, familiarizzando con essa.

Ancora una volta, insomma, un artista della parola e del tratto, un vero cultore della visual poetry, riesce a sorprendere e a indurre a riflettere: thank you, poet.

(Shigeru Matsui, “Quantum Poem”, Aloalo International, Tokyo, 2007)